Lunedì, 18 Dicembre 2017
Giovedì 13 Luglio 2006 01:36

III. Dal nulla all'amore: la nuova creazione come comunione di risorti (Michelina Tenace)

Valuta questo articolo
(2 voti)

La fede cambia il credente nella sua vita privata, nella sua vita interiore, ma lo rende sempre anche protagonista di una novità relazionale che riguarda il suo popolo, la sua comunità di vita, la sua discendenza diffusa nello spazio e nel tempo.

Una caratteristica osservabile nell'uomo in via di divinizzazione è il complemento che c'è sempre tra aspetto personale intimo e aspetto comunitario pubblico della salvezza accolta.

La fede cambia il credente nella sua vita privata, nella sua vita interiore, ma lo rende sempre anche protagonista di una novità relazionale che riguarda il suo popolo, la sua comunità di vita, la sua discendenza diffusa nello spazio e nel tempo.

Nell'Antico Testamento, l'alleanza, la liberazione, la vittoria sul male e sulla morte vengono incarnate in molte figure di patriarchi, profeti, re, semplici uomini o donne chiamati da Dio per dare una testimonianza, un esempio, indicare un cammino.

Ricorderemo qui soltanto Abramo, Mosè, Giobbe, a causa della testimonianza che la loro fede ha portato e che è divenuta modello ed anticipazione di quel cammino che fonda l'essere stesso della Chiesa nella storia come nuova creazione.

Abramo: la fecondità dell'alleanza

La storia di Abramo è senz'altro un riferimento di primo valore. Quest'uomo, vissuto 4000 anni fa, è tuttora chiamato il "nostro padre nella fede", ossia colui che riguardo alla fede ci ha preceduti e generati, per il fatto che ha dato la sua massima adesione a Dio e così ha avviato una tradizione vitale sul modo giusto di essere credente: la fede è una totale fiducia nel Signore. Caratteristica della vicenda di fede di Abramo è l'aspetto molto personale, intimo, interiore del suo dialogo con l'Altissimo. Non c'erano precedenti riguardo a questo modo di colloquiare con il mistero, non c'erano esempi di un Dio che si rivela personalmente in contatto con l'intimità del cuore, interpellando l'intimità della risposta. In una cultura di religiosità tribale, cultuale, Abramo fa esperienza di un Dio che gli rivolge la parola in prima persona e che tratta con lui di argomenti del tutto personali: la terra da ricevere, il figlio che non c'è, la discendenza che verrà. Il Dio che parla ad Abramo invita a pensare la vita in un altro modo: invita ad uscire dal paese vecchio (il paese dei padri), invita ad avviarsi verso una terra promessa caratterizzata dall'abbondanza di mezzi per vivere, e per vivere bene. Ma soprattutto, Dio promette ad Abramo una discendenza numerosa come le stelle del cielo e la sabbia del mare. Una vita abbondante in cambio di una vita che in tutti i sensi si avvia alla morte. L'alleanza non è fra uguali. Cosa può dare Abramo in cambio? Solo la sua adesione. Il suo sì costituisce la sua dignità di fronte a Dio e lo fa essere uno dei due protagonisti di un'alleanza che si conclude come fra due libertà "uguali".

L'esperienza di fede profonda, intima, che irrompe nella vita di Abramo, lo rende fecondo insieme alla moglie, e nello stesso momento in cui fa succedere qualcosa nella sua vita di uomo (diventa padre di un bambino) fa succedere anche un cambiamento nella storia dell'umanità: questo suo figlio sarà il primo di una moltitudine. "Padre di una moltitudine" verrà a significare "padre di tutti gli uomini che credono". Diventare padre di Isacco potrebbe sembrare un affare che riguarda solo un uomo e sua moglie, ma dare una posterità immensa nel tempo riguarda solo Dio. Così, caratteristica della promessa è che viene accolta da Abramo, ma è realizzata da Dio. Tocca ad Abramo lasciare la terra; tocca a Dio far arrivare nella terra promessa. La fede dell'uomo ha il suo Corrispettivo nella fedeltà di Dio.

