Lunedì, 24 Febbraio 2020
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EDUCARE ALL’AMORE

· Coniugare la parola "educazione" con la parola "amore" appare subito una provocazione e una sfida · Eppure esse si sostengono e si nutrono a vicenda, partendo da un presupposto comune: l’accoglienza dell’altro · Educare all’amore significa amare, perché l’amato possa sperimentare l’amore e viverlo come lui sa e vuole · Una revisione di vita sulla parola del Maestro: "Amatevi come io vi ho amato".

Prima parte

Coniugare la parola "educazione" con la parola "amore" appare subito una provocazione e una sfida · Eppure esse si sostengono e si nutrono a vicenda, partendo da un presupposto comune: l’accoglienza dell’altro · Educare all’amore significa amare, perché l’amato possa sperimentare l’amore e viverlo come lui sa e vuole · Una revisione di vita sulla parola del Maestro: "Amatevi come io vi ho amato".

Prima parte

Il titolo di questo numero della rivista è assai problematico e allo stesso tempo coinvolgente poiché racchiude in sé due concetti che in modi, in tempi e con esiti diversi interessano la vita di ognuno di noi lasciandovi segni profondi tali da condizionare in bene o in male la nostra storia personale.

Problematico, od anzi in apparenza addirittura contraddittorio.

La parola AMORE infatti richiama istintivamente un moto spontaneo dell'animo umano, un sentimento incontrollabile dalla ragione che si scatena nel cuore dell'individuo quasi a sua insaputa e che a poco a poco lo pervade tutto, cambiando radicalmente la sua vita e il suo comportamento, conducendolo ad uno stato di estasi o di depressione a seconda dei risvolti che assume il rapporto con l'amato.

Questo modo di intendere l'amore è stato oggetto di gran parte della letteratura di tutti i secoli dando origine a capolavori e creando personaggi-simbolo in grado di evocare con il solo loro nome emozioni profonde. Lo stesso lessico popolare è pieno di espressioni che riprendono il tema dell'amore spontaneo e indomabile; basti ricordare frasi del tipo: al cuor non si comanda, l'amore è cieco e sordo!

Anche oggi, nella nostra epoca clic si direbbe dominata dalla logica, dal calcolo e dalla programmazione, su ogni rivista, anche seria ed impegnata, una rubrica sempre seguita è la cosiddetta "posta del cuore"; i romanzi d'amore hanno tuttora un vasto pubblico e le famose "telenovela" un indice di ascolto assai alto e diffuso tra tutte te classi sociali.

Come sarà dunque possibile accomunare all'amore il concetto di EDUCAZIONE che richiama a prima vista una diffusa esperienza di insegnamenti e di regole volte a incanalare i moti spontanei dell'animo verso comportamenti controllati e forse costretti in steccati predeterminati che si chiamano convenienze sociali, vivere civile, buone maniere?

La nostra "provocazione" sta proprio nell'abbinamento inconsueto di queste due manifestazioni del vivere umano, nello scoprire che esse, ben lungi dal porsi in antitesi, si sostengono e si nutrono a vicenda in una relazione reciproca che giustifica l'essere dell'una in ragione del crescere dell’altra e viceversa.

MARINELLA ed ENRICO GUALCHI

Segretari diocesani C.P.M.- Torino

(da Famiglia domani 2/99)

Pubblicato in Spiritualità Familiare
 

Una liturgia in famiglia pensata per la famiglia

Il Concilio Vaticano II riconosce nel matrimonio una delle vie per giungere alla santità. = Ma, in pratica, come deve articolarsi questo cammino di santità degli sposi?= Come dev'essere la spiritualità coniugale familiare?

Ci sono dei momenti della spiritualità comunitaria indispensabili per una vita spirituale familiare: la preghiera, l'incontro con la Parola, l'Eucarestia, ma qui vorrei individuare proprio alcuni elementi caratteristici della spiritualità della famiglia. Tutti viviamo la quotidianità, ed è proprio qui che Dio ci manifesta, come coppia, come genitori, come figli, la sua volontà perché noi contribuiamo a realizzare con Lui il Regno. Come coppia, ogni giorno siamo chiamati a donarci per crescere nella nostra relazione perché così realizziamo la nostra vocazione: essere icona nel mondo della presenza dell'amore di Dio nell'uomo. Direi di più: siamo chiamati a celebrare la nostra vocazione secondo lo Spirito, non solo per rendere gloria al Padre, ma per accedere al mistero di salvezza. Ecco perché si parla di celebrazione, di liturgia familiare. Preciso subito che la liturgia familiare non solo non è in contrasto con la liturgia comunitaria, ma è anche utile da un punto di vista pedagogico.

