Lunedì, 24 Febbraio 2020
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IL DONO DELLA LIBERTA’

(una lettura di Galati 5,25)

(Prima Parte)

Ÿ La novità di vita, elemento essenziale ed inedito per il cristiano Ÿ Nessuno può, da solo, liberare se stesso dal suo essere "carnale", cioè "egoista" e peccatore Ÿ Solo l’intervento dello spirito ci porta a realizzare le chiamata della libertà Ÿ La nostra vita è nuova in quanto è "vera", è "libera", è "caritatevole" Ÿ I paradossi cristiani della libertà.

La novità di vita, elemento essenziale ed inedito per il cristiano Ÿ Nessuno può, da solo, liberare se stesso dal suo essere "carnale", cioè "egoista" e peccatore Ÿ Solo l’intervento dello spirito ci porta a realizzare le chiamata della libertà Ÿ La nostra vita è nuova in quanto è "vera", è "libera", è "caritatevole" Ÿ I paradossi cristiani della libertà.

L'invito di Paolo: "Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito" (GaI 5,25), viene al termine di un lungo discorso nel quale Paolo aveva già affermato: "Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste" (5,16-17). Possiamo quindi ritenere che per Paolo qui si gioca ciò che è essenziale per la vita cristiana, cioè quella novità di vita (vedi anche Romani 6,4; 7,6; 12,2) che è qualcosa di assolutamente inedito nella storia dell’umanità e che ci è affidato per renderne testimonianza con coraggio e umiltà.

La situazione da cui si parte

"Queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste": Paolo non potrebbe essere più chiaro. Del resto, questo dramma lo ha già espresso altrove: "Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra, vedo un 'altra legge che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?" (Romani 7, 14-24). Non basta dunque che ci esortiamo vicendevolmente a fare il bene. Non basta neppure che ognuno si accontenti di quel recondito anelito verso il bene che pur abita nel cuore di ogni persona. Non basta infine mettere in atto una analisi spietata su se stessi e sulle strutture di peccato con le quali dobbiamo pure fare i conti. Anche se lo desidera ardentemente, nessuno è capace di liberare se stesso dal suo essere "carnale", dal suo essere peccatore. Occorre soppesare attentamente questa verità rivelata. Sì, perché di rivelazione si tratta: qualcosa che da soli non possiamo né affermare né comprendere. È il mistero del peccato e solo chi si lascia illuminare dalla parola di Dio ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome; nella fattispecie, il coraggio di chiamare "peccato" e "situazione di peccato" ciò che per altri potrebbe essere qualificato come naturale e situazione normale. Nessuno dunque può liberare se stesso; solo l'intervento dello Spirito dona a noi la possibilità di realizzare la sua chiamata alla vita vera, alla libertà piena, alla carità evangelica. E ciò in tutte le situazioni umane, in ogni singola vocazione. Un'ulteriore, piccola nota esegetica: in queste pagine paoline "carne" e "Spirito" non indicano due parti della persona, quanto piuttosto due orientamenti divergenti di tutta la persona umana. E appunto tale divergenza che fa esplodere il nostro lamento, che fa nascere la nostra preghiera: "Chi mi libererà da questo mio essere prigioniero del peccato e votato alla morte perché io possa essere libero in Cristo e votato alla vita nuova nella potenza dello Spirito?". E una tensione alla quale nessuno può sfuggire, se non chi pretende di camminare da solo e chi snobba ogni luce che scende dall'alto.

