Domenica, 19 Novembre 2017
Dialoghi
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Dialoghi (115)

Islam cristianesimo una parola comune
Visto dal Bangladesh: parla Kaziazì Nurul Islam

«Il vero problema? L’ignoranza»

di Francesco Rapacioli * 


L’analisi critica di un accademico musulmano impegnato per la conoscenza fra le religioni: «Punire chi abbraccia un’altra fede è contro l’islam» .

delle religioni mondiali dell’Università di Dhaka è, con ogni probabilità, il primo - e per ora unico - esempio del genere in Asia, oltre che nel mondo musulmano. Qui le diverse religioni sono infatti insegnate da una persona che non solo conosce teoricamente, ma pratica anche la religione che insegna (un prete cattolico laureato in teologia - ad esempio - vi insegna cristianesimo). A dirigere il Dipartimento, dopo averne strenuamente perseguito la fondazione, è il professor Kazi Nurul Islam, docente di filosofia e studioso poliedrico. Kazi è molto di più di quello che in Occidente sarebbe definito un «musulmano moderato» (MM., maggio 2006, pp. 48-50). Un osservatore, dunque, particolarmente qualificato per valutare lo spessore della lettera dei i 38.

Professore, questo testo interpreta davvero i sentimenti della maggior parte della comunità islamica?

Nella misura in cui le religioni riusciranno ad unire le loro lotte per le grandi cause dell’umanità (uguaglianza, giustizia, fraternità, liberazione dei poveri) si riconcilieranno tra loro, renderanno più prossima la loro fede e la loro comunione con Dio e conquisteranno il grande bene della pace.

Per un islam pacifico, aperto e costruttivo

di Andrea Pacini








E’ su questa frontiera culturale impegnativa che si gioca il futuro dell’islam in Europa.

Nello scorso mese di aprile un servizio di giornalismo televisivo, condotto in alcune moschee di Torino, ha portato all’evidenza pubblica il fatto che la predicazione degli imam di tali moschee aveva contenuti decisamente violenti in merito a questioni di carattere internazionale e conflittuali in rapporto alle relazioni dei musulmani con la società europea e italiana. Si aggiunga che nel corso del medesimo reportage giornalistico è anche emerso che nelle medesime moschee o in locali ad esse collegati e adiacenti circolavano volantini che esortavano al jihad e al sostegno attivo alle attività jihadiste (ovvero terroristiche), attuate da cellule riconducibili a movimenti dell’islam radicale. Ne è emerso un rinnovato dibattito sull’islam in Italia, sugli elementi di pericolosità presenti al suo interno e su come promuovere un efficace percorso di integrazione dei musulmani nella società italiana.

Dal momento che quanto accaduto a Torino è la spia di un atteggiamento culturale e religioso che percorre una parte delle moschee italiane, si impongono alcune riflessioni in merito. In primo luogo, il fatto che in molte moschee prevalga una predicazione di tipo antioccidentale e non di rado anticristiano, che tende a promuovere l’affermazione di un’identità islamica forte di tipo politico-religioso dispensata spesso con toni e contenuti violenti, non è una novità per chi segue più da vicino questo mondo. In questo senso le occasionali inchieste giornalistiche e i discorsi meno controllati di alcuni imam - quali il noto imam Bouchta di Torino, espulso in Marocco, o un precedente imam della moschea di Roma, poi richiamato in patria - che in alcune occasioni hanno espresso con maggiore visibilità il proprio sostegno al jihad internazionale, non sono altro che delle occasioni in cui all’opinione pubblica è dato di cogliere un fenomeno più diffuso e frequente nell’ambito di una parte del mondo delle moschee italiane ed europee. Questo non significa che tutte le moschee siano riconducibili a correnti di ispirazione fondamentalista o radicale, ma certamente all’interno di questo mondo sempre più in crescita e frammentato tali posizioni non sono rare.

