Sabato, 19 Agosto 2017
Domenica 08 Agosto 2004 13:13

Roma e Mosca, due ex sorelle alla ricerca del dialogo

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di Vladimir Zelinskij

Per capire la natura dell’attuale conflitto cattolico-ortodosso in Russia, prima di tutto, non bisogna diminuirlo. Non si tratta di un litigio di famiglia fra i grandi capi delle due Chiese ex-sorelle, ma di cose più serie, più profonde. Per rendersene conto basta guardare l’Internet in russo o fare una passeggiata per le parrocchie ortodosse di Mosca o di Pietroburgo. Tra di esse non sarà difficile trovarne almeno una decina, dove non siano esposti gli opuscoli polemici non solo contro la nuova "Ostpolitik" del Vaticano, ma anche contro la fede cattolica come tale. Nello stesso tempo, constatiamo "il braccio secolare" dello Stato che, nella ricerca di una nuova ideologia dell’unità nazionale, toglie dai passaporti dei sacerdoti cattolici i visti d’ingresso permanente in Russia.

Così l’ecumenismo, già nato molto debole, è come svenuto in Russia, e la creazione delle diocesi cattoliche è stata, in pratica, la constatazione del suo coma. Ciò che sembrava cosa normalissima alla Chiesa cattolica, che da secoli coabita senza problemi accanto alle altre religioni e confessioni e che si organizza in modo suo su tutto il pianeta, è diventata una ferita aperta alla sensibilità, alla fede e all’ecclesiologia della Chiesa Ortodossa, che vive secondo il un antico principio apostolico: la Chiesa locale sul territorio di un popolo.

San Paolo scrisse "alla Chiesa di Dio che è in Corinto" (1 Cor. 1,2), a dire cioè che tutta la pienezza dei doni di Dio è data al suo popolo che abita in Corinto e che si trova in comunione con le altre Chiese locali. Così, nell’unità dell’Eucarestia come sacramento della comunione, si realizza l’unità dei fedeli in ogni Chiesa locale, indipendente dalle altre Chiese e strettamente legata a loro. L’Ortodossia rigetta il principio della "giurisdizione immediata" del primo vescovo (sia di Roma, sia di Costantinopoli, sia di qualsiasi capitale del mondo) sui fedeli delle altre diocesi. Perciò un vescovo che presiede la Chiesa locale non può interferire nella vita di un’altra Chiesa. Non è possibile che nessuno nella Chiesa cattolica, che ha perfino incluso alcuni elementi dell’ecclesiologia ortodossa nella costituzione "Lumen gentium", non abbia saputo prevedere queste cose assai semplici. Il problema è un altro: essa si è comportata come se la Chiesa Ortodossa locale (nel nostro caso, russa) non ci fosse. Anche oggi nessun dialogo sull’argomento delle diocesi, nessuna consultazione con la Chiesa sul posto prima di prendere la decisione. Per questo motivo, quando la "Grande Sorella" dell’Occidente invoca "siamo amiche, siamo cugine, cerchiamo la comunione e la testimonianza comune davanti al mondo secolarizzato", la Chiesa Ortodossa dice "no". Sembra strano, ma questo "no", in fondo, può essere più ecumenico dell’appello permanente e sorridente al dialogo. Perché il "no" ortodosso, in parte (lasciamo perdere per un momento tutte le cose extra-ecclesiali), dà la sua testimonianza, anche se negativa, della visione della Chiesa unita, del riconoscimento della Chiesa cattolica come la "Chiesa locale dell’Occidente". Nel nostro caso, una Chiesa locale commette un’interferenza nel "territorio canonico" di un’altra Chiesa e questo atto suscita la sua protesta. Paradossalmente, al fondo di questo senso di offesa nei confronti dei cattolici si può trovare una traccia di memoria della Chiesa indivisa.

Certo, nella reazione così violenta dalla parte della Chiesa Russa e del suo gregge, vi sono poi tanti fattori che hanno poco a che vedere con il mistero della Chiesa. Lo shock del modello liberale della società caduto addosso agli ex-sovietici senza che ne avessero alcuna preparazione, l’ondata della secolarizzazione che tanti credono sia stata "mandata" con dolo dall’Occidente, la ricerca dell’anima nazionale come difesa contro la globalizzazione selvaggia (che all’Est è più aggressiva e disordinata che all’Ovest), la crisi della democrazia che non è ancora nata, il sogno monarchico e della "man forte" più vivo che mai, ma soprattutto la sensibilità tipicamente russa a qualsiasi invasione dall’estero, fosse anche puramente culturale o "spirituale".

La soluzione? Prima di tutto ascoltare e capire. Capire il ragionamento dell’altro e sentire il suo cuore. Sul piano pratico: perché sul territorio canonico ortodosso, accettiamo questo termine o no, non provare a riunire i vescovi locali, ortodossi e cattolici, per risolvere alcuni problemi insieme? È chiaro che l’inizio non sarà facile. Perché non cercare di avviare alcune iniziative comuni in campo umanitario o altro? Senza dubbio, subito non andrà tutto liscio. Perché, senza imporre il dialogo, non chiedere, non confessare semplicemente come in fondo crediamo, e veramente viviamo la nostra fede, cosa abbiamo in comune? Forse, non si potrà evitare la polemica o, peggio, il silenzio frutto di indifferenza o rigetto. Ma per aiutare un altro ad aprire la sua anima, bisogna che io sia aperto. Per condividere la terra, bisogna saper condividere con il prossimo lo spazio comune nel mistero di Cristo. "Bussate e vi sarà aperto", disse Lui. (Mt 7, 7).

 

 

Ultima modifica Martedì 13 Settembre 2011 17:01
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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