Lunedì, 23 Ottobre 2017
Lunedì 09 Agosto 2004 20:31

L'ecumenismo e la Chiesa Russa. I partecipanti, gli ostacoli, le speranze

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di Vladimir Zelinskij

Gli ortodossi chi sono?

Il rapporto fra l'ortodossia e il cattolicesimo, in particolare fra Mosca e Roma, appartiene ai capitoli assai difficili nella storia del movimento ecumenico. Questa difficoltà non si scioglie gradualmente col tempo, anzi, il periodo di 20-30 anni fa sembra oggi quasi il "secolo d'oro" dell'ecumenismo, il termine appena pronunciabile nella Chiesa Russa nei nostri giorni. Ma se a quell'epoca l'incomprensione reciproca fra due mondi cristiani, orientale ed occidentale, era piuttosto nascosta, negli ultimi anni essa è venuta fuori ed è diventata drammatica e aperta.

Il problema che si pone spesso: perché la Chiesa cattolica che si sente molto vicina agli ortodossi nella sua impostazione dogmatica e morale, non riesce a stabilire l'autentico dialogo con loro, rimane di solito senza soluzione. L'indicazione della storia vissuta diversamente, alla differenza fra le culture, non può spiegare tutto. All'epoca della globalizzazione il destino dell'umanità sta diventando universale, le differenze fra le culture si appiattiscono. Per trovare la strada verso la risposta, prima di tutto bisogna scomporre la nostra domanda negli elementi più essenziali: chi sono gli ortodossi visti nello specchio ecumenico? Quali sono i loro motivi per l'avvicinamento o per il distacco con le altre famiglie cristiane? E infine: quali sono le fondamenta della nostra speranza nell'unità?

L'Occidente parla spesso di ortodossi come di una massa compatta ed omogenea, che parla con una sola bocca dei suoi massimi rappresentanti, ma così le cose si presentano solo da lontano. Conosco più o meno la situazione nella Chiesa Russa, ma credo che essa sia molto simile ad altre Chiese, Greca, Bulgara o Rumena. Se prendiamo tutti i battezzati nella Chiesa Ortodossa in modo inevitabilmente schematico, vediamo tre gruppi: integralisti, ecumenisti e tradizionalisti.

L'integralismo (oppure il fondamentalismo) esiste in due versioni: teologico-ecclesiale e politica. La prima (assai diffusa nell'ambiente monastico) afferma secondo lo spirito intransigente di san Cipriano di Cartagine (III sec.), che le tutte comunità che per i loro errori si sono staccate dall'unica Chiesa di Cristo - che è la Chiesa Ortodossa - hanno perso tutto e che fuori di essa non c'è proprio nulla: né sacramenti, né grazia, né salvezza. L'ecumenismo, dunque, è un'eresia ingannevole e pericolosa che raccoglie in sé tutte le eresie antiche (come, per esempio, l'arianesimo, l'incredulità nella vera e visibile Chiesa, una, santa…, ecc.). Che dialogo può esistere con la gente che ha scelto di andare alla propria rovina? Ma chi vuole essere salvato deve prima chiedere il battesimo nella Chiesa ortodossa e poi vivere secondo i suoi statuti.

Per l'integralismo politico, il dialogo non esiste neanche in questa forma. Il primo punto del suo programma è l'antioccidentalismo - con un forte odore d'antisemitismo - che sul piano proprio religioso si manifesta nell'ostilità dichiarata a tutti i cristiani non-ortodossi, a tutti gli ortodossi colpevoli d'ecumenismo o almeno sospettati di questa colpa (il patriarca Alessio incluso). Quel tipo dell'integralismo nasce spesso come reazione contro il male oscuro, reale o inventato, a volte fantastico, che proviene dall'Occidente. Nell'ambiente dell'Ortodossia questo è un fenomeno recente e speciale, legato soprattutto al cambiamento tagliente e traumatico del sistema della vita nei paesi ex-comunisti. L'integralismo ortodosso è piuttosto un movimento politico d'estrema destra, animato per la maggior parte da ex-membri del partito comunista riciclatisi nel nazionalismo sfrenato, come anche da alcuni fanatici che sventolano dappertutto la bandiera "l'Ortodossia o la morte", ma un'ortodossia davvero speciale, con i "santi-mostri", come Ivan il Terribile e Rasputin, con la monarchia assoluta, il divieto totale dell'attività di qualsiasi altra religione sulla terra ortodossa e di ogni contatto religioso con le altre famiglie cristiane poiché questo sarebbe già un tradimento della bandiera. Fra i partigiani di questo gruppo si può trovare anche qualche vescovo, ma nessuno di loro, a nostro avviso, fa parte del Santo Sinodo della Chiesa Russa.

