Sabato, 23 Settembre 2017
Venerdì 16 Giugno 2017 07:58

La storia del Corano come documento scritto (Alfred–Louis de Prèmare) In evidenza

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La fissazione per iscritto delle parole della Rivelazione che il Profeta ricevette ha conosciuto una storia sulla quale, nonostante le apparenze, la luce è lungi dall'essere fatta, sia per gli autori musulmani classici, sia per gli studiosi contemporanei.

All'inizio del VII secolo, la comunità islamica è una comunità nuova e in fase di conquista, in espansione sia territoriale sia dottrinale su terre occupate sino a quel momento da altre comunità con le quali entra in concorrenza: ebraica, cristiana, mazdea, e manichea. Sulla scia di queste, ma in contrapposizione con loro, i musulmani costituiscono i loro propri riferimenti sullo stesso terreno, quello delle Scritture. Si tratta soprattutto, al di là delle controversie, di esporre come manifesto a destinazione interna ed esterna le affermazioni essenziali dell'Islam affidandole ad un libro particolare che ha il carattere di una proclamazione: il Libro di Dio, ritenuto contenere l'essenziale di tutti gli altri e la cui espressione definitiva per gli uomini in questo mondo è il Corano (5, 15; 6, 155-157).
Si è stabilito una sorta di consenso, presso i musulmani e sulla base di racconti tradizionali, per collocare la costituzione definitiva del Corano scritto all'epoca del terzo successore di Maometto, il califfo Uthman (644-656/23-35 dell'era islamica, indicata con E); si parla così di «vulgata uthmaniana». Ma, a dispetto di questo consenso, un certo numero di elementi fa pensare che l'elaborazione del testo completo, sempre in un contesto di gravi e sanguinosi torbidi politici, si sia estesa nel corso dei sessanta o settant'anni che seguono la morte del Profeta, sino alla fine del regno del califfo omayyade Abd al-Malik (685-705/65-86 E). Parallelamente sono rimaste ancora collezioni parziali, cioè versioni in parte divergenti che sono state conservate per un certo tempo e, in qualche caso, «sotto banco», da detentori privati. Questi corpus sono oggi scomparsi come entità costituite. Si osserverà anche che l'ultima codificazione di un testo ne varietur non è intervenuta che nel 934 (322 E). Si trattava allora, sulla base di tradizioni anteriori differenti, di codificare le varianti autorizzate nella lettura del testo recepito, le «letture». Ci sarebbero dunque voluti tre secoli per giungere ad una fissazione definitiva del testo coranico.

Maometto ha scritto?

Nel testo finale del Corano troviamo parecchie allusioni abbastanza chiare ad una scrittura almeno parziale di elementi coranici sotto la direzione di Maometto (25, 5; 16, 101). Vi si evoca spesso uno scritto o un libro, in arabo, che contiene dei «versetti» che sono «recitati» o «letti» (10, 1; 11, 1; 3, 101; 41,3; 31,7).
Leggendo questi passaggi, non possiamo che pensare a uno scritto che, già a quei tempi, era in corso di elaborazione, e non solo di proclamazioni orali che saranno messe per iscritto più tardi. Inoltre i corpus di «Tradizioni» (Hadith) ci parlano dei segretari di Maometto. Si attribuisce ad uno di questi, Zayd, un breve racconto che inizia così: «Eravamo presso l'inviato di Dio, intenti a comporre il Corano a partire da pezzi [di pelle o di pergamena], ed ecco che... Forse nella prima persona plurale era incluso Obayy, che apparteneva alla stessa tribù di Zayd, e di cui il biografo Ibn Sa'd (IX sec./III sec. E) dice «che scriveva la rivelazione per l'inviato di Dio». Questo significa che tutto, o la maggior parte del Corano scritto era realizzato in vita del Profeta? Alcuni orientalisti lo pensano. Ma la questione rimane controversa. Sarebbe stupefacente che fosse così, tenuto conto della storia del testo successiva alla sua morte.

