Sabato, 19 Agosto 2017
Lunedì 16 Agosto 2004 23:07

La mistica nell'anima russa

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di Sergio Mercanzin

"Spagna e Russia, due nazioni incinte di Dio". L'affermazione è dello scrittore di origine romena E. M. Cioran, nella sua opera Lacrime e santi, pubblicata nel 1937 (l'anno in cui arrivò a Parigi per restarvi).

"Russia e Spagna, due nazioni incinte di Dio". E Cioran continua, nel suo stile acceso di estasi e furia, che rivela la frequentazione appassionata dei mistici: "Altri Paesi si accontentano di conoscerlo, ma non lo portano in sé... Per noi la Spagna è una fiamma, per Dio un incendio ... La Russia, con l'intera Siberia, arde insieme alla Spagna e al cielo stesso"(1).

Interessante coincidenza: oggi nella mistica Spagna mi è data occasione di parlare della mistica Russia.

L'affermazione di Cioran, almeno per quanto riguarda la Russia, è meno paradossale di quanto possa sembrare. Il grande pensatore russo V. Solov'ev ha scritto: "il carattere eminentemente religioso del popolo russo, come la sua tendenza mistica nella filosofia, nella letteratura e nell'arte, sembra riservare alla Russia una grande missione religiosa. Se la Russia è chiamata a dire la sua parola al mondo, questa parola non risuonerà dalle brillanti regioni dell'arte e delle lettere, né dalle superbe altezze della filosofia e della scienza, ma dalle cime umili e sublimi della religione "(2).

Queste parole, di cento anni fa, meritano attenzione, perché esprimono una concezione, familiare ai russi in passato, ma viva anche oggi.

Mi piace citare una seconda volta il folgorante Cioran: "Un popolo ha per missione di rivelare...di farci scoprire uno dei volti di Dio"(3). Quale dei suoi volti ci ha fatto scoprire la Russia? Stando a uno studioso, P. Tomàs Špidlìk, gesuita, professore al Pontificio Istituto Orientale di Roma, non c'è dubbio: il volto di Dio che la Russia ci svela è il volto dell'uomo, il volto dell'uomo come icona di Dio, come volto di Dio.

Špidlìk apre il suo recente volume intitolato L'idea russa (4) con un lungo capitolo sulla concezione che i russi, filosofi, teologi, scrittori, hanno dell'uomo, concezione che egli definisce teologia antropologica e antropologia teologica. Egli cita il teologo russo P. Evdokimov, il quale, convinto che l'apparizione del Cristo è il fondamento dell'antropologia, afferma: "Già con la sola sua creazione, a immagine di Dio uno e trino, l'uomo si pone come vivente enigma teologico; egli diventa il luogo teologico per eccellenza" (5).

I pensatori religiosi russi sono convinti che nella persona umana c'è qualcosa di increato: il suo essere immagine di Dio.

Fondamentale per la persona è la libertà, e anche questa è vista come una caratteristica divino-umana, perché essa non può essere che cristologica e spirituale. Cristo è l'apice della libertà, ed è in lui che noi saremo veramente liberi, come dice san Paolo (Gal 5,1).

In Occidente, la teologia scolastica cercava accuratamente di distinguere nella persona ciò che è umano da ciò che è divino, il naturale dal soprannaturale. I russi, al contrario, hanno assimilato e sviluppato la nozione di divinizzazione ereditata dai padri greci. Il termine divinizzazione è piuttosto raro. Il termine tipicamente russo è divino-umanità (bogoc'elovèc'estvo) concetto che rimanda immediatamente alla divino-umanità di Cristo, perfetto Dio e perfetto uomo.

Volto di Dio, volto di Cristo, volto dell'uomo, dunque.

Trovo commovente questa pagina di E. Evtušenko, poeta e scrittore russo, vivente: "Nel 1944 tornammo a Mosca, mia madre e io, e fu la prima volta nella mia vita che vidi dei nemici. Erano, se non ricordo male, 25 mila prigionieri tedeschi che dovevano attraversare le strade della città, in lunghissima colonna. I marciapiedi erano gremiti di gente, trattenuta indietro da soldati e poliziotti. Una folla immensa. Tutte donne, donne russe con mani da uomo, deformate dalla fatica, con labbra che non conoscevano rossetto, spalle magre, ossute... A ognuna di esse, con ogni probabilità, i tedeschi avevano portato via o il padre, o il marito, o il fratello, o il figlio.

