Sabato, 21 Ottobre 2017
Martedì 10 Agosto 2004 21:09

Pregare "nel cuore"

Valuta questo articolo
(3 voti)

di Tòmas Spidlìk

L'elevazione della mente o del cuore?

La definizione tradizionale della preghiera dice che essa è “l’elevazione della mente a Dio”. La sua origine risale fino a Platone. Gli autori cristiani l'hanno adottata, ma anche interpretata affinché diventasse più completa. Non è solo la mente ad essere attiva nell'orazione, ma l'uomo intero, anche se il ruolo decisivo spetta all'anima. In essa distinguiamo tre facoltà: l'intelletto, la volontà, il cuore. Ciascuna di queste tre "facoltà" può essere più o meno dominante nei vari tipi di preghiera.

Conosciamo la preghiera intellettiva, riflessiva. La preghiera “attiva” è invece quella che si realizza a partire da una decisione della volontà ché formula buoni propositi. Ma la più perfetta, secondo gli autori dell'oriente cristiano, è quella in cui predominano i "sentimenti del cuore". Scrive ad esempio Teofane il Recluso: «Quando pronunciate la vostra preghiera, cercate di fare in modo che esca dal cuore. Nel suo vero senso, la preghiera non è altro che un sospiro del cuore verso Dio; quando manca questo slancio, non si può parlare di preghiera».

Pericolo di sentimentalismo?

Se non pericoloso, sembra almeno banale dire che la vera preghiera e la religione devono soprattutto coltivare i "sentimenti del cuore". L'uomo prudente riflette e decide secondo la sana ragione. I sentimenti sono reazioni secondarie e molto mutevoli. Infatti la Chiesa condannò la sentenza dei "modernisti" del secolo scorso che affermava che la religiosità avrebbe origine nel subconscio, nei sentimenti irrazionali. Per rispondere a questa grave obiezione, bisogna chiarire bene che cosa intendiamo con il concetto di cuore e dei suoi sentimenti.

Il cuore nella Bibbia

Il linguaggio moderno distingue tre diverse attività della nostra anima: pensare, volere, sentire. Abbiamo quindi tre facoltà separate: l'intelletto, la volontà, il cuore.

Questa terminologia non si può applicare ai testi biblici. In essi non si fanno tali distinzioni psicologiche. Si parla in modo spontaneo, in maniera simile a come fa il popolo semplice anche oggi. L'uomo si può osservare esternamente, come si manifesta nel corpo. Ma tutti sanno che il suo valore interno può essere diverso. Ad esempio, egli può parlare in un modo caritativo, ma nel suo cuore nutrire odio.

Con il termine "cuore", vogliamo dire tutta la sua vita interiore. Perciò anche nella Bibbia si dice che l'uomo nel suo "cuore" riflette, decide, reagisce di nascosto. Quando conserva qualche cosa nel cuore, significa che non può dimenticarla. In conclusione: il cuore, in questi testi, non significa una delle facoltà dell'anima, ma l'uomo intero, nell'integrità di tutte le sue facoltà e del suo atteggiamento fondamentale verso gli uomini, verso Dio, verso il mondo. Quando la Scrittura dice che dobbiamo amare Dio «con tutto il cuore», ciò vuol dire «con tutta l'anima e con tutta la tua mente» (Mt 22,37), «con tutta la forza» (Mc 12,30; Lc 10,27).

Questa integrità umana può essere considerata sotto un duplice aspetto: uno "statico", l'altro "dinamico". Ciò, evidentemente, ha bisogno di essere spiegato. Ricordiamoci la nostra esperienza comune. Un giovane, ad esempio, ama la sua ragazza con tutto il cuore, non prova nessun sentimento contrario, decide di sposarla in piena libertà. Tale è la sua disposizione oggi. Sarà così anche domani? Non ne siamo sicuri. Chiamiamo "statico" questo atteggiamento di oggi, la disposizione del momento presente. In seguito il giovane sposa la sua ragazza e come marito le è fedele e la ama per tutta la vita. Possiamo chiamare "dinamica" questa disposizione stabile, duratura lungo tutte le peripezie della vita. 