Nel celebre corpus di Hadith di Buhàri (IX sec /III sec. E), i racconti dicono che il Corano scritto come lo possediamo noi è stato costituito dopo la morte del Profeta. Ma questi racconti, nella loro struttura, risalgono al più presto ad un centinaio d'anni dopo la morte di Maometto. La parola usata per il Corano è «raccogliere»: jam'. «La raccolta del Corano» è anche divenuta un'espressione quasi tecnica. Significa che si sono riuniti i testi coranici esistenti sotto due forme: elementi già scritti e rimasti sino a quel momento sparpagliati; elementi che erano stati memorizzati da uditori e che sono stati messi per iscritto in quel momento. Nel piccolo racconto attribuito a Zayd, il segretario di Maometto citato prima, appare un altro termine: allafa; significa «comporre» nel senso originale, più attivo e più creativo di «riunire. organizzare, armonizzare».
Il testo del Corano è abbastanza esplicito sui bisogni cui doveva rispondere la produzione di un libro. Le ricorrenze del termine kitab, «scritto/libro», sono molto numerose. L'espressione «Genti della Scrittura/del Libro» è largamente diffusa per parlare degli ebrei e dei cristiani. Si tratta allora di produrre una Scrittura che possa collocar-si come concorrente, in lingua araba, e sostituirsi ai «libri discesi» precedentemente per gli ebrei, pur dichiarando di confermarli (2, 87-89; 3, 69-73; 4,153; 10,37-38; 12,2 ecc.). Ma questo concerne anche altri, a parte gli ebrei. Sempre secondo la loro intenzione deve essere prodotto uno scritto sacro che autentichi il messaggio del profeta (11,12-16; 37,157); non mettono anch'essi l'Inviato alla prova di produrne uno come segno o miracolo (6, 7; 17, 93)? In conclusione si fa sentire il bisogno di un libro incontestato per stabilire il dogma e la legge della nuova comunità, per essere il garante della sua unità e il codice che regola la sua pratica come lo era la Torà per gli ebrei e il Vangelo per i cristiani (4, 105; 5,44-48; 2,213).

Il califfo Uthmàn, «raccoglitore» del Corano

Parecchi racconti riguardano i motivi che avrebbero, dopo la morte di Maometto, spinto il califfo Uthmàn a «raccogliere il Corano». Ecco, in sintesi, secondo il corpus di Buhàri, il racconto più diffuso: Hudhayfa, il capo militare della conquista in Armenia e Azerbaigian, è desolato per le maniere diverse in cui i suoi uomini, provenienti dalla Siria e dall'Iraq, «recitano» i versetti. Al suo ritorno dalla campagna, ne informa il califfo dicendogli: «Recupera questa comunità prima che si separi a proposito del Libro come si sono separati gli ebrei e i cristiani». A seguito di ciò Uthmàn crea una commissione per istituire un Corano completo a partire, da un lato, da fogli redatti precedentemente per ordine dei suoi predecessori e, dall'altra, di frammenti memorizzati da alcuni compagni di Maometto. L'autenticità del racconto nella sua materialità è stata messa in discussione dagli studiosi moderni: non mancano altre versioni dei fatti. Questo non significa che non abbia un qualche fondamento di verità. Consideriamo l'indicazione dei motivi che presiedono alla redazione del Corano scritto: la preoccupazione politica di garantire attorno ad un riferimento scritto incontestato l'unità di una comunità che si pensa minacciata di sbandamento di fronte ad altre comunità garantite anch'esse dai loro libri. Questa indicazione corrisponde bene al contesto storico del regno di Uthmàn: all'esterno concorrenza ed espansione territoriale; all'interno, crescita dell'opposizione al califfo per ragioni sociali e politiche, ed anche tribali e familiari. In questo contesto, il riferimento al Libro di Dio gioca un ruolo essenziale.
Uthmàn, dicono i racconti, inviò delle copie della sua recensione nelle principali città e ordinò di distruggere qualunque altra raccolta. L'opposizione fu vivace, specialmente a Kufa, focolaio della secessione contro il califfo. Ibn Mas'ud, un vecchio compagno di Maometto, vi insegnava la sua propria lettura di capitoli del Corano ricevuti direttamente, diceva, dalla bocca del Profeta. Accusò i membri della commissione di Uthmàn di avere con la frode manipolato i testi.

