Martedì, 24 Ottobre 2017
Giovedì 14 Ottobre 2004 00:52

II. La salvezza come giustificazione e santificazione (Michelina Tenace)

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La teologia della grazia tenta di descrivere i doni di Dio all'uomo per i quali egli è divinizzato, perdonato nell'essere e nell'agire secondo tutte le dimensioni o spazi della vita.

Generalizzando, si è affermato fino a pochi decenni fa che lo sfondo dell'antropologia fosse per l'oriente la divinizzazione, per l'occidente cattolico la santificazione e per il mondo della riforma la dottrina della giustificazione. Ci sembra che la diversità dei termini non riesca a nascondere che si tratta dello stesso ed unico mistero della redenzione: giustificazione, santificazione, divinizzazione sono termini che dicono infatti il contenuto e il modo della salvezza, la mèta e insieme il cammino della vita cristiana. Non si escludono l'un l'altro, ma vanno capiti l'uno alla luce dell'altro, alla luce del mistero di Cristo redentore dell'uomo.

La giustizia di Dio è la salvezza dell'uomo

La dottrina della giustificazione vuole dire la meraviglia dell'azione o opera di Dio compiuta per la grazia che, acquistataci da Cristo, è data all’uomo peccatore. Essere giusto è la mèta alla quale deve aspirare l'uomo che altrimenti rimane un peccatore condannato dalla sua stessa condizione umana.

Giustificazione... Come dice il termine stesso, la giustizia qui è il termine chiave. Ma a quale giustizia può appellarsi l'uomo peccatore? Solo alla giustizia di Dio. Non c'è proporzione tra la malvagità dell'uomo e la bontà di Dio, per cui, secondo la giustizia umana, l'uomo non può meritare che una condanna totale se non fosse per la misericordia assoluta di Dio che lo assolve. La dottrina della giustificazione guarda a Dio con la meraviglia di chi, reso impotente dal peccato, aspetta completamente da Dio la salvezza.

La salvezza è la relazione da Dio all'uomo

Nella dottrina della giustificazione, la professione di fede nella misericordia di Dio, la sola che giustifica (ossia che ci fa partecipare della giustizia di Dio) è verità di fede, ed è anche a priori fondazione per una vera e autentica crescita spirituale. Riconoscersi peccatori bisognosi della misericordia di Dio è l'antidoto al veleno dell'autonomia diabolica, ed è anche rimedio alla disperazione in cui ci potrebbe fare cadere la coscienza della nostra miseria.

Si afferma quindi che.la salvezza giunge sempre all'uomo in quanto creatura-peccatore, è data da Dio in modo assolutamente gratuito, è rivelata e resa possibile in Cristo crocifisso e risorto. È interessante notare che è la prospettiva di Dio a venir considerata: la salvezza è la relazione di Dio verso di noi. Non le nostre opere, non la nostra iniziativa potrebbero darci "diritto" alla salvezza. La relazione dell'uomo verso Dio è relazione di obbedienza e di fiducia totale. E anche se tale fiducia si esprime con delle opere, l'operare salvifico dell'uomo è sempre la risposta ad un dono. L’azione libera che risponde è un dono di Dio ed è merito di chi ha donato, non di chi possiede il dono. Ogni elogio dell'opera dell'uomo è in realtà elogio della grazia di Dio e per niente riferibile ad un merito. Quindi la situazione per cui un peccatore si trasforma in essere giustificato è opera della fede che egli sperimenta appunto nella speranza e nella carità. Il giudizio per cui si è giustificati è già stato emesso, l'uomo lo attua soltanto e lo va scoprendo come già avvenuto, ma ancora da rivelarsi.

