Martedì, 17 Ottobre 2017
Domenica 08 Agosto 2004 13:55

Il significato del patriarcato in Russia

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di Sergej Bulgakov

Il testo che qui proponiamo (con alcune brevi omissioni) fu il discorso tenuto da Bulgakov - insigne e controverso teologo, esponente dell'ortodossia russa) nel 1917 al Concilio locale della Chiesa ortodossa russa riunito per la nomina del patriarca. Lo zar Pietro il Grande nel 1722 aveva emanato il Regolamento ecclesiastico che prevedeva la soppressione del patriarcato e l'istituzione del Santo Sinodo come carica ecclesiale suprema. Da due secoli, quindi, la chiesa russa non conosceva l'istituzione del patriarcato.

Il discorso di Bulgakov fu pronunciato quando era da poco scoppiata la Rivoluzione di ottobre. Un momento di grande apprensione, ma anche di grandi speranze: con la riproposizione del patriarcato la Chiesa russa poteva finalmente liberarsi dall'opprimente e contradditoria dipendenza dallo Stato).

Il seguito della storia fu per la Chiesa russa estremamente doloroso. Il sogno di una Chiesa libera ben presto svanì e si è potuto concretizzare soltanto in questi ultimi anni, dopo una lunga e feconda prova.

Il discorso del grande teologo russo non solo dimostra l'alta tensione ecclesiale che animava la rinascita culturale russa del tempo ma ritorna ad essere oggi attuale, nel momento in cui l'attuale Patriarca Aleksij II propone di ritrovare l'unità attraverso il superamento delle divisioni intervenute durante il periodo sovietico.

Quando i Padri del Concilio ecclesiale di tutte le Russie si riunirono a Mosca, solo pochi fra loro avevano già un'opinione precisa intorno al problema del patriarcato, mentre altri non sospettavano nemmeno che sarebbero divenuti loro stessi ardenti sostenitori della sua restaurazione. Senza dubbio qualche cosa avvenne proprio nell'atmosfera stessa del Concilio: si verificò una nuova generazione spirituale, nel grembo della conciliarità ecclesiale nacque il patriarcato. A favore e contro di esso vennero addotte molte ragioni di ordine pratico. Per alcuni gli avvenimenti recenti costringevano a cercare in esso un nuovo centro che unificasse il popolo, centro richiesto nello stesso tempo dalla sacra tradizione del glorioso passato; per gli stessi motivi, in altri al contrario, il carattere personale attribuito alla massima carica ecclesiale suscitava preoccupazioni sia religiose che politiche. I primi erano affascinati dall'idea del patriarcato, gli altri la respingevano per motivi di carattere pratico e, possiamo pur dire, di opportunità. Tuttavia tale senso di opportunità (o per usare un'espressione corrente " senso psicologico ") deve essere assolutamente evitato nel discutere un problema così importante. La soluzione del problema del patriarcato non può dipendere, ovviamente, dal nostro volerlo o non volerlo, perché è evidente che non possiamo inventarci il patriarcato a nostro arbitrio, né tanto meno impedirne la nascita quando questa abbia luogo.

