Martedì, 26 Settembre 2017
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Al momento della sua pubblicazione, il documento dei 138 musulmani A Common Word è stato accolto dai media nostrani con espressioni di circostanza e timidi consensi, salvo finire archiviato, ben presto, alla stregua di una un’iniziativa curiosa, quasi eccentrica.

Mercoledì 18 Giugno 2008 01:22

Un presente senza catture (Raimundo Panikkar)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Un presente senza catture

di Raimundo Panikkar


L'incontro delle tradizioni religiose dell'umanità oggi è inevitabile, importante, urgente, confusionale, rischioso, purificante.

Ripeto, è inevitabile. Lo splendido isolamento dei vedantisti, dei cattolici, dei cristiani, di quelli che stanno dentro la muraglia cinese non è più possibile; l'incontro avviene già a casa nostra.

Alcuni paesi o civiltà come l'India sono sempre stati un mosaico di religioni, ma anche l'India ha creato le sue caste, caste religiose, per non contaminarsi gli uni con gli altri e da parecchi secoli spesso i cristiani hanno vissuto accanto agli indù senza avere nessun rapporto più profondo. L'Occidente ha vissuto con una certa ossessione dell'Islam durante alcuni secoli, ma poi si è accomodato in uno splendido isolamento, al punto che è stato necessario che venissero fuori i protestanti, perché altrimenti i cattolici da soli si sarebbero annoiati troppo.

L'incontro è inevitabile, ma ho detto che è importante, perché non è un incontro casuale; dal risultato di questo incontro dipende il futuro dell'umanità, che si verifichi una nuova guerra, una guerra religiosa; le guerre sono sempre più o meno religiose, perché si tratta di vita o di morte e non c'è altro modo di risolvere il problema; la definizione fenomenologica della religione: un problema ultimo.

L'incontro è così importante che il futuro dell'umanità dipende non dal capriccio di un politico o di un altro, ma dal clima che si è creato, che renda possibile che i politici in seguito ne siano influenzati.

Se le tradizioni religiose del mondo - e per tradizione religiosa intendo non soltanto quelle che hanno l'etichetta di religione, ma anche il marxismo, l'umanesimo, - non trovano in questo incontro un qualche cosa di positivo, l'umanità è condannata a sparire, i popoli a distruggersi a vicenda.

L'incontro è importante, non è un lusso, ma è anche urgente. Il culmine della saggezza in certo senso, anche in quello più volgare. consiste nel sa-per combinare l'urgenza della cosa con la sua importanza. Ci sono cose molto urgenti, ma non importanti, mentre al contrario, ci sono cose molto importanti, ma non tanto urgenti. A volte dimentichiamo le cose importanti e facciamo soltanto quelle urgenti, rovinando così la nostra vita; altre volte cerchiamo soltanto l'importante, senza accorgerci che questa cosa importante è rovinata perché quella urgente è già avvenuta e tutto è finito. La saggezza personale di ogni individuo consiste precisamente nel combinare l’urgente con l'importante. E urgente perché non c'è molto tempo. Non siamo preparati, dunque dobbiamo prepararci. L'incontro fra le religioni è confusionale. Io prima sapevo dove sono stato e adesso... sono confuso; chi non si sente confuso vuol dire che non ha capito, vuol dire che è superficiale, vuol dire che non gli importa niente di niente. Dunque anche la confusione fa parte del cammino, perché poi questa confusione è tanto più profonda in quanto tocca i pilastri stessi della nostra sicurezza. Abbiamo sentito una delle frasi più belle di Sartori, che se uno non muore alla sua fede non è degno della sua fede. E tutte le nostre sicurezze? Questa grande ossessione post-cartesiana dell'umanità, che fa sì che si cominci con la certezza e si finisca con la sicurezza, che si cominci con la certezza epistemologica e si finisca con la sicurezza politica delle armi?

È dunque confusionale questo incontro e lo deve essere; inoltre è rischioso. E rischioso perché quello che io metto in gioco è la mia fede, è la mia vita, è tutto quello che io penso sia la verità, è la cosa più importante e più centrale di tutta la mia esistenza, è quello che finora non si toccava. E rischioso, detto in linguaggio storico religioso, perché tocca il tabù. Come dice Avinava Gupta e dopo di lui Giovanni della Croce, (gli estremi si toccano) c'è un momento dove non c'è sentiero: anupaya, y en la fin no hay camino. Una in sanscrito, l'altra in spagnolo, ma vogliono dire la stessa cosa. E dunque rischioso. E rischioso, perché là dove non c'è un sentiero c'è pericolo.

Ultimo, è purificante. Forse proprio oggigiorno che siamo così sofisticati con la psicologia e con tante altre cose, questo incontro è l'unica scuola di vera umiltà. L'umiltà specifica che da solo non ce la faccio, che non sono autosufficiente, che non so tutto, che quel poco che sapevo e ritenevo che fosse certo, nemmeno questo lo è. E purificante, perché ci fa vedere nello stesso tempo i nostri errori personali e quelli del passato. E purificante, perché non giustifica che io mi lavi le mani perché durante le crociate io non c'ero, e quindi la mia visione personale, fantastica, del Cristianesimo va molto bene, ma non vuol sapere niente di altre pagine nere. E l'Induismo, il Buddhismo, per limitarmi a queste tre religioni, hanno anche loro le pagine nere. Se io fossi unjaìna, e lo sono un po' quasi onorariamente vi potrei parlare delle persecuzioni indù ai jaina. Quindi nessuno ha il diritto di scagliare la pietra su nessuno. E una purificazione collettiva, che riguarda i buoni, i cattivi, i giusti, tutti quanti. Sostengo dunque, come introduzione, che l'incontro fra le religioni ha queste caratteristiche.

le catture

Ma veniamo al tema le catture. La mia riflessione è che noi ci dobbiamo liberare, e liberazione vuol dire nirvana, vuol dire moksha, vuol dire soteria, vuol dire anche teologia della liberazione, se volete. Ci dobbiamo liberare dalle possibili catture che ci tengono o ci possono tenere prigionieri durante questo pellegrinaggio verso il futuro, perché mi si chiede che parli del futuro senza catture. Io preferirei questa volta disubbidire, soltanto parzialmente, e sognare un momento con voi, un presente senza catture. Se riesco a spezzare alcune di queste catture per il presente, avrò fatto - penso - il migliore servizio per il futuro.

Io ne vedo troppe di catture, ma ne vorrei segnalare quattro.

La prima ci viene dal di dentro, dalle nostre reazioni viscerali, da ciò che non è stato mai sognato, mai pensato, che è stato giudicato impossibile e quindi costituisce una specie di resistenza passiva, incosciente la maggior parte delle volte. Esiste un'inerzia dello spirito, favorita da tutta la parte pesante del nostro essere, dal costume, dalle consuetudini. Si dovrebbe e si potrebbe fare una psicoanalisi di questa nostra inerzia, che non è formulata, perché non è nemmeno cosciente, ma che è normale; là si fa così, ma qui si fa in questo modo e basta. Dobbiamo superare questa reazione viscerale.

le idee comandano?

