Venerdì, 15 Dicembre 2017
Domenica 08 Agosto 2004 12:57

Chiesa Ortodossa e Chiesa Cattolica: un passo indietro

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intervista a Vladimir Zelinskij

Vuol tracciare un bilancio generale sull'ecumenismo "romano" sotto Giovanni Paolo Il?

Giovanni Paolo II ha una grande anima ecumenica che ha fatto tanto per il dialogo e l'avvicinamento fra le famiglie cristiane. Lui ha battuto il cammino per il dialogo futuro. La sua enciclica "Orientale lumen" contiene quasi una dichiarazione d'amore verso la Chiesa Orientale. L'enciclica "Ut unum sint" fa il primo passo per una nuova dimensione del papato.

Ma non tutto era possibile. Abbiamo il peso della storia sulle spalle, nella mentalità. Quello "romano", ma anche "orientale". Con l'ortodossia l'ecumenismo non è andato molto lontano. Anzi, c'è stato un passo indietro. Comunque abbiamo un terreno comune fondato sulla nostra antica eredità cristiana: la difesa della vita e del creato, la visione della dignità della persona come essere cristocentrico e tante altre cose.

Come valuta i rapporti, in generale, tra la Chiesa cattolica romana e l'ortodossia?

Quando si dice ortodossia si intende la comunità delle Chiese autocefale, vale a dire indipendenti l'una dall'altra, unite nella fede, nelle preghiere, nei sacramenti, nella vita spirituale. Ma per quanto riguarda la "Grande Sorella" romana, ogni Chiesa la vede a modo suo. Non esiste "una linea generale del partito" uguale per tutti. Sembra strano, ma le relazioni con Roma sono diventate più complicate dopo il crollo del comunismo. Le Chiese ortodosse erano perseguitate, è vero ma durante gli ultimi decenni in un certo senso anche protette, mentre la Chiesa greco-cattolica era soppressa completamente. Questa mina prima o poi avrebbe dovuto esplodere. Poi le Chiese Ortodosse erano costrette a fare un certo falso e irenico ecumenismo, con un forte odore politico, preso comunque assolutamente sul serio in Occidente, ma che non aveva nessun valore per gli ortodossi stessi. Anzi, questo ecumenismo era come un giogo per loro. Con la libertà caduta dal cielo tutto è tornato al suo posto in modo brusco e inaspettato. Le Chiese greco-cattoliche sono uscite dalle catacombe (in Ucraina e in Romania) e hanno avanzato pretese sulle proprietà ecclesiali che all'epoca furono date agli ortodossi; i missionari dall'Occidente, profittando della situazione, sono subito arrivati nei Paesi tradizionalmente ortodossi; il vecchio ecumenismo con la sua "lotta per la pace" nel concetto sovietico è sparito in un giorno, mentre fra l'Oriente e l'Occidente cristiano sono emersi e diventati più attuali i problemi più antichi. Non si può parlare del rapporto fra loro in astratto, bisogna rendere conto di tutto questo all'interno di un quadro concreto. Aggiungiamo lo "shock della libertà", l'invasione del capitalismo selvaggio, della disuguaglianza pazzesca, del disordine morale, delle sètte importate, ma anche quelle domestiche, di tutto ciò che ha cambiato la vita di tanti milioni di persone quasi in un attimo.

La questione del proselitismo: le accuse del Patriarcato di Mosca ai vertici della Chiesa cattolica romana sono fondate o sono pretesti immotivati?

Nella lunga lettera del metropolita Kirill al cardinale Kasper del giugno scorso tutte queste accuse sono enumerate e fondate sui fatti. Non conosco la risposta del card. Kasper, il quale - credo - li contesterà uno per uno, come ha già accennato nella sua intervista alla Radio Vaticana il 9 luglio. Ma il problema non è in questo o quel fatto, ma nella crisi dell'ecumenismo, più profonda. Tutte le parole generose di amicizia hanno perso il loro signifeato. Ne risulta che ortodossi e cattolici potevamo essere amici solo a buona distanza; quando invece siamo vicini, sistemiamo le nostre cose come se non ci conoscessimo. Questo è il vero problema del proselitismo. Nel caso russo: non si tratta di aprire qualche parrocchia in più, ma di agire accanto alla Chiesa ortodossa, come se essa non ci fosse. Questo non è un problema di buon comportamento, ma di livello più essenziale, etico, ecclesiologico, spirituale.

In questa situazione, Aleksij II ha finora respinto ogni ipotesi di incontro col papa e, a maggior ragione, l'ipotesi di un viaggio di papa Wojtyla a Mosca. Secondo lei, il "no" del patriarca può essere condiviso, oppure - come dicono alcuni - proprio le attuali difficoltà tra Mosca e Roma e tra Roma e Mosca, acuite dalla creazione delle 4 diocesi cattoliche nel febbraio 2002, richiederebbero un vertice papa-patriarca per avviare a soluzione questi problemi?