Esse rispecchiano in effetti prospettive dottrinali e culturali prevalenti all’interno dell’islam contemporaneo anche di tipo ufficiale, che continua a essere egemonizzato da letture della realtà che ripropongono un’identità musulmana forte, sostenuta da un atteggiamento rigido e non aperto verso la differenza culturale e religiosa. In questo senso nelle moschee italiane non fanno che riprodursi toni e modalità di lettura che risuonano in generale nel mondo islamico, sia nell’ambito delle moschee - a maggior ragione in quelle di ispirazione fondamentalista - sia nell’ambito delle istituzioni islamiche di insegnamento universitario, in cui, se non si legittimano le letture fondamentaliste, si stenta però a proporre visioni decisamente alternative a quelle tradizionali. Le letture religiose islamiche di tipo moderno, che avvalorano l’istanza critica, che propongono il superamento dell’interdipendenza tra sfera religiosa e politica nell’islam, che fondano l’esigenza del dialogo con, l’alterità culturale e religiosa, sono infatti ben rappresentate nel mondo musulmano contemporaneo, ma non trovano. ancora spazio all’interno delle istituzioni ufficiali di insegnamento teologico e quindi non penetrano, se non occasionalmente, nel mondo delle moschee che a tali istituzioni è collegato.

In Italia e in Europa si avvertono però almeno tre importanti differenze. La prima è relativa agli imam, che si sono sempre autoproclamati, e che dal punto di vista della formazione culturale sono riconducibili a tre principali profili: una prima tipologia, oggi meno numerosa che nel passato, è costituita da persone con istruzione generale assai bassa e privi di una formazione religiosa formale; una seconda tipologia è costituita da persone con istruzione superiore, talora anche universitaria, ma di tipo civile, cui non corrisponde una formazione teologica formale: questa tipologia è oggi in crescita; infine una piccolissima minoranza di imam con formazione teologica islamica superiore. L’elemento che emerge è la generale mancanza di una formazione teologica specifica: questo del resto non è di per sé un elemento che da solo abiliti a una sensibilità verso il dialogo e l’integrazione in Europa, vista la resistenza che le facoltà teologiche oppongono alle letture liberali dell’islam. La crescita di imam con istruzione superiore di tipo non religioso può però abilitare i medesimi a una maggiore capacità di lettura della situazione europea, anche se essa può poi comparire in atteggiamenti diversificati. Gli esponenti del fondamentalismo non sono certo persone prive di formazione culturale, al contrario.

La seconda differenza è che in generale i musulmani in Europa prendono atto del fatto che vivono in un contesto che culturalmente e politicamente non è musulmano, con cui devono entrare in rapporto. Questa situazione può essere letta nei minimi di consapevolezza di essere una “minoranza” - lettura diffusa nel mondo delle moschee, in base alla quale vengono elaborati sia insegnamenti in chiave di rivendicazione identitaria forte, sia rapporti con le istituzioni civili finalizzati a ottenere riconoscimenti formali all’islam come minoranza - ma dà anche origine a letture diversificate e a strategie di inserimento più individuali da parte dei singoli. E’ quanto emerge dal basso tasso di frequentazione delle moschee in Italia e in Europa da parte della popolazione musulmana. Ma in ogni caso, anche se il rapporto viene interpretato nei termini di minoranza, si apre necessariamente uno spazio per l’interazione e il dialogo che va coltivato con fermezza da parte delle istituzioni statali e delle diverse espressioni della società civile tra cui le Chiese.

La terza differenza, conseguente alle due precedenti, è che l’insieme della popolazione musulmana in Europa e in Italia appare progressivamente più pluralista anche nelle sue prese di posizione pubbliche. È interessante che gli eventi di Torino abbiano fatto emergere all’interno del mondo musulmano locale voci autorevoli di dissenso e di condanna verso gli imam colti nella loro predicazione discutibile. Tale fenomeno è un indicatore importante che sta emergendo un pluralismo non solo de facto, ma che sta cercando di trovare espressione in un incipiente discorso pubblico formale e in organizzazioni specifiche in grado di esprimere “voci” diverse in seno all’islam. Che l’insieme della popolazione musulmana in Italia non si riconosca nell’islam fondamentalista e radicale è provato dalla scarsa frequentazione delle moschee esistenti e dal generale grado di buon inserimento. È’ però importante per il futuro dell’islam in Italia che all’interno della popolazione musulmana la corrente dell’islam liberale o moderato trovi espressione.