La seconda cattura è ancora più forte. Se fossi in sede accademica direi che ci tiene prigionieri da Parmenide in poi. Siamo prigionieri del pensiero. Le idee comandano e ci dominano. E la prova più straordinaria che il pensiero è così potente, è che io calcolando con numeri irrazionali e facendo pura matematica costruisco un ponte e il ponte sta in piedi. In Occidente - e questo è il grande miracolo, se diabolico o divino, lo lascio da parte adesso - il pensiero ha dominato l'essere. Forse, però, siamo diventati schiavi dei nostri pensieri, dei nostri schemi intellettuali. Detto in un'altra forma, il logos ci domina. Già da principio i Padri greci avevano capito che c'era pericolo in Occidente, del cosiddetto subordinazionismo, cioè di subordinare nel fare teologia lo Spirito al logos e che il logos fosse tutto; mentre lo Spirito soffia non soltanto dove vuole, ma anche come vuole.

L'esempio più chiaro è la prigione dell'ortodossia. Io non ho niente contro l'ortodossia, dico soltanto che è una prigione, anche se alcuni la trovano confortevole perché si trovano sicuri. E interessante vedere questa specie di degradazione dall' ebraico, al greco, alle lingue che già i latini chiamavano volgari, de] termine kabot, la gloria del Signore, doxa, la potenza della gloria e doxa, la ortodossia, che ha molte poco di questa rifulgenza, di queste lume, di questa luminosità interna che si è convertita in schemi chiari precisi, distinti, cartesiani, sicuri forse certi, dentro un certo limite. Ci si è dimenticati che anche grandi pensatori, come il divus Thomas, sostennero che l'atto di fede non consiste nei dogmi, negli enunziati, ma punta direttamente alla cosa e che i dogmi sono soltanto canali per arrivare a quella, come nella metafora orientale in cui è il dito che punta la luna; se tu non guardi il dito, non vedrai la direzione della luna, ma se pensi che la luna stia nel dito, allora ti sbagli. Quindi, una volta che hai visto il dito, lo devi dimenticare.

Tutte le spiritualità, quando arrivano alla ultima formulazione forte, hanno una omogeneità straordinaria. Dice il Mahayana: «Se vedi il Buddha, uccidilo», perché quello che era il tuo aiuto per arrivarci, può dIventare il tuo ostacolo. Dopo Emmaus, penso che i cristiani possano egualmente dire: «Se vedi il Cristo, mangialo, non chiuderlo sotto chiave in qualche parte; fallo tuo, mangialo».

Le dottrine sono necessarie. La dottrina è una cosa straordinaria. Viviamo tutti in una società di consumo sulle dottrine, ma la dottrina non è la vita, lo scheletro non è l'individuo. Io non ho niente contro le dottrine, critico soltanto l'assolutizzazione delle dottrine e la confusione tra dottrina e realtà.

la contingenza delle culture

C'è un'altra cattura più sottile ancora, perché meno cosciente. La parola che forse la può descrivere meglio sarebbe l'ambiente, mentre il termine più appropriato sarebbe la cultura. Tutti quanti noi ci muoviamo dentro un ambiente, dentro una cultura. Abbiamo delle limitatezze che sono necessarie, di cui non possiamo far a meno; tutti noi siamo radicati dentro una cultura.

Un esempio banale, ma almeno chiaro: quando io ho cominciato a parlare, sicuramente tutti quanti di voi avete percepito che io parlavo con un accento piuttosto strano. La mia cattura dell'ambiente, non può essere vinta dicendo: «Beh, io non mi lascio imprigionare!». Ma soltanto essendo consapevole che io sono dentro un ambiente, che sto dentro una cultura, che sono contingente, limitato, che la mia visione non esaurisce l'esperienza umana, che io non posso in nessuna maniera avere la pretesa che le mie parole, le mie verità, le mie idee, le mie rappresentazioni, siano la totalità, che il mio mondo sia il mondo, la verità, l'ambiente, la realtà. Esse sono tinte del mio accento, delle mie limitatezze, della mia contingenza, della mia cultura, della mia forma di vedere, di tutto. Dobbiamo precisamente dire: «Sì, sto dentro un ambiente e questa è la mia condizione, questa è la condizione umana». Questa stessa pretesa d'universalità, di neutralità è ovviamente un'allucinazione possibile soltanto a colui che non ha avuto il correttivo dell'altro.

Perciò la quarta cattura è quasi il rovescio. Volendo uscire dal mio ambiente, volendo uscire dalle mie limitazioni, finisco per lasciarmi condizionare dall'ambiente e dalle limitazioni degli altri. Quindi parlo per gli altri, mi lascio alienare, in certo qual modo, da quello che penso sia il mio ruolo, (c'è un ruolo che consiste nel fare un po' il teatro). Non dimentichiamolo: il giansenismo, il manicheismo ci sono dappertutto. E in questo campo possono chiamarsi xenofobia come xenofilia, possono voler dire che tutto quello che viene da fuori dell'Italia è migliore o che soltanto noi cattolici o noi italiani siamo i migliori del mondo. Quello che dobbiamo realizzare non è un esercizio di pensiero, non è un esercizio di filosofia, di teologia, di acutezza, non è un esercizio di carità, (la tentazione di fare del bene è molto sottile, ma già Cristo ci ha avvertito: «lascia che le pietre rimangono pietre e non volerle convertire in pane»). Dentro la tradizione cristiana, (non l'indiana, perché qui la parola sarebbe molto diversa) si potrebbe dire che è una questione di santità, di purezza di cuore, di audacia, di libertà di spirito, di docilità alla grazia. E una questione che abbiamo avuto l'audacia di toccare sia l'anno scorso che quest'anno, e richiesta in maniera esigente di una donazione totale, di una docilità assoluta, una purezza trasparente. Diceva la Ung Ciung... «soltanto la sincerità più pura, soltanto la purezza più trasparente può effettuare un cambiamento». Qualsiasi cosa che venga da un cuore totalmente trasparente, da una intenzione completamente irriflessa, senza che nessun'altra cosa l'accompagni, può effettuare un mutamento.