La situazione alla quale si approda

La situazione storica di ogni uomo e donna è dunque quella di un prigioniero, di uno schiavo: anzi in termini ancor più forti è la situazione di un condannato alla morte. Ma - buon per noi (ed è questa la grande novità che non finisce di stupirci) - "Dio, mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, - si legge in Romani 8,3 - ha condannato il peccato nella carne" (di Cristo crocifisso). Quindi Dio ha spostato l'oggetto della condanna: da noi al peccato, e lo ha fatto "nella carne di Cristo crocifisso". Qui la condanna è unica e definitiva: essa pone termine al dominio del peccato sulla "carne" del credente proprio perché e nella misura nella quale, mediante la fede, noi diventiamo solidali con l'atto di obbedienza amorosa di Cristo Signore. È nuova la situazione alla quale siamo approdati mediante la Pasqua di Gesù: tale novità possiamo anche chiamarla "grazia" e così la comprendiamo ancor meglio per quello che è: puro dono. Nella stessa lettera ai cristiani della Galazia Paolo afferma: "Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattate coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio sei anche erede per volontà che Dio" (Galati 4,4-7). La nostra dunque è una novità che è costata cara a Gesù: egli ci ha riscattato "a caro prezzo" (vedi anche 1 Corinzi 6,20; 7,23) ma lo ha fatto per amore, solo per amore, e allora potremmo anche dire - come lo stesso Paolo afferma in Romani 3,24 - che noi in Cristo Gesù siamo giustificati gratuitamente. Tale gratuità è segno rivelatore dell'amore proveniente e sorprendente di Dio Padre, è oggetto di stupore e di riconoscenza per noi, è stimolo a corrispondere all'amore di Dio allo stesso modo.

CARLO GHIDELLI

Biblista

Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano

Da "famiglia domani" 1/99

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Giovedì 11 Novembre 2004 22:46

Famiglia, la grande alleanza (Dino Boffo)

 

FAMIGLIA, LA GRANDE ALLEANZA

E’ tempo di fare rete, sia nei borghi e nelle comunità locali, sia a livello provinciale, regionale e nazionale

C’è una strategia semplice per rompere l’isolamento a cui sembra condannata la famiglia. Si chiama alleanza. Solo uniti possiamo resistere alle fatiche di una quotidianità sempre più complessa, combattendo allo stesso tempo le insidie presenti in questa società, le poche promesse e le molte inadempienze della politica.

Cosa significa alleanza familiare? In primo luogo quella che sappiamo inventarci con altre famiglie, con gli amici, con i vicini, con coloro che frequentano il nostro gruppo e la nostra comunità. Un tempo questo pur minimo sforzo associativo non era necessario. La famiglia patriarcale assicurava una presenza affidabile nella normalità o nell’emergenza.

? In primo luogo quella che sappiamo inventarci con altre famiglie, con gli amici, con i vicini, con coloro che frequentano il nostro gruppo e la nostra comunità. Un tempo questo pur minimo sforzo associativo non era necessario. La famiglia patriarcale assicurava una presenza affidabile nella normalità o nell’emergenza.

Oggi solo le famiglie potranno salvare la famiglia: se ciascuno tende la mano al vicino, se ha il coraggio di aprire la porta di casa sia per chiedere, sia per offrire aiuto, qualcosa dovrà cambiare. Mentre gli aiuti pubblici si riducono sempre più, i buoni risultati delle associazioni familiari, attraverso le piccole, ma efficaci, forme di auto-organizzazione stanno sollecitando riflessioni più attente.

Un esempio sono i gruppi di sostegno alle coppie in difficoltà: troppi coniugi che alzano bandiera bianca perché schiacciati dai propri limiti ritenuti insuperabili, troppe famiglie che dichiarano fallimento e si arrendono disseminando il campo di morti (gli affetti) e feriti (i figli)... L’intera società ne subisce gli effetti negativi.

Altri gruppi familiari hanno saputo inventarsi piccole scuole materne flessibili, senza orari rigidi, modellate sulle esigenze dei bambini perché le "insegnanti" sono, a turno, le mamme stesse. Con il medesimo criterio sono sorte forme di collaborazione familiare per il lavoro domestico o per l’assistenza degli handicappati.

Queste piccole alleanze possono rappresentare la premessa per un associazionismo familiare capace di incidere davvero sul fronte più complesso della cultura e della politica.

