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Martedì 04 Dicembre 2007 23:04

I Nirvana del buddismo (Laurent Deshayes)

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Se per il Buddha Shakyamuni, il nirvana è al di là di ogni concetto, dunque di ogni formulazione, le dispute interne hanno sempre animato gli ambienti religiosi. Allora, liberazione spirituale, totale, più ampia, più globale, o più ristretta?

I Nirvana del buddismo

di Laurent Deshayes

Se per il Buddha Shakyamuni, il nirvana è al di là di ogni concetto, dunque di ogni formulazione, le dispute interne hanno sempre animato gli ambienti religiosi. Allora, liberazione spirituale, totale, più ampia, più globale, o più ristretta?

Circa 2500 anni fa il Buddha Shakyamuni enunciava il suo primo insegnamento nel Parco delle Gazzelle, non lontano da Benares, e poneva come fondamento alla ricerca spirituale quattro Nobili Verità: la verità della sofferenza, della causa della sofferenza, della cessazione della sofferenza e del cammino che conduce alla cessazione. Al termine il praticante raggiunge il nirvana.

Il senso iniziale di questa parola è stato conservato in tutti i paesi in cui si è diffuso il buddismo: il nirvana è “l’estinzione”, “l’al di là della sofferenza”, la fermata del ciclo delle nascite e delle morti, la scomparsa del fuoco del desiderio e dell’attaccamento, continuamente attizzato dall’ignoranza fondamentale della natura dello spirito. Pur precisando che il nirvana è al di là di ogni concetto, dunque di ogni formulazione, il Buddha ne dà a varie riprese una descrizione generale: nirvana è sinonimo di libertà assoluta dello spirito, una libertà già nel qui e ora, ma velata per chi non sa renderla manifesta.

Se tale fu la definizione, il termine è stato talora utilizzato in modo meno specifico. Così l’idea diffusa in Occidente di un nirvana paragonabile a un settimo cielo, di uno stato di gioia profonda, esisteva già all’epoca di Shakyamuni. Lui stesso ne parla come “la più alta beatitudine” (Majjhima Nikaya, 1). Il passaggio dalla felicità spirituale all’estasi terrestre non era nelle intenzioni del Buddha, ma è avvenuto naturalmente, con la diffusione della via spirituale che proponeva.

Egualmente si è potuto confondere talora il nirvana con un luogo, poiché una delle metafore utilizzate dal Buddha è che il praticante quando si libera dal mondo raggiunge “l’altra riva”. Si tratta ancora una volta di una interpretazione erronea, denunciata a più riprese dal Buddha.

Infine, ma ciò non si appoggia su nulla di consistente nei testi, in Oriente si sono diffuse due credenze. L’una postula che la realizzazione del nirvana non possa essere che il fatto dei monaci, e che i laici non possano sperare di raggiungere che i primi gradini dell’emancipazione spirituale. Questa credenza è stata rafforzata dal fatto che, in maniera onorifica, si evoca la morte di un monaco dicendo, non che è deceduto, ma che ha raggiunto il nirvana. La seconda credenza vuole che tale realizzazione sia impossibile nell'epoca degenerata che attraversa il mondo, tanto vi è grande l'opacità spirituale.

Una distribuzione in quattro gradi della liberazione spirituale è stata precisata dal Buddha. Se, da un punto di vista finale, il nirvana è uno stato libero da ogni cambiamento, senza apparizione, senza fine e dunque senza durata, la sua manifestazione dipende dalla qualità e dalla profondità della meditazione del praticante. Secondo l'itinerario spirituale, lo spirito può essere liberato “con“ o “senza residuo”, cioè con o senza un sottile e ultimo legame che lo unisce per una volta ancora al mondo ordinario.