Lasciate che vi racconti questa piccola storia di Bapuji Gandhi. Una buona donnetta del suo asram Damedavat che lo vedeva di tanto in tanto, un giorno va, tocca i piedi di Bapuji e gli dice: «Bapuji, dite alla mia ragazzina, (aveva una ragazzina di otto dieci anni) che non mangi tanti dolcini che le rovinano lo stomaco, che sia un po' più buona e che mi ascolti. Diteglielo per favore!». Gandhi non rispose niente, sorrise, lei capì e se ne andò senza dire altro. Settimane più tardi lo trovò un'altra volta e allora la donna, che non aveva più questo desiderio di far del bene a sua figlia, disse: «Bapuji per curiosità, perché non mi avete risposto quando vi ho fatto quella richiesta per mia figlia?» e Gandhi le rispose: «Sai, in quel tempo piacevano anche a me un po' troppo i dolci» e quindi le sue parole non avrebbero avuto nessun senso, nessun effetto. Soltanto la più pura sincerità, la più totale trasparenza può effettuare il minimo cambiamento, dice la saggezza cinese. Questo è il corollario: non si tratta di una buona teologia, si tratta di un'altra cosa; questo è il Kairòs, questa è la sfida.

l'avventura della fedeltà

Il primo problema è teologico. Intendo anzitutto teologico nel senso tradizionale della parola, cioè che implica santità, fedeltà E qui vorrei essere molto chiaro. Non si tratta in alcun modo di diluire, debilitare la propria convinzione, la propria fede, la propria religione; non si tratta di cercare un comune denominatore facendo concessioni qua e là, a motivo della pace, dell'ecumenismo, della convenienza, della tolleranza tra i popoli. Non si tratta dunque dì creare una specie di ecumenismo alla bière, come io lo chiamo parlando con gli ecumenisti francesi. Dinanzi a un bicchiere di birra tutti quanti siamo ecumenici. E il problema che mi sta a cuore non è domandare un'apostasia; non è che io diluisca le mie convinzioni e che a motivo degli altri sia traditore, cerchi un comune denominatore e voglia fare dei compromessi. Non si tratta, per ripetere le parole di Paolo, di svuotare lo scandalo della croce, di essere meno cristiani per essere più ecumenici; si tratterebbe, semmai, di essere migliori cristiani per essere migliori ecumenisti. Il dialogo non è un segno di insicurezza, ma è un segno di maturità e soprattutto di assenza di paura. Se vado al dialogo con paura, tutto quello che ho paura di perdere è bene che lo perda quanto prima, perché allora sarò liberato dalla paura. Tutto quello che può morire muoia quanto prima e più presto verrà la risurrezione. Quindi il problema teologico consiste nel non minimizzare le differenze, non evitare i problemi scottanti imbarazzanti, ma nel penetrarli più dal di dentro e dì compiere quello che io posso.

Lasciatemi qui stabilire tre punti fermi che prendo da: 1° Timoteo, 2° Timotero, e 3°, tutta l'epistola agli Ebrei e ai Romani, tre punti fermi garantiti dalla stessa Scrittura fondamentale del cristianesimo. «Deus vult omnes homines salvos fieri, Dio vuole che tutti gli uomini si salvino»: questo dicono i cristiani ripetendo la loro Scrittura. Dunque, se Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e questa non è una velleità divina, questo stesso Dio, parlo il linguaggio cristiano tradizionale, deve concedere agli uomini dei mezzi di salvezza che siano alla loro portata di mano. E quello che sta a portata di mano di tutti gli uomini sono precisamente le tradizioni religiose. Quindi le religioni dell'umanità sono i mezzi ordinari voluti da Dio per la salvezza degli uomini; sto facendo teologia cristiana. Ogni autentica religione è cammino di salvezza, e prima già ho detto che io non limitavo il nome di religione a quelle che ne hanno l'etichetta, che in fondo sono soltanto le religioni abramiche, perché né il Buddhismo né l'Induismo sono contente se le chiamano religioni. Non possono «religare» niente, è tutto un altro universo di discorso; comunque possiamo utilizzare questa parola, se gli indù e i buddhisti l'ammettono, perché la utilizziamo tra virgolette. Questo è così pacifico - non voglio fare qui autobiografia – che anche il Concilio l'ha accettato.

Seconda, e forse il più difficile di questi punti fermi. «Unus mediator, un unico mediatore» dice anche l'epistola a Tito. Sì, i cristiani non possono fare a meno di credere che c e un unico e solo mediatore. Se rinunciano a questa intuizione per motivi di ecumenismo tradiscono venti secoli di tradizione cristiana. Da parte mia credo che c'è soltanto un unico mediatore (con questo mi rendo più vulnerabile, se volete), che c'è Cristo e soltanto Cristo come simbolo per i cristiani, che è l'unico mediatore tra Dio e gli uomini, che è l'alfa, l'omega, il ricapitolatore di tutto l'universo, il monoghenés, il protoghenés, il primogenito, l'unigenito, la luce che illumina ogni uomo che viene a questo mondo, colui per cui tutte le cose sono state create, in cui tutto risiede, consta e ha la sua forza, in modo tale che io filosoficamente direi che l'essere è una cristofania. Quindi, ci credo. Continuo però dicendo che: 1°) Il Cristo, (vi faccio questo riassunto neotestamentario assai rapido) non è identico a Gesù. Gesù è il Cristo e chi dice questo credendoci è un cristiano, ma Cristo, pur essendo Gesù, è molto di più, (il «più» qui non va) e non si può identificare con Gesù. L'eucarestia per il 90% dei cristiani è il Cristo, ma nella eucarestia non si mangiano le proteine di Gesù di Nazaret. «Lo avete fatto a me», ho commentato prima. Gesù è morto, quello che è risorto è il Cristo, che è un'altra cosa; che è la stessa da un certo punto di vista, ma che non si può identificare. 2°)1 cristiani non hanno il monopolio di Cristo. 3°) I cristiani non conoscono del mistero di Cristo che una piccolissima parte, non lo possono manipolare per i propri fini, questo Cristo li trascende totalmente; il Cristo ha altre dimensioni, aspetti, forme, di cui i cristiani non sanno assolutamente niente, non sono loro i padroni di Cristo, loro conoscono del Cristo qualcosa che per loro è essenziale, che per loro è centrale, ma questo Cristo-Mistero trascende da tutte le parti quello che i cristiani pensano, credono in Cristo. Perciò io mi per-metto di dire che il Cristo, in questo terzo senso, è nascosto, sconosciuto, presente e effettivo in ogni autentica religione.

Quindi il mistero di Cristo è mistero di Cristo e, se noi utilizziamo la parola nel suo senso reale, non possiamo in alcun modo pretendere di avere conoscenza, manipolazione di questo mistero.