I NUOVI ORIZZONTI DELL’ASSOCIAZIONISMO

Le associazioni familiari sono chiamate innanzi tutto a lavorare sulla cultura, divenendo interlocutrici tanto disponibili quanto serie e provocatrici dei mass-media. Continuiamo a richiedere con forza ciò che ci sembra giusto: parità scolastica, leggi capaci di superare l’attuale Far West della procreazione assistita, assegni familiari meno inconsistenti, interventi di sostegno per il lavoro domestico, una promozione convinta del part-time... Ma tutto ciò sarebbe inutile, se nello stesso tempo non lavorassimo per affermare un’idea forte di famiglia e richiedere una più globale politica familiare. Per questo difficile compito va allargata, a tutti i livelli, la rete dell’associazionismo familiare, in primo luogo il Forum delle Associazioni Familiari.

AGIRE SULLA CULTURA

Ma intervenire sui meccanismi di trasmissione della cultura non è semplice perché la famiglia non è una "materia" che si studia a scuola. I mass-media se ne occupano in termini patologici (la famiglia che non c’è, o c’è troppo, la famiglia che si sfascia, la famiglia che è malata…), anche perché la famiglia ordinaria non fa tendenza. Interessano molto di più i single o le coppie di fatto, etero o monosessuali. Eppure siamo ben consapevoli che la famiglia è il più efficace degli ammortizzatori sociali: tanti disagi, che le istituzioni pubbliche non sanno o non vogliono risolvere, nella famiglia possono essere contenuti, e spesso risolti brillantemente. A costo zero per quelle stesse istituzioni. L’uomo che bada e basta a se stesso, è la lusinga più rovinosa di quella cultura d’impronta laicista che vorrebbe relativizzare il ruolo della famiglia.

SEMPRE PIU’ SEPARAZIONI E DIVORZI

Ecco perché si parla sempre più spesso di "modelli familiari" al plurale. Come se la famiglia fosse un canovaccio da recitare a soggetto. E, se si fallisce, si può ritentare una, due, tre volte. Negli ultimi dieci anni il numero delle famiglie che si frantumano è in costante ascesa. Sono quasi sessantamila ogni dodici mesi, ma questo non fa più notizia. Peccato che a complicare questo intenso traffico di arrivi e di partenze ci sono spesso i bambini, le vittime autentiche delle separazioni. Gli adulti avvertono innanzitutto la propria sofferenza, o i propri disagi. Ma sono i bambini le prime vittime, sono loro a subire le ferite più laceranti. Anche a questo dovrebbero pensare le coppie che si separano, e con loro i legislatori, per evitare di rendere scontato lo scioglimento del matrimonio. Gli strumenti, tra cui quello della mediazione familiare, non mancano.

SE L’AMORE HA IL SAPORE DELLA... SANTITÀ

Quando l’amore coniugale è vero, profondo, uno e per sempre, diventa - da un punto di vista cristiano - anche un amore santo. E chissà quanti santi ci sono nelle reti locali di comunità. Eppure troppo spesso, nel linguaggio di alcuni mass-media laici, si ricorre al termine "familiare" per indicare qualcosa di implicitamente negativo. Sembrerebbe quasi che per questi "esperti" la famiglia sia soltanto un’istituzione superata, una realtà incapace di reggere il passo con le vorticose trasformazioni della società e della cultura. Cioè quel movimento di passaggio che, in mancanza di definizioni più efficaci, viene chiamato "postmoderno".

INSIEME PER UN GRANDE PROGETTO

A nostro avviso però la situazione reale è assai diversa. Proprio i nuovi orizzonti culturali, i grandi successi tecnologici e scientifici, i profondi mutamenti sociali e di costume lasciano ipotizzare per la famiglia - una famiglia rinnovata e risignificata - un futuro da protagonista. Certo, la denatalità, il crescente ricorso all’aborto, la fragilità dei matrimoni più giovani, sono problemi che non possono passare in secondo piano e verso i quali occorre continuare a tenere desta l’attenzione. Ma i segnali incoraggianti sono nettamente superiori alle valutazioni pessimistiche. Oggi la maggior parte dei coniugi può realisticamente pensare di trascorrere insieme 30, 40 o 50 anni. E questa nuova prospettiva permette alla coppia di immaginare e progettare un lungo cammino insieme, attraverso le varie stagioni della vita. Questo percorso per gli sposi cristiani può diventare un continuo, reciproco arricchimento umano e spirituale. Ecco perché sarebbe fuori luogo guardare ai mutamenti socio-culturali della cosiddetta età postmoderna con preoccupazione e timore. In quelle trasformazioni, al contrario, si possono scorgere i germi per una significativa rinascita familiare. Una rinascita che passa obbligatoriamente attraverso un’alleanza: della famiglia, per la famiglia, insieme a tutte le famiglie disposte a condividere il nostro progetto.