Vorrei correggere un po' la sua domanda. Le relazioni fra le Chiese d'Oriente e d'Occidente non possono essere ridotte al rapporto fra due capi ecclesiali. Il patriarca della Chiesa Ortodossa non è una figura che può agire da sola, e la sua posizione è condivisa dai membri del Santo Sinodo. Il problema, mi sembra, non è solo in queste 4 diocesi, ma anche nell'assenso del contatto diretto. Ma, per dire la verità, tutta questa storia mi dispiace davvero. Anche perché con il suo "no", la Chiesa Russa presenta al mondo un suo volto un po' medievale. Che peccato che il papa non sia venuto nel 1988, quando la Chiesa Russa ha festeggiato il suo millennio! A quell'epoca essa non poteva decidere niente, tutto era nelle mani dello Stato (in altre parole, nelle mani di Gorbaciov che, naturalmente, non sarebbe stato contrario). Un monaco cattolico lituano, un uomo di profonda spiritualità e fede (con 10 anni di Gulag sulle spalle) mi disse in quell'occasione: "Il papa deve venire con tutti gli altri ospiti, non da solo, e dire solo una frase: 'Sono venuto per onorare i martiri di questo Paese e di questa Chiesa'. Niente altro. Pregare e tornare a casa da semplice pellegrino con tutti gli altri. In silenzio.

Dal punto di vista teologico, in che senso gli ortodossi - quelli russi, in particolare, ma il discorso vale per tutti - accetterebbero un ruolo specifico del vescovo di Roma per la custodia e la promozione dell'unità tra le Chiese sorelle? E accetterebbero la definizione del Concilio Vaticano I sul primato papale e sull'infallibilità pontificia, ribadite sostanzialmente dal Vaticano II, oppure il problema del papato va ridiscusso radicalmente alla luce della prassi del primo millennio e delle scelte dei primi sette Concili ecumenici, riconosciuti anche dagli ortodossi?

Non si tratta solo del vescovo di Roma, ma della riconciliazione generale fra la Chiesa d'Oriente e la Chiesa d'Occidente. Su quel punto non c'è differenza fra i russi e gli altri. La riconciliazione con il cattolicesimo, se e quando avrà luogo, sarà la decisione di tutta l'ortodossia. Vi ricordo la posizione della Chiesa antica e indivisa: il primato del vescovo di Roma in sintonia con tutta la Chiesa universale, rappresentata dal Concilio Ecumenico. Invero anche nel primo millennio le posizioni erano un po' diverse: i greci vedevano il ruolo di Roma come primato d'onore, i latini, già dai tempi di san Leone I (440-461) - come primato del potere, giuridico e reale. Il Concilio Vaticano I ha rotto dogmaticamente questo legame del vescovo della prima cattedra apostolica con la Chiesa Universale (il Concilio Vaticano II ha attenuato ma confermato questa frattura). Il papa è sopra, prende decisioni infallibili "ex sese", senza consenso della Chiesa, come dice il Vaticano I. Sarebbe molto difficile accettare quest'ecclesiologia dal punto di vista ortodosso che insiste prima di tutto sulla comunione delle Chiese. Sono anche convinto che il nostro frazionamento, quando le Chiese autocefale, affermando la loro conciliarità, hanno legami piuttosto simbolici fra loro, non sia una cosa voluta da Cristo, ma neanche un verticale centralismo romano è voluto da Cristo. Dobbiamo cercare insieme la soluzione, ma sempre sulla base della bellissima formula di sant'Ignazio d'Antiochia: la cattedra di Roma presiede nell'amore. É proprio amore che esprime la comunione, un concetto chiave per l'ecclesiologia ortodossa.
Il problema del primato papale va ridiscusso, ma non nel senso del semplice ritorno al primo millennio, ma all'interno delle nostre esperienze di 2000 anni, nel mistero della comunione in Cristo, nella prospettiva escatologica. La restaurazione non dura molto. Bisogna trovare una soluzione creativa che risponderebbe oggi a ciò che "lo Spirito dice alle Chiese" (Ap 2,29). Io credo col cuore che lo Spirito parla dell'unita.

Il pontificato di Giovanni Paolo II è ormai al tramonto. Quale che sia la valutazione che gli ortodossi possano darne, ritiene che, con il prossimo papa, si potrebbe riprendere su nuove e positive basi il dialogo tra Roma e Mosca, fondato sulla piena accettazione reciproca di essere Chiese sorelle?

Credo che gli ortodossi diano valutazioni molto diverse. Per me il papa è un grande e santo uomo. Ho avuto qualche occasione di vederlo da vicino, di guardarlo negli occhi, di sentire la forza della sua preghiera. La sua capacità lavorativa è incredibile, e questa lotta eroica contro la debolezza del suo corpo, che egli compie ogni giorno... Speriamo che Dio gli dia ancora le forze per continuare il suo cammino difficile. Ma il problema per noi, devo dire, francamente, è che nel cattolicesimo romano tante cose dipendono da una sola persona, e la figura del papa occupa un posto troppo importante non solo nella vita della Chiesa, ma anche nell'intimità della fede. Dobbiamo trovarci gli uni gli altri non esclusivamente tramite papi e patriarchi, ma nell'anima di Cristo, nel Suo Spirito, nella realtà ecclesiale comune, riscoperta e condivisa. Non si percorre la strada dell'unità solo con gli uomini, anche importantissimi, ma, come dice San Paolo, con "l'amore di Dio... riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rom 5,5).

Ultima modifica Giovedì 22 Settembre 2011 16:26
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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