C 'era odio negli occhi di quelle donne che stavano aspettando la colonna dei prigionieri e guardavano ansiosamente in cima alla strada. Finalmente comparvero. Davanti c 'erano i generali: marciavano con il volto superbo, le mascelle serrate. Gli angoli delle loro labbra erano asciutti: portavano dipinto il disprezzo. In quel modo essi volevano riaffermare la loro aristocratica superiorità sulla plebe che li aveva vinti. Le mani operaie delle donne, al loro passaggio si strinsero a pugno. ‘Puzzano d'acqua di colonia, quei farabutti!’, gridò una voce tra la folla e i soldati e i poliziotti dovettero spingere con tutta la loro forza per tenere indietro le donne che volevano rompere lo sbarramento. All'improvviso successe una cosa quasi straordinaria. Dietro ai generali, vennero avanti i soldati: magri, sporchi, la barba lunga, la testa bendata con fasce insanguinate. Alcuni s'appoggiavano alle stampelle, altri alla spalla dei compagni incolumi. Tenevano la testa bassa. Più nessuno urlò. Un silenzio di morte corse per la strada. Si sentiva solo il rumore delle suole e delle stampelle sul selciato. 'Lasciatemi passare' disse una donna con dei grandi stivaloni russi, mettendo una mano sulla spalla di un poliziotto. Era talmente deciso il tono e la richiesta, che il poliziotto le lasciò il passo, come se avesse udito un ordine. Avvicinatasi alla colonna dei prigionieri, la donna estrasse dal suo giubbotto un pezzo di pane nero, gelosamente custodito dentro un fazzoletto, e lo porse a uno dei soldati tedeschi, uno di quelli che si trascinavano con maggior fatica.

Altre donne seguirono il suo esempio e gettarono pane, sigarette e altra roba ai soldati tedeschi. Questi, d'incanto, avevano cessato di essere dei nemici: adesso erano degli uomini, nient 'altro che degli uomini" (6).

È una pagina che trovo commovente, ripeto. E non solo per quello che vi è detto, ma di più per quello che forse vi è sottinteso. Viene descritta una repentina trasfigurazione di volti e di sentimenti. Il volto del nemico diventa il volto di un uomo, il sentimento di odio diventa sentimento di compassione. "Successe una cosa quasi straordinaria", commenta Evtušenko. A me sembra qualcosa di più. Vi leggo la stessa brusca sospensione delle leggi della natura, la stessa repentinità del miracolo. E quelle donne, figlie del popolo russo, non avranno forse visto, in tutti quei volti disgraziati, moltiplicato il volto di Cristo, prigioniero e spinto al calvario?

NOTE


(1) E. M. Cioran, Lacrime e Santi, Milano 1990, p. 63
(2) V. Solov’ev, La Russia e la Chiesa Universale, Milano 1947, p. 59
(3) E. M. Cioran, Lacrime e Santi, op. cit., Milano 1990, p. 63
(4) T. Špidlìk, L’idea russa, Roma 1995, p. 17
(5) ivi.
(6) E. Evtuschenko, Autobiografia precoce, Milano, s.d.

IL CRISTO RUSSO: KENOTICO E BELLO

Il Cristo tipico del credente russo è proprio quello definito kenotico. Secondo l'espressione di san Paolo, nella lettera ai Filippesi, Cristo "spogliò sé stesso (kenosi, in greco), assumendo la condizione di schiavo" (2,7) e "umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (2,8).

Esiste un Cristo fiammingo, un Cristo spagnolo, un Cristo greco, esiste anche un Cristo russo. Secondo il pensatore russo Evdokimov, il Cristo russo è il Messia kenotico, l'umile fratello degli umiliati (7).

Secondo il filosofo Berdjaev, questa preferenza si è manifestata già tempi del cristianesimo russo (8).

Scrive il poeta russo Tjutc'ev (1893 - 1873):

"Sotto la grave croce gemendo,
in lungo e in largo, o mia terra natale,
il re dei cieli, a rozzo schiavo eguale,
è passato su te, benedicendo".

Il Cristo kenotico del versetto 7 del capitolo secondo della lettera di san Paolo ai Filippesi, al versetto 9 diventa subito il Cristo glorificato: "Perciò Dio lo ha esaltato sopra tutte le cose e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome".