Dino Boffo,

direttore di Avvenire 

Pubblicato in Spiritualità Familiare
 

"Come incarnare la fede nel mondo che cambia"

  • È difficile, oggi, nella cultura moderna, diventare cristiani e, per chi già lo è, testimoniare la propria fede
  • L’individualismo e il pluralismo come segni distintivi della società odierna e come sfida per la fede
  • La fede è innanzitutto un’interruzione della banalità del quotidiano da riempire con alcuni convinti "Sì" al Dio della vita, unico santo e che prende le parti degli impoveriti e dei sofferenti

Il sociologo tedesco Franz-Xavier Kaufmann ha formulato a mo’ di tesi le condizioni dell’essere e divenire cristiani nel contesto della nostra società in costante modernizzazione nei tre punti seguenti: 1) è difficile diventare cristiani nella cultura moderna; 2) è difficile nel contesto attuale vivere e comportarsi da cristiani; 3) se anche qualcuno riesce a far effettivamente valere la propria fede cristiana, diventa un elemento di disturbo per l’ambiente in cui vive. Le riflessioni che seguono tentano di analizzare la situazione attuale della trasmissione della fede e le possibili prospettive tenendo come riferimento queste tre tesi.

3. Una fede solida come "interruzione" di ogni realtà ritenuta ovvia

Se si assume una definizione di Johann Baptist Metz, la caratteristica della religione consiste nel fatto che essa, anziché edificare il quotidiano nella festa, lo interrompe. Questa interruzione della routine quotidiana contiene un doppio orientamento: da un lato, in quanto momento di arresto, essa schiude quella distanza che è necessaria per percepire la realtà con occhi diversi da quelli abituali e per ritornare al fondamento di se stessi. Secondo la fede cristiana l’intera esistenza è essenzialmente un dono di cui Dio ha reso partecipi le sue creature. Questo vale anche e soprattutto per l’uomo, per ogni singolo che – nonostante tutte le sue colpe e senza aver fatto qualcosa di particolare – può sapersi amato e riconosciuto da Dio. Una tale distanza rende possibile, per altro verso, quella libertà che consente di non sottomettersi ciecamente alle frenetiche attività quotidiane e di esaminare criticamente tutto ciò che accade e che, probabilmente, si tenta persino di giustificare come immodificabile, così da vedere se è compatibile oppure no con ciò che Dio ha posto in opera con la creazione. Quanto questa differenziazione corrisponda alla struttura fondamentale della fede cristiana lo può confermare il rinvio alla promessa battesimale cristiana con i suoi tre "si" e tre "no".

Probabilmente, la crisi della fede cristiana oggi ha il suo motivo più profondo nel fatto che troppi la riducono ad un "forse". La chance della situazione attuale consiste invece nel fatto che la fede cristiana, liberata da tutti i gravami possibili, scopre la sua enorme attualità proprio richiamandosi alla sua identità. La sua crisi porterebbe però ad aumentare se essa, per un verso, cercasse di ingraziarsi la società (dominante) trasformandosi in una "religione civile" che si limiti a dare la propria benedizione supplementare a quanto ha già il suo corso, oppure se, per altro verso, si ritirasse – nuovamente – su un bastione in cui tentasse artificiosamente di conservare o addirittura di ripristinare il sano e trasfigurato mondo che fu.