I giovani non si riescono più a capire il linguaggio religioso, per esempio la Messa, perché è soprattutto un linguaggio simbolico.

Una liturgia familiare in cui si recupera un linguaggio simbolico, come porre una candela accesa al centro del tavolo prima della cena, può aiutare figli a recuperare un linguaggio che sovente si è dimenticato e a vivere e comprendere meglio la liturgia comunitaria (p.e. le due candele sull'altare, la luce accanto al tabernacolo, ecc.).

RECUPERARE LA TRADIZIONE

Proponendo una liturgia in famiglia non inventiamo niente di nuovo, recuperiamo e valorizziamo quello che si faceva già nelle prime comunità cristiane. Queste provenivano do mondo ebraico, dove la famiglia è importante non solo dal punto di vista della trasmissione della fede ma anche da quello liturgico.

Gli ebrei hanno tre "luoghi di culto": il tempio (scomparso dopo il 70 d.c.), la sinagoga e la famiglia; quest'ultima ha un ruolo particolare tanto è vero che se in una casa ci sono dieci adulti questa può diventare una sinagoga.

Al contrario la sinagoga non diventerà mai luogo dove è possibile celebrare liturgicamente alcune feste che sono tipiche della liturgia familiare; inoltre ci sono momenti liturgici legati ai pasti, come la benedizione prima di mangiare, la liturgia per l'arrivo del sabato al tramonto del venerdì sera, quella di saluto al sabato, al termine della giornata di riposo. Durante queste celebrazioni sono coinvolti tutti i membri della famiglia, compresi i bambini.

Le prime comunità cristiane sono formate da ebrei convertiti che conservano queste tradizioni tanto è vero che fino al terzo secolo la liturgia cristiana sarà domestica.

A partire dal quarto secolo, con Costantino, il cristianesimo diventa la religione dell'impero e si iniziano a costruire le chiese. Da quel momento la famiglia non sarà più il luogo in cui si celebra l'Eucarestia anche se si conserverà per lungo tempo l'abitudine alla preghiera e alla lettura della Parola.

L'UNZIONE DI GESÙ A BETANIA

Ma anche nella vita pubblica di Gesù troviamo esperienze di spiritualità familiare. Un brano che ci può aiutare è quello dell'unzione di Gesù a Betania. Qui Gesù si ferma presso una famiglia di amici che, con altre famiglie, si ritrovano per ascoltare i suoi insegnamenti.

La famiglia ospitante è quella di Simone il lebbroso e la scena ci mostra un contesto familiare: ci sono i commensali, c'è chi arriva, chi serve... proprio come in una nostra casa.

Giunge una donna con un vasetto d'alabastro, pieno di olio prezioso, e ne versa il contenuto sul capo di Gesù.

Che tipo di unzione è quella della donna? Unge Gesù per rendergli omaggio oppure la sua è un unzione rituale? Probabilmente la donna compie un gesto di omaggio nei confronti di Gesù che è l'ospite, ma diventa anche un gesto profetico grazie a quello che dopo dice il Maestro.

Ai discepoli che criticano la donna per lo spreco compiuto Gesù ribatte che il suo è un gesto profetico, perché rimanda a ciò che lui sta vivendo e che i discepoli non hanno capito (Mc 14,6-8).

L'ultima frase di quest'episodio suona infine così: "dovunque sarà predicato questo vangelo, sarà detto anche ciò che ha fatto in memoria di lei" (Mc. 14,9).

Nel testo greco memoria é indicato con mnemòsunon che il grande dizionario biblico traduce con memoriale. Il memoriale, in senso biblico, è un gesto liturgico rituale in cui si rendono presenti le meraviglie compiute da Dio. Allora possiamo dire che fare "memoria di lei" equivale a fare memoria di una donna che, compiendo un gesto quotidiano, ha rivelato il mistero centrale della vita di Gesù: il mistero Pasquale.

PER UNA LITURGIA FAMILIARE

Quali indicazioni possiamo trarre da quest'episodio perché la liturgia familiare sia memoriale di quell'evento e nello stesso tempo spazio di salvezza per chi lo celebra?

Per prima cosa una liturgia familiare non deve essere troppo statica; se la liturgia comunitaria è bloccata in regole e schemi, quella familiare deve essere dinamica proprio perché la storia di una famiglia è così: inizia con due persone, poi vengono i figli, questi crescono, diventano grandi , si sposano e lasciano casa, si ritrovano in due e poi magari resta con un solo componente...