Venerdì Santo e Pasqua di risurrezione sono inseparabili. Il Cristo unifica l'ultima contraddizione: l’umiliazione e la gloria, la sofferenza e la beatitudine, la vita e la morte.

"Ti contemplo crocifisso, ma ti adoro come re", pregava un Padre della Chiesa. Uomo dei dolori eppure bello. Dostoevskij ha scritto nel Diario di Raskolnikov: "Esiste nel mondo una sola e unica figura positivamente bella, Cristo. Questa figura infinitamente bella è senza dubbio un miracolo perpetuo". È una frase che ne riecheggia un'altra, forse la più famosa di questo scrittore: "La bellezza salverà il mondo" (9), affermazione suggestiva, mistica e misteriosa.

NOTE


(7) P. Evdokimov, Cristo nel pensiero russo, p. 41
(8) N. Berdjaev, L’idèe russe, p. 13
(9) F. Dostoevskij, L’idiota, Firenze 1961, p. 470

PECCATO E PECCATORE

I russi sono, o almeno si considerano, grandi peccatori. Ripetono innumerevoli volte: "Signore, pietà di me peccatore", nella liturgia e nella devozione privata. Il pellegrino russo, personaggio commovente ed emblematico della spiritualità russa (da cui l'omonima opera, notissima), coltivava un unico sogno: riuscire a pregare sempre, ininterrottamente. E la sua preghiera, l'unica sua preghiera, era questa: "Signore Gesù, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore". Alla fine arriverà alla meta: quella preghiera è sempre sulle sue labbra di giorno e di notte. Il battito della labbra accompagna il battito del cuore.

La coscienza del peccato è importantissima.

Il grande e mite santo russo Nilo di Sora ha lasciato scritto nel suo testamento:

"Gettate il mio corpo nel deserto. Che gli animali selvatici e gli uccelli lo divorino, perché ha molto peccato contro Dio e non è degno di sepoltura. Supplico tutti di pregare per la mia anima peccatrice".

È uscito recentemente un romanzo di uno scrittore scandinavo, Henrik Stagenrup, L'uomo che voleva essere colpevole (1992). Un uomo, dopo una lite violenta uccide la moglie. Una storia come tante. Ma quell'uomo uccide con una precisa motivazione. In una società che ha bandito il concetto di peccato, quell'uxoricida vuole attestare la propria responsabilità e la propria colpa, per poter ricevere un perdono, di cui non può fare a meno per vivere da uomo. Questo non può succedere in Russia, dove invece abbonda la coscienza del proprio peccato.

C'è un misticismo anche nel peccare: il peccato ribadisce la distanza tra l'uomo "generato nel peccato", come dice la Bibbia, e "il Dio tre volte santo ". Il peccato dà la coscienza certa che l'uomo ha bisogno dell'infinita misericordia di Dio: in essa si perde, in essa si salva. C'è perfino una gioia mistica nel peccare. E come ripetere la felix culpa di cui parla il celebre inno della notte di Pasqua: colpa felice, poiché ci meritò un tale Salvatore, Cristo.

"Peccare senza vergogna e senza sosta,
perdere il conto dei giorni e delle notti,
e con la testa pesante di ubriachezza
insinuarsi nel tempio del Signore".

È un brano di una famosa poesia di A. Blok (1880 - 1921), considerato il più grande dei simbolisti russi.

Questo peccare in abbondanza, per poi insinuarsi nel tempio del Signore, per riceverne il perdono in sovrabbondanza, sembra l'avveramento di quanto scrive san Paolo ai Romani: "Dove abbonda il peccato, là sovrabbonda la grazia" (5,20). C'è un personaggio russo che più di ogni altro illustra questa verità: lo zar Ivan il Terribile. L'aggettivo terribile, traduzione approssimativa dell'aggettivo russo grosnij (dal sostantivo grosà, che significa temporale, tempesta, terrore, minaccia) ha anche il senso religioso di tremendo, come tremende erano certe epifanie di Dio, nell'Antico Testamento.

Già nel soprannome, il popolo credente ha dato una lettura mistica della personalità e dell'opera di questo zar. Sanguinario e crudele fino alla leggenda, dedicò gli ultimi anni della sua vita a compilare delle liste sinistre di tutte le persone da lui uccise, compresi figli e figlie. Eserciti di scrivani furono assoldati per registrare i nomi delle sue innumerevoli vittime. Dall'anno 1583 queste liste iniziarono ad arrivare ai monasteri di tutta la Russia, insieme a generose donazioni dello zar, perché i monaci pregassero e celebrassero Messe per tutte quelle anime (10).