Ora, la fede, che tenta di sillabare il suo si e il suo no di fronte alle sfide del presente, entra in un conflitto gravido di conseguenze pratiche con la realtà, deve cercare di tener fermi i punti che a mo’ di conclusione presentiamo senza pretesa di completezza:

  • Come sì a Dio che offre la sua vita per l’intera creazione, la fede si faccia sensibile per tutto ciò che minaccia questa vita o che addirittura la annienta. Ritengo ottima la formulazione di un teologo che una volta ha indicato i cristiani e le cristiane come un movimento di resistenza per la vita – dai suoi inizi fino alla fine.
  • Come sì a Dio che solo è santo, la fede si opponga a tutto ciò che tenta di subentrare al posto di Dio e ne rivendichi la sua santità. Senza che per questo debba crescere un’ostilità nei confronti della tecnica, la fede su faccia attenta e diffidente quando certi uomini pensano di potersi impossessare di attributi tradizionalmente riservati a Dio: per esempio, l’onnipotenza con l’aiuto della microelettronica.
  • Come sì a Dio che si è gettato con passione dalla parte dei resi-poveri, dei senza-diritti, e dei reietti dalla società, la fede mantenga in modo preferenziale una solidarietà di parte con coloro che oggi sono abbandonati ad un analogo destino e sia pronta all’occorrenza ad assumersene il disagio.
  • Come sì a Dio il cui nome è profondamente e misteriosamente legato alla storia della passione dell’umanità, la fede presti attenzione a tutti coloro che soffrono e non abbandoni all’oblio coloro che hanno sofferto senza colpa o che addirittura sono stati deliberatamente esposti alla sofferenza o all’annientamento. Si svolga con passione contro tutti i tentativi di voler semplicemente rimuovere dalla società il dolore percepito come elemento di disturbo.
  • Come sì a Dio che ha promesso alla creazione il suo compimento, la fede sappia incoraggiare alla responsabilità per il futuro della vita. In tutto questo sopporti il fallimento umano e dia la forza di proseguire o di ricominciare da capo anziché rassegnarsi o lasciare al cinismo l’ultima parola.
  • Come sì a Dio che vuole la salvezza per tutti gli uomini, sia fatto divieto alla fede cristiana di porsi in modo assoluto come l’unica religione che si presume come portatrice di beatitudine; piuttosto, essa faccia sì che nella sua fila i cristiani e le cristiane rendano insieme al mondo e davanti ad esso una testimonianza credibile in parole e opere della loro fiducia nella "salvezza che viene da Dio in Gesù Cristo" (Edward Schillebeeckx).

Laddove si riesce a rinviare a una prassi corrispondente – per quanto pur sempre frammentaria – e laddove si può dar conto della fede muovendo da simili contesti vissuti e esperiti, il che a seconda del contesto avviene con accenti immancabilmente diversi, non c’è bisogno di farsi preoccupazioni per il futuro della trasmissione della fede – anche se essa prende altre strade rispetto a quelle finora conosciute.

Norbert Mette

"Famiglia domani" 4 / 99

Pubblicato in Spiritualità Familiare
 

"Come incarnare la fede nel mondo che cambia"

  • È difficile, oggi, nella cultura moderna, diventare cristiani e, per chi già lo è, testimoniare la propria fede
  • L’individualismo e il pluralismo come segni distintivi della società odierna e come sfida per la fede
  • La fede è innanzitutto un’interruzione della banalità del quotidiano da riempire con alcuni convinti "Sì" al Dio della vita, unico santo e che prende le parti degli impoveriti e dei sofferenti

Il sociologo tedesco Franz-Xavier Kaufmann ha formulato a mo’ di tesi le condizioni dell’essere e divenire cristiani nel contesto della nostra società in costante modernizzazione nei tre punti seguenti: 1) è difficile diventare cristiani nella cultura moderna; 2) è difficile nel contesto attuale vivere e comportarsi da cristiani; 3) se anche qualcuno riesce a far effettivamente valere la propria fede cristiana, diventa un elemento di disturbo per l’ambiente in cui vive. Le riflessioni che seguono tentano di analizzare la situazione attuale della trasmissione della fede e le possibili prospettive tenendo come riferimento queste tre tesi.