Dalla relazione di Abramo con Dio (che rende feconda la sua relazione con Sara), dalla sua fede nella promessa, sorgerà Isacco, il figlio della promessa, il figlio nato dall'amicizia tra Dio e Abramo. Quest'amicizia sarà ricordata come l'inizio di un nuovo rapporto di Dio con l'uomo dopo il peccato, è segnalata già come una nuova creazione dove abbondano le parole di benedizione: «ti benedirò», «diventerai una benedizione», «in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,2-3). Abramo diventerà benedizione per tutta l'umanità che a partire da lui entra in un nuovo ordine di vita: la fede fa entrare in un'altra terra, crea un altro popolo, un'altra famiglia, un'altra comunità, un'altra discendenza. Questa discendenza, come tutto il contenuto della promessa, quando si realizza? Abramo non ebbe in proprietà neppure un palmo di terra, rimanendo ospite e straniero. La proprietà della terra promessagli da Dio, che non ottenne durante il suo soggiorno, l'avrà insieme alla sua discendenza, cioè quelli che temono Dio e credono in Lui, nella risurrezione dei giusti. La sua discendenza è la Chiesa che per mezzo del Signore riceve l'adozione divina, come diceva Giovanni Battista: «Dio può far nascere figli ad Abramo anche da queste pietre» (Lc 3,8) e l'Apostolo, nella lettera ai Galati: «ora voi, fratelli, siete figli della promessa, alla maniera di Isacco» (Gal 4,28). «Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede» (Gal 3,7).

Dunque quelli che provengono dalla fede saranno benedetti con Abramo credente, e Costoro sono figli di Abramo. Dio promise la terra ad Abramo e alla sua discendenza, ma né Abramo né la sua discendenza, Cioè i giustificati dalla fede, ricevono attualmente l'eredità, ma l'avranno nella risurrezione dei giusti. Dio è verace e Costante, perciò dice: «Beati i miti, perché erediteranno la terra» (Mt 5,5). «[...] noi siamo figli di Abramo per la somiglianza della fede e la promessa di eredità» (15). La storia di Abramo potrebbe ridursi tutto sommato ad una storia comune, la storia di chi ha ottenuto una grazia, un figlio, e fermarsi lì. Ma come discendenza di Abramo, quelli che hanno la fede sanno che la salvezza non si ferma alla "grazia ottenuta", ma al dono seminato da far crescere, tende ad una promessa che è ben più completa e per la quale va custodita l'alleanza di generazione in generazione. Abramo ha vissuto quella fede che, da un evento del tutto personale, lo ha portato ad essere "benedizione" per tutte le famiglie della terra (cf Gen 12, 3) in virtù di Cristo per il quale Dio Padre «ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli» e nel quale «ci ha scelti prima della Creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo Cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi» (Ef 1,3-5). In Cristo è stato benedetto Abramo, che è diventato benedizione per noi.

Mosè: la liberazione del popolo e l'esperienza mistica

Anche l'esperienza di Mosè è proposta come modello di fede: ma la sua vicenda, all'opposto di quella di Abramo, lo porta da un'esperienza di fede con sensibilità più comunitaria e ad una vera e propria mistica dell'incontro faccia a faccia con Dio.

Quando vive in Egitto, Mosè ha una precomprensione di Dio attraverso la storia. Il popolo di Israele è il popolo eletto, ma la schiavitù in cui vive non è la vita secondo la promessa di Dio. L'episodio di Mosè che ammazza un egiziano per aiutare un suo connazionale ebreo è significativo: Dio non lo conferma in quest'azione di liberazione, propone un'altra via più radicale. Vuole l'impegno di Mosè per la giustizia, ma desidera far fare al suo popolo l'esperienza totale della liberazione ed annientare nel mar Rosso il peccato e i simboli della sua forza - i cavalli e i cavalieri - ossia distruggere la forza con la debolezza, le armi con l'impotenza. Tutto questo affinché si riveli l'assoluta Signoria di Jahvè, unico Dio, perché attraverso tali segni il popolo sia incoraggiato a stipulare un'alleanza eterna. Ci vuole l'esperienza di guida del popolo perché Mosè cerchi il luogo della sua intima relazione con Dio, la solitudine sul monte di Dio, e là scoprire che bisogna cominciare dal togliersi i sandali, deporre ogni illusione sull'importanza della propria persona. Dio è Dio. L'uomo è creatura. Senza quest'esperienza, si ripeterebbe l'inganno del primo peccato, dove «il paragonarsi e stimarsi simile a Dio aveva reso l'uomo ingrato al suo Creatore, impedendogli di vedere l'amore di Dio per l'uomo» (16). Mosè "vede" Dio dopo essersi tolto i sandali. Perciò da quel momento è veramente profeta dell'Altissimo e non profeta di se stesso. Mandato da Dio, può compiere ogni prodigio, mentre da auto-mandato non poteva che uccidere per sistemare le cose.