Peccare e pentirsi, possono essere due tormenti, ma anche due forme di voluttà e di estasi.

NOTE


(10) Cfr. R. Payne, N. Romanoff, Ivan il Terribile, Milano 1981

SANTI RUSSI

Sono infiniti i tipi di santi. Così diversi tra loro eppure cosi simili se non addirittura identici a Cristo, come vengono soprannominati dai russi. La Russia ha ricevuto la fede cristiana da Bisanzio, ma non è affatto la copia di Bisanzio, La Russia ha santi russi, tipicamente russi, perché non ha copiato, ma creato:

1. I sofferenti della passione (in russo strastoterpcy), quelli che hanno sofferto una passione simile a quella di Cristo, perché come lui non hanno voluto sottrarvisi. Sofferenti della passione sono i due primi santi russi, Boris e Gleb, principi e fratelli. Quando vedono che il fratello Sviatopolk, per motivi politici, li vuole uccidere, essi congedano le proprie milizie che vogliono opporre resistenza. "Tremanti di fronte alla morte - dice una biografia - eppure inflessibili". Affascinati dal Cristo kenotico, sofferente, vogliono assomigliargli non solo in vita ma anche in morte. Cinque anni dopo il popolo li proclama santi.

2. I pazzi per Cristo (in russo jurodivyie). Essi rinunciano a qualunque sapienza umana, rifuggono la stima altrui, anzi con la loro condotta ricercano il disprezzo. Qualcuno si muove in totale nudità, qualcun altro con delle catene addosso, uno vive su di un letamaio, un altro ancora sputa sulle chiese, perché piene di ipocriti, e bacia invece le case di tolleranza, per gridare così l'amore di Dio verso i peccatori. La chiesa più famosa della Russia, quella dalle tante cupole colorate che si erge sulla Piazza Rossa, a Mosca, è dedicata a San Basilio il Beato, un pazzo per Cristo, vissuto nel XVI secolo. Nessun popolo cristiano al mondo può contare tanti pazzi per Cristo quanti la Russia.

3. Gli starcy. La parola starec (plurale starcy) significa anziano, vegliardo. È un monaco che ha raggiunto la maturità spirituale, esperto nell'arte ascetica, nella preghiera, dall'intensa vita interiore e capace di guidare gli altri. San Serafim di Sarov diceva: "La prima qualità di uno starec deve essere l'amore per quelli che dirige, e questo amore deve essere materno".

Lo starcestvo esisteva tradizionalmente nei monasteri russi fin dal principio, ma una vera fioritura si nota dal tempo di Paisij Velic'kovskij (1722-1794). Nel 1800, un discepolo di Paisij, Teofane, giunse a Optina, un monastero del governatorato di Kaluga. Con l'arrivo di Teofane, cominciò anche qui una nuova vita. La fama del monastero si diffuse ancora di più con la venuta dello starec Leone Nagolc'in (1768-1841). L'influenza di questo starec divenne subito enorme, non solo nella comunità, ma anche fra la gente dei dintorni e fra i numerosi pellegrini.

La tradizione era ormai avviata e poté subito continuare grazie al successore di Leone, lo starec Macarij Ivanov (1788-1860). Per opera di lui, il monastero di Optina entrò in fecondi rapporti con letterati e studiosi.

Ambrosij Grenkov (1812-1891) è incontestabilmente la figura più nota e famosa tra gli starcy di questo monastero. In lui, era straordinario soprattutto il dono di comprendere immediatamente l'animo del suo interlocutore. Fu questo dono che tanto impressionò Dostoevskij, il quale fece il ritratto di Ambrosij attraverso la veneranda figura di Zosima, nel romanzo I fratelli Karamazov.

SAN SERAFIM

Dei tanti santi dati al mondo dalla terra russa, vorrei nominarne almeno due: san Serafim di Sarov e san Silvano del Monte Athos, per la loro grandezza e perché la loro devozione si sta diffondendo anche in Occidente. San Serafim (1759-1883) è un mistico di prima grandezza, canonizzato dalla Chiesa russa nel 1903. È forse il santo più amato e venerato dalla gente russa, ed è l'icona classica della santità russa, il santo serafico, cosi parallelo a Francesco di Assisi da essere chiamato il somigliantissimo al Cristo umile e kenotico, dolce e mite di cuore, che attira gli sguardi di tutti coloro che, rifiutando l'intelligenza dei sapienti di questo mondo, hanno aderito alla stoltezza della croce.