2. Problemi e ostacoli di una vita conformata in senso cristiano nella società moderna

Non si può negare che le chiese siano fortemente messe in crisi dal mutamento sociale. Ovunque vacillano le loro risorse tradizionali – a cominciare dal grado di appartenenza ad esse, per giungere fino alla loro presenza pubblica. È in atto un processo di allontanamento di massa dalle chiese e di esso non di intravede ancora la fine. Molte inquietudini e molti conflitti intraecclesiali del nostro tempo vanno letti su questo sfondo.

In vista di un orientamento capace di futuro è importante, al cospetto di tale situazione, operare una duplice differenziazione e cioè distinguere tra ciò che in determinate epoche può e deve modificarsi e in parte essere addirittura superato nella fede dell’adulto – soprattutto nell’ambito delle forme in cui tale fede si esprime – così che tale fede possa esplicitarsi in maniera conforme alle nuove condizioni sociali, e ciò che invece costituisce l’identità della fede cristiana ed è perciò irrinunciabile.

Che proprio la chiesa cattolica abbia difficoltà ad operare un tale distinzione e che in luogo di ciò si sia da tempo ostinata sulla posizione di un totale antimodernismo, è quanto complica il suo rapporto con la società moderna o postmoderna. Voler recedere dall’apertura, che il Concilio Vaticano II ha in questo senso dischiuso, sarebbe per lei una catastrofe. Soprattutto in un punto il Concilio ha ricuperato l’aggancio con quelle conquiste della modernità da salutare come assolutamente positive; nell’incondizionato riconoscimento – derivante anche e proprio dalla fede cristiana – dell’uomo nel suo essere fondamentalmente costituito come libero. Con riferimento alla trasmissione della fede ciò significa che ogni assunto di indottrinamento e di manipolazione la contraddice – altrimenti sarebbe giustificata la sentenza dei critici della religione per i quali la fede è un’alienazione dell’uomo – mentre essa è adeguata all’uomo nella misura in cui lo aiuta a ritornare a se stesso – nella sua relazione con gli altri uomini, con il mondo e con Dio – e a conformare la sua vita nella chiamata alla libertà (cf Gal 5,1).

I presupposti di tutto ciò sono in linea di massima dati con l’individualismo, quando non addirittura favoriti in confronto alle società premoderne. Realisticamente, va però detto che l’elevato spazio di gioco della libertà si accompagna a molti problemi nella percezione di questa libertà. Da una parte, si fa molto spesso strada una concezione di libertà assai unilaterale, autoreferenziale; in questo senso, è vero che all’individualismo può essere rinfacciata una tendenza all’egoismo: la tensione ad una libertà dell’io, possibilmente smisurata, va, quando occorre, a spese di quella degli altri; si fa largo una concezione edonistica della vita. Dall’altra parte, ci sono chiari segnali di una nuova modalità di stili di vita contrassegnati in maniera più uniforme di come ci si potrebbe immaginare sotto le insegne di una cultura della libertà. A leggere recenti studi di sociologia si trova che a seconda dei vari contesti giocano un ruolo sempre maggiore comportamenti più o meno codificati e i singoli si fanno da questi influenzare – tanto nel caso che continuino ad agire sullo sfondo i contesti tradizionali, quanto in quello che se ne siano costituiti di nuovi o, come si può osservare nel mondo giovanile, se ne costituiscano dei nuovi ancora. Questi contesti con le loro consuetudini di vita esercitano un’elevata influenza su coloro che vi appartengono (o che fanno di tutto per appartenervi) e svolgono una funzione discriminante e in parte emarginante nei confronti del comune vivere in società. Si aggiunga che molti hanno interesse a tentare di occupare gli spazi lasciati liberi dai vincoli della tradizione. È soprattutto da citare qui il caso dell’industria del consumo che, con ogni possibile seduzione, nella pubblicità promette ai consumatori la conquista della libertà per portarli poi ad avere una fede assoluta in ciò che a lei solo importa: cioè in un sempre maggior consumo.

Non è difficile concludere che tali realtà ormai più diffuse nella società sono tutt’altro che propizie al tentativo di costruire la propria vita a partire da convinzioni cristiane – tanto più se la fede non agisce solo occasionalmente come edificazione festiva di un quotidiano altrimenti inquieto, ma viene fatta valere nei suoi impulsi che costruiscono un’identità e che sono rivolti a una prassi di libertà responsabile.