Se non teniamo conto di questa dinamica e seguiamo il modello comunitario carichiamo la famiglia di un ulteriore peso. Una liturgia familiare deve tenere conto di tutti i componenti della famiglia, compresi i bambini e gli anziani. La liturgia familiare è soprattutto una liturgia esperienziale.

Quando vado in comunità incontro Cristo direttamente, in quel momento non è il prete che celebra ma è Cristo stesso. Nella liturgia familiare l'incontro con Cristo è mediato attraverso la mia, la nostra esperienza quotidiana, letta alla luce della Parola di Dio. Come, quando vado a messa, partecipo ad una cena in cui è Gesù che sta celebrando, così in casa la cena, che ci vede riuniti come famiglia, potrebbe diventare liturgia familiare.

Una cena domestica, perché si trasformi in liturgia, ha bisogno della presenza della Parola di Dio, come segno capace di rievocare, di fare memoria di quello che noi vogliamo ricordare, e della preghiera. Una cena che inizia leggendo un piccolo brano di vangelo, che continua con il pranzo e la conversazione e si conclude con una preghiera, è una cena che diventa liturgia, che offre alla famiglia la possibilità di accedere al mistero di salvezza.

Un altro momento di liturgia familiare può essere rappresentato dal momento in cui, alla sera, i coniugi si ritirano nell'intimità della loro camera. Pensiamo a quante volte Gesù si alza di notte per pregare: la notte è importante non solo perché isola ma proprio perché immette nel mistero.

Allora quando la coppia si ritira nella propria stanza, legge un breve passo della Parola di Dio, recita una preghiera , vive l'intimità coniugale, anche la relazione fisica diventa momento liturgico perché ci parla del mistero di Dio.

Non sappiamo come Gesù abbia vissuto in famiglia, ma dai vangeli cogliamo che, nella la sua predicazione, ha usato sovente riferimenti legati all'esperienza domestica.

Questo, per noi genitori, deve essere motivo di speranza: cerchiamo di trasmettere ai figli una serie di valori, di cose importanti, ma ci sembra che non vengano colte e ci sentiamo frustrati. Non disperiamo, perché ciò che abbiamo seminato prima o poi ritornerà.

Adriano Conori

(GRUPPI FAMIGLIA maggio 2002) 

Pubblicato in Spiritualità Familiare

 Una famiglia apparentemente normale come unico segno della nascita del "Salvatore" tanto atteso.

Pubblicato in Spiritualità Familiare
 

IL DONO DELLA LIBERTA’

(una lettura di Galati 5,25)

(Terza parte)

Il dono pasquale della libertà

Il dono pasquale della libertà

"Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi: state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo, della schiavitù" (5,1) Qui Paolo fa tre affermazioni importanti: il fatto della liberazione, con allusione chiara alla sua Pasqua; lo scopo della Pasqua di Cristo, con allusione altrettanto chiara alla nostra Pasqua; e le implicazioni pratiche della sua e nostra Pasqua. In questo modo Paolo ci aiuta a focalizzare ancor meglio l'inestimabile dono della libertà cristiana. Vediamo come. Anzitutto Paolo ci ricorda che il discorso sulla libertà cristiana è dirimente. In altri termini: non si può tenere il piede in due scarpe, non si può tergiversare tra il vecchio e il nuovo. Il suo modo di esprimersi non lascia luogo ad alcun dubbio: "Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere Cristo non vi gioverà a nulla" (5,2). Chi si volta indietro perde completamente il beneficio della liberazione pasquale: "Non avete più nulla a che fare con Cristo, voi che cercate la giustificazione nella legge: siete decaduti dalla grazia" (5,4). Non si può "passare in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di cristo a un altro vangelo" (1,6). Il disappunto dell'apostolo si trasforma in lamento: "Correvate così bene! Chi vi ha tagliato la strada che non obbedite più alla verità?" (5,7). Non solo, ma l'errore di pochi potrebbe inquinare l'intera comunità cristiana: "Un po’ di lievito, infatti,fa fermentare tutta la pasta" (5,9). Non potrebbe esprimersi in modo più chiaro! Paolo infatti si ispira non solo a quello che ha compreso, ma anche alla sua esperienza personale, oltre che alla sua esperienza di apostolo: il bene delle singole persone è superiore ad ogni dottrina e ad ogni legge.

