Giovedì, 18 Ottobre 2018
Sabato 21 Luglio 2018 07:28

I dolori del parto, o i nodi dell’autocefalia ucraina (Vladimir Zelinskij) In evidenza

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Il problema dell’indipendenza da Mosca della Chiesa ortodossa ucraina è un nodo di Gordio apparentemente inestricabile. Ma non è solo questione di interessi politici contrastanti. Qual è il giudizio di fede? Un teologo russo risponde.

«Una donna che deve partorire, quando viene il suo momento, soffre molto» (Gv 16, 21). Se l’ortodossia nel suo insieme fosse una donna-madre, la nascita di ogni sua figlia – una Chiesa autocefala, – non sarebbe mai avvenuta senza dolore. Molto raramente la madre vuole dare l’indipendenza alla figlia senza pressioni, tensioni o costrizioni politiche. Per lei è come recidere una parte del proprio corpo. Ma con l’autocefalia ucraina le cose sono particolarmente complicate. Prima di tutto perché questa Chiesa, che non è ancora nata, ha due madri che hanno motivi propri per considerarsi legittime: la madre antica, quella di Costantinopoli e la madre nuova, quella di Mosca.

Dopo il battesimo di Kiev nel 988, la Chiesa Russa è nata come sessantesima diocesi della Grande Chiesa di Costantinopoli. Due secoli e mezzo dopo, Kiev, come città, insieme alla Rus’ meridionale e centrale, fu schiacciata dall’invasione mongola.Mosca divenne il centro del nuovo Stato russo, anche in senso ecclesiale, solo nel XIV secolo. Due Rus’ esistevano a quel tempo, una lituana, incorporata nel 1569 nello Stato polacco, l’altra quella di Mosca. Nel 1654 «l’etmanato cosacco della riva sinistra dell’Ucraina» – così si chiamava la futura Ucraina in quel periodo – era sotto il dominio dei cosacchi dell’etmano Bogdan Chmelnitskij, che per liberarsi dal dominio cattolico e polacco aveva prestato giuramento allo zar russo. Negli anni ottanta del XVII secolo la diocesi di Kiev passò da Costantinopoli al Patriarcato di Mosca. Il Patriarcato di Costantinopoli diede il proprio (provvisorio) consenso a questo «trasloco» spirituale. (Nel 2008 il Patriarca Bartolomeo considererà questo passaggio come «annessione»). Sono passati più di tre secoli senza che nessuno potesse contestare questa situazione, fino all’indipendenza dello Stato ucraino proclamato nel 1991.

Appena lo stato unitario sovietico è andato in pezzi e l’Ucraina è diventata «nezaležna» (indipendente), il suo governo, dal primo presidente Kravčuk fino al presidente attuale Porošenko, ha spinto – senza successo – le Chiese ortodosse del paese a formare una Chiesa unica ed unita. L’interesse politico in questo caso è evidente: l’autocefalia deve non solo rafforzare l’indipendenza, ma in qualche senso benedirla e consacrarla. Anche il patriarca Bartolomeo vuole questa autocefalia, perché la sua posizione nel mondo ortodosso sarebbe molto più forte nei confronti dell’enorme e potente Chiesa Russa. La vuole, credo, anche una parte importante della maggioranza del clero e del popolo di tutte e tre le Chiese ortodosse presenti in Ucraina: quella di Mosca, quella di Kiev e quella autonoma – la Chiesa canonica è solo quella di Mosca. Le altre due Chiese, naturalmente, vogliono guadagnarsi la canonicità, cioè una posizione legittima e rispettabile nel mondo ortodosso.

Chi non lo vorrebbe? Certamente e apertamente non lo vuole Mosca, perché considera la metropolia di Kiev come una sua parte inalienabile. Anzi, l’antica Kiev fu e rimane la Russia delle origini, quella Russia iniziale che è spesso chiamata la «Santa Rus’», in un’epoca in cui nessuno aveva mai sentito nominare Mosca. E non lo vuole una certa parte, niente affatto piccola, dell’episcopato della metropolia di Kiev e del popolo soprattutto russo o russofono, che non accetta il potere venuto dopo il Majdan insieme al nazionalismo ucraino. Ma il problema è che tutte e due le Chiese, quella di Mosca e quella di Costantinopoli, hanno il diritto di dare l’autocefalia. Come pure di negarla.