Norbert Mette

"Famiglia domani" 4 / 99

Pubblicato in Spiritualità Familiare
 

"Come incarnare la fede nel mondo che cambia"

  • È difficile, oggi, nella cultura moderna, diventare cristiani e, per chi già lo è, testimoniare la propria fede
  • L’individualismo e il pluralismo come segni distintivi della società odierna e come sfida per la fede
  • La fede è innanzitutto un’interruzione della banalità del quotidiano da riempire con alcuni convinti "Sì" al Dio della vita, unico santo e che prende le parti degli impoveriti e dei sofferenti

Il sociologo tedesco Franz-Xavier Kaufmann ha formulato a mo’ di tesi le condizioni dell’essere e divenire cristiani nel contesto della nostra società in costante modernizzazione nei tre punti seguenti: 1) è difficile diventare cristiani nella cultura moderna; 2) è difficile nel contesto attuale vivere e comportarsi da cristiani; 3) se anche qualcuno riesce a far effettivamente valere la propria fede cristiana, diventa un elemento di disturbo per l’ambiente in cui vive. Le riflessioni che seguono tentano di analizzare la situazione attuale della trasmissione della fede e le possibili prospettive tenendo come riferimento queste tre tesi.

1. Difficoltà della trasmissione della fede, oggi

Che l’educazione religiosa, nella nostra dimensione culturale, avvenga in condizioni diverse rispetto a quanto capitava due o tre generazioni fa è a tutti coloro (genitori, parroci, insegnanti di religione, ecc.) che tentano di svolgere questo compito un’esperienza fin troppo nota. Sarebbe però precipitoso assumere, o farsi attribuire, questa situazione come un fallimento personale. Certo, l’agire personale necessita sempre di un esame di coscienza autocritico. Ma oggi sull’educazione religiosa – come d’altra parte sull’educazione in generale – influisce anche (e in misura molto massiccia) una serie di fattori strutturalmente condizionati che solo con difficoltà possono essere governati e controllati a livello individuale.

Nell’ambito della sociologia sono pertanto divenuti usuali due concetti che di seguito saranno brevemente esaminati con riferimento alle loro implicazioni e conseguenze di pedagogia religiosa.

-Individualismo: questo termine designa – parlando per paradossi – la forma di socializzazione adeguata alle condizioni sociali e culturali del presente. Si tratta di un processo nel quale il singolo, diversamente da ciò che avveniva un tempo, è ampiamente abbandonato a se stesso. Nella nozione tradizionale, socializzazione significa crescere negli usi consolidati di una società, prendere confidenza con se stessi e farli propri. Il corso che la socializzazione doveva di volta in volta prendere era determinato dalle condizioni in cui si cresceva; di regola, si rimaneva nello stato sociale in cui si era nati. Avevano notevole forza anche quei contesti culturali (o sub-culturali) che erano caratterizzati da una grande omogeneità per quanto riguarda le visioni del mondo e l’etica di vita. Uno di questi grandi contesti sociali, che fino alla metà di questo secolo possedeva ancora una grande importanza per la socializzazione, era il contesto cattolico. L’educazione religiosa, nella sua variante cattolica, funzionava ampiamente da socializzazione di questo contesto che abbracciava l’individuo dalla culla alla tomba. Qualcosa di simile avveniva d’altra parte, alla fine del diciannovesimo secolo, con il movimento socialista operaio.

: questo termine designa – parlando per paradossi – la forma di socializzazione adeguata alle condizioni sociali e culturali del presente. Si tratta di un processo nel quale il singolo, diversamente da ciò che avveniva un tempo, è ampiamente abbandonato a se stesso. Nella nozione tradizionale, socializzazione significa crescere negli usi consolidati di una società, prendere confidenza con se stessi e farli propri. Il corso che la socializzazione doveva di volta in volta prendere era determinato dalle condizioni in cui si cresceva; di regola, si rimaneva nello stato sociale in cui si era nati. Avevano notevole forza anche quei contesti culturali (o sub-culturali) che erano caratterizzati da una grande omogeneità per quanto riguarda le visioni del mondo e l’etica di vita. Uno di questi grandi contesti sociali, che fino alla metà di questo secolo possedeva ancora una grande importanza per la socializzazione, era il contesto cattolico. L’educazione religiosa, nella sua variante cattolica, funzionava ampiamente da socializzazione di questo contesto che abbracciava l’individuo dalla culla alla tomba. Qualcosa di simile avveniva d’altra parte, alla fine del diciannovesimo secolo, con il movimento socialista operaio.