Egli fu «corretto» pubblicamente, e non si sa se continuò a insegnare a Kufa o se finì i suoi giorni in residenza coatta a Medina: esistono entrambe le versioni. Questi avvenimenti ebbero certamente la loro parte nella crisi che, in un contesto più largo di contestazione dell'assegnazione delle terre conquistate, doveva sfociare nell'assassinio del califfo nel 656 (35 E). I racconti musulmani tradizionali citano i nomi di diversi personaggi che contribuirono all'elaborazione della vulgata. Sono citati alcuni segretari di Maometto, tra i quali emergono i nomi di Zayd e di Obayy. Essi citano anche i nomi dei realizzatori e detentori di collezioni scritte parziali anteriori alla messa a punto della vulgata; essi citano infine i nomi dei realizzatori di corpus completi ma parzialmente divergenti che furono scartati quando fu imposto il corpus ufficiale: in particolare lbn Mas'ud, Obayy, Abu Mussa, anch'egli compagno del Profeta e Alì, cugino e genero di Maometto e suo quarto successore (656-661/35-40 E). Tuttavia questa abbondanza di «testimoni» non facilita affatto uno studio storico-critico del testo. Da una parte non disponiamo più delle copie di Uthmàn nè di quelle di altri corpus, tranne i frammenti citati in modo spezzettato presso gli esegeti. D'altra parte le numerose tradizioni concernenti la costituzione della vulgata e i nomi dei suoi realizzatori sono nella maggior parte dei casi contraddittorie. Non sinché si tratta del numero e dei nomi dei segretari incaricati della sua messa a punto che non divergono nelle relazioni conservate nelle tradizioni di raccolte più ufficialmente riconosciute. Quello che si deve tuttavia ricavare nelle linee generali è che, molto presto, probabilmente ancora durante la vita di Maometto, si costituì un corpo di «chierici» specializzati che ebbero un ruolo essenziale nella costituzione del Corano come documento scritto, e che la scelta di coloro che possiamo chiamare i redattori della vulgata di Uthmàn non era indifferente.

Le variazioni dei diversi corpus coranici

Possiamo renderci conto, attraverso i dati tradizionali, che l'elaborazione della vulgata ufficiale non è stata una semplice recensione di racconti orali o di testi che sarebbero stati trasmessi ut sic. Sono state operate vere scelte tra versioni diverse. Parecchie varianti ci sono state conservate in un'opera della fine del IX secolo (III sec. E), quella di Ibn Abi Dàwud: Il libro dei corpus (al-Masaif). Le varianti di parole o di ortografia che vi sono citate degli antichi corani di Obayy e dì Mas'ud sono quelle di cui poteva in quel tempo dare atto in un'opera di questo genere un autore di stretta ortodossia. Ma se ne trovano molte altre altrove, sparpagliate in commentari esegetici (quelli di Tabari, Zamahchari, Razi) e in opere di filologia e di grammatica (Farrà, Ibn Jinni, ecc.).
Alcune varianti sono di notevole importanza: così, ad esempio, la versione di un breve discorso attribuito a Gesù in Cor 61,6 sul sigillo della profezia da parte del profeta dell'Islam (Obayy). Così pure l'esistenza di parecchi versetti che menzionano Alì, genero del profeta, e la sua discendenza (Ibn Mas'ud). O infine una variante significativa a proposito di Cor 3, 19: la parola hanifiyya è usata al posto della parola islam per designare la vera religione di Dio (Ibn Mas'ud, Obayy). Sono soltanto alcuni esempi.
Due autori noti, Ibn al-Nadim (X sec./IV sec. E) e Soyuti (XV sec./IX sec. E), evocano varianti anche notevoli nella classificazione delle sure (i capitoli del Corano), nei loro titoli, ed anche nel loro numero. Il corpus di Obayy conteneva due piccole sure supplementari di cui non si conoscono più che i titoli; quello di Ibn Ma-s'ud non comportava le due ultime sure attuali, che sono invocazioni di protezione. Conteneva anche la prima sura attuale, la Fatiha? Ci sono divergenze al proposito.