Nel 1993 a Chambésy, vicino a Ginevra, nella sede del Patriarcato Ecumenico, la Commissione interortodossa ha adottato un documento sull’autocefalia e sul modo di proclamarla. Secondo questo documento, come afferma il metropolita Ilarion (Alfeev), l’autocefalia può essere proclamata solo in accordo con il Patriarcato della provincia ecclesiastica cui appartiene chi chiede l’autocefalia. Essenziale è anche il consenso di tutte le altre Chiese ortodosse canoniche. Non si può dare l’autocefalia alle Chiese scismatiche, in quanto non esistenti per le Chiese canoniche. Ma se queste Chiese la chiedono, e il governo insiste? Se la vecchia madre di Costantinopoli decide di tagliare questo nodo così complicato e così doloroso in modo unilaterale, cosa ci possiamo aspettare? Senza dubbio una reazione molto forte da parte di Mosca, che può andare fino alla rottura con Costantinopoli a tempo indeterminato – come fu lo scisma tra Costantinopoli e Roma nel quasi mitico 1054. Di più: questa rottura coinvolgerebbe le altre Chiese ortodosse e sarebbe molto difficile curare una ferita del genere. Poi, al di sotto del problema ecclesiale e giuridico potrebbe nascere anche una divisione spirituale, confessionale, addirittura dogmatica. Certamente, per i nemici dell’autocefalia, essa sarà un pretesto per ricordare al patriarca Bartolomeo tutti i suoi gesti ecumenici, i numerosissimi incontri con il papa, da Giovanni Paolo II sino a Francesco. Così Mosca, anche se suo malgrado, diventerebbe il baluardo del fondamentalismo ortodosso.

C’è un’altra domanda, però. Chi personalmente sarà il destinatario dell’autocefalia? Il Patriarcato di Kiev, il cui il patriarca è un monaco scomunicato anche per vicende sue personali, ex-collabotatore del KGB – cosa che non è mai stata un segreto – convertitosi in patriota accanito e difensore dell’ucrainicità? Non è una figura paragonabile al metropolita Onufrij, capo della Chiesa canonica, fedelissimo a Mosca, uomo devoto, onesto, ascetico. Il Patriarcato di Costantinopoli ha aperto le sue porte alle diocesi della Chiesa autonoma ucraina nell’America del Nord e del Sud, ma ripetere la stessa operazione con la Chiesa autonoma in terra ucraina sarebbe un gesto debole: questa Chiesa si trova in minoranza assoluta nei confronti delle altre Chiese ortodosse.

Una soluzione è possibile: in teoria si potrebbe istituire l’autocefalia come filiazione del Patriarcato Ecumenico – disponibile ad accogliere tutte le comunità ortodosse pronte a farne parte. In questo caso una quarta Chiesa apparirebbe in Ucraina, separata dalle altre, forse antagonista delle altre. Il livello di accanimento reciproco che esiste in Ucraina tra le quattro Chiese con lo stesso rito (Chiesa greco-cattolica inclusa) a volte raggiunge il livello della «guerra fredda». A volte anche calda. Non ci può essere pace tra loro. La nuova Chiesa, sostenuta dal governo e dai «transfughi» (potrebbero essere numerosi) dalle altre Chiese, anche se perfettamente canonica, nei confronti degli altri potrebbe diventare, di fatto, scismatica. E la metropolia di Mosca si rivelerebbe molto più vulnerabile di fronte alle pressioni delle autorità laiche di Kiev.

C’è anche un altro aspetto, di cui nessuno parla, ed è quello pastorale. Ricordo che dal punto di vista ecclesiologico, le Chiese non canoniche per il mondo ortodosso non sono Chiese. Nell’ortodossia non c’è la sottile differenza tra il valido e l’illegittimo, quando i sacramenti distribuiti da un sacerdote ordinato, ma sospeso, rimangono comunque sacramenti. Per gli ortodossi ciò che è illegittimo non è per niente valido. I sacramenti della Chiesa non canonica non esistono, le loro celebrazioni sono teologicamente valutate come teatro liturgico, nulla di più. Nel contesto ucraino vorrebbe dire che milioni e milioni di fedeli, qualsiasi cosa pensino di se stessi, sarebbero fuori dall’ovile della salvezza. Semplicemente fuori. Mosca continua ad insistere che la vera ed unica Chiesa ortodossa in Ucraina è la metropolia di Kiev, tutti gli altri se vogliono vivere con Dio ed essere salvati, devono subito tornare ad essa. È chiaro che il ritorno in massa, soprattutto nelle attuali circostanze politiche e psicologiche non ci sarà mai. Anzi, la popolarità, l’attrattiva delle Chiese linguisticamente, patriotticamente, politicamente ucraine cresce e crescerà ancora. Già adesso, secondo alcune statistiche, il Patriarcato di Kiev, che ha molte meno parrocchie della metropolia di Mosca, probabilmente la sorpassa per numero di fedeli. In questo caso il modo meno doloroso e più naturale per risolvere i problemi principali dell’autocefalia ucraina sarebbe riceverla dalle mani di Mosca. Tanti nodi potrebbero essere sciolti, tanti scontri imminenti e inutili, sarebbero evitati. Prima però, per fare questo gesto, il cuore di Mosca dovrebbe essere sciolto dalla misericordia per il suo gregge perduto. La Chiesa-figlia è già concepita da tempo e deve nascere, ma quando e come? Nessuno sa i dettagli, ma tutti capiscono che siamo arrivati agli ultimi tempi della gestazione.

Vladimir Zelinskij

 

Ultima modifica Sabato 21 Luglio 2018 07:41
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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