" (5,1) Qui Paolo fa tre affermazioni importanti: il fatto della liberazione, con allusione chiara alla sua Pasqua; lo scopo della Pasqua di Cristo, con allusione altrettanto chiara alla nostra Pasqua; e le implicazioni pratiche della sua e nostra Pasqua. In questo modo Paolo ci aiuta a focalizzare ancor meglio l'inestimabile dono della libertà cristiana. Vediamo come. Anzitutto Paolo ci ricorda che il discorso sulla libertà cristiana è dirimente. In altri termini: non si può tenere il piede in due scarpe, non si può tergiversare tra il vecchio e il nuovo. Il suo modo di esprimersi non lascia luogo ad alcun dubbio: "Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere Cristo non vi gioverà a nulla" (5,2). Chi si volta indietro perde completamente il beneficio della liberazione pasquale: "Non avete più nulla a che fare con Cristo, voi che cercate la giustificazione nella legge: siete decaduti dalla grazia" (5,4). Non si può "passare in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di cristo a un altro vangelo" (1,6). Il disappunto dell'apostolo si trasforma in lamento: "Correvate così bene! Chi vi ha tagliato la strada che non obbedite più alla verità?" (5,7). Non solo, ma l'errore di pochi potrebbe inquinare l'intera comunità cristiana: "Un po’ di lievito, infatti,fa fermentare tutta la pasta" (5,9). Non potrebbe esprimersi in modo più chiaro! Paolo infatti si ispira non solo a quello che ha compreso, ma anche alla sua esperienza personale, oltre che alla sua esperienza di apostolo: il bene delle singole persone è superiore ad ogni dottrina e ad ogni legge.

In secondo luogo Paolo afferma che noi siamo chiamati a libertà (5, 1 3): è come dire che la libertà cristiana non è mi bene assicurato una volta per sempre, ma un dono da coltivare sempre con prudenza e con fedeltà. Si direbbe che per Paolo la libertà cristiana è un bene biodegradabile: occorre circondarlo con attenzioni e difese, occorre preservarlo da contaminazione e contraffazioni, occorre soprattutto orientarlo verso manifestazioni genuine ed autentiche. E così facile contrabbandare come vera una libertà falsa. È sotto gli occhi di tutti il fatto di certe persone che millantano sicurezza e libertà mentre invece sono insicuri e schiavi delle loro passioni! In terzo luogo Paolo dichiara apertamente che non è autentica quella libertà che non porta all'obbedienza (5,7). Anche questo fa parte del paradosso cristiano e non è facile accettarlo; eppure chi non si lascia condurre dentro questa verità non può dire di essere cristiano. Certo se per obbedienza si intende la mera accettazione - esecuzione di un comando estrinseco ed indesiderato, allora essa non tende a promuovere la persona umana e tanto meno si può dire che essa "libera" la libertà. Ma se per obbedienza si intende l'entrare nell'orizzonte divino di Colui che fonda solo sull'unione i comandamenti che pur ci affida (vedi Esodo 20, 1 ss; Deuteronomio 5,6) allora essa libera la persona da se stessa e dai suoi idoli perché impari a sperimentare gli interventi salvifici di Dio nella storia. E se per obbedienza si intende la condivisione della verità di Cristo e del Vangelo, allora essa libera la persona umana dalla carne, dall'egoismo e da tutto ciò che lo caratterizza, per consentirgli di seguire con slancio l'impulso dello Spirito di Cristo.

Conclusione

Conclusione

In Cristo Gesù e sotto il dominio dello Spirito di Dio siamo liberi solo se siamo disposti a diventare gli uni i servi degli altri (5,13), solo se siamo pronti portare gli uni i pesi degli altri (6,2). Prima Paolo diceva che "contro queste cose (cioè contro il frutto dello Spirito) non c'è legge" (5,23), ora invece afferma che "portando i pesi gli uni degli altri noi adempiamo alla legge di Cristo" (6,2). È Cristo che diventa legge per coloro che lo riconoscono come unico liberatore e, in forza di quello che ha patito per amore e in atteggiamento di obbedienza, come unico legislatore. Ma egli non ci dà una legge scritta su carta o su pietra, bensì offre se stesso come legge personificata. È una legge interiore, sulla linea di quella prospettata dal profeta (vedi Geremia 3 1 ,33), che prima ha ispirato la vita di Gesù stesso (vedi Filippesi 2,58) e poi quella degli apostoli (vedi Atti 4,19; 5,29), in particolare la vita di Paolo (vedi I Corinzi 9,21). Accettare questa legge significa lasciare che lo Spirito di Cristo ci conformi a lui, donandoci la "forma" di Cristo e liberandoci dallo "schema" del mondo (vedi e confronta Romani 12,2 dove Paolo contrappone appunto lo "schema" statico e mortificante di "questo secolo" alla "forma" dinamica e vivificante di Cristo).