Le prese di posizioni ufficiali di dissenso espresse a Torino da taluni esponenti musulmani sono un primo segno di tale evoluzione, che richiede però di essere rafforzata, culturalmente e dottrinalmente elaborata e diffusa. Bisogna infatti passare dalla condanna e dal dissenso a un’aperta e costruttiva proposta dottrinale di un islam pacifico, dialogico, in piena sintonia con i valori fondamentali delle società europee. È su questa frontiera culturale impegnativa che si gioca il futuro dell’islam in Europa. E’ questa una responsabilità che chiama in causa come attori in primo luogo i musulmani stessi, ma insieme ad essi anche le istituzioni italiane e le diverse espressioni della società civile, in particolare la Chiesa, che come partner nelle relazioni sono chiamate a delegittimare gli esponenti fondamentalisti e a offrire invece supporto a quanti sono impegnati per la formazione di un islam europeo, convergente con i valori fondamentali dell’ordinamento civile delle nostre società, aperte al dialogo interreligioso e interculturale, fermo nel condannare e sconfessare ogni legittimazione religiosa della violenza e di atti e visioni lesivi della dignità dell’uomo, che trova espressione giuridica nelle Carte internazionali delle Nazioni Unite recepite nelle Costituzioni dei Paesi europei.




(da Vita Pastorale, 6, 2007)

Mercoledì 24 Settembre 2008 23:36

La scomessa del vivere insieme (Mustapha Cherif)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Ex ministro dell’Insegnamento superiore e della Ricerca scientifica ed ex ambasciatore, Mustapha Cherif è attualmente docente all’Università di Algeri. Intellettuale arabo tra i più aperti al dialogo tra le culture e le religioni, è stato ricevuto da Benedetto XVI all’indomani del contestato discorso di Ratisbona. È uno dei firmatari della lettera aperta dei 138 leader musulmani.

L’esperienza del gesuita Albert Poulet-Mathis

Il buddhismo dalla porta del cuoredi Matteo Nicolini-Zani *







Le riflessioni di uno dei pionieri dell’incontro con le religioni dell’Oriente: « Impariamo ad aprirci per amare anche ciò che ci divide».

«Vivere il dialogo tra religioni è capire che quanti ti circondano stanno dentro la tua vita»


«Qual è il tuo cognome cinese?», mi chiede Changchi, il monaco che mi accoglie al monastero buddhista Zen di Fagu-shan a Taiwan. «Mi chiamo Ma, Ma xiushi (fratel Ma)», rispondo io. «Ah, a quanto pare voi religiosi cristiani vi chiamiate tutti Ma! Noi abbiamo un caro amico, Ma shenfiu (padre Ma), un prete cattolico che ci ha visitato molte volte... Così lui è il vecchio Ma e tu sei il giovane Ma.. ».

Con questo buffo episodio - che gioca intorno ai frequenti casi di omonimia dovuta al ristretto numero di cognomi in uso in cinese - sono stato involontariamente avvicinato a un «caro amico» dei buddhisti presso il cui monastero sto per iniziare un breve soggiorno: il padre gesuita Albert Poulet-Mathis. Mi sento così anch’io misteriosamente accompagnato nella mia iniziazione alla conoscenza della vita monastica buddhista da questo «caro amico» che non avevo mai incontrato, ma di cui avevo avuto alcune notizie. Di lui mi avevano infatti parlato Paulin Batairwa, il missionario saveriano che mi ha introdotto al monastero di Fagu-shan e che è un po’ il giovane discepolo di padre Albert, e Gianni Criveller, missionario del Pime, che mi aveva sollecitato pochi giorni prima a non ripartire da Taiwan senza aver cercato di incontrare questo grande conoscitore delle comunità buddiste taiwanesi.

L’occasione di incontro è arrivata pochi giorni dopo, ancora una volta grazie all’intermediazione di padre Paulin. Nel suo ufficio presso il Tian Educational Center dei gesuiti a Taipei, bevendo una tazza di buon tè, padre Albert, nonostante i suoi ottant’anni e la sua salute malferma, ha acconsentito a una chiacchierata insieme, nello stile del dialogo che scoprirò essere più tardi il suo stile proprio: semplice e profondo. Ho potuto così ascoltare le sue riflessioni sulla necessità di un dialogo diverso da quello teologico e più profondo, sulla sua tardiva ma ispirante scoperta degli scritti di Henri Le Saux su questo tema, sulla positività del contributo monastico al dialogo interreligioso... Poche parole, in effetti, ma pronunciate sullo sfondo di una lunga esperienza, e che io cercavo di ascoltare compaginandole con ciò che vedevo intorno: scaffali pieni di volumi in tutte le lingue sulle religioni e il dialogo interreligioso, insieme a un gran numero di fotografie di diversi uomini spirituali da lui incontrati a Taiwan e nei molti paesi dell’Asia da lui visitati (soprattutto maestri buddisti), oltre che a doni da loro fatti a Ma Tianci (suona così il nome cinese di padre Albert) in segno di amicizia e gratitudine.