Esiste anche la terza versione dell'integralismo, quella dei convertiti all’Ortodossia dalle altre confessioni. Questo gruppo che è, probabilmente, più piccolo, riguarda prima di tutto gli ortodossi dell'Occidente che vivono in modo profondo e doloroso la loro rottura con il proprio passato, il più sovente cattolico, in un radicalismo simile a quello dei primi protestanti che hanno rotto con Roma. L'ecumenismo per loro non è nient'altro che il dannoso sincretismo religioso con il "papismo" e gli ortodossi dai paesi dell'Est che ne partecipano manifestano solo la loro ingenuità o la mancanza di scrupoli.

Il gruppo di orientamento ecumenico sembra essere meno numeroso, perché non è sempre facile per gli ortodossi manifestare la loro simpatia nei confronti degli altri cristiani. Questo gruppo, che non ha nessuna influenza politica, ha una certa presenza culturale, attira le persone che cercano nell'unità con la Chiesa cattolica una guarigione dalle malattie interne dell'ortodossia: dallo stesso integralismo, dallo spirito conservatore, dalla chiusura al mondo contemporaneo. Gli ecumenisti (se noi possiamo chiamarli così, anche se in Russia questa parola non ha una buona reputazione) hanno spesso un'immagine un po' ideale della Chiesa d'Occidente e aspettano da essa un aiuto morale e spirituale nella purificazione dell'aria che a loro sembra un po' stantia all'interno della propria casa, della liberazione dall'autocrazia dei vescovi, che in Russia (e non solo) si effettua ad un livello ancora pre-tridentino, dei nuovi metodi della proclamazione del Vangelo o semplicemente del clima più umano nella vita ecclesiale. Per ora la corrente ecumenica non ha nessun'influenza o una posizione istituzionale all'interno della Chiesa Russa. Anzi, per il timore della persecuzione essa vive nel regime della semi-clandestinità, perciò, supponiamo, che gli "ecumenisti nascosti", anche nel clero stesso, siano più numerosi di quelli dichiarati. La tensione attuale fra Vaticano e Mosca li mette nella situazione ancora più vulnerabile.

Ma la parte più numerosa e influente, benché piuttosto silenziosa, di qualsiasi Chiesa ortodossa, è quella che può essere chiamata "tradizionalista". Il "tradizionalismo" non è una parola di critica o di disprezzo dell'ortodossia, anzi, essa si traduce come "fedeltà". La fedeltà significa non solo credere senza riserbo a tutto ciò che proclama e insegna la Chiesa ed essere radicati nel suo patrimonio dogmatico e patristico; fedeltà vuol dire amore - spirituale, ma anche viscerale - a tutta la sua eredità nel suo insieme, la vita dei santi, la melodia del canto, la solennità delle celebrazioni, la lingua delle preghiere, la semioscurità del tempio con le sue icone. L'ortodossia è la fede veramente incarnata; in essa non si può mai dividere il suo spirito ascetico dalla "carne" vivente, dal corpo, fisico, storico, nazionale, a volte anche etnico. Non si può fare nessun dialogo ecumenico con gli ortodossi, dimenticando il loro attaccamento alla fede nella sua concretezza, anche come terra, popolo, patria. Se questo sarà rispettato, il tradizionalismo ortodosso potrà aprirsi al dialogo, ma nei momenti dell'opposizione con l'Occidente, può diventare chiuso ed autosufficiente, sfiorando a volte anche l'integralismo.

Prima di tutto bisogna sentire l'anima di questo gruppo. Se per la maggior parte dei cattolici andare al passo col tempo, capire la gente del mondo di oggi potrebbe essere un impegno proprio religioso, l'impegno della maggior parte degli ortodossi è di "essere fedele alla fede dei nostri padri" anche al prezzo di essere culturalmente, mentalmente tagliati dal mondo. Ma quali che siano le differenze fra loro, se prendiamo sul serio l'imperativo dell'unità, dobbiamo rivolgerci proprio a questo gruppo, più numeroso, più rappresentativo, che per ora non partecipa quasi alle iniziative ecumeniche, ma che in sostanza non è chiuso ad esse.

L'integralismo ecclesiale propone semplicemente di scuotersi dalle eresie ed aderire all'ortodossia; quello politico, la sua degenerazione ideologica, ha un orecchio sigillato non solo all'appello all'unità, ma, di fatto, anche a tutto il Vangelo.

La "frazione ecumenica" dell'ortodossia ha già realizzato la sua unità con la Chiesa d'Occidente, ma nel senso mistico e umano, non canonico ed eucaristico, e quest'unità dimezzata la fa soffrire nell'ubbidienza alla Chiesa storica che gli ecumenisti percepiscono come una parte separata per malinteso della pienezza della Chiesa di Cristo, una ed universale.

