Domenica, 20 Agosto 2017
Martedì 04 Novembre 2008 23:38

“La cronaca dello Spirito Santo”. Alcuni elementi su San Paolo "ortodosso" (Vladimir Zelinskij)

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Paolo ci insegna che ogni essere umano porta quel mistero nel proprio cuore e può illuminarlo con la luce di Cristo. “Il suo cuore era quello di Cristo, la cronaca dello Spirito Santo, il libro della grazia”, dice San Giovanni Crisostomo.

Il mistero del “Cristo in voi”

L’icona ortodossa, di solito, non cerca di riprodurre la somiglianza del ritratto, ma di esprimerne l’esatta verità storica. L’icona ci svela un’altra realtà, ci insegna a vedere le persone che hanno vissuto nel passato nel loro oggi eterno – anzi, nel mondo che verrà, quando Dio sarà tutto in tutti. Gli abitanti di quel mondo non seguono sempre la storicità del fatto, ma si conformano alla verità dello Spirito, prendendo “parte nella gioia” del Signore (cf. Mt. 25). Così, in un’antica icona dedicata alla Pentecoste, vediamo San Pietro di fronte a San Paolo nel cerchio degli altri apostoli, cosa che lui in quel giorno non ha potuto assistere. In un’altra, Gesù stesso da il calice all’apostolo dei gentili – un avvenimento che non ebbe mai luogo. Ma immagini come queste sono nate all’interno della visione orientale della figura dell’apostolo dei gentili, per il quale l’incontro con Gesù sulla via di Damasco è diventato anche comunione con lo Spirito Santo, sorgente inesauribile della fede.

Il Consolatore… vi ricorderà tutto ciò che ho detto…” dice Gesù (Gv. 14, 26). Ma che cosa poteva ricordare Saulo di Tarso, il fariseo (cf. At. 26, 5), che non aveva mai incontrato il suo Maestro durante la Sua vita terrena? Dove aveva potuto sentire le parole dette e non dette di Gesù? Sembra che Paolo sappia tutto fin dall’inizio, insegnatogli dal Maestro interiore: “senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me…" (Gal. 1,16). Quell’incontro con Gesù faccia a faccia aveva anche un suo significato pneumatologico: il risveglio o la rivelazione nel cuore dell'Apostolo (e potenzialmente in ogni persona umana) – in cui lo Spirito scopre, manifesta, risveglia Cristo come Figlio di Dio, “del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell’universo” (Ef. 3,9).

Paolo ci insegna che ogni essere umano porta quel mistero nel proprio cuore e può illuminarlo con la luce di Cristo. “Il suo cuore era quello di Cristo, la cronaca dello Spirito Santo, il libro della grazia”, dice San Giovanni Crisostomo. Cristo abitava in Saulo prima che lui fosse diventato Paolo, dice lui stesso. "Quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me il suo Figlio perché lo annunziassi ai pagani…” (Gal. 1, 15-16). Ma questa predestinazione è universale. Il mistero rivelato si esplica nella predicazione. Ciò che è nascosto nella profondità di Dio è affidato agli uomini. D’un tratto San Paolo riesce a riconciliare l’ineffabile intimità della fede con la missione ai popoli, con il servizio alla gente, con la cattolicità della Buona Notizia destinata a tutti. Il segreto della fede in Cristo che vive nella Sua Parola e nello Spirito che la “ricorda”, la apre e la realizza, non è un tesoro da custodire nell’oscurità, ma una ricchezza da scoprire e da manifestare “ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria” (Col. 1, 26-27).