Dall'arhat al Bodhisattva

Così l'ideale spirituale è l'arhat, il “nobile”, il “valoroso”. Questo grado di realizzazione spirituale corrisponde sia a un nirvana ritenuto incompleto, con un “vestigio di condizioni” (sopadishesha nirvana), sia a un nirvana pieno e intero, un' “estinzione totale” (parinirvana) che non si raggiunge che alla morte.Allora è un sinonimo dello stato di Buddha, uno stato pienamente “risvegliato”, onnisciente, onnipotente e onnipresente. Fin dall'epoca di Shakyamuni vi furono delle dispute interne sulla caratteristiche dello stato di arhat: si può parlare di liberazione spirituale se sussistono ancora tracce di attaccamento al mondo?

Soprattutto al tempo della costituzione del Mahayana, il “Grande Veicolo”, all'alba dell'era cristiana, vive discussioni animarono le file dei religiosi. I problemi non provenivano dai testi del nuovo canone in sé, ma dalla loro interpretazione.

L'ideale iniziale dell'arhat ha perduto il suo posto centrale per cederlo al bodhisattva, l'“essere di risveglio”, interamente votato non più alla propria liberazione spirituale, ma a quella degli altri. Il nirvana non è stato per questo relegato a un posto minore: la sua ricerca fu semplicemente rimandata fino al giorno in cui nessuna sofferenza sarà più sopportata dagli esseri, quali che siano.

Fra i nuovi insegnamenti attribuiti al Buddha, quelli della Via di Mezzo, esplicitati dal maestro indiano Nagarjuna, hanno messo in valore una nuova percezione della liberazione spirituale: lo spirito liberato è al di là del mondo ordinario e del nirvana, che formano tutti e due, in qualche modo, le due facce di una stessa moneta. Una deduzione si è imposta, affrettata quanto mai: il nirvana, quale era stato definito fino allora non era che una mezza liberazione.

Itinerario personale

La terminologia è venuta in aiuto per sostenere la superiorità del nuovo sistema spirituale: gli eredi dell'insegnamento dato direttamente dal Buddha hanno formato il “Hinayana”, cioè il “Piccolo Veicolo” che fu opposto naturalmente al “Grande Veicolo”, Al primo, un insegnamento più semplice poiché i praticanti avevano capacità intellettuali limitate, al secondo, un insegnamento più profondo di fronte a una intelligenza più grande.

Inoltre il compito e il posto della comunità monastica, che costituiva il cardine della trasmissione spirituale, si sono attenuati a profitto della comunità laica. Si è arrivati, non nei testi, ma nella credenza e nei discorsi, a una divisione molto riduttiva dei praticanti. Quelli del Piccolo Veicolo arrivavano a una liberazione spirituale ristretta perché originata da un mondo ripiegato su se stesso; quelli del Grande Veicolo arrivavano a una liberazione spirituale più ampia, più globale. Quindi l'ideale altruista del Bodhisattva fu considerato come superiore a quello dell'arhat, il cui itinerario era personale.

In seguito è stato riconosciuto ai bodhisattva un potere singolare: la capacità di dare un secondo respiro spirituale agli arhat, per esempio per accedere a una liberazione definitiva dal ciclo delle nascite e delle morti e del proprio aldilà, il nirvana. E si è imposta una conclusione per alcuni fautori del Grande Veicolo: i bodhisattva sono spiritualmente superiori agli arhat. Quanto ai fautori del Piccolo Veicolo, essi hanno ignorato la disputa negando semplicemente ogni validità agli insegnamenti del Grande Veicolo. Quando il Buddha evocava, per mezzo di parabole, il carattere ineffabile del nirvana, la cui domanda “supera ogni risposta” (Samyutta Nikaya, 2), metteva un termine teorico a ogni speculazione. Malgrado ciò, e forse è una contraddizione inevitabile del buddismo, l'esperienza personale che si trova nel cuore della pratica spirituale, porta con sé necessariamente una riscoperta di quel che il Buddha ha mostrato. Da questo sono emerse nuove ricerche su uno stato la cui formulazione,in ogni modo, rimane insoddisfacente perché impossibile.

(in Le monde des religions, 16, pp. 48-49)

Ultima modifica Mercoledì 17 Marzo 2010 23:40
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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