In altri termini, si tratta anzitutto di conoscere l'" ontologia " del patriarcato, la sua natura. Alcuni ferventi sostenitori della sua restaurazione hanno risolto questo problema in modo assai semplice: il patriarcato e un istituzione canonica regolare di una Chiesa locale, esso è già esistito in Russia ed è stato eliminato con la forza; per questo motivo esso deve essere restaurato, non può non esserlo, il problema consiste solo in questo processo automatico di restaurazione. Che il problema, però, non stia in termini così semplici è provato, anzitutto, dalla coscienza viva del concilio che per lungo tempo ha tergiversato e rimandato questa nuova nascita invece di operare una semplice correzione canonica o storica. Da questo punto di vista, conseguentemente, bisognerebbe riconoscere che tutto il periodo sinodale della nostra Chiesa, reso glorioso dalla comparsa di grandi santi e che rappresenta per noi, oggi, il periodo delle origini non solo non fu " canonico ", o più semplicemente viziato da imperfezioni nella struttura ecclesiale, ma che fu anche addirittura al di fuori della Chiesa ed " eretico ". Questo vorrebbe dire introdurre un intervallo catastrofico nella vita della Chiesa russa, che si renderebbe incorreggibile. D'altro canto, il nostro Sinodo, quali che ne fossero i motivi, è stato riconosciuto paritetico e " santissimo " dai patriarcati orientali. In questo senso la Chiesa russa potrebbe conservare benissimo una struttura sinodale; non è indispensabile restaurare il patriarcato; si può parlare solo di possibilità, che diventerà una realtà solo con un atto creativo della coscienza ecclesiale del concilio. La restaurazione del patriarcato non è solo questo, essa è anche un atto assolutamente nuovo della Chiesa russa, anche se, evidentemente, anche in questo caso essa agisce in armonia con l'antica tradizione. I canoni ecclesiali, sui quali ci si basa di solito, affermano la necessità, in linea di principio, di un " capo " personale o di un primate della Chiesa (Costituzione Apostolica 9,34) e stabiliscono la competenza speciale di cinque patriarcati: Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria, Gerusalemme. Nell'età dei grandi concili, ovviamente, non esisteva nemmeno il problema del patriarcato in Russia. Il senso dei canoni e delle disposizioni storico-ecclesiali consiste in ciò, che in misura del sorgere e dell'unirsi di Chiese locali, territoriali o nazionali la loro organizzazione gerarchica assuma la forma del patriarcato, comprendente alcune metropolie. In questo modo, sotto contingenze storiche favorevoli, come furono l'ascesa di Mosca e la contemporanea caduta di Bisanzio, sorse anche il patriarcato russo, e la Chiesa russa si considerò un patriarcato, con un rappresentante e un padre. In questo senso il patriarcato non costituisce, naturalmente, un dogma della Chiesa ortodossa, come è il papato per il cattolicesimo. (...)

Il patriarcato è un'istituzione sorta storicamente, con una solida base nella tradizione canonica e dottrinale, resa necessaria dalle necessità dell'evolversi degli avvenimenti. La Chiesa russa adesso restaura il patriarcato per un profondo impulso di amore ecclesiale ma essa, naturalmente, non potrebbe farlo se non ne avesse le ragioni sufficienti nella sua natura e nel suo insegnamento.

Che cos’è il patriarcato? Si tratta solo di una rappresentanza onorifica del Sinodo, " patriarcato titolare ", ai cui diritti bisogna porre dei limiti attraverso una " costituzione ", di un nuovo incarico o di un grado ecclesiale? Così tendono a ritenere molti, i quali nella formula " primus inter pares " pongono l'accento logico non sul " primus "ma sul " pares ", e al primato dell'autorità contrappongono il primato di onore senza autorità. Tuttavia, nella vita della Chiesa, questo "primato d'onore" conferisce un'autorità particolare, difficile da definire, e il senso della Chiesa, contrariamente a queste teorie costituzionali, è incline a considerare il patriarcato non solo come un incarico, ma anche come un particolare grado sacerdotale, cui corrisponda una particolare unzione, (nell'antico rito russo di consacrazione di un patriarca, quest'ultimo veniva consacrato vescovo un'altra volta; adesso, naturalmente, questa consuetudine è stata abbandonata). Non intendiamo aggiungere ai tre gradi del sacerdozio ancora un quarto; il patriarca, naturalmente, rimane un vescovo, al quale tuttavia viene affidato un incarico particolare, quello di essere il rappresentante unico della Chiesa locale. Ma questa qualità della dignità patriarcale, che è inerente a essa nella coscienza ecclesiale, non può essere sminuita da nessun paragrafo di una costituzione, sebbene da un punto di vista puramente giuridico il patriarca non sia il capo assoluto della Chiesa ma solo colui che presiede al Sinodo. Inoltre è perfettamente chiaro che, sebbene fra i diritti di questo gerarca che ha il compito di presiedere, sia egli patriarca o solo metropolita, non esista differenza sensibile, tuttavia l'autorità di questo o di quello sarà diversa anche se le prerogative della dignità patriarcale non possono venire espresse in termini giuridici precisi. Il cattolicesimo si trova, a questo riguardo, in una posizione più favorevole, grazie al dogma del Concilio vaticano, nel quale la conciliarità (sobornost') viene sacrificata all'autorità gerarchica. Tuttavia non bisogna esagerare e affermare che il cattolicesimo neghi del tutto il principio della conciliarità, infatti anche il dogma del Concilio vaticano, che dichiara l'infallibilità di tutto (...) quello che viene affermato dal papa (...) è stato proclamato da un concilio (...). Per l'ortodossia, dove vengono affermati con eguale vigore i principi dell'ecumenicità e della gerarchia (perché, ovviamente, fra entrambi i principi non vi è antagonismo ma esiste un accordo armonico), è difficile dare una definizione giuridicamente precisa, e in questo caso la fisiologica è più importante di questa anatomia giuridica. Essa afferma che oltre ai diritti canonico-ecclesiali, il patriarca gode di una propria autorità gerarchica, poiché in lui si esprime l'unità vivente della Chiesa locale. Questa autorità è legata alla dignità stessa e non alle qualità personali di chi ne è il depositario, che possono solo accrescere o diminuire la sua autorità. In lui la Chiesa locale si riconosce parte organica della Chiesa universale.