Il suo cuore bruciante d'amore per gli uomini, i bambini, gli animali della foresta, per la terra, lo ha reso un testimone della trasfigurazione dell'uomo e della natura. La gioia lo animava sempre. "Gioia mia, Cristo è risorto", dice va a ogni creatura.

Il confidente di Serafim era un giovane nobile, Nikolaj Motovilov. Importante per conoscere la dottrina spirituale di Serafim, è il famoso Colloquio con Motovilov. Un giorno il santo gli dice: "Fine della vita cristiana è l'acquisizione dello Spirito Santo", ma Motovilov non è soddisfatto: "Ho bisogno di capire meglio!". Allora Serafim lo prende per le spalle e affermando che ambedue sono nella pienezza dello Spirito gli dice: "Perché non mi guardi?", e Motovilov risponde: "Non posso, padre mio, dei lampi brillano nei vostri occhi, il vostro volto è diventato più luminoso del sole. Mi fanno male gli occhi". "Non temere, amico - riprende Serafim - anche tu sei diventato luminoso come me". Contemporaneamente, Motovilov esperimenta "una pace, una gioia, una dolcezza inesprimibili ", accompagnate da un gran "calore" e da un soavissimo "profumo". Serafini soggiunge: "D 'ora in poi non dovrai più farmi domande, caro amico di Dio, su come si manifesta la presenza dello Spirito nell'uomo. Questa esperienza ti rimarrà per sempre impressa nella mente... So che Dio ti aiuterà, perché non è stata concessa solo per te, ma attraverso te, al mondo intero (11).

NOTE


(11) I. Goraìnoff, Serafim di Sarov, Torino 1989, pp. 107 ss

SAN SILVANO

Silvano del Monte Athos (1866-1938), "un santo senza frontiere, un mistico della Chiesa universale ed eterna, un uomo diventato, da peccatore qual’era, pura preghiera, audace intercessione per tutti gli uomini e tutte le creature, un monaco testimone dell’Amore assoluto di Dio ... la cui gigantesca statura spirituale non cessa di crescere e di essere esplorata dai cristiani di ogni confessione che trovano in lui un 'contemporaneo', un uomo tanto 'consonante' e così 'prossimo' nell'instancabile ricerca di Dio, nell'affascinante avventura della fede Silvano, in grande semplicità e trasparenza, ha annotato giorno dopo giorno, con estrema facilità e cuore da fanciullo, ciò che la sua anima arrivava a conoscere del Signore attraverso lo Spirito Santo". Così lo presenta al pubblico italiano il monaco Enzo Bianchi, che continua: "Se Francesco di Assisi fu assimilato a Cristo sulla croce del Golgotha, mediante le stigmate... Silvano dell 'Athos, parallelamente, fu reso simile al Signore scendendo agli inferi, senza mai disperare" (12).

Silvano è stato canonizzato di recente, nel 1988, dal Patriarca Dimitrios I di Costantinopoli, a 50 anni esatti dalla morte.

Silvano ha accenti mistici di straordinaria commozione. Voglio citare almeno due sue affermazioni. La prima: "Se pensi di andare all'inferno, sappi che anche là potrai sempre cantare l'amore di Dio" (13). La seconda: "Ho offeso Dio, il mio amato. E se il Signore mi accogliesse in Paradiso, anche là piangerei e soffrirei perché ho amareggiato il Dio che amo" (14).

Il mistico Silvano capovolge ogni logica: si può cantare all'inferno, si può piangere in Paradiso.

NOTE

(12) Silvano del monte Athos, Ho sete di Dio, Torino 1992, p. 9
(13) Silvano del monte Athos, Non disperare, Vercelli 1994, p. 9
(14) ivi, p. 67.

LA LITURGIA

Anche nella Liturgia, anzi specialmente nella Liturgia, spira con forza il misticismo russo.