Anche Mosè a suo modo diventa per i credenti un padre nella fede. In Mosè vediamo un aspetto complementare all'esperienza di fede di Abramo: Mosè è quello che, se così si può dire, ha avvicinato e percepito di più il mistero di Dio (il roveto ardente) e il mistero dell'uomo nell'umiltà del "togliersi i sandali" e nella dolorosa esperienza di ripetuta infedeltà del suo popolo. La rivelazione sul monte era destinata al popolo di Israele, ma lui, Mosè, ha dovuto per primo essere coinvolto nel rapporto con il mistero. Ireneo scrive che Mosè ha "visto" Cristo nel roveto, ha parlato con Lui e lo ha preannunciato nei segni che ha Compiuto per portare il popolo eletto dall'Egitto verso la terra promessa, dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita. «Non si possono contare le volte che il Figlio di Dio si mostrò a Mosè: questi non ignorò il giorno della sua passione e la preannunziò figuratamente nominando la pasqua: nella stessa pasqua di cui parlò tanto tempo prima Mosè, il Signore subì la passione e adempì la pasqua» (17).

La pasqua non si compie nel passaggio del mar Rosso, ma nel passaggio dalla morte alla vita. La pasqua ci aspetta alla fine, dopo l'esodo, dopo il deserto, dopo la manna... È la promessa fatta ad Abramo e a Mosè da Dio: Dio Padre che plasmò l'uomo e promise ai patriarchi l'eredità realizzata nella risurrezione dei giusti, che adempie le promesse nel regno del Figlio suo e infine, nella sua bontà paterna, che comunica ciò che nè occhio vide, né orecchio udì, nè passò per la mente di alcun uomo. Cosa comunica? La sua stessa vita. Per questo ci è necessaria la "rugiada di Dio", cioè lo Spirito Santo, per non essere sterili, terra arsa, «bruciati e infruttuosi» (19).

Giobbe: la promessa di partecipare alla vita divina

Nella figura di Giobbe non troviamo più le categorie dell'esperienza di fede come vicenda personale (Abramo), nè quelle legate alla vicenda di una comunità (Mosè). Giobbe non è neanche un profeta, non è mandato per nessuna missione, non gli è chiesto niente di speciale. Giobbe è l'uomo che nella sua umanità vissuta negli aspetti più positivi (tutto va bene), come in quelli più negativi (tutto va male), scopre l'unica fonte di questo "tutto". Oltre... Dio è oltre il bene, oltre il male, oltre il nostro bisogno di spiegazioni razionali e oltre la logica delle cause-effetto. Non c'è spiegazione nè alla bontà che riceviamo (non è a causa della nostra bravura), né alla sofferenza che incontriamo (non è a causa della nostra cattiveria).

L'esperienza di fede viene presentata come esperienza universale di accettazione del mistero assoluto che costituisce la vita stessa, atteggiamento di riconoscimento assoluto dell'Altro, del Trascendente come Persona libera e sempre in relazione. La vicenda di Giobbe rappresenta un invito ad una fede sobria di concetti, una fede che tace per rispetto davanti alla sofferenza, ma non viene meno alla forma più alta dell'adesione: l'abbandono gratuito a Dio e la fiducia nel suo amore. Giobbe lascia nella Sacra Scrittura il modello di una fede provata, modello però di un possibile universale credere in Dio a partire dal fallimento, dalla sofferenza, dalla malattia, dalla croce...