In questo riconoscersi si trova l'aspetto più essenziale e più nuovo di ciò che ci proviene con il patriarca. Abbiamo già detto che non vediamo in lui una restaurazione archeologica, anche se legata alla santa tradizione del primo periodo della Chiesa. Il patriarcato viene restaurato adesso sotto condizioni assai diverse, sia all'interno che all'esterno, da quelle della Rus' di Mosca. Anzitutto, esso era allora unito al rafforzamento del potere zarista e serviva alla sua esaltazione, a tutto scapito di se stesso. Il potere zarista godeva di diritti legali all'interno della Chiesa oltre a quelli che aveva già usurpato sulla strada verso il cesaro-papismo. Ora, anche questa autorità torna al patriarcato e a tutta la Chiesa; il patriarcato costituisce il simbolo dell'indipendenza della Chiesa, inoltre a esso spetta di condurre la nave della Chiesa sui marosi del disordine generale, al posto della sicurezza di prima, al riparo dello Stato. Ma ancora più importante è la differenza interna. La Rus' di Mosca, specialmente dopo la caduta di Bisanzio, venne afflitta dalla piaga del nazionalismo e al tempo stessa dal provincialismo della propria vanità. Mosca si proclamò "Terza Roma" e cominciò a considerare la propria tradizione locale come fosse quella universale. Allora il patriarcato poteva costituire un ulteriore motivo per questa autoesaltazione. L'espressione limite del nazionalismo e del provincialismo religioso fu lo scisma all'interno della nostra Chiesa, sorto proprio a causa di un insufficiente discernimento fra la tradizione locale e quella universale (lascio da parte in questa sede gli altri motivi). Il castigo storico di questo isolamento della Chiesa russa dalla coscienza ecumenica furono le riforme di Pietro che introdussero il periodo sinodale. Pietro introdusse nella direzione ecclesiale il principio protestante della statalizzazione della Chiesa trasformando la Chiesa in un'istituzione sinodale. Nel contempo egli modificò anche l'antica accezione dell'idea di "zar ortodosso", sostituendola con un assolutismo burocratico-poliziesco di stampo tedesco. Per porre la Chiesa sotto la campana dello Stato e trasformarla in un dicastero sinodale, Pietro rafforzò il nostro provincialismo ecclesiale, privando, con sicuro istinto, la Chiesa del patriarca e sostituendolo con un Sinodo che divenne il simbolo vivente di questo provincialismo. In questo modo si introdusse nella Chiesa un principio dicasteriale e di censo, cominciò a dominarvi quell'atmosfera scialba e stantia che si fa sentire così penosamente anche oggi. Europeizzando la Russia attraverso "Pietroburgo", la finestra sulla Germania, Pietro infuse nel corpo della Russia il veleno della cultura protestante, paralizzando nel contempo la vita della Chiesa e impedendole il cammino verso l'autocoscienza universale. I risultati di questo cammino fatale, percorso da noi fino in fondo, sono adesso assai chiari; essi si sono rivelati egualmente disastrosi sia per lo Stato, che per la vita della Chiesa.