CARLO GHIDELLI

Biblista

Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano

Da "famiglia domani" 1/99

Pubblicato in Spiritualità Familiare
 

IL DONO DELLA LIBERTA’

(una lettura di Galati 5,25)

(Seconda Parte)

Verità - libertà - carità

Verità - libertà - carità

La novità di vita (vita nuova) di cui siamo gratificati non si esprime in aspirazioni o in pii desideri, ma invade e pervade ogni manifestazione della nostra esistenza. Da un lato essa rende permeabile e sensibile il cuore di ogni credente perché ascolti la parola di Dio e impari a discernere secondo ciò che piace a Dio, dall'altro ispira e guida le nostre scelte e i nostri gesti perché siano sempre conformi alla grazia ricevuta. La nostra vita è nuova perché è vera, cioè ispirata e quasi dettata dalla verità: la verità di Dio (= che è Dio), la verità su Dio (= chi è Dio: Dio è Amore), la verità che viene da Dio (= Gesù, epifania di Dio al mondo, nella storia). Non una verità astratta, filosofica, ma una verità fatta carne, fatta uomo in Cristo Gesù. Una verità che si rivela e si dona, una verità che consola e rinnova, una verità che salva. Mentre rivela Dio all'uomo, manifestandogli la sua eccelsa vocazione, Gesù rivela anche l'uomo all'uomo (vedi Gaudium et Spes, 22), Cioè lo rende consapevole della novità che lo investe e gli infonde fiducia di poter vivere in modo conforme alla vocazione che gli si apre dinanzi. A fronte di questa Verità tutto il resto - circoncisione compresa, e con essa tutto ciò che appartiene ormai ad un regime vecchio e superato e, ancor più, tutto ciò che con orgoglio si propone come alternativa all'unica via che, d'ora in poi, porta alla salvezza - non ha più alcun valore e dobbiamo avere il coraggio di dichiararlo irrilevante e inefficace in ordine alla salvezza, anzi ingannevole e deviante. Sono ovviamente quelle che Paolo chiama le "opere della carne" e che enumera così: "Fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregoneria, inimicizia, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere" (5,20-2 1) quelle cioè che distolgono la persona umana dalla sua vocazione autentica, cioè dalla verità.

La nostra vita è nuova perché è libera, cioè guidata solo dalla libertà di Cristo e del Vangelo: non libertà da qualcosa o da qualcuno, e neppure libertà di fare quello che si vuole, particolarmente di commettere quello che la legge proibisce, ma libertà "per": cioè per Dio e per la verità, per Cristo e per il Vangelo, per gli altri e il loro vero bene: "Voi, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri" (5,13). E vera dunque quella libertà che fiorisce nell'amore a servizio di tutti. Paradosso evangelico molto caro a Paolo (vedi Romani 13,8-10), ma il vero credente sa che la verità rivelata da Dio in Cristo non può non essere paradossale. La nostra vita è nuova perché è caritatevole, cioè opera nella carità: "Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità" (5,6). Elencando i frutti dello Spirito (5,22) Paolo mette in pole position l'amore (agàpe) e lo presenta come l'unico vero frutto dello Spirito, essendone gli alti segni (gioia e pace), manifestazione (pazienza, bontà, benevolenza) e condizioni della sua nascita e del suo fiorire (fedeltà, mitezza, dominio di sé). Poi con tono solenne e liberatorio aggiunge: "Contro queste cose non c'è legge" (5,23). Questa convinzione Paolo la porterà sempre con sé (vedi anche I Timoteo 1,9). Essa può essere riformulata così: la condotta ispirata dallo Spirito, quella cioè che è dettata dalla verità di Dio e si lascia misurare dall'esempio di Cristo, non è mai condannabile. E non lo è per il semplice fatto che è Dio stesso a consigliarla, anzi a comandarla. In perfetta linea con l'insegnamento di Paolo, Agostino scriverà: "Ama e fa quello che vuoi".

CARLO GHIDELLI

Biblista

Università Cattolica del Sacro Cuore — Milano

Da "famiglia domani" 1/99

Pubblicato in Spiritualità Familiare
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