Tante illusioni e delusioni sorgono dalla mancanza di queste distinzioni fra gli ortodossi. Non parleremo di coloro per cui fuori delle mura alte dell'ortodossia si sente già il fumo della Geenna. Neanche di coloro per cui la divisione delle Chiese rimane una sorte dell'ingiustificabile assurdità della storia. Se chiediamo...

a che punto siamo con l'ecumenismo oggi?

intendiamo la parte tradizionale o tradizionalista dell'ortodossia.

A questa domanda che sento così spesso, possiamo rispondere in tre maniere. La prima è che tutto va abbastanza bene e andrà verso il meglio, perché viviamo nell'epoca della ricerca del tesoro della fede comune divenuta un imperativo per i cristiani di oggi e nonostante alcuni ostacoli di carattere politico, i cristiani delle grandi Chiese storiche vivono nella coscienza che l'unità fra loro sia una cosa non solamente giusta, ma anche imminente e vicina. Si cita spesso in questo contesto lo scambio delle visite, delle accoglienze, delle buone parole (che, del resto, possono avere per l'Oriente e l'Occidente un peso un po' diverso).

La seconda risposta sarebbe che tutto va, a dire la verità, francamente male, che la crisi attuale fra Mosca e Vaticano, o, meglio, fra la Russia e l'Occidente rivela, infatti, l'opposizione fondamentale fra due civiltà incompatibili (come nella visione di Oswald Spengler) e che tutto il cosiddetto "ecumenismo" con le Chiese dell'Europa dell'Est nel passato non fosse nient'altro che la diplomazia, imposta dal comunismo che faceva la sua politica. Oggi, che non c'è più il committente che poteva ordinare cose simili, è caduto subito il finto discorso sull'unità, ma è venuto fuori il grand'orso del nazionalismo russo che alza le zampe contro la mano tesa del dialogo interconfessionale. Come disse un giorno l'ex-ministro austriaco, e come pensano tanti altri senza dirlo,: l'Europa finisce lì dove comincia l'ortodossia (confondendo la piccola tendenza integralista con quella tradizionalista). La parola "l'Europa" in questo caso serve come simbolo dei diritti umani, della libertà di coscienza, di tolleranza, del principio del dialogo fra le culture ecc.; la parola "l'ortodossia", invece, rappresenta una logica tutta diversa, mistica, ritualista, irrazionale, in ogni caso estranea a questi valori.

La terza risposta sarebbe che la Chiesa Russa (come anche le altre Chiese Ortodosse nei paesi ex-comunisti) cerca il dialogo con le altre fedi cristiane, ma appena liberata dal giogo del totalitarismo ateo, è stata invasa dalle sette sgorgate dall'Oriente e dall'Occidente e non solo dalle sette, ma anche dalla Chiesa cattolica che dopo il Concilio Vaticano II si è proclamata Chiesa sorella nei confronti dell'ortodossia. Tutti questi falsi fratelli hanno cominciato ad aggirarsi nel territorio canonico della Chiesa Russa, hanno fatto del suo patrimonio storico e legittimo la nuova terra di missione o di mercato per vendere il prodotto di ciascuno, approfittando della debolezza materiale dell'ortodossia per "rubare le pecore". "Cessate le vostre missioni, chiudete il vostro mercato multireligioso, tornate in pace a casa vostra ed il nostro dialogo avrà la sua rinascita. Così noi porteremo la nostra testimonianza cristiana comune davanti al mondo secolarizzato".

Il ruolo del patriarca

Queste parole, in cui si riconosce subito la posizione ufficiale della Chiesa Russa, sono state scritte e pronunciate più di una volta dal patriarca Alessio in persona. Si può sentirle come condizione rigida ed intransigente, ma io le sento piuttosto nella tonalità del dialogo eventuale. A questo proposito qualche parola va detta sulla situazione del patriarca ortodosso in generale che è ancora non ben capito in Occidente. Lui è visto spesso come un altro papa, benché dimezzato, ma in ogni caso come colui che "guida il suo popolo" e "fa la storia". Dal punto di vista dell'ecclesiologia ortodossa, il patriarca della Chiesa locale è soltanto il suo primo vescovo e sarebbe quasi un sacrilegio chiamarlo il suo capo, perché il capo della Chiesa può essere solo Gesù Cristo. Come figura simbolica della Chiesa, il patriarca ha un'enorme responsabilità - che non è così bilanciata con le sue prerogative. Lui non è l'unico guardiano della fede, perché la fede è affidata a tutta la Chiesa, ai suoi pastori e laici; ma secondo la stessa fede, il patriarca solo è l'intercessore per le sue greggi, il primo amministratore della Chiesa istituzionale.