AI termine della nostra chiacchierata padre Albert mi ha fatto dono di un volume in cinese fresco di stampa, che sarebbe stato presentato al pubblico di lì a qualche giorno, dal titolo eloquente: il tuo Gesù, il mio Buddha: il dialogo interreligioso in profondità, con un titolo parallelo in inglese altrettanto significativo: Open the Doors, Let’s TaIk (Apri la porta, parliamo!). Scritto da Chen Shixian, un giovane amico buddista di padre Albert conosciuto dieci anni prima, questo libro raccoglie - integrandole con proprie riflessioni - le interviste da lui fatte al gesuita francese lungo circa due anni di incontri settimanali di confronto e di dialogo, con la partecipazione anche di padre Paulin. Non è da trascurare il fatto che questo libro rappresenti la prima pubblicazione da parte del maggior editore cattolico di Taiwan (Kuangchi Cultural Group) di un volume scritto da un buddhista sul dialogo interreligioso. Certamente un «significativo e promettente segno di interesse crescente nella promozione del dialogo interreligioso», come scrive Poulet-Mathis nei suoi ringraziamenti alla fine del libro.

La lettura di questo testo è diventato così per me il prolungamento di quell’incontro di fine novembre, e mi ha permesso di scoprire l’esperienza di un operaio del dialogo , «soltanto un piccolo prete francese» - come si autodefinisce nel libro (p. 205) - che ha dato però un grande contributo all’incontro profondo tra cristianesimo e religioni orientali.

Impegnato fin dal suo arrivo a Taiwan nel 1959 nello studio delle vie spirituali orientali e nella conoscenza delle comunità che sull’isola le percorrono, padre Poulet-Mathis ha lavorato instancabilmente per la promozione del dialogo e la pace tra le religioni, oltre che all’interno della Chiesa taiwanese e degli organismi della Compagnia di Gesù, anche come segretario dell’ufficio per le questioni ecumeniche e interreligiose (Oeia) in seno alla Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche (Fabc) dal 1977 al 1992, e come consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso dal 1980 al 1995. Questo ha fatto sì che «ciò per cui padre Poulet-Mathis è noto a Taiwan non sia tanto la sua identità di prete cattolico, quanto piuttosto il suo contributo al dialogo e alla collaborazione tra le religioni, per aver aperto la porta al dialogo interreligioso» (p. 30), con la sua disponibilità al rispetto, alla fiducia e all’amicizia. Tanto da essere stato definito pubblicamente in una cerimonia il «rappresentante delle religioni di Taiwan».

La reticenza a parlare di sé e soprattutto a presentare delle riflessioni sistematiche sul tema del dialogo interreligioso pervade tutto il volume quasi come una costante. Non si troverà dunque nessuna vera e propria riflessione teologica nelle sue pagine, ma una cancellata di ricordi, di incontri, di figure: «Io considero particolarmente importante il valore delle relazioni interpersonali» (p. 152),confessa. E quasi nascoste nelle pieghe di questi eventi si scoprono allora preziose intuizioni.

Innanzi tutto la consapevolezza che la Chiesa cattolica è inserita in un contesto plurireligioso: «Nel mondo non può esserci soltanto il cattolicesimo, dunque esso deve aprirsi» e «imparando ad aprici agli altri, ameremo ciò che tra noi è comune e rispetteremo ciò che fra noi è diverso» (pp. 134e 152). Per aprirsi - uno dei verbi che ricorrono più volte nelle confessioni di padre Albert - i cristiani devono uscire incontro agli esponenti delle altre religioni, cosa che lui stesso non si è mai stancato di fare, stringendo relazioni durature con uomini spirituali in luoghi che non avevano mai visto prima la visita di un prete cattolico. Sempre e soltanto con l’umile atteggiamento di voler imparare.

Suoi maestri nella conoscenza del buddhismo sono stati ad esempio il venerabile Shengyan, abate del monastero buddhista di Fagu-shan e leader buddhista mondiale, e il venerabile Chanyun, abate del monastero buddhista di Lianyin-si, che dopo più di dieci anni di frequentazione reciproca arrivò a confidare a padre Albert che all’inizio aveva sperato che lui diventasse buddista. Ma alla fine si era convinto felicemente che sarebbe rimasto cattolico, ma un cattolico buon amico dei buddhisti. In questo senso l’impegno di padre Albert ricorda ancora una volta che non esiste un dialogo tra le religioni, ma soltanto un dialogo fra uomini e donne che camminano fianco a fianco lungo vie religiose differenti.