La comunione con il pensiero di Cristo

La “gloriosa ricchezza” del Signore rivelata a Paolo l’ha iniziato a ragionare nello Spirito e a conoscere il mondo nella Parola. Alla domanda del Libro della Sapienza e del profeta Isaia: “Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere?”, Paolo risponde: “Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1 Cor. 2, 16). In un attimo, come è spesso da lui, tutta la visione trinitaria si svela davanti a noi. Il “pensiero di Cristo” (νουν Χριστου) – il modo di sentire, di intendere, di vedere le cose come le vede e le vive Cristo stesso – significa che il nostro intelletto e “il Cristo che abita per la fede nei nostri cuori” (Ef. 3,17) hanno qualche sostanza in comune e questa sostanza si chiama Spirito Santo. La Sua presenza non deve essere accettata e creduta solo come una dottrina stabilita, ma conosciuta dall’interno con il “pensiero di Cristo” o con la sapienza messa nei concetti. In altre parole, la nostra conoscenza di Dio può essere paragonata all’icona – vera e al tempo stesso trasparente, poiché essa ci rivela il mistero della Trinità che c'incontra e ci ama. E quando invochiamo il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo siamo proprio al centro del Mistero aperto – quello dell’amore, spalancato davanti a noi, ma anche dentro di noi. Siamo al centro di questa luce che, come dice un inno bizantino, neanche i Cherubini e i Serafini sono capaci di sopportare.

Questa rivelazione del mistero trinitario vissuto nell’intelletto umano – che è stata data all’apostolo dei pagani – trova il suo sviluppo originale nella teologia di Massimo il Confessore (VII sec.). Il concetto paolino suggerisce a Massimo una sintesi della “filosofia cristiana” completamente originale ed organica. Nella sua prospettiva il “pensiero di Cristo che ricevono i santi” si situa nella visione trinitaria attraverso la presenza dello Spirito Santo, “in quanto guida di sapienza e di conoscenza” (Centurie gnostiche, II, 63) e con l’apertura verso il Padre, che “si trova naturalmente tutto intero, indiviso, in tutta la Sua Parola” (II, 71).

“Il pensiero di Cristo... non sopraggiunge per la privazione della nostra potenza intellettuale” (in altre parole i nostri sensi conservano le loro forze naturali), ma come “illuminando mediante la propria qualità la potenza del pensiero...”. La potenza del pensiero per San Paolo, secondo San Massimo, si trova nel suo logos, cioè, nell’idea o nel principio di ogni cosa, di ogni essere. Il logos costituisce la natura spirituale di qualsiasi creatura o, secondo le parole del vescovo ortodosso Basile Osborn, la sua “struttura interiore”. Qui non si tratta dell’analogia fra il divino e l’umano, ma del primo paradosso della conoscenza di Dio, che si realizza nel “pensiero di Cristo”. Così pensiamo ciò che non può essere pensato, tocchiamo ciò che non può essere toccato né con i sensi né con l’intelletto.

Il pensiero di Cristo” di san Paolo è uno dei tanti nomi del tesoro scoperto; significa la vera e propria comunione intellettuale – o comunione della ragione che si realizza nello Spirito Santo, il quale illumina ogni cosa vissuta nel pensiero. La mente si comunica al mistero di Cristo, al pensiero di Cristo nascosto in tutte le cose create, visibili ed invisibili, e “contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute” (Rom. 1, 20). L’arte della conoscenza mistica è l’arte della contemplazione: il dono di vedere tutte le cose nello Spirito o nel “pensiero di Cristo” immesso in tutte le cose.

La comunione dello Spirito Santo

Una volta san Paolo fece ai suoi discepoli di Efeso una domanda: "avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?". Ed essi, come racconta il libro degli Atti degli Apostoli, risposero: "Non abbiamo nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo" (19, 1-2). Nel vangelo lo Spirito Santo rimane ancora soltanto una Persona promessa. Con la rivelazione paolina l’immagine del Dio Trino comincia a chiarirsi. E’ stato lui, Paolo, che ha trovato un linguaggio umano almeno per sfiorare e far sentire l’azione e la presenza dello Spirito Santo.

