Venerdì, 15 Dicembre 2017
Giovedì 12 Agosto 2004 00:00

Arabesco cristiano. Le Chiese in Siria

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di Vittoria Prisciandaro

Nella terra che vide la conversione dell’apostolo Paolo, la piccola minoranza cristiana oggi rappresenta un incredibile melting-pot di confessioni, riti e culture. In passato motivo di tensioni, questa convivenza nella varietà ha fatto sì che la Siria diventasse un piccolo ma avanzato laboratorio di dialogo ecumenico.

Il monaco ortodosso ha appena sfornato il pane. È ancora caldo quando lo consegna alla parrocchia cattolica. Un tempo le due comunità cristiane di Qaryatayn, un piccolo paese nel nord ovest della Siria, si combattevano senza tregua. I siro-ortodossi accusavano i siro-cattolici di aver loro sottratto il monastero di san Elian, appena fuori paese. Un oltraggio consumato a metà ’800, quando parte della popolazione ortodossa diventò cattolica in seguito a complesse vicende storiche. Una ferita che ha continuato a dividere famiglie e Chiese per decenni, a suon di profanazioni nei rispettivi cimiteri. «Ci si combatteva anche fisicamente», racconta padre Bassel Bursom, parroco della comunità siro-ortodossa.

Poi le cose sono cambiate. I parroci hanno iniziato a dare il buon esempio e oggi padre Bassel prepara il pane per le celebrazioni delle due comunità, la sua e quella cattolica, dedicate entrambe a san Elian. «Jack è come un fratello», dice Bassel. Padre Jack Murad, parroco siro-cattolico, vive nel monastero di mar Musa, poco lontano.

I bambini delle due comunità fanno il catechismo insieme, la gente partecipa indifferentemente alla Messa dell’una o dell’altra Chiesa, la formazione degli adulti si fa a settimane alterne dall’uno o dall’altro, e si sta pensando di aprire un asilo comune e di unificare anche le feste del patrono. «Nel nostro piccolo viviamo una comunione quasi perfetta», conclude padre Bassel.

Un caso abbastanza particolare. La Siria, insieme al Libano, è infatti la terra che esprime pienamente la ricchezza e la complessità della storia cristiana. Le Chiese orientali, cattoliche e ortodosse, ci sono tutte, immerse nella maggioranza musulmana. Caldei, melchiti, siriaci, latini vivono nelle stesse città, abitano le stesse case e gli stessi quartieri.

Le famiglie cristiane al loro interno presentano una varietà di sfumature difficili da comprendere per un occidentale. Differenze che vengono vissute con ecumenica simpatia, tanto che spesso si frequenta la chiesa più vicino casa, a prescindere dal rito di appartenenza. Più forti le resistenze delle gerarchie, in particolare quelle ortodosse. Mentre i cattolici in caso di necessità possono comunicarsi alla Messa ortodossa, non è permesso il contrario. Per questo i siro-ortodossi rappresentano un’eccezione: «Nel 1984 c’è stata una dichiarazione comune tra il Papa e il nostro Patriarca», dice Gregorios Yohanna Ibrahim, metropolita siro-ortodosso di Aleppo. «Da quel momento nella nostra Chiesa ufficialmente c’è ospitalità eucaristica con tutti i cattolici del mondo. Tra gli ortodossi siamo gli unici».

Eppure basta passeggiare lungo Sharia bab Sharqi, nel quartiere cristiano di Damasco, per capire quanto forti siano i legami tra le varie comunità. Le cattedrali distano poche decine di metri e spesso gli stessi abitanti della zona le confondono tra di loro. Anche ad Aleppo le chiese cristiane sono tutte nel breve raggio della nuova piazza Madre Teresa, dove ha sede l’arcivescovado siro-cattolico. Insomma, nella pratica spesso i fedeli seguono una prassi diversa da quella richiesta dall’ufficialità delle Chiese. «Nei fatti si chiude un occhio e, se non c’è un segno di riconoscimento esterno, se non è una religiosa o un prete, gli ortodossi partecipano senza problemi alle messe cattoliche», dice l’arcivescovo greco-cattolico (melchita) di Damasco, monsignor Isidore Battikha.