La sua responsabilità è triplice: davanti a Dio (che è ovvio), davanti alla propria Chiesa, rappresentata dal Sinodo, dal corpo vescovile, da tutto il popolo di Dio nel suo passato, presente e futuro e che lui, il patriarca, deve salvaguardare e proteggere nella sua purezza dogmatica e tradizionale. Il patriarca, infine, è responsabile davanti ai confratelli e agli altri patriarchi delle Chiese locali, con i quali si trova in comunione nelle preghiere e nei sacramenti; insomma, davanti a tutta l'ortodossia sul pianeta. Il peso di questa responsabilità a volte pone il problema della sua libertà personale che è molto diversa da quella del Pontefice Romano. Il papa (non parlo di Giovanni Paolo II) può fare tante cose e cambiare tante tradizioni. Per queste cose il patriarca ortodosso (non intendo adesso Alessio II) sarebbe semplicemente destituito dal suo Sinodo o dal Concilio o addirittura direttamente dal popolo. Dobbiamo tenere sempre in mente questa eventualità quando pensiamo ai gesti (fatti o non fatti) o agli incontri (non avvenuti) fra il papa ed il patriarca. Lui, che nelle celebrazioni liturgiche è commemorato molto più spesso e molto più solennemente di quanto il papa di Roma è commemorato nella messa cattolica, come persona non ha un grande spazio per esprimere la sua personalità nella sua Chiesa, della quale lui solo è il primo rappresentante. Non il patriarca da solo, ma nemmeno il Concilio della Chiesa locale (che ha il potere più alto) può toccare il sacro deposito della fede come dottrina, la Scrittura, la Tradizione, i sacramenti, la vita spirituale, il vasto mondo liturgico, il rito, e così via. Solo il Concilio ecumenico, che dal punto di vista dottrinale ha la massima autorità, quella dello Spirito Santo (secondo la formula degli Atti 15, 28) potrebbe avere il diritto di cambiare o di "aggiornare" questo deposito, ma solo nello spirito di fedeltà ai Concili precedenti. L'ultimo e settimo Concilio della Chiesa di Dio (ancora indivisa) fu convocato, però, nel lontanissimo 787 per sconfiggere e condannare gli iconoclasti…

Riteniamo che valga la pena raccontare un breve episodio della vita di Alessio II che si trova in rapporto diretto col recente conflitto fra Vaticano e Mosca. Subito dopo che il problema controverso delle nuove diocesi in Russia è venuto fuori, un gruppo dei sacerdoti e laici della provincia di Verona hanno mandato al patriarca Alessio una lettera di sostegno. L'animatore di questo gruppo, don Luigi Adami insieme con gli altri ha, si può dire, una vecchia amicizia con il patriarca in persona. Lui gli ha risposto e per qualche settimana li ha accolti nella sua residenza a Mosca. Mi permetto di citare questa lettera:

AL PADRE LUIGI ADAMI Mosca, 18 aprile 2002

VERONA, ITALIA

Egregio padre Luigi, fratelli e sorelle, amati in Cristo!

Sono cordialmente riconoscente per la lettera arrivata a Mosca il primo giorno della Quaresima.

La ringrazio per la compassione al dolore della Chiesa Russa che riempie il vostro messaggio fraterno. Infatti, nel nostro tempo che non è per niente semplice, ogni azione, rivolta contro la vera unità e carità cristiana nel Signore, può far eco (o rispondere) con le sofferenze di tanti fedeli.

Il nostro desiderio sincero è che nelle condizioni estremamente difficili e così poco favorevoli per il destino del dialogo ortodosso-cattolico si continui portare la testimonianza sulla verità del Cristo nel mondo che si allontana sempre di più dai fondamentali valori evangelici.

Spero che il contatto e la collaborazione fra di noi continuino. In tale collaborazione vediamo la speranza che le attuali difficoltà prima o poi siano superate e che le nostre due Chiese possano tornare alla discussione fraterna dei problemi esistenti, con il desiderio di risolverli definitivamente.

Con stima e migliori auguri

Alessio II, Il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia.

Si può leggere questo testo in diversi modi. Io preferisco sentirlo non come tentativo di formare "la quinta colonna" fra qualche "dissidente" nella Chiesa cattolica, ma come appello a tutta la Chiesa: mettiamoci a parlare, proviamo a smontare questa montagna di disaccordi, di rancori, di malintesi che si sono accumulati fra di noi. "Il nostro desiderio sincero è di… continuare a portare la testimonianza sulla verità sul Cristo nel mondo". Perché non avere un po' di fiducia in queste parole quando tutte le altre discussioni suonano chiaramente peggio? La montagna delle polemiche è cresciuta dal mutismo sulle cose essenziali (coperte spesso dalla retorica ecumenica, cosa che aggiunge soltanto amarezza); si veda il problema delle famose quattro diocesi cattoliche in Russia (e, in seguito. delle sei diocesi in Ucraina). È apparsa a causa dell'assenza di qualsiasi preavviso, nello stile del "adesso faccio io, è il mio sacrosanto diritto". Quando le sorelle cominciano a dialogare con un tale stile, inevitabilmente sorge il discorso duro della spartizione dell'eredità comune. (Ricordiamo che la Chiesa russa non dialoga in questo modo neanche con le sette di stampo protestante). Ma c'è anche un'altra cosa; è noto che quando il patriarca non può dire alcune cose apertamente, scrive le lettere private. Questa lettera non era destinata alla pubblicazione (anche se l'autore di questo articolo ha ricevuto da lui il permesso di pubblicarla), ma il suo tono è un chiaro invito al dialogo onesto. Almeno al livello umano.