Il cristianesimo russo è figlio della Liturgia. Secondo l'antica Cronaca russa del XII secolo, il principe Vladimir, poi Santo (+1015), desideroso di scegliere una religione, mandò i suoi ambasciatori presso i bulgari musulmani, presso i chazari ebrei, presso i tedeschi cattolici. I messi, di ritorno, riferirono a Vladimir:

"...Alla fine andammo a Bisanzio, dai greci, ed essi ci condussero al loro servizio divino e noi non capivamo se ci trovavamo in cielo o sulla terra, giacché sulla terra non v 'è spettacolo di tal genere e tale bellezza, che neppure sappiamo descrivere con parole ciò che abbiamo veduto. Sappiamo soltanto che qui gli uomini si trovano in presenza di Dio e che il loro servizio divino è migliore di quel/o di ogni altro paese. Non potremo mai dimenticare tanta bellezza..." (15).

Non è un caso che uno dei primi grandi scrittori russi, il più grande secondo molti, N. Gogol, (1809-1852) abbia scritto le sue famose Meditazioni sulla divina Liturgia. Proprio lui, il dolente e ironico autore di tante opere, fra le quali Le anime morte, che trovava cosi noioso il mondo, ha avuto accenti estatici davanti alla Liturgia.

Chiamata cielo sulla terra, e dolcezza della Chiesa, la Liturgia è una teologia vissuta, e una visione anticipata della bellezza divina del regno, tutta centrata sulla Pasqua, mistero di morte e di risurrezione del Cristo.

La festa della Risurrezione è la solennità di tutte le solennità e la più cara delle feste popolari, durante la quale tutti si salutano: "Cristo è risorto!", "È veramente risorto!".

P. Evdokimov, nella sua opera L 'Ortodossia, scrive: "Le chiese ortodosse sono piene di luce, di calore, di intimità, perché ogni punto delle pareti è animato (per mezzo delle icone) e rappresenta il cielo, mettendo l'uomo in comunione con i suoi veri avi: gli angeli, i profeti, gli apostoli, i martiri, i santi; l"uomo è veramente in visita presso Dio, nel cielo.

Attraverso 1'icona, il culto liturgico, i riti che partecipano in modo del tutto naturale alla vita quotidiana nei suoi particolari, la Bibbia diviene meravigliosamente vivente e il cielo vicino, intimo, quasi palpabile. È (...) una visione della natura in Dio che rende trasparente ogni cosa e permette di afferrare la presenza invisibile. (...) I ceri coronati di fiamma dicono l'ardore della fede, le vite dei santi, cantate negli inni e descritte dalle icone, attestano che gli appelli divini dei santi evangeli sono attuali e si rivolgono a tutti. (...) La nube d'incenso continua il movimento delle braccia del sacerdote levate in alto (...) la benedizione della croce, sui quattro punti cardinali dell'universo, fa inchinare tutto il mondo materiale sotto l'energia santificante della grazia" (16).

Anche la natura, immersa nell'attesa della sua liberazione, fiorisce in Liturgia cosmica, come esperimentava il pellegrino russo.

"Alberi, erbe, uccelli, terra, mare, luce, tutti mi dicevano che esistevano per 1 'uomo ed erano testimoni dell'amore di Dio per l'uomo; tutto pregava, tuffo cantava la lode di Dio" (17).

"L 'ortodossia non ha mai ammesso nella chiesa l'uso degli strumenti musicali, di suoni senza parole, perché...soltanto la voce umana può rivestire la dignità del responsorio al Verbo di Dio... e il coro che canta unanime è l’espressione più adeguata del Corpo (di Cristo) unito al coro degli angeli" (18).

NOTE


(15) Anonimo, Racconto dei tempi passati, Torino 1971, p. 63
(16) P. Evdokimov, L’ortodossia, Bologna 1981, pp. 346-347
(17) ivi, p. 348.
(18) ivi.

IL TEMPIO

"Solitamente le chiese russe non colpiscono per la loro imponenza e altezza come le cattedrali gotiche europee. I russi solevano giustificare la circostanza con l'argomento che, benché ingenuo, non è privo d'interesse. 'Noi - dicevano -non abbiamo bisogno di slanciarci verso l'alto, verso il cielo. Dio abita già in mezzo a noi, in Russia'. Per questo motivo, alla spasmodica tensione gotica verso il cielo si contrappone in Russia, quaggiù nel tempio stesso, la rotondità e pienezza di una conclusa beatitudine. Secondo me la specificità dell'architettura sacra russa è legata all'idea del 'Pokrov' cioè della protezione divina. E il tempio è esso stesso protezione: da qui la prevalenza delle forme tonde su quelle alte e aguzze. Da qui il senso di calore e intimità, di riparo e difesa che si prova entrando in una chiesa russa.