«Il dialogo interreligioso è simile a un ponte che aiuta a mettere in contatto gli uni con gli altri», è «un’ opportunità che ci rende consapevoli del fatto che siamo una sola famiglia». Il suo scopo «non è fare missione, ma imparare gli uni dagli altri attraverso la conversazione fra appartenenti a religioni diverse» (pp. 216, 153 e 56).Se «è necessario avere un atteggiamento di accoglienza nei confronti delle altre religioni, si deve nello stesso tempo dare importanza alla propria fede religiosa e affermare il valore della religione altri; ma il primo dovere del dialogo interreligioso è di dare importanza alla propria fede» (p. 153). Fiduciosi che il dialogo interreligioso non porta affatto a diluire o smarrire la propria fede, ma «può aiutare ad approfondirla ulteriormente» (p. 154).

Fu però una visita in India nel 1981, durante la quale ebbe l’opportunità di leggere uno scritto del samnyasin benedettino Henri Le Saux (Abhishiktananda, 1910-1973) a segnare profondamente l’esperienza di padre Poulet-Mathis e il suo approccio al dialogo, come lui stesso scrive: «Quell ‘articolo mi influenzò e mi sollecitò profondamente... Spesso ritorno a quell’ articolo, le cui poche frasi cambiarono la mia vita» (pp. 156 e 162). Si tratta del saggio scritto nel 1969 e intitolato The Depth-Ditnension of Religious Dialogue (La dimensione della profondità del dialogo religioso), in cui Le Saux annota: «Ogni partner nel dialogo deve cercare di fare sua, per quanto è possibile, l’intuizione e l’esperienza dell’altro; personalizzarla nella propria profondità, al di là delle proprie idee e persino dei concetti attraverso cui l’altro cerca di esprimerle e comunicarle con l’aiuto di segni forniti dalla propria tradizione. Per un dialogo efficace è necessario che io raggiunga, per così dire, nella mia profondità l’esperienza del mio fratello, liberando la mia esperienza da tutte le sovrapposizioni, così che il mio fratello possa riconoscere in me l’esperienza da lui vissuta nella sua propria profondità».

Così padre Albert è oggi più che mai convinto che «il dialogo interreligioso non deve soltanto essere una teoria né si può limitare a un dialogo superficiale; e non è nemmeno una piacevole attività di solidarietà; esso è invece creativo e profondo riconoscimento, comprensione e amore reciproco». E proprio «questo tipoi profondità è ciò di cui oggi abbiamo bisogno nella Chiesa, anche se io non riesco a esprimerlo del tutto, non arrivo a trovare le parole più appropriate per farlo» (pp. 156 e 162). E’ quel dialogo di vita e di cuore proposto dal Concilio Vaticano II, ricordato da Giovanni Paolo II nella sua esortazione post-sinodale Ecclesia in Asia del 1999, nonché sottolineato in molti documenti della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche. È quella comunione a livello profondo possibile tra ricercatori dello spirito che percorrono differenti vie religiose e di cui era convinto Thomas Merton: «Comunicare è possibile al livello più profondo. Ma quella che avviene al livello più profondo non è comunicazione ma comunione. Senza parole. Al di là delle parole, al di là del discorso e al di là del concetto» (Thomas Merton, Diario asiatico).