L'uomo di fede non è esonerato dai problemi che gravano sugli altri uomini e deve prima o poi situarsi davanti al ventaglio delle soluzioni riguardanti i problemi della vita, della morte, della giustizia, della sofferenza innocente. Credere, in fondo, non significa forse tanto vincere gli argomenti della non-fede, gli argomenti della ragione. Si tratta di vincere non con altri argomenti, ma con l'amore, abbandonando il proprio spirito nelle mani di chi ci ha creati. L'uomo di fede testimonia di non credere solo nei "favori", quando tutto va bene: non crede per i segni, crede in virtù della visione": «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono (Gb 42,5). Sono le parole di Giobbe che Gesù completerà dicendo: «In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna» (Gv 6,47).

Il suo comandamento è la vita eterna

Rimane pur sempre un Isacco da sacrificare e un popolo da far uscire dall'Egitto. Ma la novità della fede si dovrà scontrare con il simbolo stesso dell'uomo non libero, del vecchio Adamo: la morte. Perciò l'ultima parola di Giobbe sarà la prima ed unica parola di Cristo: «Io sono il pane della vita [...] Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,35.58). L'esperienza di fede come esperienza di salvezza è legata alla pasqua, perché la morte di Cristo e la tomba vuota rivelano la vera dimensione della fede: Dio che ci ha Creati a sua immagine trionferà con l'amore e anche noi trionferemo sul male con la forza dell'amore. Chi ama passa alla morte alla vita, dice san Giovanni (cf lGv 3,14). Alla sofferenza dell'uomo, Dio non dà una spiegazione. Dà il proprio Figlio che muore sulla croce. «Chi non ama rimane nella morte» (1Gv3,14). L'uomo si divinizza nella misura in cui passa dalla morte alla vita, dal non-amore all'amore. Passa dalla fede che "pensa" alla fede che ama , "vede" Dio, ama e compie tutti i comandamenti nell'unico Comandamento: «E io so che il suo comandamento è vita eterna» (Gv 12,50). «L'amore [...] rende l'uomo perfetto» (20).
Si può dire allora che l'amore è l'unico invito che da sempre Dio rivolge all'uomo come alla sua immagine e che accende il dinamismo della somiglianza: «[...] passata questa maschera e rinnovato l'uomo e maturato all'incorruzione, così che non possa più invecchiare, vi sarà cielo nuovo e nuova terra, nei quali rimarrà il nuovo uomo conversando sempre di cose nuove con Dio» (21).La creazione nuova sarà la manifestazione dei figli di Dio... questo è e sarà la Chiesa. «Opera sommamente cattolica» ossia universale è la Chiesa, perché «ciascuno, nel proprio corpo, può contribuire alla redenzione del colpo universale [...]. L'umanità ricongiunta al suo principio divino nel Cristo è la Chiesa, corpo vivente del Lògos divino incarnato, vale a dire individuato storicamente nella persona divinoumana di Gesù Cristo» (22).

Animata dallo Spirito Santo, nelle opere dell'amore - la liturgia e la carità fraterna - la Chiesa manifesta di vivere effettivamente il "già" e il "non ancora" della redenzione: il "già" si rivela nell'epiclesi, nella trasformazione reale del pane e del vino in presenza del Signore, il "non ancora" ci viene segnalato nella proclamazione della parola che invita alla Conversione, nella preghiera di perdono, nell'esortazione al pentimento e alla condivisione dei beni. Perciò «perfetto è il cammino di quelli che appartengono alla Chiesa» (23), come perfetto è il cammino di quelli che accolgono lo Spirito Santo. «La Chiesa è come un paradiso terrestre: "mangerete di ogni pianta del paradiso" (Gen 2,16), dice lo Spirito di Dio, ossia nutritevi di tutte le divine Scritture, ma non fatelo con intelletto orgoglioso» (24), ma secondo Cristo che unisce il cielo e la terra, «unendo l'uomo allo spirito e ponendo nell'uomo lo Spirito, divenuto egli stesso capo dello Spirito e facendo che lo Spirito sia capo dell'uomo: è lui infatti che ci fa vedere, udire e parlare» (25).