Il problema del Concilio

La necessità del dialogo, l'appello all'unità - la quale non può impedire le piccole differenze delle diverse tradizioni - la fraternità dei cristiani e tante cose simili, sono per i giovani cristiani di oggi come la storia di "c'era una volta". Ma per il percorso storico della Chiesa si tratta di una novità recentissima che ha nemmeno 40 anni sulle spalle. Per la maggior parte dei cattolici sono degli orientamenti così indiscutibili che quasi nessuno suppone che un'altra Chiesa possa avere una visione diversa, che i valori di fede si indirizzano verso un'altra priorità. Se i cattolici di oggi, insomma, sono i figli del Vaticano II, gli ortodossi rimangono gli eredi dei Sette Concili Ecumenici, che aspettano l'Ottavo (da alcuni integralisti già sospettato di eresia in anticipo, perché la cifra "sette" esprime la pienezza e la perfezione…).

Di quel Concilio si parla dall'inizio degli anni ‘60 e la sua prospettiva oggi è molto incerta. È legittimo chiederci: perché nel mondo antico, privato dei nostri mezzi di comunicazione, quando i vescovi dovevano viaggiare da un paese all'altro su cavalli ed asini, i Concili ecumenici e locali si riunivano abbastanza spesso e noi oggi, con tutte nostre infinite possibilità di spostamento, non possiamo riunirci per risolvere tanti problemi liturgici, pratici, ecumenici?.. All'ordine del giorno del futuro Concilio sono anche i matrimoni misti, la revisione dello statuto, l'eventualità di celebrazioni più adatte al ritmo di vita contemporanea, le regole di preghiera e di digiuno, ecc..

Ma di quali problemi lei sta parlando? - sento subito la domanda con sdegno. Per una parte assai numerosa e influente degli ortodossi il problema principale è quello di "conservarsi puri da questo mondo" (Gc.1, 27) e di proteggersi dai suoi problemi che invadono il santuario della vera fede, immutabile da secoli. Il vero problema è che tante sfide del mondo, per la parte tradizionalista dell'ortodossia, sono in sostanza "pseudoproblemi". Alla domanda: come portare il messaggio di Cristo all'uomo (sia contemporaneo, sia di secoli fa) gli apostoli e i padri hanno già dato la loro risposta, qui non c'è niente da riformare o aggiungere. Perché parlare di un nuovo Concilio?

Credo che una buona parte dei vescovi ortodossi d'oggi non lo voglia per il semplice motivo che la convocazione del Concilio panortodosso significherebbe un cambiamento inevitabile e in un certo senso imposto dall'autorità universale, estranea alla realtà della Chiesa locale. Se il Concilio imponesse il calendario gregoriano; la Chiesa Russa sicuramente direbbe di no. E a buon motivo: il popolo non l'accetterebbe, sarebbe un altro scisma e nella coscienza ecclesiale le ferite di due scismi precedenti (quelli di vecchi credenti del XVII secolo e quello dei "novatori" della prima metà del secolo scorso) non sono ancora guariti. Supponiamo che il Concilio dia ai chierici la libertà di vestirsi come vogliano fuori del loro servizio: la Chiesa Greca sicuramente non lo accetterebbe (pochi mesi fa il suo Sinodo ha rifiutato questa domanda). Supponiamo che il Concilio raccomandi l'apertura ecumenica verso le famiglie cristiane: la Chiesa Serba e la Chiesa Georgiana (per non parlare degli altri) rifiuterebbero una simile raccomandazione. Le Chiese ortodosse hanno vissuto troppo a lungo da sole per prendere delle decisioni impegnative per tutte. Ogni Chiesa ha i suoi rapporti con la storia e con la fede del suo popolo, ma nessuna può cambiare qualcosa di essenziale nel patrimonio comune. Tanta gente nella gerarchia e nel popolo capisce che qualche aggiornamento, anche nella versione più moderata e fedele alla Tradizione ortodossa, sia una cosa utile, anzi, necessaria, per il terzo millennio, ma nello stesso tempo tanta gente non vuole nessun aggiornamento. Paradosso: a volte si tratta delle stesse persone.