Considerata dal punto di vista di ciò che Dio è e fa per noi, la dottrina della giustificazione non è in nessuna contraddizione con la teologia della divinizzazione. Se si cambia la prospettiva e si guarda dalla parte di ciò che essa dice dell'uomo, la giustificazione può produrre un modo di pensare l'uomo che mette al primo posto la realtà del peccato, dimenticando che la stessa giustizia divina che "giustifica" l'essere umano peccatore è quella giustizia che lo ha creato nella somiglianza e nella reciprocità della relazione. Teologicamente, la prima parola sull'uomo è positiva (la creazione ad immagine), così come l'ultima (la redenzione nell'immagine che è Cristo). Creazione-peccato-redenzione come termini dell'antropologia teologica evidenziano il peccato "in mezzo": la gravità della caduta è comprensibile in riferimento al primo termine (l'amore che crea la libertà) e all'ultimo (l’amore che salva nella passione). La nostra vita è "in mezzo", ma orientata al suo fine ed illuminata dalla sua origine.

L'aspetto riduttivo della mentalità della giustificazione è di pensare che la peccaminosità dell'uomo lo definisca perché è la costante con cui si deve scontrare, che l'uomo è giustificato solo se continuamente, in ogni situazione, fugge via da sé (dove il sé è identificato con il peccato) e si orienta verso la misericordia di Dio. Ma non può mai essere certo che veramente la sua vita sia orientata a Dio. E poiché all'uomo non è concessa una riflessione assolutamente sicura sul suo stato di grazia, nemmeno lo svolgersi del processo della grazia giustificante è adeguatamente osservabile in maniera vera e propria. Ma è possibile non avere nessuna verifica della trasformazione dell'uomo nel cammino verso Dio? Non è questa una forma di iconoclasmo teologico? L'uomo non può avere nè dare nessuna immagine della sua salvezza. I santi quindi non sono "icona", non sono "teofania", ma semplicemente realizzazione personale di un destino del tutto personale. Come "giustizia di imputazione", la giustificazione è diversa dal concetto di santificazione, che evoca invece l'elevazione interiore e la partecipazione dell'uomo alle virtù di Cristo. È anche diversa dalla teologia della filiazione che evoca la rinascita interiore sotto l'identità nuova di figli. La giustificazione rimanda alla nozione di grazia, per cui, se la "causa efficiente" è Dio il buono e la "causa meritoria" è Cristo, la "causa formale" della giustificazione è la grazia.

Non un cristiano della Riforma, ma un teologo ortodosso, esprime in forma di sintesi la soluzione del necessario legame da mantenere tra giustificazione e divinizzazione: "Lo sforzo dell'uomo si congiunge misteriosamente al dono di Dio, che consiste nella filiazione divina, tramite la forza della divinizzazione. L’uomo intero dev'essere preso in questo sforzo e non solo un suo aspetto. Lo sforzo si esprime nell'azione della fede. Questa afferma la redenzione dell'uomo attraverso il sangue di Cristo e la sua riconciliazione con Dio. E lo sforzo della salvezza si esprime anche attraverso le opere, frutto naturale della fede e che costituiscono nello stesso tempo la via, la vita della fede: la fede senza le opere è morta. La fede e le opere. Tale è la partecipazione dell'uomo alla sua divinizzazione in virtù della potenza di Cristo; tale è la realizzazione della somiglianza divina, dell'immagine di Dio re-integrata nell'uomo, immagine che è Cristo. La salvezza dell'uomo, operata da Cristo, nuovo Adamo, in un atto libero per tutta l'umanità, dev'essere fatta propria da ogni uomo liberamente. È Dio che realizza l'aspetto oggettivo e pone il fondamento della salvezza dell'uomo, ma l'uomo ne realizza l'aspetto soggettivo e si appropria della salvezza. Non basta dunque che l'uomo si metta a credere passivamente che egli è salvato, perché tale fede lo lascia conscio della sua impotenza e non gli dà altro che la certezza di essere giustificato al giudizio di Dio tramite un atto fittizio legale, l'applicazione di una sorta di amnistia. Tanto meno l'uomo può meritare la salvezza per i propri sforzi (fede e opere): la salvezza è conferita dall'amore di Dio; non può neanche moltiplicare il dono appellandosi ad un diritto di proprietà, ma può e deve appropriarsi del dono immenso della divinizzazione secondo la misura del proprio sforzo, creando in lui stesso la somiglianza con Dio, il cui fondamento unico è Cristo" (15).