L'integrità umana considerata in modo "statico"

Cerchiamo di spiegarlo ulteriormente con un esempio concreto. Sono molto occupato, perché devo finire un lavoro urgente. Sfortunatamente, mi viene a trovare un visitatore importuno. Cosa devo fare? Mandarlo via sgarbatamente? So che ne sarebbe rattristato. Perciò decido di fare un sacrificio e lo ricevo con una gentilezza liberamente scelta, ma forzata. Quando si fa questo, spinti dalla carità, si compie un atto certamente meritorio. La vita ci costringe a tali sacrifici. Ma sentiamo che non sono atti pienamente normali poiché, dentro di noi, c'è una divisione. Facciamo il bene, ma "non con tutto il cuore". L'ideale è saper superare queste divisioni ed agire in modo spontaneo, "con tutta l'anima".

La preghiera del cuore sotto l'aspetto "statico"

Quante volte siamo internamente divisi durante la preghiera! Con buona volontà prendiamo il salterio per recitare i salmiMa l'intelletto vola e ci vengono tanti pensieri disparati. E cosa dire dei . sentimenti? Preghiamo per la salvezza del nostro prossimo, ma nello stesso tempo sentiamo antipatia verso di luibello pregare con tutto il cuore! È possibile? Gli autori spirituali sono . Come sarebbe convinti che tale ideale di preghiera si può raggiungere. I diversi "metodi di meditazione" non sono altro che un esercizio in questo campo. Ricordiamo il metodo di meditazione ignaziana. Vi si raccomandano molti elementimettersi alla presenza di Dio, scegliere la posizione del corpo adatta : alla preghiera, immaginarsi il luogo (ad esempio, quando meditiamo sul mistero natalizio, la grotta dove Gessenso delle parole del vangelo o del testo della preghiera, ù è nato), riflettere sul decidere quali conclusioni ne seguiranno per la nostra vita, farlo con tutto l'affetto e chiedere la grazia a Dio con l'intercessione dei santi. Si noti che vengono esposti in modo analitico diversi aspetti della nostra attivitche nella preghiera tutti siano uniti. L'uomo allora prega tutto intero, à, ma lo scopo è con grande intensità e con una grande pace.

La preghiera del cuore sotto l'aspetto "dinamico" 

Il cuore sotto l’aspetto "dinamico" significa l’unità della persona nel corso della vita. Che cosa sono io? Ciò che ho deciso ieri o ciò che mi aspetto domani? Come si è "nel cuore , così si è abitualmente, sempre, non soltanto nel presente, ma in qualsiasi determinato istante. La preghiera, in questo senso, significa una disposizione stabile, duratura. Tale preghiera è per sua natura continua, inseparabile dalla persona. Il miglior esempio di questo stato ci è descritto nella biografia di san Francesco d'Assisi, dove si legge: «Tutta la sua intuizione e tutto il suo affetto rivolgeva al Signore... così (che si può dire) non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente». In questo senso, anche san Tommaso d'Aquino definisce la devozione come "inclinazione della volontà ad ogni bene". Così si deve, senza dubbio, interpretare anche il testo nella meditazione ignaziana che esorta perché alle riflessioni razionali e ai propositi concreti della volontà sia aggiunto "affetto". Certamente con ciò non si intende qualche banale sentimento, ma lo sforzo compiuto affinché la verità meditata diventi la nostra mentalità normale. Così come ci aspettiamo che un vero amante della musica suoni il suo strumento in ogni occasione che si presta allo scopo, allo stesso modo ci si aspetta che colui che è umile di cuore manifesti questo suo atteggiamento in tutte le circostanze. E chi ha acquisito l'abitudine di pregare nel cuore eleva il suo spirito a Dio in ogni momento.

Come ci possiamo rendere conto dello stato del cuore?

Ciò costituisce un problema antico e sempre attuale. I libri morali ci aiutano a distinguere i singoli atti e possiamo quindi giudicare il loro valore: rubare è male, fare l'elemosina è bene, ecc. Un confessore, anche se lo vediamo per la prima volta, può dirci, giudicando secondo i criteri tradizionali, se in un caso concreto abbiamo agito bene o male. Tace però, quando gli rivolgo la domanda: «Come sono io agli occhi di Dio? Quale è il mio stato davanti all'eternità?» 
Il cuore resta un mistero, è la parte nascosta dell'uomo, quella che Dio solo conosce. D'altra parte, anche l'uomo deve conoscere se stesso, misurare il suo progresso nella vita spirituale. Può farlo, gli autori ci assicurano che l'anima è presente a se stessa e l'uomo, a seconda del grado della propria innocenza, della limpidezza interiore, ha un'intuizione diretta di sè.
Secondo Teofane il Recluso, la nozione di cuore include questa forma di conoscenza integrale e intuitiva di sè. Si tratta dei "sentimenti del cuore". «La funzione del cuore consiste nel .sentire tutto ciò che tocca la nostra persona». Evidentemente, non tutti i "sentimenti" hanno lo stesso valore. La loro infallibilità e la loro utilità per la vita spirituale dipenderanno dalla purezza del cuore stesso.