Più avanti, in uno sforzo per trovare espressioni adatte, padre Albert arriva a dire: «Che cos’è il dialogo interreligioso? E’ forse l’annuncio di una qualche buona notizia? No, significa piuttosto comprendere che tutti gli uomini che ti circondano stanno dentro la tua vita, che tu hai una specifica responsabilità nei loro confronti, che li devi aiutare a comprendere che essi hanno una grandiosa possibilità di essere felici [ . .] Basterebbe che noi dessimo più importanza al dialogo interreligioso in profondità [ . .]. All’inizio anch’io pensavo fosse cosa difficile, ma poi ho sperimentato come si possa non soltanto arrivare a fare esperienza della fede altrui, ma anche rendere più solida la propria fede» (pp. 172- 173). «In questi ultimi vent’ anni sono venuto in contatto con molte religioni che hanno arricchito la mia vita. Sebbene io continui a essere un prete cattolico come lo ero un tempo, tuttavia la mia fede è oggi molto più profonda di vent’anni fa, e ho ancora bisogno di apprendere dagli altri, apprendere da loro a ricercare la fonte della beatitudine [ . .]. Aprite le porte! La mia esperienza testimonia che ciò porta frutto!» (p. 172). Da qui un sussurrato auspicio e insieme un lascito di padre Albert verso le nuove generazioni, che questo gesuita si augura siano formate e preparate per il dialogo: «Se queste mie esperienze potessero aiutare i giovani a intraprendere il dialogo interreligioso.. .» (p. 205). Solo raccogliendo questo invito sarà possibile non fare di padre Albert e di altri pionieri del dialogo interreligioso delle strane, bizzarre figure che nuotano controcorrente, ma riferimenti cui guardare nel pensare una direzione del percorso futuro del cristianesimo accanto alle altre religioni. «Il mio unico sconcerto è che io diventi all’interno della mia Chiesa una figura singolare: questo il mio più grande dolore.. .» (p. 203), confessa con rammarico padre Poulet-Mathis.

L’aver dato voce alla sua decennale esperienza di dialogo in profondità con il mondo buddhista vorrebbe in qualche modo rassicurarlo, testimoniandone l’apprezzamento e la volontà di accoglienza della sua preziosa eredità: «Ciascuno secondo la propria tradizione, ma tutti immersi in un medesimo silenzio…» . (p. 171), o, come direbbe l’apostolo Paolo, «tutti abbeverati ad un unico Spirito» (1Cor 12,13). * Monaco di Bose


(da Mondo e Missione, m arzo 2008)

Sabato 06 Settembre 2008 20:00

Asia, scuola di pluralismo (Sandra Mazzolini)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Asia, scuola di pluralismo

di Sandra Mazzolini *





Se diversi sono i motivi per i quali sempre più persone viaggiano per il mondo, molto spesso è comune il fine conseguito: l’incontro tra persone di varie provenienze culturali e religiose. Che, per periodi più o meno lunghi e in forma più o meno stabile, interagiscono in uno stesso contesto, che per gli uni è quello conosciuto delle origini e per gli altri è un vero e proprio «nuovo mondo» da scoprire.

Le forme dell’incontro sono molte, certificate sia dall’esperienza quotidiana, sia dall’informazione, spesso concentrata sugli esiti negativi o sui fallimenti che sembrano sigillare l’impossibilità di una pacifica convivenza. Pare così giustificato, per esempio, il pensiero di coloro che ipotizzano uno scontro di civiltà o le paure e i timori di possibili «invasioni», ulteriormente destabilizzanti il già precario assetto istituzionale, politico ed economico del nostro Paese.

Se è un fenomeno sostanzialmente nuovo per il nostro Paese, non è così per altre aree continentali, la più significativa delle quali è quella asiatica. Qui il dialogo è tematizzato e praticato come modalità specifica dell’evangelizzazione, con riferimento a tre realtà che caratterizzano l’Asia: i poveri, le culture e le grandi religioni. Liberazione, inculturazione, dialogo interreligioso sono conseguentemente assunti quale terminologia specifica per descrivere i modi e gli ambiti dell’evangelizzazione in Asia.

Padre Michael Amaladoss, gesuita indiano, docente di teologia e autore di diverse opere sul dialogo interculturale e tra le grandi religioni, mette in rilievo che il dialogo interreligioso - l’interazione tra persone che appartengono a varie tradizioni religiose - può essere compreso e praticato in due modi differenti e complementari: o come dimensione della missione (e quindi con riferimento all’annuncio evangelico), o come dialogo praticato da credenti di religioni diverse che vivono insieme nella società civile, spazio pubblico multireligioso, che offre un’effettiva possibilità di collaborazione in ordine alla creazione di una nuova società giusta, libera e fraterna.

Il dialogo non esclude perciò alcun ambito della vita dei credenti e non è neppure appannaggio dei soli specialisti. La collaborazione per la difesa e la promozione di comuni valori umani e spirituali, e allo stesso tempo la condivisione della vita quotidiana della comunità di appartenenza, delle proprie esperienze spirituali, delle riflessioni sul proprio specifico modo d’intendere la vita e la realtà, sono le coordinate lungo le quali si sviluppano - certo non senza difficoltà - esperienze di dialogo tra le religioni, dalle quali può conseguire una reciproca ed effettiva comprensione e conoscenza, volta a superare quei pregiudizi che stanno all’origine delle divisioni anche conflittuali e che le mantengono vive.