Questa situazione sociale si è poi radicalmente modificata a seguito di quel processo di modernizzazione che ha sempre più coinvolto tutti gli ambiti sociali. La modernizzazione nel senso della costante accelerazione di innovazioni tecniche e, conseguentemente, sociali può in un certo qual modo essere equiparata al venir meno alla tradizione; per il programma dell’età moderna le tradizioni sono infatti un peso superfluo e gravoso. Tutto ciò ripercuote nell’incalcolabile erosione del contesto sociale tradizionale.

Ora, per il singolo ciò significa crescere senza l’eredità – in parte rassicurante, in parte opprimente – dei contesti precedenti, essere libero di prendere in mano la propria vita e di gestirsela autonomamente. Questo essere rimandato a se stesso, questa nuova conseguita libertà è un punto di non ritorno. Anche quando il singolo decide di aderire ad un determinato gruppo e di conformare la propria vita secondo le regole e i valori di quel gruppo, di tratta pur sempre di una decisione liberamente assunta.

- Pluralismo: un segno distintivo della società moderna è il fatto che essa – condizionata da quell’individualismo che a sua volta contribuisce a promuovere – non conosce più una gerarchia unitaria di concezioni, valori e comportamenti generalmente condivisi, bensì una pluralità di stili di vita e di modelli valoriali che li incarnano. In essa, al di sotto di una soglia-limite di delitti percepiti come criminosi, tutto è possibile e permesso. Le concezioni di valore più diverse stanno le une accanto alle altre e nessuna può accampare per sé il diritto di una priorità normativa. Si aggiunga che le culture, finora ampiamente distinte le une dalle altre, sono per mezzo delle migrazioni e del turismo sospinte a incontrarsi sempre più. La società è divenuta multiculturale. È evidente che in questo modo le possibilità del singolo di trovare un proprio orientamento si sono sensibilmente modificate; e si comprende anche come non necessariamente l’orientamento, una volta conseguito, possa essere mantenuto per tutto il corso della vita.

: un segno distintivo della società moderna è il fatto che essa – condizionata da quell’individualismo che a sua volta contribuisce a promuovere – non conosce più una gerarchia unitaria di concezioni, valori e comportamenti generalmente condivisi, bensì una pluralità di stili di vita e di modelli valoriali che li incarnano. In essa, al di sotto di una soglia-limite di delitti percepiti come criminosi, tutto è possibile e permesso. Le concezioni di valore più diverse stanno le une accanto alle altre e nessuna può accampare per sé il diritto di una priorità normativa. Si aggiunga che le culture, finora ampiamente distinte le une dalle altre, sono per mezzo delle migrazioni e del turismo sospinte a incontrarsi sempre più. La società è divenuta multiculturale. È evidente che in questo modo le possibilità del singolo di trovare un proprio orientamento si sono sensibilmente modificate; e si comprende anche come non necessariamente l’orientamento, una volta conseguito, possa essere mantenuto per tutto il corso della vita.

Volendo ricavare da queste riflessioni alcune prime conseguenze in merito alla trasmissione della fede possiamo osservare un duplice fenomeno: per un verso, le fede diventa sempre più questione di una decisione consapevole e soggettiva; per altro verso, la fede si trova non solo in un contesto di visioni del mondo orientate in senso pluralistico, ma, nella misura in cui anch’essa viene vissuta e fatta propria a livello individuale, tende essa stessa a pluralizzarsi nelle varie forme in cui si esprime.

Norbert Mette

"Famiglia domani" 4 / 99

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