Ma c'è anche un altro paradosso: nel rifiuto dell'aggiornamento per vari motivi possono essere d'accordo quasi tutti: tradizionalisti, integralisti ed anche ecumenisti. Per questi ultimi, nel clima polemico attuale, il Concilio Panortodosso avrebbe chiaramente una tonalità antiecumenica e conservatrice. Nessun Concilio, finora, ha proclamato, per esempio, che le divisioni dogmatiche con il cattolicesimo siano delle eresie irreparabili. Ma se questa condanna diventasse un articolo di fede, il dialogo sarebbe bloccato…

Il dibattito sulla "testimonianza"

Non si può dimenticare che tante cose così evidenti al cattolico d'oggi, vivente in Occidente, possono rimanere lontane, dogmaticamente e psicologicamente, al suo contemporaneo ortodosso. La Chiesa ortodossa, Russa o qualsiasi altra, non è la Chiesa "aggiornata". In tutti i sensi. Questa differenza di solito sfugge alla coscienza anche dei più zelanti aspiratori del dialogo da parte cattolica o protestante. Una parte vede l'altra con i propri occhi e si stupisce quando trova cose estranee e poco comprensibili. Le parole "perché tutti siano una sola cosa" (Gv.17, 21) non erano dette ieri e durante tutta la storia del cristianesimo hanno avuto il senso un po' diverso di quello d'oggi. "Oggi" per un entusiasta cattolico questo appello significa: "una cosa sola e subito! Basta con le divisioni e che Roma sia lo strumento dell'unità!" Per gli altri: "siamo già una cosa sola, quando rispettiamo gli uni gli altri, le piccole differenze nelle tradizioni non hanno una grande importanza davanti all'unità essenziale nella fede in Cristo" - riconosciamo qui la voce protestante. "D'accordo - direbbe un bravo ortodosso - ma per essere una cosa sola dobbiamo avere una fede sola, quella giusta, quella retta, quell'apostolica del primo millennio senza i vostri aggiornamenti, le innovazioni e gli accoscendimenti davanti al mondo laico ed incredulo".

A questi tre punti di vista corrispondono tre ecclesiologie diverse: cattolica, protestante ed ortodossa. La prima dice che la Chiesa di Cristo è presente pienamente nella Chiesa di Roma, fondata su Pietro e sul collegio degli apostoli e tutte le altre Chiese hanno la parte maggiore (il caso ortodosso) o minore (il caso protestante) o solo le vestigia (le altre comunità religiose) della pienezza dei suoi doni. Dunque, la conclusione implicita di questa ecclesiologia è che la pienezza debba appartenere a tutti. L'ecclesiologia protestante (ci sono tante, ma io prendo un modello ecclesiologico di stampo ecumenico, senza toccare quello fondamentalista) afferma che la Chiesa di Cristo, quella vera, sia in sostanza invisibile, composta dalle diverse comunità che proclamano il Vangelo, perciò si ritiene che l'unità formale di questa Chiesa non sia necessaria, ma molto desiderabile è la comunione eucaristica come segno del riconoscimento reciproco. Per l'ecclesiologia ortodossa, a dire la verità, l'ecumenismo è una cosa teologicamente molto più difficile. La Chiesa visibile per gli ortodossi è l'attualizzazione di quella invisibile, la rivelazione del "cielo sulla terra", e il compito della teologia del dialogo dovrebbe essere la testimonianza di questa rivelazione. La testimonianza è una parola chiave. La partecipazione degli ortodossi nel Concilio Mondiale delle Chiese, ad esempio, e nelle riunioni ecumeniche può essere giustificata solo come conferma della verità della fede ortodossa davanti al mondo non-ortodosso.

Questa giustificazione, però, non funziona sempre bene; gli ortodossi si chiedono spesso: perché dobbiamo discutere con tutte queste comunità i problemi che non sono i nostri (come quello del sacerdozio femminile, della lingua inclusiva, dei diritti delle minorità sessuali, ecc.), parlare delle cose a noi estranee, partecipare alle preghiere che non hanno niente in comune con la nostra tradizione? Insomma, perché siamo qui? "Siamo qui solo per testimoniare la verità della nostra fede" - ripetono i partecipanti ortodossi (non confondiamo, però, gli ecumenisti "per servizio" con quelli "per cuore" che di solito non sono invitati alle riunioni ufficiali). "Quante eresie avete sconfitto con la vostra testimonianza, quante persone avete fatto tornare in ortodossia con i vostri compromessi e le preghiere con gli eretici (peraltro proibite da uno dei Consigli ecumenici)?" - chiedono gli antiecumenisti con un po' di malizia e di disprezzo. "La vostra "teoria della testimonianza" non è una dottrina, ma solo una scusa pudica per l'attività che non ha trovato finora nessuna giustificazione valida".