Qui c'è una cosa che io ho chiamato «pars pro toto effecto». Ciascuno di noi vede il mondo da una finestra e non può non vederlo che da una finestra e quanto più trasparente e bella è la finestra meno si vede, meno consapevoli siamo di vedere attraverso la nostra finestra. E noi vediamo tutto il mondo, tutto. Io non sarei cristiano se pensassi di appartenere ad una piccola setta che esiste soltanto da due millenni; io non voglio appartenere a nessuna setta, io non voglio consacrare la mia vita soltanto a una cosa che è avvenuta duemila anni fa, quando l'umanità esisteva per lo meno da mille anni prima e aveva fatto tante cose belle... No, la mia appartenenza al Cristianesimo non è l'appartenenza settaria a una forma; io riconosco le mie limitatezze e so che non posso fare a meno di dire che per me il Cristo è il simbolo di questo, che gli altri chiamano con altro nome, che vedono in modo diverso, che ha anche dimensioni per me completamente sconosciute e per me anche inaccettabili dal mio punto di vista. È il «pars pro toto effecto». Io vedo il totum in parte e ho bisogno dell'altro per dirmi che sto guardando attraverso l'apertura di una finestra, perché io non la vedo; quanto più la finestra è pura finestra tanto meno è visibile, ma qui», e io gli dirò: «Anche tu». Ebbene, noi due vediamo la stessa cosa, non vediamo due punti diversi. La mentalità scientifica ci ha contagiato in modo tale che tante volte l'ecumenismo consiste nel dire: Beh, qui c'è il grande dolce, facciamo una parte per te, una parte per me, la mia è un po' più grande della tua, è un po' superiore, ma tutti insieme facciamo la torta. Non è una torta. Io non mi accontento di avere una parte di torta, io la voglio tutta, ma la voglio tutta con la mia limitatezza. Quindi, vedete, non si tratta di un po' plus bon marché, di fare un cristianesimo più facile; al contrario, «unus mediator». Il cristiano cesserebbe di essere cristiano, se non pensasse che nel Cristo sta tutta la pienezza, la ricchezza della divinità, ma questo mi trascende; perciò qualsiasi discorso cristiano, ecumenista, che taccia sul Cristo evita il problema. Quello di cui c'è bisogno è una cristologia umile e perciò capace di non voler essere né universale né onnicomprensiva, ma non per questo cessa d'essere la mia visione. I cristiani non possono fare a meno di dire che questo Cristo loro lo hanno tutto, nella loro forma, nella loro limitatezza. Le mie premesse adesso si capiscono forse meglio.

Ho detto che non volevo parlare troppo di questo excursus teologico. La terza grande verità, che non sarebbe solo cristiana, ma anche di tante altre religioni: sola fides. La salvezza non è un atto automatico, un happy end e quindi è necessaria la fede. E questa la dottrina cristiana; senza fede uno non si può salvare, senza entrare ora nel merito di cosa sia la salvezza. Se noi manteniamo questi tre punti penso che anche il teologo più esigente non può dire che nell'incontro delle religioni si faccia un eclettismo più o meno superficiale. Devo subito aggiungere che quando dico fede, dico fede, non credenza, non l'articolazione della fede secondo un linguaggio, secondo una cultura, secondo una prospettiva, secondo «una finestra». Gli articoli di fede non sono la fede, sono quel bagaglio dì cui c'è bisogno perché io possa, come essere intelligente e intellettuale, più o meno formulare una cosa che mi permetterà poi dì saltare in una realtà che non ha formulazione possibile. Anzi, io direi - e qui non lo sviluppo da un punto di vista esclusivamente teologico, cattolico, apostolico, tridentino - che la fede non ha oggetto; sarebbe idolatria. La fede è una dimensione costitutiva dell'uomo, la fede è la capacità di essere aperto, di essere non-finito, infinito, di più, d'essere capace di trasformarmi, di crescere e, che io sappia, questa capacità dì «più» tutta la tradizione cristiana l'ha chiamata theosis, la divinizzazione dell'essere e dell'essere umano, io direi di tutte le cose. Quindi la fede è necessaria, ma la fede non sono le mie idee sulla fede o il mio articolo di fede o tutto il mio credo. Il mio credo è là dove io deposito il mio cuore, che è quello che la parola credo vuol dire: credo, cardia, in sanscrito stradda, la donazione del mio cuore. Ma devo esser breve, quindi passo al secondo punto dei tre problemi fondamentali. Il primo problema fondamentale, ripeto, è il problema teologico nel suo doppio versante di santità, di fedeltà e di elaborazione intellettuale, per poter esprimere il più correttamente possibile questo mistero. In questo caso di una religione che, essendo concreta, si apre a tutto il possibile.

Il secondo problema è il problema ermeneutico. Ermeneutico è una di queste parolacce che i teologi, i filosofi inventano e che vuol dire interpretazione. Io devo saper interpreta-re le altre tradizioni religiose, devo saper interpretare cosa è l’induismo, cosa è il Buddhismo o cosa sono gli altri. Il metodo ermeneutico non può essere mai a senso unico; cioè a me piacèrebbe sapere come se la cavano questi indù, buddhisti in queste cose, ma non sono disposto a che loro mi facciano la stessa domanda. Se l'incontro delle religioni non si fa sempre a doppio senso, non è un vero incontro. Seconda regola ermeneutica: non posso fare la caricatura d'una religione e confrontare l'inquisizione, le crociate, le guerre di religione con il dammapala, le Upanishad, la mia grande filosofia indiana; o non posso mettere a confronto le superstizioni e tutte quelle cose che capitano nel Gange e il sermone della montagna, la purezza del Vangelo... Non si può fare la caricatura dell'uno e confrontare aspetti eterogenei. Se vogliamo confrontare la superstizione confrontiamo la superstizione, se vogliamo confrontare una cosa buona, facciamolo con un'altra cosa buona.

C'è un malinteso direi quasi costitutivo nell'interpretazione vicendevole delle tradizioni religiose. I cattolici hanno interpretato i poveri indù, cominciando col dar loro un nome che non avevano; l’Induismo è stato un'etichetta che hanno dato loro, ma loro non si chiamavano indù, erano molto contenti senza questo nome. Io direi che più del 90% di tutti i libri scritti in Occidente sulle religioni dell'Asia fanno una descrizione inadeguata e, se ne volete la conferma, provate a leggere qualcosa che alcuni indù o alcuni buddhisti hanno scritto sul Cristianesimo: sì, dicono delle cose vere, ma non capiscono. È chiaro, perché qui sta il grande problema ermeneutico: non si può capire una religione soltanto dal di fuori, non si può capire una cosa, se allo stesso tempo uno non è convinto che quello che capisce è verità. Non posso capire qualsiasi cosa dell'ordine della fede, se io non credo in certo qual modo che quella è la verità; non posso capire l'Induismo, se io non sono convinto che l'Induismo è un veicolo di verità.

In sede accademica io ho sviluppato tutta una teoria sulla fenomenologia religiosa che dice che la fenomenologia religiosa è sui generis e così sui generis che non ha «noema», come ben sanno quelli che sono specializzati su Husserl. Non c'è noema, ma c'è una cosa che io ho battezzato col nome di pistema, cioè la fede del credente appartiene essenzialmente al fenomeno religioso. Perciò io debbo descrivere quello che il credente crede, non quello che io credo che lui creda, e io non posso descriverlo se non ci credo, perché allora non descrivo quello che lui crede, descrivo quello che io credo che lui dovrebbe credere o che lui non crede. Si capisce che le autorità, al plurale, siano così preoccupate, perché tu non lo puoi capire se non ci sei dentro, quindi se, in un certo modo, non ti puoi convertire, altrimenti fai una caricatura. La necessaria conversione. Io non posso dire: «questo è verità», se è sbagliato, perché, se lui non crede a quello che io credo che lui creda, è tutta un'altra cosa.

