Mercoledì, 18 Ottobre 2017
Domenica 21 Ottobre 2012 10:02

Paul Tillich: III. L'Esistenza e il Cristo (Renzo Bertalot)

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Il sistema di Tillich non è chiuso, perciò si può verificarne la validità da un altro punto di vista che permetta di prolungare lo stesso tipo di riflessione teologica.

La realtà si presenta sotto il duplice aspetto dell'essenza e dell'esistenza. Esistenza significa «stare fuori», ma allora bisogna chiedersi: star fuori di che cosa? V'è dunque una realtà che condivide con l'esistenza la caratteristica dello stare pur essendone separata. Si tratta dell'essenza. La coscienza di questo dualismo ha avuto le sue fortune da Platone a Hegel ed oggi la ritroviamo particolarmente viva nella filosofia esistenziale. Per Tillich essa è la fortuna del nostro cristianesimo odierno e la ragione per insistere su questo tipo di filosofia anche fuori d'Europa, dove è meno conosciuta. Essenza è lo stato di potenzialità che precede l'esistenza ed è indicata dai simboli del «paradiso» o dell'«età dell'oro». Rifacendosi a Kierkegaard, Tillich preferisce servirsi dell'espressione «innocenza che sogna», perché l'idea di «sognare» descrive adeguatamente la potenzialità, mentre quella di «innocenza» indica il momento dell'attualizzazione che porrà fine all'una e all'altra. La perfezione è unità che trascende essenza ed esistenza e si riferisce a Dio soltanto.

Cerchiamo ora di approfondire il momento di transizione dall'essenza all'esistenza. Occorre pertanto rifarsi ad una delle polarità strutturali del nostro essere: libertà-destino. La libertà mette in evidenza la nostra responsabilità, ma il destino ci ricorda che ci muoviamo all'interno di una determinata situazione come limite delle potenzialità umane. Nello stato dell'«innocenza che sogna», libertà e destino sono essenzialmente uniti, ma non sono attualizzati. A causa della nostra finitudine, la nostra libertà è aperta all'ambiguità. La coscienza di questa apertura richiama la nostra attenzione e ci tenta; l'angoscia ci assale allora da due lati, cioè come timore di perdere noi stessi, sia rinunciando alla nostra innocenza sia attualizzando le nostre potenzialità. Quando la decisione è raggiunta, siamo passati dall'essenza all'esistenza e ne portiamo cosi il marchio per il resto del nostro vivere. Questo passaggio non è solo un fatto tra altri, ma un «fatto originale». Di ciò l'uomo è responsabile perché libero, ma non va dimenticata la polarità destino che rispecchia il lato tragico della vita.

La responsabilità dell'uomo s'attenua e si distorce in semplici casi di malattia; comprendiamo perciò facilmente quanto sia deteriorata all'interno della tragicità del nostro destino.

La creazione essenzialmente buona si deteriora attualizzandosi e passa dall'essenza all'esistenza. La caduta dell'uomo, la sua alienazione coincidono, per Tillich, con la creazione stessa. Questo «fatto originale» spiega l'aspetto irrazionale della nostra vita.

Con il trapasso dall'essenza all'esistenza l'uomo si trova separato da ciò a cui appartiene, è cioè alienato. Le caratteristiche di questo stato dell'attuale natura umana si ripercuotono sia a livello individuale sia a livello universale. Accenniamo innanzi tutto all’incredulità. Il fatto stesso di porre delle domande e di dover attendere delle risposte, indica che la nostra natura umana è ormai alienata da Dio e tagliata fuori da ogni rapporto conoscitivo con Lui.

Poi va ricordata la «hubris», l'orgoglio, l'oltracotanza che spinge l'uomo ad elevarsi nella sfera del divino dimenticando i suoi limiti. Ne risulta che valori relativi vengono assolutizzati.

L'alienazione è caratterizzata ancora dalla concupiscenza quando s'identifica con la volontà di potere. Riferita all'individuo l'alienazione corrisponde alla nozione biblica di peccato. È interessante allora mantenere vivo il rapporto tra l'aspetto universale, collettivo, e quello del singolo.

Quest'ultimo, infatti, è sempre condizionato dall'ambiente ed è perciò responsabile anche dei crimini collettivi come quelli del nazismo.

