Martedì, 19 Settembre 2017
Sabato 17 Maggio 2014 09:47

La discesa agli inferi (Ilarion Alfeyev)

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La discesa di Cristo agli inferi è uno degli eventi più misteriosi ed enigmatici nella storia del Nuovo Testamento.

Le icone bizantine e le antiche icone russe della Risurrezione di Cristo non raffigurano mai l'uscita di Cristo dalla tomba, ma piuttosto 'la discesa di Cristo agli inferi'. Cristo, talvolta con una croce in mano, è raffigurato mentre solleva dagli inferi Adamo ed Eva, e altri personaggi della storia biblica. Sotto i piedi del Salvatore c'è l'abisso nero del mondo degli inferi; su questo sfondo ci sono i pezzi delle catene, delle serrature e dei cancelli che un tempo sbarravano ai morti la via alla risurrezione.

Questa è l'iconografia ritenuta canonica dalla Chiesa Ortodossa, poiché riflette l'insegnamento tradizionale della discesa di Cristo agli inferi, la sua vittoria sulla morte e la sua liberazione dei morti dal luogo in cui erano imprigionati prima della sua risurrezione.

La discesa di Cristo agli inferi è uno degli eventi più misteriosi ed enigmatici nella storia del Nuovo Testamento. La dottrina cattolica tradizionale insiste a dire che dopo la sua morte Cristo è disceso agli inferi solo per liberare i giusti dell'Antico Testamento. Ma il Nuovo Testamento parla anche di Cristo che predica agli inferi rivolto ai peccatori impenitenti: «Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiu­sti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in pri­gione; essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè (...)» (cf. 1 Pt 3,18-21).

Molti Padri della Chiesa e testi liturgici ortodossi sottolineano ripetutamente che nella sua discesa agli inferi Cristo ha aperto la salvezza a tutti. Questa discesa è vista come un evento di portata cosmica: vi si parla della vittoria di Cristo sulla morte, la completa devastazione dell'inferno, e si dice addirittura che dopo la discesa di Cristo nessuno rimase negli inferi se non il diavolo e i demoni.

Troviamo riferimenti alla discesa di Cristo agli inferi in autori del II e III secolo, Policarpo di Smirne, Ignazio di Antio­chia, Erma, Giustino, Melitone di Sardi, Ippolito di Roma, Ireneo di Lione, Cle­mente di Alessandria e Origene. Nel IV secolo, ne parlarono Atanasio, Basilio il Grande, Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo e autori siriaci, tra cui Efrem il Siro. Tra gli autori più tardi, notiamo Cirillo di Alessandria, Massimo il Confes­sore e Giovanni Damasceno.

Per Clemente di Alessandria, la predica­zione di Cristo agli inferi è diretta a tutti i giusti, sia ebrei che gentili: la giustizia è un valore universale che mette in grado di accettare la predicazione salvifica. Tuttavia, l'accettazione della salvezza non è automatica, ma subordinata alla libertà di ciascuno. Troviamo in Clemente anche la nozione che le punizioni inviate da Dio ai peccatori sono mirate alla loro riforma, e non alla retribuzione, e l'idea che le anime libere dai legami del corpo sono più capaci di comprendere il signi­ficato della punizione. Da queste parole proviene il nucleo degli insegnamenti sulla natura purificatrice e salvifica del tormento infernale (sviluppata in oriente da Gregorio di Nissa e Isacco il Siro, e che portò in occidente allo sviluppo della dottrina del purgatorio) Gregorio di Nissa collega la discesa agli inferi con la teoria dell' 'inganno divino', su cui costruisce la sua dottrina della redenzione: Cristo nasconde delibera­tamente la sua natura divina al diavolo perché questi, scambiandolo per un uomo ordinario, non sia terrificato alla vista della potenza che gli si fa incon­tro. Alla discesa di Cristo agli inferi, il diavolo lo ritiene un essere umano, ma ammettendo come esca su un amo nel suo dominio lo stesso Iddio incarnato, segna la propria condanna: incapace di sopportare la presenza divina, è sopraf­fatto e sconfitto, e il potere dell'inferno è distrutto.