Ho passato 40 anni a fare questo lavoro, quindi vi potrei parlare del sistema, pistis-fede, pistema, corrispondente a noèma, da noùs. Se possa prendere il pistema del credente di un'altra tradizione religiosa per poterlo prima descrivere e poi valutarlo in certo qual modo, è un problema ermeneutico formidabile.

E terzo, sempre a proposito dell'ermeneutica: c'è un'altra cosa che appartiene a quello che io dicevo con il logos (almeno il mio sistema è coerente). Non è necessario di capire tutto. Perché vogliamo capire tutto! Io penso che questa è la sindrome maschile più perniciosa. Voi ricordate Luca, il maschio Luca evangelista, per tre volte con una condiscendenza maschile ci dice che Maria non aveva capito ma conservava le cose nel suo cuore. Meno male! Conservare le cose nel cuore senza capirle forse appartiene a una saggezza superiore.

La situazione attuale non ha modelli

Il problema filosofico è ugualmente serio. Sono convinto - e qui faccio un discorso eminentemente occidentale, - l'Occidente non deve dimenticare una delle sue forze più importanti, lo spirito critico, lo spirito d'analisi, il senso di dubbio, uno spirito critico che direi post-illuministico. Perciò prima ho detto, e non mi sono voluto correggere perché non ho visto nessuna mano che mi domandasse un chiarimento, che le religioni sono mezzi ordinari di salvezza. Il filosofo e lo spirito critico correggerà questa frase e dirà che le religioni sono progetti di salvezza, non mezzi. Hanno il progetto e tutte le religioni ce l'hanno, ma un progetto non è necessariamente un mezzo. Il discorso filosofico, che è quello dello spirito critico, vuoi dire, in altre parole, che la situazione di questa nuova costellazione umana delle diverse tradizioni religiose dell'umanità che cominciano a riconoscersi le une con le altre, non va risolta con l'esclusivismo: Io, e se non sono unico, sono almeno un po' superiore. La superiorità cristiana è un peccato contro lo Spirito Santo. Non va risolta nemmeno con l'inclusivismo: in fondo diciamo la stessa cosa, tu sei un cristiano anonimo, tu sei un credente che si ignora, nel fondo più profondo, nella mistica siamo tutti la stessa cosa, nella notte tutti i gatti sono neri… Siccome ebbi la fortuna di essere il primo ad ascoltare, il contributo a Salisburgo di Karl Rhaner (eravamo Alexander von Rondl, Vareno, io e un altro) io gli chiesi, quando lui sviluppò la teoria dei cristiani anonimi, se lui sarebbe stato contento che io lo chiamassi un buddhista anonimo. Quindi, né esclusivismo ne inclusivismo. L'unica parola che qui forse servirebbe è quella di pluralismo, e pluralismo non è pluralità, non e considerare ciascuno come il piccolo pezzo di tutto il grande meccanismo; no, pluralismo è quel pars toto che dicevo prima, pluralismo vuoi dire che nessuno può esaurire, tutto lo spettro dell'esperienza umana. Che non si può racchiudere la realtà in un solo schema, perché la realtà non è schematica, non è nemmeno trasparente a se stessa, cioè uno non ha bisogno di essere aristotelico, monoteista o hegheliano per credere nella noesis, nella riflessione totale o in un Dio trasparente a se stesso, onnisciente rispetto a tutto il reale. La verità stessa è pluralista che non vuoi dire plurale. E un altro spunto che non sviluppo di più. Passo subito al mio quarto e ultimo punto di questa quaternitàs perfetta. Questo è il mio ultimo e breve punto, quello che mi piacerebbe chiamare la fecondazione mutua. Non possiamo soltanto guardare indietro, non possiamo soltanto ritornare alle fonti, non possiamo credere che la storia sia finita, non possiamo accontentarci di rifare gli sbagli degli altri o correggerli. Siamo in una situazione nuova e non sarei originale se io citassi della Bibbia che lo Spirito fa nuove tutte le cose. La situazione attuale non ha modello, non si tratta soltanto di andare indietro odi predicare tolleranza, o di fare tutte queste piccole cose che ho cercato di fare. Siamo dinanzi a una situazione medita, perciò ho cominciato dicendo che tutto il mio discorso voleva essere una preghiera, perché è pieno di questo senso di precarietà, dato che non sappiamo dove andiamo, ma non c'è nemmeno bisogno di saperlo, purché si sappia quel è il prossimo passo.

senza preservativi spirituali

La conseguenza di tutto quello che ci è stato detto è che non dobbiamo aver paura, paura dell'ignoto, paura del nuovo, paura dell'insospettato, paura del pericoloso, paura del rischio, paura di perdere la fede o la vita, paura di non sapere qual è il prossimo passo. Il nuovo è nuovo perché è sconosciuto, perché rischioso e quando parlo della fecondazione mutua tra le diverse religioni penso che la maggioranza di voi ha capito che non c'è fecondazione senza amore, che non c'è fecondazione se mettiamo preservativi spirituali e preservativi religiosi. La fecondazione deve essere naturale e deve essere figlia dell'amore; e il figlio che nasce malgrado tutte le cautele è sempre un rischio, è sempre insospettato, è sempre più bello in ultima istanza, almeno per i genitori, di quello che si aspettavano. Se noi non siamo coscienti che facciamo qualcosa di storico, allora non vale la pena. Se tutta la nostra vita, la nostra fedeltà, tutta la nostra storia è soltanto per fare un piccolo scherzo per passare il tempo, allora non vale la pena.

Non sappiamo dove andiamo. Niente è più difficile che gestire la libertà vogliamo sempre le cipolle d'Egitto e quando ci dicono: questa sicurezza no, quell'altra no, allora cerchiamo di guardare indietro per tornare un'altra volta a qualcosa che ci dia almeno un appiglio. Se parlasse il buddhista direbbe che non si tratta nemmeno di prendere rifugio nel Buddha, che il Buddha è sparito. Racconta una bella leggenda mahayana, che un grande bodhisattva dopo la sua vita se ne andò nel settimo cielo per vedere dove abitava l'Adibuddha, Gautama, il Buddha primigenio; non stava nel primo cielo, nè nel secondo nemmeno, nel terzo. Percorre tutto il Paradiso di Dante e finalmente arriva nel settimo cielo, animato dalla sua curiosità di vedere dove si trovi questo grande, il primo dei bodhisattva, l'Adibuddha. Tutte le stanze sono vuote, non c'è niente da trovare, finalmente un angelo se volete gli dice «Che cerchi?» «Cerco il Buddha, Adibuddha». Lo guarda con questa faccia di angelo innocente. «Ma non sai che il Buddha è sceso sulla terra e starà là fino a che l'ultimo essere vivente sia riuscito ad avere la liberazione!».

La fecondazione mutua vuoi dire, conoscenza, che non è possibile senza simpatia e senza amore; dopo il rischio che nasca un figlio, il rischio che venga qualcosa di nuovo. L'atto della libertà: se la fede non ci fa liberi, non so cosa sia la fede.