La sua è la Chiesa cattolica più numerosa. E proprio dal patriarca melchita, Grégoire III Laham, è partita la proposta di celebrare la Pasqua cristiana tutti insieme, secondo il calendario giuliano, quello ortodosso. In linea di principio sarebbero tutti d’accordo, ma le cose sono meno semplici di quanto si potrebbe pensare: da quasi 40 anni, infatti, gli armeni ortodossi hanno deciso a livello mondiale di celebrare la Pasqua secondo il calendario gregoriano, cattolico. Un segno di unità, almeno intorno alla grande mensa pasquale, per un popolo segnato da guerre e persecuzioni. Insomma mentre gli ortodossi in generale sono fermi al calendario giuliano e la Pasqua comune in Siria sarebbe possibile soltanto se tutti i cattolici decidessero di accordarsi su questa data («ma dovremmo decidere insieme, il patriarca melchita l’ha proposto senza consultarsi con nessuno», precisa il vescovo siro-cattolico di Aleppo, monsignor Denys Antoine Chahda), la piccola minoranza armena cattolica, dopo che gli armeni ortodossi hanno convenuto sul calendario gregoriano, non vuole tornare indietro.

«Tutti parlano di unità, ma le Chiese sono strutturate in maniera completamente autonoma», dice padre Pierre Masri, greco-cattolico, professore all’università di Aleppo e consultore del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. «Sono piramidali e autosufficienti: patriarca, sinodo, vescovi, preti. E possono vivere la vita ecclesiastica senza tener conto degli altri. Tant’è che non c’è una struttura che permette un confronto: ad Aleppo siamo cinque comunità cattoliche, ma tra noi preti non ci incontriamo mai. Insomma: tante tradizioni sono troppe per una minoranza così limitata come è quella cristiana».

I numeri dicono che, in totale, la comunità cristiana conta non più di un milione e mezzo di fedeli, tra il 10 e il 15 per cento della popolazione, a maggioranza musulmana. Padre Masri, che dirige tra l’altro la biblioteca spirituale di Aleppo, giovane istituzione che sta raccogliendo consensi anche tra universitari musulmani, sostiene che, se in passato la diversità era giustificata dal fatto di avere culture vive – siriaca, greca, armena –, «una volta passati a quella araba, le diversità sono comprensibili solo per gli addetti ai lavori. Per i giovani sono senza senso. E ai musulmani non testimoniano l’unità dei cristiani».

È questo il senso della proposta lanciata da monsignor Battikha: ritrovarsi sotto la comune denominazione di "Chiesa araba". «La Chiesa ha sempre una collocazione geografica, sin dai tempi di san Paolo», dice l’arcivescovo melchita. «Dopo aver sopportato le divisioni del passato, quello che oggi può unirci è la visione del futuro: siamo tra un popolo arabo, che non vuol dire musulmano. E condividiamo gli stessi problemi: l’essere una minoranza, l’educazione della gioventù, l’emigrazione dei cristiani, la pace con Israele».

Una proposta che per alcuni è solo una faccia della medaglia. «Si deve capire che quando si difende un’identità – caldea, siriaca, armena – si difende una libertà»: con toni pacati il vescovo caldeo di Aleppo, monsignor Antoine Aude, gesuita, spiega che la difesa di una cultura non è espressione di fanatismo, ma «del diritto a essere differenti dagli altri, pur nella comunione». Questa antica Chiesa "nestoriana", che nel 1551 ha scelto la comunione con Roma e che oggi è presente soprattutto in Iraq, non intende rinunciare al suo patrimonio. «Dobbiamo essere coscienti che apparteniamo alla cultura araba senza complessi e questa è la lingua da usare per essere testimoni. Dobbiamo trovare una via ecumenica, ma senza rinunciare alla nostra tradizione liturgica e spirituale», dice Aude.

Se le gerarchie faticano a incontrarsi, un luogo in cui si ritrovano in pellegrinaggio tutti i cristiani è la cittadina di Maalula, ai piedi della catena dell’Antilibano, dove ha sede il convento di santa Tecla, Deir Mar Takla, e dove si parla l’antico dialetto aramaico dei tempi di Gesù. Seguace di Paolo, tra le prime martiri cristiane, sulla tomba di Tecla anche i musulmani si recano per chiedere benedizioni.

Delle relazioni amicali con i vicini di fede islamica, la gente e i sacerdoti parlano volentieri. Più dolente è il tasto della libertà di coscienza: «C’è libertà di culto, anche maggiore che in altri Paesi», sostengono tutti i vescovi interpellati. «Ma vorremmo che ciascuno fosse libero di poter scegliere la sua religione», osserva monsignor Chahda. Oggi è già meglio di ieri, dicono. E sperano nel futuro, mentre la comunità cristiana continua ad assottigliarsi, a causa della forte migrazione.