L'alienazione così caratterizzata pone in contraddizione la nostra essenza con la nostra esistenza; le strutture del nostro essere sono minacciate di distruzione dall'interno. A livello culturale, per esempio, l'alienazione è confusa con l'essenza dell'uomo.

Nella polarità libertà-destino, l'incidenza del male porta ad una libertà vuota e al fatalismo; nella polarità dinamicità-forma, la vitalità suscita il disordine, il caos, mentre dal lato opposto sorgono strutture legalistiche e rigide; infine nella polarità individualizzazione-partecipazione, si genera la solitudine e la massificazione dell'uomo ridotto ad un oggetto. Le strutture di autodistruzione intaccano anche le categorie, per cui la nostra finitudine — che non contraddice la nostra essenza — si trasforma in angoscia e colpa.

Così le categorie di tempo, spazio, causalità e sostanza diventano fonti di disperazione che ci trascinano verso l'inquietudine, il vuoto e il cinismo. Il suicidio stesso non riesce a trionfare sull'angoscia e sulla disperazione. I simboli dell'ira di Dio e della condanna assurgono a dimensioni ultime e definitive invece di essere capiti come valori preliminari e penultimi.

L'alienazione esistenziale e il conseguente stato di disperazione pongono l'interrogativo «perenne» circa il superamento e la riunione con la nostra essenza.

Per agire in un modo nuovo bisogna innanzi tutto ricevere per non cedere alla tentazione di auto-salvarsi. Tutte le religioni possono cedere a questa tentazione. Tillich indica alcuni esempi classici: il legalismo dovuto alla fiducia nelle proprie forze; l’ascetismo come tentativo di negare se stessi; il misticismo con i suoi esercizi corporali e mentali; il ritualismo sicuro del retto uso dei sacramenti e delle formule (retta dottrina nel Protestantesimo); e, infine forme di pietà, legate a movimenti di risveglio, con vari appelli alla conversione e all'impegno. La religione falsa non coincide con una particolare religione storica, ma con ogni religione, compreso il cristianesimo, quando suggerisce di auto-salvarsi.

L'esigenza di un Nuovo Essere o della riunione con la propria essenza o, ancora, della salvezza, si ritrova in tutte le religioni e anche negli aspetti religiosi della cultura come ad esempio nell'utopismo. In genere le religioni orientali cercano la salvezza oltre la storia mentre quelle occidentali la cercano nella storia.

La fede cristiana pretende che l'attualizzazione decisiva del Nuovo Essere ha avuto luogo al centro della storia, anche se il compimento definitivo è ancora atteso. Non solo, ma la fede cristiana pretende di avere un carattere universale che compie ogni esigenza di salvezza.

Il paradosso del cristianesimo consiste nel contraddire l'opinione dell'uomo alienato e le sue pretese di salvarsi da solo. Lo «scandalo» non si oppone alla ragione, alla razionalità, ma al suo fraintendimento dovuto alle condizioni dell'esistenza.

La manifestazione del Nuovo Essere è, al contempo, un giudizio sulla nostra condizione umana e una promessa. Il Cristo, come «mediatore» tra Dio e l'uomo, ci fa sapere come Dio vuole l'uomo. L'incarnazione ci ricorda la presenza di Dio in una vita personale, nella qualità di colui che ci salva dalla nostra alienazione e con noi tutte le cose che esistono e in lui sono.

Il paradosso della fede cristiana sostiene che il Cristo vince l'alienazione e partecipa ad essa fino alla morte.

Quando diciamo che il Nuovo Essere è apparso in Gesù di Nazaret indichiamo un fatto storico, senza il quale il nostro interrogativo non troverebbe risposta, e la ricezione di Gesù come il Cristo, senza la quale nessuna manifestazione ultima della nuova realtà è possibile. Una mera ricerca storica non può essere mai trasformata in una certezza di fede. Essa non può dare, ma neppure può togliere, il fondamento della fede. Quest'ultima può invece garantire che l’immagine di Gesù, offertaci dai racconti biblici, è adeguata ad e-sprimere la potenza trasformatrice del Cristo. V'è una analogia imaginis tra i due termini di confronto, analogia che non è certamente frutto della fantasia, ma della ricezione del Nuovo Essere e della sua potenza trasformatrice. Con la Pasqua e la Pentecoste la chiesa primitiva si rese conto che il Nuovo Essere era presente, nella nostra alienazione, per riconquistarla e per ristabilire l'unità con la nostra essenza. Le parole, i fatti e la sofferenza di Gesù sono espressioni del suo essere e, pertanto, non devono venire esaltati indipendentemente e separatamente, il che si è spesso verificato nel pietismo e nel liberalismo.