Diceva Gregorio di Nissa, vecchio cappadociano, padre della chiesa, commentando l'atto fondamentale di tutte le religioni abramiche, quando Abramo con un atto di fede ubbidisce a Javeh che gli dice di andarsene, lui e tutta la sua tribù, fuori della città di Ur: «e allora Abramo sapeva che andava per un buon cammino, perché non sapeva dove andava». Soltanto se noi sappiamo dove andiamo, se non programmiamo dove andiamo, se non abbiamo bisogno di una intelligenza artificiale o di un computer che ci dica i passi da fare, faremo la continuazione dell'opera creatrice. Questo è il programma che io penso che abbiamo dinanzi di noi. Questo mi ha portato in altra sede a invocare la necessità non di un Vaticano III, né di una Chicago 1, ma di una Gerusalemme II°, cioè di adunare tutti gli uomini e io direi, dato che sono troppo buddhista, tutte le cose, gli animali, le piante e di fare un concilio questa volta veramente ecumenico, per vedere se l'umanità sa reggere la sua libertà, questo dono di cui finora abbiamo abusato. Io credo che il destino sta nelle nostre mani e questo, almeno per me, è una sorgente di gioia.

(da Rocca, 1 ottobre 1987, pp. 54-59)
Come rendere oggi percorribile
l’esperienza religiosa e interreligiosa

di Javier Melloni

Solo nel cammino comune le religioni possono liberare il meglio delle energie umane per trasformare il mondo.

Nel passaggio attraverso il deserto non ci sono solo sete e desolazione. Ci sono anche incontri sorprendenti, e albe e tramonti di una bellezza sconvolgente di fronte ad un orizzonte aperto e illimitato. Ma tutto questo non si conosce se non si inizia la traversata se non si esce dalla città, dove la luce del Sole si intravede solo attraverso le strade strette del già noto e troppe volte attraversato.

All'inizio dell'esodo c'è solo il dolore perché lo sradicamento ci lacera. Però, andando avanti nel cammino, sorge una domanda: e se la nostra casa, il nostro focolare, le nostre famiglie non fossero alle nostre spalle, ma davanti a noi?

Martedì 29 Aprile 2008 23:08

Incontro all'Islam (Fabrizio Mastrofini)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Testimonianza I Le Piccole sorelle di Gesù nel Maghreb

Incontro all'Islam

di Fabrizio Mastrofini

La fiducia verso l’altro apre ogni porta. E’ l’esperienza vissuta nel quotidiano con i musulmani. In uno stile di amicizia.

Il dialogo che parte dagli aspetti quotidiani, dal lavoro, dal vivere fianco a fianco, condividendo spazi e problemi della vita di tutti i giorni. È la caratteristica del dialogo interreligioso attuato dalle Piccole sorelle di Gesù, che si ispirano alla spiritualità di Charles de Foucauld, nate nel 1939 in Algeria a Touggourt, dove piccola sorella Magdeleine Hutin ha dato vita alla prima comunità. Sono oggi presenti in 67 nazioni e contano 1.250 religiose. In Italia sono una quarantina e vivono in piccole comunità di 3 o 4 persone a Milano, Torino, Chiusi, Bologna (dove vivono con gli zingari), Roma (una comunità lavora al Luna Park, ma risiede in un appartamento), Assisi, Napoli e Vittoria. A marzo, nel contesto del ciclo di incontri «Storia, storie, luoghi e volti nelle diverse esperienze d’incontro tra musulmani e cristiani», promosso a Roma, dal Centro interconfessionale per la pace (Cipax), tre di loro hanno parlato dell’esperienza che conducono, sia nei Paesi musulmani sia a Milano.

Nella metropoli lombarda sono presenti dal 1952 e fino agli anni Settanta hanno abitato nelle case minime di via Zama. Oggi vivono in un appartamentino di fronte alla chiesa di San Galdino, sempre in zona Forlanini. Suor Fiorella, responsabile della piccola comunità di quattro persone, ha spiegato che «la gente oggi ha bisogno di essere ascoltata, di avere un luogo dove dire liberamente quello che pensa e vive». Da una decina d’anni nel quartiere si assiste a un progressivo insediamento di stranieri: marocchini, egiziani, pakistani, singalesi. Oggi almeno la metà degli immigrati sono di origine islamica. «A motivo del nostro legame con l’islam, già vissuto da fratel Charles in Algeria, ora noi cerchiamo di essere attente in particolare ai musulmani, di fare conoscenza con loro e di entrare in amicizia con le nuove famiglie. Pur conservando le vecchie amicizie, come comunità abbiamo deciso di avere una cura privilegiata per gli stranieri». E nell’approccio «partiamo dagli aspetti più semplici, cominciando a salutare in strada, oppure sull’autobus. Così prende avvio un percorso di conoscenza, che porta alla confidenza e anche all’amicizia. Qualcuno ci parla spontaneamente del cammino spirituale che compie, mettendolo a confronto con il cristianesimo. Oppure in altri casi si affronta il tema della pace, ma sempre incontrandoci come persone, per aiutarci, per rispettarci».

Attraverso il contatto quotidiano, sottolinea suor Fiorella, emerge un’idea che per le Piccole sorelle di Gesù in questi anni è diventata un filo conduttore della loro azione: riconoscere la fede dell’altro, senza volerlo convertire, entrare nel progetto di Dio che è più vasto di quello delle singole religioni. E spiega ancora il «segreto» di una presenza che sa farsi accogliere e accettare: mettersi a disposizione. «Ad esempio per i bambini, quando hanno bisogno di aiuto per i compiti, dare un passaggio in macchina o riceverlo volentieri, fare la spesa insieme, aprirsi alle feste religiose e condividere i momenti difficili, le malattie, le perdite, tutte le occasioni per vivere insieme».

Un’esperienza simile è stata riportata dalle altre religiose presenti all’incontro: suor Odile Marie, oggi in Medio Oriente, ha sottolineato proprio quanto nella cultura orientale sia importante l’esperienza di accoglienza dell’altro; le fraternità, dunque, intendono riproporre l’idea di un modo di vivere insieme capace di rendere le suore vicine a tutte le persone che incontrano sul loro cammino. Come farlo? Di nuovo è l’esperienza di vita che parla, questa volta di suor Maria Cecilia, di origine libanese, otto anni trascorsi nel sud della Tunisia, nel piccolo villaggio di Oudref, dove le religiose hanno imparato la tessitura - attività prevalente - e dove Maria Cecilia ha lavorato per diverso tempo nella lavanderia di un ospedale di montagna. «Ho capito che la fiducia verso l’altro apriva ogni porta. Non avevano mai visto delle suore prima di noi, se non nelle telenovelas latinoamericane, che arrivano anche lì. Così all’inizio ci siamo sentite osservate, per il senso di novità che portavamo e anche per la difficoltà a comprendere cosa ci facéssero tre donne straniere arrivate fin là per vivere insieme e per lavorare. Hanno capito che non avevamo niente da nascondere, che la nostra presenza era per l’incontro con gli altri, e così si sono create relazioni di amicizia».