Come le Chiese vedono l'una e l'altra?

Detto questo, sembra che l'ortodossia sia un po' fuori dal mondo contemporaneo, che si fonda sul dialogo. In pratica, non è così, ma anche tale posizione ha i suoi vantaggi e svantaggi. Divisa nelle Chiese locali, che si conoscono poco, radicata in un'antichità che non ha un legame molto lontano con il mondo moderno, sofferente delle vecchie malattie di cesaropapismo, di filetismo, di ritualismo, l'ortodossia in ogni modo si sente forte e sicurissima della sua fede. La sua presenza cresce, prima di tutto in Occidente. La sua fede offre all'uomo contemporaneo la possibilità di una vita spirituale, così profonda ed intensa, che non si può trovare quasi da nessuna parte. Questa fede, quando è vissuta davvero, non ha mai avuto crisi liturgica o dottrinale e non può lamentarsi per la mancanza delle vocazioni (anche monastiche). Della "crisi d'identità" della professione del prete (apparsa dopo il Vaticano II), i sacerdoti ortodossi non ne hanno nemmeno sentito parlare. Il controverso sacerdozio femminile non esiste né come problema, né come tentazione, la bioetica non ha bisogno di grossi manuali, perché le sue sfide sono già state respinte tanti secoli fa. Con tutta la sua ricchezza e l'arte (dell'icona, del canto, della preghiera, della contemplazione, del pensiero) la Chiesa ortodossa non ha nessun motivo di aver paura del proselitismo straniero. Sono personalmente sicuro che questa paura sia molto esagerata e tradisca piuttosto la sua mancanza di esperienza nel rapporto con il mondo moderno. Ma, a dire la verità, anche questa ricchezza può creare ostacolo all'ecumenismo. Come, d'altronde, anche la ricchezza della Chiesa cattolica. Il problema è che la ricchezza di ogni Chiesa diventa una sorte di specchio in cui una vede se stessa e le mancanze di un'altra.

Un grande teologo italiano disse poco tempo fa che la presenza cattolica in Russia potrebbe aiutare "i fratelli ortodossi ad affrontare le sfide della secolarizzazione", perché "la Chiesa cattolica ha un bagaglio di esperienza che potrà essere di aiuto", "costituire un ponte di dialogo" per rispondere insieme alla sfida dell'ateismo pratico". Sì, potrebbe costituire il ponte, ma un ponte più che fragile, perché la Chiesa cattolica è vista da quella ortodossa come la Chiesa già "secolarizzata" che non può offrire un buon esempio. Il dialogo non c'è perché non esiste ancora né il tema né lo stimolo particolare per "costruire i ponti". A che scopo può servire un ponte fra la ricchezza e la povertà?

Sembra che una domanda di questo tipo sia sempre nascosta (o non tanto) nel discorso ecumenico. Adesso, per esempio, nel periodo conflittuale, a causa del famoso proselitismo, nelle lettere ufficiale da parte ortodossa ci sono menzionati (e non senza il sottolineare a volte anche con esagerazione) i seminari chiusi, i conventi abbandonati e le chiese senza preti in Occidente. La parte cattolica potrebbe ribattere così: dei vostri 90 milioni di battezzati quanti vengono in chiesa ogni domenica? E tra quelli che vengono, quanti vivono veramente secondo i precetti della vostra vita spirituale? Questo scambio di colpi è inutile. Parliamo spesso dello "scambio dei doni" (io parlerei piuttosto della "condivisione dei doni"), ma per arrivare all'unità occorre affrontare anche il tema dello scambio delle ferite, delle mancanze, dei bisogni. L'unità si costruisce nella condivisione di tutto. "Portate i pesi gli uni degli altri, così adempierete la legge di Cristo" (Gal, 6,2).

Per aver bisogno di un altro, occorre rendersi conto che a me manca qualche cosa che il mio prossimo possiede e che lui, se gliela chiedo, può condividere con me.

Per ora, tutte e due le Chiese, cattolica ed ortodossa, si sentono ricche e potenti (almeno spiritualmente) e sono disponibili ad aiutare con il loro bagaglio, ma non hanno alcuna necessità di ricevere l'aiuto da nessuno. Il dialogo non c'è perché tutte e due le Chiese si guardano reciprocamente con il loro complesso di superiorità: i cattolici, parlando della loro stima ed apertura, vedono gli ortodossi come ritardati che hanno perso il treno della modernità, che sono troppo attaccati alla loro origine etnica, ma non sono capaci ad evangelizzarla, sempre sottomessi ai loro governi, chiusi in sé, non hanno nessun'esperienza di lavoro sociale, soffrono della malattia secolare dell'immobilità e del cesaropapismo, a volte anche infettati dal ritualismo magico, ecc. Gli ortodossi (quelli tradizionali), parlando fra di loro, vedono il cattolicesimo come unità artificiale delle Chiese locali legate in modo meccanico a Roma, ritengono che i cattolici abbiano perso e continuino a perdere la maggior parte del bagaglio della Chiesa apostolica e patristica (le regole del digiuno, la venerazione delle reliquie, la preparazione ascetica e spirituale alla comunione), che la loro fede sia indebolita dalla percezione troppo sentimentale della natura esclusivamente umana di Gesù, che loro abbiano ridotto al minimo la vita liturgica, sostituito le preghiere antiche dei santi Padri con le loro improvvisazioni, che loro abbiano spiegato e razionalizzato tutto, ma abbiano lasciato cadere il senso del mistero e del sacro della fede e così via.