Il cuore fonte di rivelazione

Il cuore ha quindi una voce che si fa sentire. Scrive lo stesso Teofane: «Di conseguenza, sempre e continuamente, il cuore sente lo stato dell'anima e del corpo, come pure le impressioni multiformi prodotte dalle azioni particolari, spirituali e corporali, gli oggetti che ci circondano o in cui c' imbattiamo, la nostra situazione esteriore e, in generale, il corso della nostra vita». Vediamo e pensiamo molte cose, ma solo il cuore ci dice quale valore esse hanno per la vita.
Il cuore assicura la giustezza della fede. I credenti non sono in grado di provare la loro fede in Cristo con argomenti di ragione. Ma il sentimento del cuore dà loro la certezza di essere sulla giusta strada della salvezza: «Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé.» (1Gv 5,10).
Il cuore puro ci fa anche conoscere gli altri. I famosi padri spirituali, come gli startsi russi, sorprendevano per la loro conoscenza dei cuori (cardiognosia). Di san Serafino di Sarov dicevano che leggeva nei cuori degli uomini come in un libro aperto. Ed è interessante che non consideravano ciò come un dono miracoloso. Dio ci ha creati, dicevano, affinché ci conosciamo a vicenda. Il peccato costruisce un muro fra le persone. Per chi arriva alla purezza del cuore, i cuori degli altri sono aperti. Dunque, dato che il cuore viene purificato soprattutto dall'amore, solo chi ama l'altro lo comprende.

Il cuore puro fonte di contemplazione di Dio

«Vedere Dio in tutte le cose» - con queste parole gli autori orientali definiscono la contemplazione cristiana. È un ideale alto, ma d'altra parte è un programma per tutti i cristiani. Giustamente però ci si chiede come arrivarci. La parola contemplazione, in greco theòria, dice "vedere", e ogni uomo desidera vedere la realtà con cui viene in contatto. Vi sono però diversi modi di vedere.

Il primo è con gli occhi. In tal modo non si può vedere Dio, dato che Egli è invisibile. Il nostro intelletto, che formula idee chiare e principi astratti, ci offre una visione superiore. Ma nemmeno su questo cammino si arriva a Dio, dal momento che Egli supera ogni intelligenza umana. Eppure Cristo ci ha promesso la visione di Dio: «Beati i puri di cuore, pérché vedranno Dio» (Mt 5,8).
Scrive un mistico siriaco, Martyrius Sahdònà: «Ah, l'occhio limpido del cuore che vede all'aperto, grazie alla sua purezza, Colui alla cui vista i serafini si coprono il viso. Dove, dunque, Dio sarà amato se non nel cuore? E dove si manifesterà, se non lì? Beati i cuori puri perché vedranno Dio».

Dato che il cuore puro è quello che ama, scrive giustamente un autore orientale recente, è profetica rispetto ad ogni intellettualismo moderno, questa espressione di Leonardo da Vinci: «Un grande amore è figlio di una grande conoscenza», uno ama il bello che ha conosciuto. Eppure noi cristiani possiamo dire il contrario: «Una grande conoscenza è figlia di un grande amore». «Dio è amore» (1Gv 4,8). Senza la carità è quindi impossibile conoscerlo.

Il cuore conosce Dio per mezzo delle ispirazioni interiori

Abbiamo visto che l'uomo è spesso invaso da una moltitudine di pensieri. Per giudicare la loro utilità per la vita, bisogna esaminare non solo ciò che dicono, ma anche da dove vengono. Sotto quest'aspetto, i Padri cercano in primo luogo di distinguere se vengono "dal dì fuori" o "dal di dentro". I pensieri che ci provengono dal di fuori hanno cause molto varie: abbiamo visto qualche cosa che ci fa pensare, udito un racconto, un interlocutore ci ha "suggerito" un' idea.
Gli autori spirituali sperimentarono che anche il demonio suggerisce varie idee per distruggerci. D'altra parte, siamo convinti che anche Dio ci parla attraverso le ispirazioni. Lo Spirito Santo infatti ci suggerisce delle idee. Ma il suo modo di avvicinarci è diverso da quello del nemico, la sua voce, infatti, si fa sentire "dal di dentro".
Gli autori siriaci descrivono questa esperienza con una metafora. Il cuore, dicono, assomiglia ad una fontana. Se è pura, il cielo si riflette in essa. Similmente nel cuore puro si riflettono i pensieri divini. Chi è abituato a sentirli, non ha bisogno di altri insegnamenti. Gli autori chiamano "preghiera del cuore" ascoltare le ispirazioni divine nel proprio interno.