Di come la vicenda dei cristiani in Siria vada comunque letta nel complesso scacchiere mediorientale lo racconta la piccola croce tatuata sul braccio di un anziano muratore, che lavora al restauro della splendida cattedrale siro-cattolica di Aleppo. La data segnata accanto alla croce è quella del pellegrinaggio compiuto a Gerusalemme. Era prima della guerra con Israele. Oggi le frontiere sono chiuse. E la Terra Santa, per i cristiani di Siria, rimane un sogno a portata di mano, eppure proibito.

Le Chiese in Siria
In Siria ci sono 6 Chiese particolari cattoliche (melchita o greco-cattolica, siriaca, armena, maronita, latina e caldea) e 4 ortodosse (greca, siriaca, armena, assira). La più numerosa è la greco-ortodossa (500 mila). Seguono 200 mila melchiti, 50 mila armeni ortodossi, 60 mila siro-ortodossi e 40 mila siro-cattolici, 20 mila armeni cattolici, 25 mila maroniti, 12 mila caldei, 8 mila assiri, 3 mila latini e poche migliaia di protestanti. La prima evangelizzazione della Siria si fa risalire alla predicazione del discepolo Addai (Taddeo), uno dei settanta, che dopo la Pentecoste sarebbe andato a Edessa. Risale al 34 la conversione di Paolo, sulla via di Damasco. La prima missione dell’apostolo ad Antiochia risale al 46-48. Nella capitale siriana per la prima volta tutti i discepoli di Gesù, giudei e non giudei, vennero chiamati "cristiani" (Atti 11,26). Tra il IV e V secolo si assiste a una fioritura del monachesimo, con migliaia di asceti, monaci e cenobiti. Non lontano da Aleppo sorge la basilica di Qalaat Simaan, eretta sul luogo dove, per 37 anni (dal 422 al 459), san Simeone lo stilita visse su una colonna alta 18 metri.

Intervista a Mons. Diego Causero

«È una Chiesa fatta di cristiani che si sentono parte dell’unità araba». Monsignor Diego Causero è nunzio apostolico in Siria dal 1999. Con lui cerchiamo di tracciare l’identikit della comunità cristiana in un Paese a maggioranza islamica. «Nell’immaginario collettivo, soprattutto in Occidente, l’arabo è musulmano. Qui i cristiani rivendicano il diritto di cittadinanza del cristianesimo in terra araba, dove è nato; ed esprimono un giudizio negativo sulla civilizzazione occidentale, europea e americana, dalla quale si sentono giudicati con disprezzo e superiorità, sia i cristiani che i musulmani».

Eppure tanti cristiani arabi emigrano per andare in Occidente. Perché?

«Molti partono perché si sentono minacciati, non vedono chiarezza nel futuro e pensano che in un Paese cristiano staranno meglio, anche se poi non è sempre vero. La convivenza abbastanza tollerante che è sempre esistita tra cristiani e musulmani, adesso si sta polarizzando e gli estremisti hanno più voce in capitolo».

Come sono i rapporti a livello istituzionale?

«A livello di base ci si conosce, si vive insieme da secoli nel rispetto reciproco. Questo non vuol dire che si conoscano le reciproche differenze dal punto di vista religioso, né che ci siano rapporti ufficiali o istituzionali. In Siria lo statuto di libertà religiosa dei cristiani è probabilmente il più ampio tra i Paesi a maggioranza musulmana. Sulla libertà di coscienza ci sono le regole dettate dalla tradizione musulmana».

Cioè?

«Non si può passare da una religione all’altra, la conversione è considerata reato dall’establishment religioso e avversata dal costume sociale. Né sono possibili matrimoni misti. E nel caso si facessero figli, sarebbero automaticamente considerati musulmani».

Esistono attività o iniziative di dialogo interreligioso?

«No, ma a livello personale alcuni, laici e preti, si interessano al dialogo interreligioso».

E a livello ecumenico?

«Un’istanza dove tutte le Chiese cristiane possano incontrarsi in maniera regolare e ordinata non esiste».

Come sono i rapporti tra le diverse Chiese cristiane?

«In genere sono abbastanza fraterni. Ci sono luoghi dove questo è più accentuato: ricordo una diocesi in cui si celebrava la prima comunione un anno nella cattedrale cattolica e quello successivo nella chiesa ortodossa. Li si lasciava fare, su consiglio di Roma».

(da Jesus, dicembre 2003)

 

 

 

 

Ultima modifica Martedì 20 Marzo 2012 15:28
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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