Ci troviamo ora a una svolta, davanti a un futuro che ignoriamo e a un doloroso presente. Ma ecco che nella vita della Chiesa, prima che in quella dello Stato, è cominciata l'opera di ricostruzione positiva che nella restaurazione del patriarcato vede una delle sue fondamenta. A differenza della Rus' di Mosca, nella quale il patriarcato costituiva pur sempre un ulteriore strumento di isolamento nazionale, esso per noi è ora un mezzo di coscienza universale della Chiesa ortodossa, quale non potrebbe essere un collegio provinciale del Sinodo. Il patriarca è il vertice della Chiesa che si innalza sugli steccati dei confini locali, vede gli altri vertici ed è visibile da essi. Con la sua nascita inevitabilmente sorge il problema dei suoi rapporti con gli altri patriarchi e, di conseguenza, dell'organizzazione dell'autorità in tutta la Chiesa universale, dei rapporti di tutti i patriarcati. E qui entriamo di nuovo sul terreno dell'antico diritto canonico. Perché, effettivamente, nei canoni viene posto tale problema. Un tempo esso veniva risolto con il riconoscimento del primato di onore della sede di Roma, alla quale seguiva direttamente quella di Costantinopoli. (Vedi Costituzione 3 del II Concilio ecumenico, dove si stabilisce che "il vescovo di Costantinopoli gode della supremazia di onore dopo quello di Roma..."; cfr. Cost. 28 del IV Concilio ecumenico, dove la città dell'imperatore e del concilio viene riconosciuta seconda dopo Roma; cfr. anche Cost. 36 del Concilio Trullano, Cost. 3,4 e 5 del Concilio di Sardi). Dopo la separazione di Costantinopoli da Roma, questi rapporti, evidentemente, dovettero venire regolati in altro modo, tuttavia il problema come tale non può essere evitato. A questo ne è collegato un altro ancora più universale e importante; l'espressione viva di questa coscienza ecumenica, cioè il problema non solo del concilio locale, ma anche del Concilio ecumenico. La necessità di quest'ultimo comincia già a farsi sentire: ci troviamo alla vigilia di un grande movimento dogmatico e i suoi segni premonitori sono evidenti. Basta pensare al problema sorto intorno al significato della venerazione del nome di Dio, il quale riguarda la stessa essenza dell'Ortodossia. Oltre a ciò viviamo in un'epoca in cui l'esistenza chiusa, provinciale, di una Chiesa locale non è più possibile, in cui sorgono diversi problemi di carattere non solo inter-ecclesiale, ma anche inter-confessionale. I problemi dell'anglicanesimo, dei vecchi cattolici, da noi vengono solo differiti. E più importante di tutti, naturalmente, rimane il problema del male fondamentale di tutto il mondo cristiano, la separazione fra la Chiesa orientale e quella occidentale, che non può non provocare dolore incessante nel cuore dei cristiani. Nella tragedia dell'Europa, assieme a quella della Russia, che si sta consumando sotto i nostri occhi, non si realizza forse quel male che è stato seminato mille anni fa, in quei giorni infelici nei quali maturò l'ultima diatriba fra le sedi di Costantinopoli e di Roma? E se alla Provvidenza piacerà che si appresti finalmente l'ora storica che fa presentire l'imminenza del miracolo, una nuova pace su tutta la Chiesa universale, allora dobbiamo essere pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese. Ecco quali prospettive di storia universale ci si aprono dalla sommità sulla quale ci troviamo adesso, ecco quali pensieri ci ispira il giorno della solenne intronizzazione del Santissimo Patriarca di tutte le Russie. In questo spirito noi accogliamo la solennità che si sta compiendo.

 

 

Ultima modifica Martedì 13 Settembre 2011 17:18
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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