Invece, quando si presentano per il cosiddetto dialogo, le Chiese si vestono dei paramenti più solenni che nascondono tutte le piaghe e parlano fra di loro dalle loro altezze. Ma in fin dei conti in che cosa consiste questo dialogo? La parte cattolica: noi siamo qui per insegnarvi certe cose, perché la nostra fede e l'esperienza sono universali. La parte ortodossa: noi abbiamo costruito la nostra civiltà storica e ciò che è buono per voi, per noi non è così, insomma, lasciateci in pace. Se esiste ancora, anche nella forma simbolica il dibattito puramente teologico, invece lo scambio delle due spiritualità, dei due tipi di vita in Cristo non è ancora sviluppato. Solo questo dialogo (insieme con quello dogmatico), però, può portare alla comunione delle Chiese. Perché il nome ecclesiale del dialogo non è il colloquio, anche amichevole, ma la comunione.

Quale sentiero verso la comunione?

Per trovare almeno un sentiero all'unità piena, bisogna dire la verità apertamente, ma dirla con la carità che "non si vanta: non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse…" (1 Cor.13, 5-6). Negli ultimi tempi anche Giovanni Paolo II ha cominciato a parlare del dialogo della verità ed alcuni di noi hanno percepito quest'espressione quasi come semi-confessione del fallimento del dialogo ecumenico. Secondo me, si tratta piuttosto di una correzione; nessuna Chiesa può partecipare al dialogo solo con gli abbracci ed i sorrisi, neanche con le preghiere e le dichiarazioni comuni, nascondendo la sua fede nella propria verità.

In questo caso la enciclica "Dominus Iesus" che ha provocato tante delusioni e amarezze nel campo ecumenisti cattolici, può avere un ruolo positivo, proprio per la sua chiarezza ed onestà. La mancanza della chiarezza ha fatto solo il danno. Affermare esplicitamente che solo Gesù Cristo è unico e universale mediatore della salvezza fa bene al nostro dialogo perché la Chiesa ortodossa non ha mai detto diversamente. Proclamare che la Chiesa cattolica è la vera Chiesa di Cristo può anche servire a modo suo alla ricerca della comunione perché la Chiesa ortodossa di se stessa non ha mai detto diversamente. Non mettiamo in ombra queste cose. Ma ciò che sembra un maggior ostacolo all'unità può diventare un giorno il suo inizio o, diciamo, il lievito della comunione. Perché dobbiamo essere schiavi della vecchia logica "orizzontale": la verità può essere racchiusa solo in questa o quella formula, mentre la terza soluzione è esclusa? Al suo posto, invece, si può mettere la logica della profondità, dell'incontro nella verità di ciascuno, quando noi andiamo proprio al cuore della fede del nostro fratello cristiano, quando all'origine della sua fede troviamo il mistero più profondo anche della nostra. Se siamo sicuri che la verità sia nella nostra Chiesa, perché non cercare l'immagine della stessa verità in un'altra Chiesa? Perché non si può riconoscere l'un l'altro presso la stessa sorgente della fede cristiana, nel volto di Cristo, nella nostra vita in Cristo che è "lo stesso, ieri, oggi e sempre" (Ebr.13,8)?

Cominciamo da capo, dalla coerenza e lucidità, ma anche dalla carità. Oggi non si può riaprire il dialogo ecumenico solo a livello orizzontale, senza il motivo reale ed esistenziale, senza la vera sete dell'unità. Quella sete si risveglia nel nostro bisogno di un altro, anche nella confessione della sua verità che, sebbene non sia mia, può essere aperta e comprensibile anche a me, quando io avrò necessità di condividere la ricchezza del mio fratello in Cristo. Solo con questa sete - che si manifesta, assieme a tante altre cose, anche nello scambio delle testimonianze reciproche - potremo arrivare un giorno alla vera comunione "bevendo dalla sorgente comune di quell'"acqua che zampilla per la vita eterna" (Gv.4,14).

 

 

 

 

Ultima modifica Martedì 13 Settembre 2011 17:58
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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