Gli stranieri di passaggio restavano spesso meravigliati del fasto delle chiese russe. Li stupiva, e qualche volta li irritava, l'ingenua munificenza dei russi nell'abbellimento di templi e icone. Essi non capivano che nella chiesa la popolazione cercava non semplicemente un luogo di preghiera, ma il cielo in terra'. E qui veniva anche soddisfatta la passione, spontanea e immediata, della Russia per tutto ciò che è pittoresco e variopinto, il suo amore per i miracoli e l 'aspirazione a una loro visibile dimostrazione, la tendenza alla conferma materiale delle costruzioni metafisiche.

Espressione vividissima del tipo nazionale dell'antica architettura russa è, ad esempio, la chiesa dell'Intercessione della Madre di Dio, a Mosca (XVI secolo), più nota col nome di San Basilio. L 'olandese Struya, dopo aver visto questa chiesa, nel 1699 scrisse: 'E ben vero che si dice sia stata costruita sull'esempio del tempio di Salomone, ma non ho mai visto niente che le assomigli e che le stia alla pari'.

Il santo russo Kirill di Beloozero (XV secolo), fondatore di un famoso monastero del Nord, diceva al principe del luogo: 'In chiesa, mio sovrano, state con tremore e trepidazione, come se vi trovaste nei cieli: perché la chiesa mio sovrano, è il cielo in terra' " (19).

Ha scritto il filosofo russo E. Trubeckoj: "La cupola bizantina sopra il tempio raffigura la volta celeste che copre la terra ... La nostra 'cupola a bulbo' incarna in sé l'idea di un profondo ardore di preghiera verso i cieli per il cui tramite il nostro mondo terreno diventa partecipe della ricchezza dell'al di là. Questo coronamento del tempio russo è come una lingua di fuoco sormontata dalla croce e che punta verso di essa. Se si getta lo sguardo sul campanile moscovita detto 'Ivan il Grande', si ha l'impressione di avere dinanzi un gigantesco cero ardente nel cielo di Mosca; mentre le cattedrali del Cremlino e le chiese a molte cupole sono come degli enormi candelieri con tanti ceri. E non soltanto le cupole dorate esprimono quest'idea di orante ascesa. Quando guardi da lontano, sotto buona luce, un antico monastero russo o una città con la moltitudine dei templi che la sovrastano, pare che brillino tutti di fuochi multicolori. E questi fuochi scintillanti lontano, fra immense distese nevose, ti richiamano come una remota visione ultraterrena della città di Dio" (20).

NOTE

(19) A. Sinjavskij, in Corriere della Sera, 08/11/1981.
(20) E. Trubeckoj, Contemplazione nel colore, Milano 1989, pp. 6-7

L'ICONA

Nel tempio splendono le icone. Non solo nel tempio, anche nelle case, dove viene loro riservato l'angolo bello. Ma è nel tempio che esse sono nel loro giusto trono. Ed è durante la liturgia che esse ricevono tutto l'onore che meritano.

"Tutte le parti del tempio - afferma P. Evdokimov, - linee architettoniche, affreschi, icone, sono integrate nel mistero liturgico ed è forse questa la cosa più importante, perché non si comprenderebbe mai un'icona al di fuori di questa integrazione; la liturgia stessa, nel suo insieme, è icona di tutta l'economia della salvezza ... La liturgia terrena è icona della liturgia celeste e gli uomini sono icone del ministero angelico dell'adorazione e della preghiera.

Tutto è partecipazione e presenza...

In questo insieme grandioso, il fedele contempla il mistero di Dio, vede i suoi antenati, gli apostoli, i martiri, i santi presenti ...; liturgo con gli angeli, egli canta lo Spirito della Bellezza: 'nelle tue sante mani noi contempliamo i tabernacoli ed esultiamo di una gioia sacra" (21).

L'icona si sottrae alle leggi della natura, perchla statua - non ha prospettiva, non ha sorgenti di é non ha volume - come invece luce e quindi non ha ombre, i suoi movimenti sono sobri, i suoi gesti stilizzati, i suoi personaggi non hanno peso.