Quindi l’apporto che i cristiani possono offrire al dialogo interreligioso, senza in alcun modo indebolire o negare la specificità della loro professione di fede e della loro appartenenza ecclesiale, si muove nella doppia linea della conoscenza degli interlocutori e del riconoscimento, che in ultima analisi riguarda un fattore determinante: Dio è già presente in essi e nelle loro tradizioni religiose. Destinatario dell’annuncio evangelico è, dunque, un mondo nel quale Dio non è estraneo.

Considerare in modo non pregiudiziale o idealizzato l’esperienza dei processi dialogici già in atto altrove permette di sottrarre dal limbo dell’utopia l’ipotesi di un’effettiva possibilità d’incontro.

Le nostre società, che si stanno configurando come interculturali e interreligiose, hanno bisogno certamente di leggi ad hoc che determinino i modi della convivenza civile, ma hanno anche e soprattutto bisogno di superare preliminarmente i pregiudizi; se questi permangono, la diversità è percepita e vissuta sostanzialmente come attentato alla propria identità. Invece occorre pervenire a una fondata conoscenza degli interlocutori, senza la quale non ci può essere un reale ed efficace riconoscimento

* Teologa, docente di missiologia alla Pontificia università urbaniana

(da Mondo e Missione, m aggio 2007)

Voci discordi sul sito di al-Qaradhawi: “La mossa più saggia possibile”; “No, è una resa a chi vuole convertirci”.

  Corea del Sud

A scuola di dialogo interreligioso

di Peter Njoroge Githaiga


«La religione è come il mago e la sibilla... Essa affronta le rovine del mondo e predice la restaurazione; di fronte al rosso-sangue del cielo, con i colori del tramonto che sprofondano nell’oscurità, profetizza l’aurora. Affronta la morte e annuncia la vita» (FelixAdler).

«La religione è come il mago e la sibilla... Essa affronta le rovine del mondo e predice la restaurazione; di fronte al rosso-sangue del cielo, con i colori del tramonto che sprofondano nell’oscurità, profetizza l’aurora. Affronta la morte e annuncia la vita» «La religione è come il mago e la sibilla... Essa affronta le rovine del mondo e predice la restaurazione; di fronte al rosso-sangue del cielo, con i colori del tramonto che sprofondano nell’oscurità, profetizza l’aurora. Affronta la morte e annuncia la vita» Mahatma Gandhi diceva che «uno studio amichevole delle religioni è un dovere sacro». Sono quindi contento di potermi dedicare allo studio comparato delle religioni, di avere l’opportunità non solo di assolvere a questo sacro dovere, ma di gustare, seppure come un semplice novizio, le ricchezze delle esperienze religiose del mondo al di fuori della sfera del cristianesimo. La realtà religiosa del mondo sta diventando sempre più pluralistica; perciò, qualsiasi religione venga professata, deve essere vissuta in un atteggiamento di incontro e dialogo con la fede del vicino. «E arrivato il tempo in cui i contatti interreligiosi basati sulla cortesia e una conoscenza generica non sono più sufficienti. È indispensabile conoscere in profondità la religione di colui con cui si vuole dialogare» (Card. .Arinze). Lo studio del mondo delle religioni non consiste puramente nel cercare possibili vie di armoniosa coesistenza o pacifica interazione, ma è molto di più: è un arricchimento reciproco.


Quando lo studio delle religioni è fatto avendo in mente il dialogo interreligioso, è importante accettare che la maggioranza di tali religioni sono «i modi di vita di immense porzioni di umanità…, l’espressione viva dell’anima di vasti gruppi umani. Esse portano in sé l’eco di millenni di ricerca di Dio, ricerca incompleta, ma realizzata spesso con sincerità e rettitudine di cuore. Posseggono un patrimonio impressionante di testi profondamente religiosi, di saggezza assimilata da popoli e culture. Sono tutte cosparse di innumerevoli “germi del Verbo” Hanno insegnato a generazioni di persone a pregare,come vivere e morire, come custodire i propri defunti» (cfr Evangelii nuntiandi 53).