Una certa tricotomia della Chiesa immagine di Dio

La divinizzazione rappresenta un cammino che coinvolge l'uomo nella sua totalità: «Sono tre gli elementi [...] che costituiscono l'uomo perfetto: carne, anima e Spirito» (26). Questi elementi sono implicati a tutti i livelli delle sue relazioni. «Dio tutto dispone per la perfezione dell'uomo [...] perché la Chiesa sia formata a immagine del Figlio di Dio [...] e finalmente perché l'uomo formato da tanta esperienza diventi maturo a vedere e comprendere Dio» (27). La Chiesa è formata ad immagine di Dio. Lo stesso discorso che abbiamo fatto per l'uomo immagine di Dio vale dunque per la Chiesa? La divinizzazione è compiuta quando nel corpo e nell'anima si manifesta lo Spirito e rivela la realtà dell'immagine. Cosa significa l'analogia della tricotomia riguardo alla Chiesa? Le istituzioni potrebbero essere il corpo. I dogmi l'anima e la liturgia, il cuore la manifestazione piena dello Spirito Santo, la vita diffusa all'anima e al corpo per trasfigurarli in incarnazione dell'amore (il corpo) e in parola di salvezza (i dogmi). «La dottrina ricevuta dalla Chiesa [...] come prezioso liquore deposto in un buon vaso ringiovanisce costantemente per opera dello Spirito di Dio e fa ringiovanire il vaso in cui si trova. Essa è il dono di Dio affidato alla Chiesa, come il soffio di vita ispirato da Dio nel fango che aveva plasmato (Gen 2,7) e Contiene il dono di Cristo, cioè lo Spirito Santo, pegno d'incorruzione, assicurazione della nostra fede e scala per ascendere a Dio [...]. Dov'è la Chiesa, ivi è lo Spirito di Dio e dov'è lo Spirito di Dio, ivi è la Chiesa e ogni grazia; e lo Spirito è verità» (28).

Si può affermare che, come umanità nuova rigenerata nel sacrificio della croce e nella vittoria della risurrezione, la Chiesa nel suo cammino si identifica con l'economia di salvezza che si rivela attraverso la continua e sempre rinnovata Capacità delle istituzioni di manifestare lo Spirito che le "ispira"; attraverso la progressiva e sempre più profonda comprensione e attualizzazione dei dogmi, ossia dalla continua manifestazione dello Spirito nella storia in attesa della trasfigurazione della creazione in Gerusalemme nuova attraverso la mediazione della Chiesa.

«La Chiesa è il cosmo cristianizzato. Cristo penetrò nel cosmo, vi fu crocifisso e vi risuscitò, e tutto fu modificato e rinnovato. Tutto il cosmo partecipa del suo calvario e della sua risurrezione. Il cosmo cristianizzato in cui il caos è vinto costituisce la bellezza; ecco perché la Chiesa può essere definita come l'autentica bellezza dell'essere. E ogni acquisizione di bellezza nel mondo è in senso profondo una cristianizzazione. La bellezza è il fine della vita universale, la deificazione del mondo» (29).

Immagine della Santissima Trinità, la Chiesa opera in favore della trasfigurazione dell'umanità e dell'universo «mediante il ripristino della loro unità con Dio, affinché la creazione intera divenga la fedele immagine della Trinità» (30). L'uomo, la Chiesa, la creazione portano nel loro essere l'impronta dello stesso Dio e perciò sono uniti nello stesso progetto. «L'uomo è chiamato a continuare la creazione, la sua opera è già in qualche modo quella dell'ottavo giorno» (31).

Michelina Tenace

Note

15) Adv. haer., IV, 7,2.
16) Adv. haer., III, 20,1.
17) Adv. haer., IV, 10,1.
18) Adv. haer., V, 36,3.
19) Adv. haer., III, 17,3.
20) Adv. haer., IV, 12,2.
21) Adv. haer., V, 36,1.
22) V. Solov'ev, Fondamenti spirituali della vita, tr. it. Torino 1949, pp. 68 e 113.
23) Adv. haer., V, 20,1.
24) Adv. haer., V, 20,2.
25) Adv. haer., V, 20,2.
26) Adv. haer., V, 9,1.
27) Adv. haer., IV, 37,7.
28) Adv. haer., III, 24,1.
29) N. Berdjaev, Spirito e libertà, tr. it. Milano 1947, p. 458.
30) V. Solov'ev, op. cit., p. 138.31) N. Berdjaev, cit. in P. Evdokimov, Cristo nel pensiero russo, tr. it. Roma 1972, p. 161.

 

Ultima modifica Lunedì 23 Aprile 2012 13:50
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito

news