La grazia e la divinizzazione

La teologia della grazia tenta di descrivere i doni di Dio all'uomo per i quali egli è divinizzato, perdonato nell'essere e nell'agire secondo tutte le dimensioni o spazi della vita. Include quindi la dottrina delle virtù teologali ed è la base dogmatica della teologia morale. La sfida dell'antropologia, com'è noto, rimane la formulazione di una sintesi tra teologia della grazia e divinizzazione. Tenendo conto che non c'è nessun'altra grazia fuorché quella di Cristo, chi riceva la grazia è l'uomo peccatore, eppure la riceve come realtà più profonda della liberazione dal peccato, perché la grazia è nell'uomo partecipazione alla vita divina in Cristo. In quanto la grazia è anche giustificazione, deve operare la trasformazione interiore dell'uomo in virtù dello Spirito Santo, principio di risurrezione e di vita nuova fin da quaggiù. L'etimologia stessa della parola "grazia" rimanda a due atteggiamenti della relazione: il chinarsi dell'uno, il ringraziare dell'altro. Tale senso è rimasto in italiano, dove "grazia" significa sia il dono che la parola pronunciata da chi lo accoglie. "Grazie", al plurale, perché nessun dono viene da solo. Si può capire così la teologia della grazia, che non può evitare di nominare tanti doni, tante grazie, non per distinguere, ma per dire la ricchezza contenuta nell'unico dono che Dio ci fa di se stesso. Il concetto di grazia oscilla tra realtà creata (il dono fatto a noi) e realtà increata (il dono posseduto dal Donatore) e coinvolge, come dono di redenzione, sia un aspetto soggettivo (la remissione dei peccati, l'inabitazione di Dio, la filiazione, la Santificazione), sia un aspetto cristologico oggettivo (la vita del salvatore è una dinamica partecipazione ai misteri di Cristo come vita in Cristo e conformità a Cristo), sia anche un aspetto collettivo, ecclesiale, antropologico, cosmico per cui la grazia va intesa soprattutto come quel dinamismo della trasfigurazione del mondo che si pregusta come amore e bellezza: la grazia è bellezza, è amore che salva.

Ma che cosa rimane delle sottili discussioni tra natura e grazia? Romano Guardini diceva che l’ardentissimo desiderio di trovare Dio viene sperimentato dall'uomo come nostalgia. La grazia è nostalgia di Dio incisa nella natura umana. È proprio secondo la natura così intesa che l'uomo è ordinato alla visione di Dio come beatitudine perfetta. La natura, sempre in qualche modo graziata, poteva accogliere Cristo e mostrare Dio, perché essa stessa era in grado di aspettarlo e di riconoscerlo. I due concetti di natura e di grazia vogliono mantenere l'antinomia della libertà di Dio e dell'uomo. Ma a risolvere l'antinomia non può essere nessuna filosofia del diritto, nessuna teologia del merito, perché l'abisso fra Dio e l'uomo è vicinanza e presenza in Cristo. L'amore colma (se c'è) l'abisso, non come giustizia di imputazione, ma come trasfigurazione. Nell'amore, natura e grazia coincidono. Nell'amore, la giustizia è superata, tolta, risolta, eppure conservata nel reciproco dono di uno all'altro. Dio riceve l'amore dell'uomo come una grazia, Lui che è il donatore di ogni grazia. Si può ancora parlare di natura e di grazia, a condizione che natura significhi grazia da parte dell'uomo quando si offre a Dio e grazia significhi natura (divina) quando Dio si offre all'uomo. Il "merito" è la misura del nostro amore, considerato con la lente d'ingrandimento dell'amore di Dio. Perché no? Forse bisognerebbe essere gelosi perché Dio è magnanimo e misericordioso, mentre noi siamo fiscali e meschini? "Il fine della creatura è la deificazione per grazia: thèosis [...]. La grazia non è altro che la presenza in noi dello Spirito Santo santificatore che riplasma l'anima che acconsente. Cristificato, l'uomo è già deificato, in potenza" (16).