La preghiera del cuore descritta dai santi occidentali

Spesso si dice che la "preghiera del cuore" sarebbe tipica della Chiesa orientale e che gli occidentali non la conoscono. Eppure è interessante paragonare ai testi. orientali la brevissima, ma ben riuscita, descrizione di sant’Ignazio di Loyola inserita negli Esercizi Spirituali, là dove parla della distinzione degli spiriti. Afferma: «Solo Dio nostro Signore può dare consolazione all'anima senza causa previa, perché è proprio del Creatore entrare, uscire e fare mozione in essa, elevandola interamente all'amore della sua divina grandezza. Dico senza causa, cioè senza nessun precedente sentimento o conoscenza di un determinato oggetto... » L'arte è di saper accogliere le reali mozioni.
Di san Francesco si legge nell'antica biografia che spessissimo aveva tali intuizioni e che non se le lasciava sfuggire. Al contrario, le accettava con molta attenzione. Così, quando camminava con gli altri, se gli veniva un' "illuminazione", lasciava andare avanti gli altri e si soffermava ad ascoltare questa voce del Signore. Si dice ancora che, in questi momenti, ponesse una mano sul cuore (gesto che viene raccomandato dagli esicasti) «e ivi parlava con il Signore, ivi rispondeva al suo giudice, ivi supplicava suo Padre, ivi conversava con l'Amico, ivi si compiaceva la sua anima con il suo Sposo».

Conoscere se stessi per conoscere Dio

Il pensiero cristiano ha ripreso e sviluppato il motto scolpito sul tempio di Delfi, trasmesso a noi da Socrate: «Conosci te stesso! » Ma per gli autori cristiani che cosa significa esattamente conoscere se stessi? Non si tratta di una conoscenza psicologica, piuttosto di quella che si dice "morale": si tratta di sapere quale bene siamo capaci di realizzare, quale virtù dobbiamo praticare. Ma san Basilio parla di una conoscenza di sé ancora più sublime, "teologica": conoscere Dio, contemplando la sua immagine nella nostra anima e sentendo la voce dello Spirito nel proprio cuore. E' quest'ultima che si esercita nella cosiddetta "preghiera del cuore".

L'attualità della preghiera del cuore

A proposito di questa preghiera "del cuore", spesso si dice che essa sarebbe un privilegio degli asceti orientali, mentre gli occidentali non la conoscerebbero.
È vero che gli orientali ne parlano spesso. Il teologo russo B. Vyseslavcev scrive: «Se la religione è una relazione personale con Dio, allora il contatto con la Divinità non è possibile altrove che nella profondità del mio "io", nella profondità del cuore, perché Dio, come dice Pascal, è sensibile al cuore». Eppure, cosa sorprendente, una delle migliori descrizioni, anche se brevissima, di questa preghiera la troviamo nel testo già citato di sant’Ignazio di Loyola sui pensieri e gli atteggiamenti che non hanno "una causa esteriore". Viviamo in una società tecnica e ci siamo abituati a pensare che tutto ciò che succede abbia una causa esterna, ogni movimento un impulso da un'altra forza. Gli psicologi positivisti ci hanno insegnato che l'anima del bambino è una tabula rasa, in cui troveremo solo ciò che gli altri vi scriveranno. Perciò la società cerca di "indottrinarci", nel senso buono o cattivo del termine. Quindi, l'uomo si è abituato ad ascoltare solo gli altri, non fa più attenzione alle ispirazioni nel cuore, che vengono dallo Spirito. E' un privilegio de gli artisti quello di avere delle "ispirazioni", ma non esclusivamente. Nella vita spirituale ognuno deve essere "artista" e comporre la propria vita sotto la guida dell’"Artista" supremo. «Puri di cuore - afferma san Francesco d'Assisi - sono coloro che disprezzano le cose terrene e cercano le celesti non cessando mai di adorare e di vedere il Signore, Dio vero, con cuore e animo puro».

(Testo tratto da L’arte di purificare il cuore, Edizioni Lipa, Roma, 1999, pp. 79-89.)

 

 

 

 

Ultima modifica Mercoledì 14 Settembre 2011 17:22
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito

news