Infatti, il nocciolo della questione nello studio delle religioni è proprio qui: al di là dei contenuti di fede che vengono professati, esiste una realtà vissuta che è stata espressa in molti e differenti termini, come «esperienza religiosa», «esperienza spirituale», «esperienza divina», «esperienza del sacro, del trascendente, delle potenze divine» ecc. Nella tradizione abramitica possiamo chiamarla «esperienza di Dio».


Questa vasta gamma di «esperienze religiose», senza ignorare la realtà dell’errore umano, è una profonda, autentica e onesta avventura spirituale, che costituisce il cuore della storia umana di tutte le generazioni che si sono succedute nel tempo e nelle differenti situazioni geografiche. E poiché nessuno può pretendere di avere una completa e perfetta esperienza di Dio, lo studio delle differenti tradizioni religiose non può che arricchire la nostra limitata esperienza.


Noi non comprendiamo a pieno l’universo; non possiamo parlare della morte senza conoscere la vita. Almeno finché esistiamo, c’è una ragione per cui siamo al mondo, E la nostra volontà di credere in questa ragione più ampia ci aiuta ad agire in compagnia delle «potenze divine». E per affrontare la morte bisogna diventare collaboratori di cielo e terra nella creazione di un universo migliore: un traguardo raggiungibile se siamo aperti alle esperienze religiose altrui.


Lo studio delle religioni è di grande importanza anche nella stessa teologia cristiana. Senza raggiungere una prospettiva comparativa mondiale, la teologia cristiana non può né conoscere totalmente le proprie forze, né corroborare le sue debolezze. Per questo, la teologia cristiana ha bisogno di essere fondata sullo studio comparato delle religioni.


Il dialogo interreligioso è uno dei principali traguardi dello studio delle religioni. E’ importante nel nostro tempo inculcare nella mente della gente la «cultura del dialogo». «Il dialogo come attività umana e umanizzante - afferma il gesuita Raimond Panikkar, uno dei più grandi filosofi e teologi viventi - non è mai stato cosi indispensabile in tutti gli ambiti della vita quanto nel nostro tempo di individualismo accademico. Tutto il nostro loquace parlare di ”villaggio globale” si effettua su paraventi artificiali sotto chiave». Pace e coesistenza armoniosa della gente sono minacciate da estremismo e terrorismo. Per questo in tutto il mondo c’è un risveglio tra le persone di buona volontà, impegnate in uno sforzo di creare un’atmosfera di amicizia e cordialità verso le religioni altrui.


Il traguardo da raggiungere nel dialogo interreligioso è, a sua volta, quello di rimuovere le nostre maschere religiose, che non hanno nulla a che fare con la vera esperienza religiosa. Il vero dialogo religioso ha luogo solo quando raggiunge le profondità delle intime credenze religiose e affronta gli interrogativi fondamentali sul senso della vita. Quando le maschere sono rimosse una ad una e siamo immersi nel dialogo con tutta la nostra persona, allora emerge qualcosa dal di dentro e comincia il «dialogo interreligioso». A conclusione, riporto un poetico sermone di Panikkar, che contiene alcune linee-guida fondamentali per il dialogo interreligioso: «Quando intraprendi un dialogo interreligioso, non pensare in anticipo ciò che devi credere. Quando testimoni la tua fede, non difendere te stesso o i tuoi interessi acquisiti, per quanto ti possano apparire sacri. Fai come gli uccelli de cielo: essi cantano e volano, e non difendono la loro musica o la loro bellezza. Quando dialoghi con qualcuno, guarda il tuo interlocutore come un’esperienza rivelatrice, come tu vorresti (e dovresti) guardare il giglio nei campi. Quando prendi parte a un dialogo interreligioso, cerca di rimuovere la trave dal tuo occhio prima di togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo prossimo. Beato te, quando non ti senti autosufficiente mentre stai dialogando. Beato te, quando hai fiducia dell’altro, perché confidi in Dio. Beato te, quando affronti incomprensioni dalla tua stessa comunità o da altri per amore della tua fedeltà alla verità. Beato te, quando non abbandoni le tue convinzioni e tuttavia non le poni come norme assolute».


(da MC,  marzo 2008)

Un documento sottoscritto da personalità islamiche di 47 diversi Paesi alla fine del Ramadan 2007, l’affermazione della centralità dell’amore di Dio e del prossimo per entrambe le religioni.

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