Nelle Omelie spirituali, attribuite a San Macario d'Egitto, si trova un approccio originale al tema della discesa agli inferi. La liberazione di Adamo per opera di Cristo è vista come il prototipo della risur­rezione mistica che l'anima sperimenta nel suo incontro con il Signore. L'autore vede la discesa di Cristo agli inferi come un dogma comunemente accettato e indisputato, e su di esso costruisce la sua interpretazione mistica e tipologica. Il paragone tra il risorto e il sole che sorge sui buoni e sui malvagi indica che la discesa è percepita come una realtà che coinvolge l'umanità intera. L'evento non ha perduto la sua rilevanza, perché è un mistero che ciascuno dovrà sperimentare nel profondo della propria coscienza.

Cirillo di Alessandria dà un posto essen­ziale alla dottrina della discesa di Cristo agli inferi nelle sue opere; menziona più volte come la discesa di Cristo lasci il dia­volo solo e l'inferno devastato, e vede la predicazione di Cristo agli inferi come il compimento della storia della salvezza iniziata con l'incarnazione. Con questa enfasi di universalità della salvezza, Cirillo segue i passi di altri teologi ales­sandrini: Clemente, Origene, Atanasio il Grande. La perdita dell'autorità dell'in­ferno è vista da Cirillo come completa e definitiva. Perciò la discesa agli inferi, azione singola e unica, è percepita come un evento senza tempo. Il corpo risorto di Cristo diviene garanzia di salvezza uni­versale, l'inizio della via che conduce la natura umana alla deificazione ultima.

Per Massimo il Confessore, la prima let­tera di San Pietro si riferisce all'annuncio a quei peccatori che, nella loro vita ter­rena, furono puniti per i propri atti mal­vagi (per esempio quanti morirono nel diluvio, a Babele, a Sodoma, in Egitto, e così via, non tanto per la loro ignoranza di Dio, quanto per le offese fatte gli uni agli altri); perciò le punizioni patite dai peccatori 'nella carne' erano necessarie per vivere 'secondo Dio nello spirito'. Le punizioni per Massimo sono pertanto pedagogiche, e non tanto basate su cri­teri religiosi (convinzioni e conoscenza di Dio), quanto su criteri morali (azioni nei confronti del prossimo).

Giovanni Damasceno riassume gli svi­luppi del tema della discesa di Cristo agli inferi nei secoli II-VIII: Cristo predicò a tutti quanti si trovavano agli inferi, ma la sua predicazione fu salvifica solo per chi fu capace di rispondervi. Per alcuni potrebbe essere stata solo una 'denuncia della loro miscredenza'. Damasceno ripete l'inse­gnamento sulla salvezza articolato da Massimo il Confessore, secondo il quale al compimento della storia umana tutti senza eccezione saranno uniti a Dio e Dio sarà 'tutto in tutti' (1 Cor. 15:28.) Per alcuni, tuttavia, quest'unità sarà beatitu­dine, mentre per altri sarà fonte di soffe­renza e tormento, poiché ciascuno sarà unito a Dio 'secondo la qualità della sua disposizione' verso Dio. Così Giovanni Damasceno vede l'insegnamento della discesa agli inferi: Cristo riapre a tutti la strada al paradiso e chiama tutti alla sal­vezza, ma la risposta alla chiamata può essere un consenso oppure un rifiuto volontario. In ultima analisi dipende dalla libera scelta di una persona, poiché Dio non salva alcuno con la forza, ma chiama tutti alla salvezza, bussando alla porta del cuore umano piuttosto che facendovi irruzione.

(da una conferenza del vescovo ortodosso Ilarion Alfeyev)

(tratto da ECO. Evangelici Cattolici Ortodossi, n. 2/26, p. 7)

 

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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