Relazioni espresse in piccoli gesti significativi, doni lasciati sulla porta della casa delle suore, riconosciute da tutti come donne di preghiera. A proposito di questa forma di dialogo interreligioso e dell’impegno delle Piccole sorelle, l’arcivescovo di Algeri, mons. Henri Tessier, ha scritto qualche tempo fa che «le case d’accoglienza per anziani delle Piccole sorelle dei poveri sono sostenute finanziariamente quasi solo dalle famiglie musulmane più agiate. La stessa collaborazione avviene nelle attività in favore degli handicappati. La relazione islamo-cristiana, dall’essere uno scambio astratto di idee, diventa invece luogo di un impegno comune per l’uomo».

Delle loro storie di vita, le suore preferiscono mettere in ombra gli aspetti problematici o negativi, rilevando che l’unica risposta possibile nel dialogo interreligioso che si compie nei Paesi islamici è data dalla capacità di incontro personale.

E il cammino più lungo da compiere, l’unico però destinato a portare risultati duraturi e soprattutto a far cadere le barriere, come ribadisce anche un recente volume, Francesca De Lellis e intitolato Magdeleine di Gesù e le Piccole sorelle nel mondo dell’islam. Il volume (Emi, Bologna 2006, pp. 224) ricostruisce da vicino l’eccezionale biografia di piccola sorella Magdeleine, meglio conosciuta come Magdeleine di Gesù. La sua è una storia di grande attualità in un momento in cui il pluralismo religioso sembra l’orizzonte inevitabile di ogni sentiero di fede. L’autrice sottolinea come il modello adottato nel dialogo islamo-cristiano dalla fondatrice della Fraternità delle Piccole sorelle di Gesù sia quello del dialogo della vita, che smonta i pregiudizi e apre alla comprensione. Suor Maria Cecilia fa notare che nelle situazioni di conflitto, come in Libano, le difficoltà sono senza dubbio maggiori rispetto alle incomprensioni o ai pregiudizi che possono verificarsi altrove. Niente però che non possa venire risolto dalla preghiera, dalla presenza pacata, dalla testimonianza silenziosa... Lo ha sottolineato anche Luigi Sandri, giornalista, coordinatore dell’incontro del Cipax: «La vocazione delle suore di vivere il Vangelo in mezzo all’islam si rivela sempre di più come una scelta felice di un modo di invocare Dio».

E dal canto suo Gianni Novelli, responsabile dello stesso Cipax, ribadisce l’importanza di diffondere le testimonianze di coloro che giorno dopo giorno vivono all’interno del mondo islamico: «L’Occidente ha i suoi pregiudizi e vede l’islam attraverso gli stereotipi della politica e della divisione del mondo. In realtà il mondo non è diviso come vogliono far apparire gli specialisti del conflitto delle civiltà». Per questo le testimonianze risultano importanti: per evidenziare che è possibile vivere insieme e comprendersi.



La storia «lo, a lezione»

Nadjia Kebour è algerina; dopo la laurea in filosofia ad Algeri su sant’Agostino, oggi sta conseguendo un dottorato a Roma. Ha conosciuto il cristianesimo in Algeria, attraverso il contatto diretto con le Piccole sorelle di Gesù. «Mi sono resa conto - racconta - che abbiamo tanti pregiudizi nei confronti delle altre religioni, verso le quali esiste un atteggiamento di condanna. L’esperienza con le suore mi ha fatto vedere un altro aspetto, nascosto, della religione cristiana. Le suore mi hanno aperto il loro cuore, e così ho potuto sperimentare la loro prassi di tolleranza e apertura al dialogo, al confronto, alla realtà delle persone».

Così, prosegue Nadjia, «abbiamo anche festeggiato insieme le diverse feste delle nostre tradizioni: Natale, Pasqua, il Ramadan e le altre, per poterci conoscere e dunque comprendere meglio, scoprendo quei valori della carità e della tolleranza che prima credevo esistessero soltanto nella mia religione. Un tempo non pensavo che potesse esistere il dialogo interreligioso; in seguito ho compreso che si tratta di un cammino verso la pace e per la prima volta ho sperimentato un’esperienza non solo di apertura ma anche di comprensione verso l’altro, per arrivare a una forma di liberazione dall’egoismo che ci porta a pensare solo a noi stessi e alla nostra religione. Diffondere questo cammino porta, come effetto, a liberarci dall’orgoglio per cercare la verità di Dio».

(f.m.)

(da Mondo e Missione, maggio 2007)
Il valore teologico del sincretismo
nella teologia pluralista

di Alfonso Soares


Questo testo vuole evidenziare, nel modo più schematico possibile, il valore teologico del sincretismo religioso, inserendolo nella dinamica divino-umana della rivelazione. Tenterò di suggerire alle lettrici e ai lettori che il sincretismo è la rivelazione di Dio in atto, considerando che non esiste altro modo di accedere al mistero se non facendolo a poco a poco, in forma frammentata, fra avanzamenti e retrocessioni, luci ed ombre (...).

Di che stiamo parlando e perché insistete su un termine controverso come questo?

Molti termini si contendono l'attenzione della teologia pluralista in questi tempi di incalzante dialogo. Esiste l'ecumenismo (la fede cristiana celebrata fra le varie Chiese in un culto comune), il dialogo interreligioso (la convivenza armoniosa fra tutte le religioni) e perfino il dialogo afro-interreligioso. Quest'ultimo si può intendere a partire da due esperienze. La prima, come avvicinamento alle religioni afroamericane ((Candomblé in Brasile; Vodu ad Haiti; ecc.) è, per un verso, quella di penetrare sempre più nella vita e nella teologia di queste tradizioni; e, per altro verso, quella di impedire che esse siano ignorate o trascurate nelle discussioni ufficiali sul dialogo interreligioso. La seconda esperienza è a partire dalla realtà afro così come si incontra all'interno del cristianesimo: in questo caso si tratterebbe di conquistare sempre maggiore spazio interno per l'espressione e l'attuazione delle differenze culturali nelle Chiese cristiane (. ..).