Un apologeta cristiano arabo, al-Kindi, scriveva su questo soggetto alcuni decenni prima di Ibn Abi Dàwud, a meno che non sia contemporaneo. Non ci sono relazioni dirette tra le due opere; al-Kindi sembra ben documentato e parla di varianti considerevoli. In particolare cita, a proposito del testo di Uthmàn, la soppressione di versetti di cui d'altra parte abbiamo eco nei testi musulmani; per esempio, l'eliminazione di un versetto sulla lapidazione delle adultere: Omar, il secondo califfo, ne affermava l'esistenza e la pratica al tempo del Profeta; il suo discorso a questo proposito è ben noto: lo si trova in quasi tutte le opere classiche di Hadith o di storiografia; esistono anche due redazioni di questo «versetto».
Questo insieme di dati spiega la varietà delle ipotesi della ricerca moderna a proposito dell'elaborazione del Corano come documento scritto. L'opinione tradizionale che fa della vulgata uthmaniana il riflesso esatto, completo, autentico del Corano proclamato da Maometto, è stata oggetto di nuove controversie, talora drastiche, da parte della ricerca contemporanea. Alcuni studiosi dubitano persino che ci sia stata una compilazione completa dei testi coranici prima, al più presto, del secolo IX (III sec. E).

La redazione finale di una versione «ufficiale»

Bisogna sottolineare, nella storia del testo coranico, l'importanza e il peso delle decisioni delle autorità politiche che hanno presieduto alla costituzione della vulgata come alla definitiva ufficializzazione delle sue «letture». Questo intervento del potere politico è connaturato alla doppia eredità di Maometto, capo religioso e capo politico, eredità accolta dai suoi «califfi», cioè i suoi «successori». Abbiamo letto il racconto più antico su Hudhayfa e il califfo Uthmàn. Altre tradizioni affermano che precedentemente, una prima recensione parziale era stata realizzata per decisione del primo califfo Abù-Bakr (632-634/11-13 E), assistito dal suo futuro successore Omar. Quest'ultimo (634-644/13-23 E) è lui stesso accreditato di una simile iniziativa. Citeremo altri due esempi che manifestano il peso dell'azione e della decisione dell'autorità politica su questa materia.

1. I fogli di Hafsa e il califfo Marwan

Secondo una prima versione, Hafsa, una delle vedove di Maometto e figlia del secondo califfo Omar, avrebbe ereditato, dopo l'assassinio del padre, la prima recensione scritta ordinata dal califfo Abu-Bakr e prima citata. Secondo un'altra versione, lei stessa si sarebbe fatta trascrivere un corpus da un prigioniero affrancato dal padre. Il relatore Ibn Abi Dawud si preoccupa di precisare che lei avrebbe tatto aggiungere, in un versetto sui momenti della preghiera rituale, la menzione della preghiera del pomeriggio, «come era stata intesa dal Profeta». Lo stesso lbn Abi Dàwud racconta quello che sarebbe avvenuto di questi fogli una trentina d'anni dopo la redazione della vulgata uthmaniana, sotto il califfo omayyade Marwàn I (684-685/64-65 E).
Marwàn era un cugino del califfo Uthmàn e uno dei primi e più vicini collaboratori. Egli era stato, in seguito, governatore di Medina negli anni 660 e 670 (40 e 50 E). In quest'epoca, egli domanda ad Hafsa, la vedova di Maometto, di inviargli i fogli del Corano in suo possesso per bruciarli. Hafsa rifiuta. Alla sua morte, i fogli passano nelle mani di suo fratello Abd-Allàh. Marwàn, divenuto califfo, gli impone di consegnare questi fogli. Abd-Allàh esegue e Marwàn li distrugge, «nel timore, ci dice il relatore, che non vi si trovi qualcosa che diverge dalle copie di Uthmàn».