Prima di tutto come amore divino: "l'amore di Dio è stato riservato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci ha dato" (Rom. 5, 5). “Il suggello dello Spirito Santo” (Ef. 1, 13) che noi riceviamo ci porta la libertà in Cristo (2 Cor. 3, 17) e la diversità dei carismi e dei ministeri. “A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1 Cor. 12; 4. 7). Si tratta dell’utilità che si realizza nella Chiesa come corpo di Cristo (cf. Ef. 1, 23).

L'opera dello Spirito, secondo Paolo, è la fede che si apre alla rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Ma questa rivelazione è anzitutto relazione con Lui e coinvolge tutta l'anima, tutto il nostro essere. “Lo Spirito di Dio abita in voi”, scrive Paolo ai Romani che hanno ricevuto il dono della fede (8, 27). Quando la fede manca o il peccato s’impossessa dell’anima umana, lo Spirito “viene in aiuto alla nostra debolezza” (Rom. 8, 26) e fa crescere i Suoi frutti (“amore, gioia, pace…”, Gal. 5, 22). Con i frutti dello Spirito “noi veniamo trasformati in quella medesima immagine” (2 Cor. 3, 18), che è l’immagine di Cristo. Questa visione della trasformazione (o della trasfigurazione) dell’essere umano ha comportato la nascita di una delle esperienze più profonde nella spiritualità orientale: quella della deificazione, della somiglianza dell’uomo al Dio incarnato.

 

“Il suggello degli apostoli”

“Dio è diventato uomo affinché l’uomo possa diventare dio per mezzo della grazia”, dicevano i Padri della Chiesa. La radice di questa idea la troviamo già in San Paolo. Siamo figli di Dio, afferma lui. “E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo… Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà esser rivelata in noi" (Rom. 8, 14-18).

Un’altra luce appare in queste righe: un regno che viene, che si costruisce in noi attraverso le sofferenze degli "eredi di Dio". Nel lungo e difficile processo di trasformazione delle nostre anime e dei nostri corpi per partecipare alla gloria del Regno, all'uomo è assegnata la parte più attiva. L'uomo diventa un collaboratore di Dio e questa collaborazione si fa nel travaglio del suo cuore e del suo Spirito. L'uomo si arrende, si abbandona puro e libero all'azione dello Spirito che lo conduce alla gloria, alla eredità in Dio, alla sua trasfigurazione in Gesù Cristo, nostro Signore.

Nella tradizione orientale questa collaborazione assume la forma della preghiera della purificazione del cuore, della lotta notturna e cosmica “contro gli spiriti del male” (Ef. 6, 12), per prepararsi ad accogliere Dio come Abramo accolse la venuta dell'Ospite Divino. Questa lotta è dura, ma lo Spirito è sempre con noi e, come dice San Paolo, "intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili". L’amore di Dio ci prepara all'eredità di Dio, il Suo Regno. Perché l'ultima tramutazione sarà la trasfigurazione di questo mondo caduco nel Regno di Dio (che inizia sempre dal cuore umano). Troviamo una eco di questa lotta nella preghiera ortodossa prima della comunione: "Cristo Gesù è venuto in questo mondo a salvare i peccatori, dei quali il primo sono io" (1 Tm. 1, 13-14).

Quale era la Divina Provvidenza nei confronti di Paolo? Dio ce l’ha mandato come modello perfetto, modello “dell'uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo" (Ef. 4, 13). Lui è diventato un’icona della Parola, mentre la Madre di Dio rimane un’icona del silenzio. Paolo è il mistero che parla, Lei è il mistero silenzioso “serbato nel Suo cuore” (cf. Lc. 2, 19). In Maria e in Paolo si sono realizzate le parole di Cristo relative alla "sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna" (Gv. 4, 14).

Dissetata da quest’acqua la Chiesa ortodossa in uno di suoi inni (tropari) chiama Paolo di Tarso “il suggello e la corona degli apostoli che, chiamato alla fine, con lo zelo ha superato tutti”.

Vladimir Zelinskij

 

Ultima modifica Mercoledì 24 Aprile 2013 15:41
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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