Il carattere paradossale di Gesù, il Cristo, consiste nel fatto che pur vivendo nelle condizioni dell'esistenza non è alienato dal fondamento del suo essere. In lui, quindi, non v'è incredulità, hubris, e concupiscenza. Gesù aveva una libertà finita, come Adamo, e fu tentato, ma non acconsenti a quanto poteva intaccare la sua unità con Dio (destino). Vi sono, nella sua vita, diversi segni della finitudine umana, come l'angoscia di fronte alla morte, la solitudine, il fraintendimento dei discepoli, il modo di concepire l'universo, l'escatologia, gli aspetti tragici della vita, i conflitti con Giudei e Romani. Ma in ogni caso l'alienazione fu vinta e l'unità con Dio fu strettamente mantenuta.

È così che il Nuovo Essere si manifesta in Gesù, il Cristo, e in lui diventa criterio di tutta la dimensione storica della realtà, dell'Antico Testamento, del cristianesimo e di tutte le religioni.

La chiesa dei primi secoli dovette tradurre il suo messaggio nei termini della cultura greca e vi riuscì solo in modo inadeguato ed ambiguo attraverso i dogmi e le dispute. Tillich sostiene ora la necessità di una riformulazione della cristologia, che sostituisca la nozione di una unità personale del divino e dell'umano in Cristo con l'affermazione che «l'eterna unità di Dio e dell'uomo è diventata una realtà». La giustificazione per fede esprime adeguatamente la partecipazione del Nuovo Essere alla nostra esistenza e la sua vittoria sugli aspetti alienanti.

L'unicità e l'universalità del criterio cristiano, la «immagine reale» del Nuovo Essere in Cristo, è adeguatamente espressa nei simboli della croce e della risurrezione. In essi infatti Gesù si presenta sottomesso all'esistenza e vincitore di ogni forma di alienazione.

In questi simboli v'è una realtà che il linguaggio religioso esprime per mezzo di miti.

I miti non vanno presi alla lettera, ma non si possono neppure eliminare. Nella croce noi troviamo un fatto storico, ma anche il mito della morte di chi è il portatore del Nuovo Essere. La risurrezione diviene un fatto solo al momento in cui i discepoli acquistano la certezza che Gesù non è stato vinto dalla morte, ma, tolto alla nostra esperienza presente, è stato innalzato come eterna presenza di Dio. Tillich afferma che così il Cristo è stato restituito ai credenti nella certezza che la morte non ha potuto separare il Nuovo Essere da Colui che lo ha incarnato.

Il Nuovo Essere non è mai condizionato dalla forma che lo esprime. Non bisogna pertanto dimenticare che v'è un processo di salvezza, di guarigione, che si compie attraverso tutta la storia. Il Nuovo Essere è presente in ogni evento capace di scuotere, trasformare e guarire. La salvezza, infatti, non può essere riservata al mondo cristiano; sarebbe troppo esigua, ma va rilevata in ogni processo di guarigione che tende a riunire Dio e l'uomo, l'uomo con il mondo e l'uomo con se stesso. Ovunque vi sono rivelazione e salvezza anche se in modo inadeguato e parziale, ma il criterio definitivo di tutte le manifestazioni possibili è il Cristo, Giudice di ogni evento salvifico, Salvatore di tutti, Mediatore che riunisce l'uomo e Dio, Redentore che ci libera dalle potenze demoniache.

La salvezza diventa effettiva quando, nonostante la colpa, l'uomo accetta la riconciliazione, che è voluta da Dio, mediante il Cristo, il criterio da Lui stabilito. Si partecipa cosi, per mezzo della fede, alla rigenerazione che è il nuovo stato universale, il nuovo eone, portato dal Nuovo Essere.

Segue la giustificazione, mediante la quale Dio accetta ciò che è altrimenti inaccettabile e l'uomo è trascinato entro la sfera del Nuovo Essere.

La santificazione, infine, è il processo di trasformazione dell'individuo e della comunità, operata dallo Spirito divino che attualizza nel mondo secolarizzato e in quello religioso la potenza del Nuovo Essere.

Renzo Bertalot

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Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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