2. Abd al-Malik e il suo governatore Hajjàj

Il figlio di Marwàn, il califfo omayyade Abd al-Malik (685-705/65-86 E), giocò, anche lui, un ruolo importante nella redazione definitiva della versione ufficiale della vulgata. Questo è chiaro se si conosce l'importanza del suo regno nel consolidamento e nell' organizzazione interna dell'impero musulmano. Grazie in particolare ad Hajjàj, l'energico e spietato governatore dell'Iraq, Abd al-Malik riuscì a sedare le grandi rivolte interne. Egli applica allora una grande riforma monetaria, sostituendo alla moneta bizantina e persiana una moneta propriamente islamica, ormai priva di raffigurazioni: i primi pezzi sono coniati con l'affermazione scritta del dogma musulmano fondamentale dell'unicità di Dio, che si trova nella sura 112. Egli organizza un servizio postale. Inaugura l'arabizzazione e l'islamizzazione dell'amministrazione sino a quel momento gestita, in Iraq, da Persiani di precedente obbedienza sassanide e, in Siria, da autoctoni di precedente obbedienza bizantina. Infine costruì a Gerusalemme quel prestigioso monumento della fede islamica e omayyade che è la Cupola della Roccia. I testi ornamentali, in mosaico, riproducono affermazioni a proposito di Gesù - che si trovano, talora in forma leggermente diversa, nel Corano -, e l'affermazione ripetuta dell'unitarismo musulmano, in particolare la professione di fede della breve sura 112. È chiaro che Abd al-Malik, di fronte alle forze centrifughe nelle file musulmane, afferma la propria sovranità e di fronte ai popoli non musulmani, ancora demograficamente maggioritari nei paesi conquistati, proclama la sovranità del dogma islamico.

Quale fu la parte giocata da Abd al-Malik e dal suo governatore Hajjaj nella questione della vulgata? Relativamente trascurabile, dicono alcuni studiosi; considerevole, dicono altri. Ibn Abi Dàwud rimane in una linea tradizionale accettabile dall'ortodossia. Egli richiama, ed anzi precisa, alcuni cambiamenti portati dal governatore dell'Iraq Hajjaj a vari passaggi del testo uthmaniano che egli corregge d'autorità di proprio pugno. I cambiamenti citati riguardano soprattutto parole isolate; riguardano la forma (ortografia, sinonimie) e non il contenuto. Al-Kindi, l'apologeta già citato, parla di manipolazioni molto più significative, in particolare l'aggiunta e la soppressione di interi versetti. Egli dice anche che, al pari di Uthmàn, Hajjàj fece copie della propria recensione che inviò nelle grandi metropoli, e che fece distruggere le copie uthmaniane precedenti.
Comunque sia, si sente, attraverso i racconti riportati da Ibn Abi Dàwud, che non giovava ai chierici di quest'epoca aver a che fare col terribile governatore: «Io non avevo dubbi che stava per mandarmi al supplizio» dice uno di questi, convocato per dare spiegazioni su certi adattamenti che egli aveva apportato al testo coranico sulla base dell'autorità di un governatore precedente. Tenuto conto dei violenti conflitti politico-dottrinari dell'epoca e delle persistenti incertezze presentate dalle relazioni tradizionali sulla vulgata e dalle sue successive sistemazioni, si può essere tentati di formulare l'ipotesi che il nome di Uthmàn abbia avuto una funzione eponima: la dinastia degli Omayyadi era in realtà uscita dallo stesso clan tribale cui egli apparteneva. Era importante che il testo fondatore della nuova entità politica e religiosa fosse posto sotto il suo nome.

Le «lezioni» autorizzate

Atri fatti, ben noti agli storiografi classici, ci portano a Baghdad, all'epoca della definitiva fissazione e dell'adozione ufficiale delle varianti delle lezioni autorizzate del Corano. In realtà, nella grafia di una lingua semitica, sono scritte solo le consonanti di una parola e il lettore deve essere capace di stabilire mentalmente i segni vocalici che danno senso a questa parola. Inoltre, alcune consonanti diverse hanno la stessa forma grafica e non si distinguono tra di loro che per i punti diacritici posti sopra o sotto la lettera. Un testo non vocalizzato e privo di segni diacritici, come era quello dei primi corani scritti, è dunque suscettibile di significative diversità di lettura. La memorizzazione e la recita orale del testo presentavano di conseguenza numerose varianti. Nel sec. X (IV sec. E) si autorizzarono sette «lezioni», riferendosi a maestri riconosciuti. Questo avvenne con la garanzia intellettuale di Ibn Mujàid, uno degli specialisti di queste «lezioni». Esse furono ufficializzate nel 934 (322 E). L'anno seguente, un rivale di Ibn Mujàid, Ibn Chanabùdh, anch'egli esperto maestro del Corano, fu giudicato dinanzi a un tribunale presieduto dal gran vizir Ibn Muqla. Era accusato di servirsi, nella liturgia pubblica, di varianti di lezioni provenienti, tra gli altri, dai corpus di Ibn Mas'ud e di Obayy; si serviva, in particolare, di alcune di quelle «che aggiungevano qualcosa alla versione uthmaniana», ci testimonia lo storico Yàqut (morto nel 1229/626 E). Egli si difese e, non volendo rinunciare al suo punto di vista, fu duramente bastonato e flagellato, al punto che chiese grazia e fu costretto a firmare una pubblica ritrattazione. Dovette lasciare Baghdad per sottrarsi al furore popolare. Poco prima, un grammatico esperto in «lezioni», Ibn Miqsam, era stato anche lui processato per avere, su più punti e in nome della grammatica, «contravvenuto al consensus» delle persone colte, e aveva dovuto sottoscrivere la propria ritrattazione.
La fissazione delle lezioni canoniche conobbe ancora qualche trasformazione; tuttavia, quest'epoca segna la fine di un processo che sfociò nel tranquillo possesso del «Libro di Dio» il cui testo scritto era ormai stabilito ne varietur.