L'icona ha ricevuto e riceve definizioni di grande suggestione. Eccone alcune: finestra sul mistero, finestra sull'infinito, teologia della bellezza, contemplazione nel colore, arte dell’invisibile, Parola dipinta.

"Se un uomo ti chiede: 'mostrami la tua fede', tu lo porterai in una chiesa e lo metterai di fronte alle sacre icone", diceva san Giovanni Damasceno, perché l'icona, tramite la sua mistica bellezza, annuncia la fede; è in sé stessa dogmatica. L'icona realizza la teologia della presenza. Il concilio Costantinopolitano IV dell'896 afferma. "Ciò che il Libro ci ha detto con la parola, l'icona ce l 'annuncia con il colore e ce lo rende presente".

"Non si può comprendere la spiritualità ortodossa e russa in particolare, senza il culto delle icone. Quello che è il culto eucaristico extraliturgico nella Chiesa latina, con le sue visite e adorazioni, nella Chiesa ortodossa, che pure conserva l'eucaristia, è sostituito dalla venerazione delle icone, che manifestano la presenza di Cristo, della Vergine, dei santi, dei misteri della salvezza.

Nell'ortodossia, è impossibile svolgere qualsiasi rito senza le icone. L 'icona non è un semplice oggetto religioso, come un 'immagine per noi; è una realtà sacra, a cui va il culto sia familiare che liturgico" (22).

L'icona possiede, per questo, un carattere sacramentale, ossia è segno efficace di una presenza reale. L 'icona è spesso miracolosa: non solo consola e protegge, ma anche guarisce ed è fonte di grazie. Come l'eucaristia, l'icona ha una funzione di anamnesi, è come un memoriale, un'attualizzazione vivente di un momento della storia della salvezza.

Specialmente i pensatori russi hanno sviluppato tutta una 'metafisica delle icone', una 'teologia delle icone', una 'mistica delle icone': quello che i pensatori hanno elaborato teoricamente, i pittori di icone lo hanno realizzato come un 'esigenza interiore, mistica e anche estetica della loro vita spirituale, guidata dalle norme immutabili della sacra tradizione degli antichi Padri'' (23).

"C 'è anche un 'altra circostanza da rilevare che ha intensificato il culto delle icone e le ha rese più somiglianti a Cristo: anch'esse sono state martirizzate come Cristo e il martirio è la manifestazione massima della carità. Con 1 'iconoclastia (dal 726 all '842) le icone hanno ricevuto il battesimo del fuoco, fate a pezzi, si mescolarono col sangue dei martiri... (24).

La bellezza dell'icona non è una bellezza quotidiana, terrena, ma è un 'ascesa verso il Creatore, un'arte comunionale, ecclesiale, che riporta al Creatore tutti quanti, esecutori e spettatori, in un 'unità dove è difficile stabilire chi sia l'autore: l'artista o coloro che completano l'icona con le loro preghiere e la loro fede" - ha detto l'iconografo russo Adol'f Ovc'innikov (25).

Di misticismo è piena la vita, l'arte, la musica, la letteratura, la filosofia della Russia, perfino la politica. Un teologo russo contemporaneo, A. Kartasev, ha scritto: ''I1 russo ha chiamato sé stesso, il suo popolo, la sua terra, il suo governo, la sua Chiesa con un nome speciale 'la santa Russia'. Neppure uno degli altri popoli cristiani ha avuto il coraggio di fare altrettanto'' (26).

NOTE


(21) P. Evdokimov, L’ortodossia, op. cit., p. 325
(22) G. Manzoni, La spiritualità della Chiesa ortodossa russa, Bologna 1993, p. 577
(23) ivi, pp. 578-579
(24) ivi, p. 581
(25) In La nuova Europa, gennaio/febbraio 1994, p. 56
(26) A. Kartasev, Pravoslavie i Rossija, (L’Ortodossia e la Russia) in S. Verchovskoj, Pravoslavie v zizni, New York 1953, p. 192

BIBLIOGRAFIA

 

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E. Trubeckoj, Contemplazione nel colore, Milano 1989

Conferenza tenuta ad Avila (Spagna) il 9 agosto 1994
A cura del CENTRO RUSSIA ECUMENICA 00193 Roma – Vicolo del farinone 30

 

 

 

 

Ultima modifica Giovedì 15 Settembre 2011 12:09
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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