La santità dello Spirito Santo che ci è stato donato

Nella santificazione, ciò che viene messo in rilievo è la santità della quale l'uomo redento è partecipe, per cui si canta insieme l'azione di Dio che santifica e l'azione dell'uomo santificato che manifesta e partecipa alla santità. Siccome si sottolinea la visibilità della santità nella risposta dell'uomo, la dottrina della santificazione sviluppa anche una teologia morale delle virtù, delle opere, della perfezione comunicata nella testimonianza della carità. "La carità infatti, vincolo della perfezione e compimento della legge (Col 3,14), dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine" (17). La santità è la novità dell'agire dell'uomo che vive la perfezione della carità. Questa più esplicita centralità dell'uomo è considerata più tipica dell'approccio cattolico, che ha piuttosto interpretato la divinizzazione in chiave di umanizzazione (18).

Santificazione... come suggerisce il termine, è la santità ad essere al centro. L'opposto è il peccato. Si afferma che c'è un'azione (che santifica) per cui il "non santo" può diventare dimora di santità, del Santo. La santità può cominciare con la presa di coscienza di essere peccatori, perché in questa stessa azione si diventa aperti alla grazia che trasforma i lontani da Dio in vicini, gli estranei in figli, i peccatori in immagine e somiglianza di Dio... Le opere contano in questo cammino di santificazione, cammino segnato da riferimenti visibili, affinché tutti possano aspirare a diventare santi. Le opere sono una sorta di oggettivazione della verità della conversione, di verifica possibile dell'orientamento della vita attraverso il metro della carità, dell'umiltà, della fecondità dell'amore che copre molti peccati. Se la giustificazione è per eccellenza invisibile e non certa, la Santità di per sé è visibile, e per questo proclamabile. Forse l’uomo ha qualche merito per essere onorato come santo? L'origine della santità dell'uomo è la santità di Dio: ma la santità che proviene da Dio contiene un dono ed una chiamata. Nell'idea di santificazione c'è qualcosa che si riceve e per cui non si ha nessun merito, ma c'è anche l'aspetto attivo dell'accoglienza, della risposta che si dà alla visita di Dio nell'uomo. Si celebra un santo come riconoscimento di questa compiuta sinergia-incontro tra uomo e Dio, compimento della creazione ad immagine e somiglianza, della redenzione operata da Cristo, dell'opera dello Spirito Santo, senza il quale nulla è vivo. Santo è il nome di Dio, ma è il nome con il quale nella Santissima Trinità viene nominato lo Spirito. "La santità è l'elemento essenziale della sua natura", perciò è lo Spirito che ci "santifica", dice Basilio (19). Se è "dal santo e vivificante Spirito che l'anima è santificata", può essere corretto affermare che non c'è differenza sostanziale tra teologia della santificazione e divinizzazione: santificazione è la vita nello Spirito Santo. Lo stesso contenuto ha la parola "divinizzazione".

Le parole possono essere usate senza esclusione e senza controversia quando dicono lo stesso mistero: Cristo è la nostra salvezza, che consiste nel ritorno al Padre reso possibile tramite il dono dello Spirito Santo.

Michelina Tenace

Note

(15)  S. Boulgakov, L'Orthodoxie, Lausanne, 1982, p. 150.
(16)  M. Lot-Borodine, La déification de l'homme selon la doctrine des Pères grecs, Paris 1970, p. 36 e p. 215.
(17) Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II Lumen Gentium, 42.
(18)  «Rettamente intesa, la deificazione rende l'uomo perfettamente umano: la deificazione è la vera e suprema umanizzazione dell'uomo». Cf Documento della Commissione Teologica Internazionale, Teologia-Cristologia-Antropologia, «La Civiltà Cattolica» 1983, I, p. 57.
(19) De Spiritu Sancto, SC 17 (19692), p. 199.

 

Ultima modifica Domenica 13 Novembre 2011 16:49
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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