Teologia e storia

«Questo è un Corano glorioso [scritto] su una tavola custodita» (85, 21-22), «un Corano nobile, in un libro nascosto» (56, 77-78). Questi versetti coranici erano spesso citati nelle controversie teologiche, per asseverare il dogma di un Corano eterno, parola increata di Dio, parte della sua stessa essenza e giunta oralmente agli uomini attraverso la bocca del profeta Maometto. Tale è la concezione ancora oggi prevalente. All'inizio del IX secolo (III sec. E), uno dei sostenitori più autorevoli di questa dottrina tra le «Genti del Hadith», fu Ibn Hanbal. Egli oppose resistenza al califfo al-Ma'mun (786-833, 170-212 E) che aveva instaurato l'inquisizione per imporre la tesi di un Corano «creato». Nel suo Libro della Tradizione, Ibn Hanbal lancia l'anatema contro «chiunque pretenda che le nostre parole, quando recitiamo il Corano, e che la nostra lettura del Corano siano create, mentre il Corano è parola di Dio». In seguito, i suoi discepoli instaureranno a loro volta un'autentica inquisizione contro i sostenitori del «Corano creato». Si comprendono meglio, su questa base, gli episodi già citati a proposito di Ibn Chanabudh e di Ibn Miqsam concernenti le «lezioni» del Corano.

Ma d'altra parte, nell'opera maggiore di Ibn Hanbal, il Musnad, che è uno dei corpus classici di Hadith, non è difficile constatare che la storia del Corano come documento scritto comporta molte incertezze. In questa compilazione troviamo due racconti attribuiti a Zayd, segretario di Maometto, che sono in completa contraddizione. Nella prima, Zayd dice: «Eravamo presso l'Inviato di Dio, impegnati a comporre il Corano a partire da pezzi [di pelle o di pergamena] (...)». Nel secondo, egli ricorda la sua reazione quando i primi califfi gli domandarono di procedere alla raccolta del Corano: «Come potrete - disse loro - fare qualche cosa che l'Inviato di Dio non ha fatto?». Anche nel corpus di Ibn Hanbal figurano una versione di Zayd e di Omar, il secondo califfo, sul versetto nascosto della lapidazione delle adultere, come anche una seconda versione, trasmessa da un altro compagno.
Il problema di sapere quando e in quali circostanze il Corano come documento scritto era stato «riunito tra due tavole», secondo l'espressione consacrata - il che significa un volume - non è certo dello stesso tenore di quella di sapere se il Corano è parola creata o increata; quest'ultima attiene sia alla filosofia che alla teologia. Per Ibn Hanbal, essa faceva parte della professione di fede. Ma la sua affermazione di un Corano parola increata di Dio poteva coesistere con ciò che egli sapeva parallelamente delle incertezze della storia del testo, e apparentemente senza che i due problemi si incontrassero mai.
Significa dire che ci troviamo in un contesto in cui la riflessione teologica e le opzioni dottrinali non agivano sullo stesso registro della storia del testo considerato come Libro di Dio. Il problema, oggi, è sapere se una riflessione teologica può funzionare in modo accettabile senza essere articolata con la storia del testo coranico.

Alfred–Louis de Prèmare

(tratto da Il mondo della Bibbia n. 5, novembre/dicembre 1999, p. 17)

 

Ultima modifica Venerdì 16 Giugno 2017 08:53
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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