Oltre a quelli citati, è necessario prendere in considerazione altri termini:

Macroecumenismo, che, ratificato nell'Assemblea del popolo di Dio (Quito, 1992), viene apprezzato dai gruppi popolari, in particolare dagli Operatori della Pastorale per i Neri/e. Implica un ecumenismo dalle frontiere flessibili, basato sull'esperienza delle comunità;

Dialogo Intrareligioso, che coincide con quella che prima è stata definita come seconda maniera di vivere il dialogo afro-interreligioso (...);

Inculturazione, che è attualmente il termine più usato dalla Chiesa cattolica (...). Su questo, hanno trovato un consenso i "conservatori" e i "progressisti". Ed è proprio qui il pericolo: due persone che difendono l'inculturazione magari stanno parlando di realtà o prospettive diametralmente opposte. Nel caso specifico delle comunità culturali autoctone, in genere per inculturazione si intende una costruzione che gli stessi soggetti stanno facendo nel loro proprio contesto a partire dalle sollecitazioni che il Vangelo opera nelle loro tradizioni culturali. Per la gerarchia cattolica, invece, l'inculturazione dovrebbe essere il canale tramite il quale la Chiesa ritorna all'ideale di una cultura cristiana, valorizza e rinnova la sua cultura tradizionale. Questo uso ambiguo è preoccupante. (...) Prendiamo il caso della religiosità afro, per esempio: cos'è l'inculturazione per queste culture? Perché, dopo tutto, quello che sta proponendo recentemente la Chiesa lo facevano già i neri secoli fa, e questo viene definito sincretismo. Di più: attualmente si parla di dialogo fra cristianesimo e religioni di origine africana. Questo costituisce già un passo avanti, a parte il fatto che ci sono voluti 500 anni per riconoscere il Candomblé come religione. Ma in quali termini intraprendere questo dialogo se il 90% dei membri del Candomblé è costituito già da cattolici?

Irreligionare, parola nuova e brutta per una vecchia sfida, che già doveva essere sottintesa nel termine inculturazione: ogni religione si trasforma a partire da sé, attraverso il contatto che stabilisce con le altre; è necessario permettere che la religione si trasformi al ritmo delle crisi, delle scoperte e degli scambi che effettua con le altre religioni. (...) Una comunità religiosa accoglie un'altra religione, assimilando quello che le sembra più appropriato e scartando quello che non le conviene. Come ho affermato in altre occasioni, il popolo irreligiona quello che può o vuole accogliere della nuova tradizione che viene da fuori. Di fatto, molti praticanti della tradizione degli Orixàs, dell'Umbanda, del Vudù, della Santeria o di altre variabili religiose della nostra eredità indigena e africana, si sentono sinceramente cattolici. Accolsero (molte volte obbligati, vale la pena ricordarlo) nelle loro tradizioni di origine l'inserimento cristiano, depurarono quello che sembrava loro inumano o senza senso, mescolarono quello che non aveva molta importanza e finirono per mantenere intatto quello che ritenevano positivo e arricchente per la propria cosmovisione originaria. Se osserviamo attentamente, tutto ciò non differisce in nulla da quello che si conosce con il nome di sincretismo.

Sincretismo. Quando lo menzioniamo, il primo impulso è di pensare a qualcosa di degradato, a un difetto di produzione (...). In realtà il cristianesimo ufficiale, clericale, asettico non è mai esistito nella vita reale. Quello che esiste sono i contatti religiosi che si stabiliscono tra gruppi e individui con forme diverse di dialogo. (...). In definitiva, è un lavoro di Sisifo cercare di contenere la fame religiosa delle persone nella sfera di certi ingredienti e condimenti, soprattutto se teniamo conto di questi tempi postmoderni, di laicità estrema da un parte e di abbondante offerta di significanti religiosi dall'altra. (...)

Il sincretismo è sempre stato e continua ad essere presente nelle relazioni storiche tra le religioni

(...) Il cristianesimo, per essere una religione universalista, non può sfuggire al sincretismo, dal momento che si è assunto la responsabilità di contenere, fin dal principio, tutta la pluralità esistente nel genere umano. La sua principale argomentazione per tale pretesa si fonda sulla certezza che la rivelazione di Dio all'umanità abbia raggiunto in Gesù di Nazareth un livello di profondità senza pari, prima o dopo tale evento (pienezza della rivelazione). C'è qui l'eccellenza e, al tempo stesso, il tallone d'Achille di tutta la storia del dogma cristiano. Come si può conciliare l'assoluto di Dio che si rivela con l'inevitabile relatività del mezzo utilizzato e dei suoi risultati? ... Lo sforzo popolare di unire divinità di diversa provenienza e, in alcuni casi, contraddittorie nel seno di una stessa esperienza religiosa, non avrà alcuna somiglianza con la geniale formulazione simbolico-teorica del dogma trinitario, che cerca di raggiungere il difficile equilibrio tra la convinzione monoteista e l'esperienza del molteplice nella divinità? Da un punto di vista antropologico-pastorale, perché dovrebbe essere sospetto "offrire un culto" agli antenati e agli elementi della natura (Orixàs) quando le devozioni mariane e il culto dei santi cattolici sono considerati positivamente e appaiono pedagogicamente importanti? (...)

È un fatto che la gerarchia cattolica contemporanea, per quanto con più pudore che in passato, continua a interrogarsi sulla miglior forma per combattere la spiritualità sincretica. In fondo, lo fa per una questione di potere. Da parte loro, indifferenti alla controversia, grandi segmenti della popolazione dei nostri Paesi continuano ad offrire un culto alle loro divinità e ad osservare alcuni riti cristiani, pienamente convinti che tali modi di comprendere e di praticare la religione siano sicuramente cattolici ...).

Il sincretismo è, prima di tutto, una pratica che precede le nostre opzioni teoriche e bandiere ideologiche

(. . .) In primo luogo, si tratta di riconoscere il sincretismo de factu; solo dopo può avere un senso la domanda su cosa potremmo apprendere teologicamente da questo dato reale. (.. .) Tollerato dalla pratica pastorale in nome della carità cristiana, il sincretismo è ripudiato nelle dichiarazioni e nei documenti ufficiali. Fortunatamente, questi ultimi anni sono stati caratterizzati da una timida revisione di questa posizione.

D'altro lato, sarebbe ingenuo non tener conto che molte delle pratiche sincretiche vissute dalla nostra gente sono il prodotto della forma violenta con cui il cristianesimo si e imposto in tutta l'America Latina, di modo che ai popoli non sono rimaste che abitudini distorte, camuffate e frammentate delle loro tradizioni. Per questo sono promettenti i movimenti che oggi hanno ripreso queste tradizioni ancestrali evitando di pagare pegno ai rituali cristiani/cattolici. (...)

Allo stesso tempo, un nuovo cammino è iniziato, a fatica, ad opera dei settori cristiani più progressisti, tra i quali il movimento degli Operatori neri di pastorale (Apn) e le sue ramificazioni in America Latina e nei Caraibi. Maggioritariamente cattolici, essi intendono riscattare le tradizioni nere e riaffermare la propria identità culturale. E qui, inevitabilmente, emerge la questione di come affrontare il sincretismo de facto o la doppia appartenenza religiosa dei membri di questa comunità. Fino a che punto un cristiano può permettersi di avanzare nella ricerca delle sue autentiche radici africane? È possibile essere allo stesso tempo un nero cosciente e un cattolico? La questione è la stessa in qualunque latitudine: posso essere aimara e cristiano, hindu e seguace del Vangelo, cinese e partecipante alla funzione domenicale, bantu e credente nella resurrezione?

Una volta che si sia ammesso con tranquillità che tali connessioni si stanno realizzando nella pratica, possiamo passare al punto successivo: questa situazione reale di fatto, non fabbricata artificialmente per mero capriccio di alcuni teologi e teologhe, ci può insegnare qualcosa dal punto di vista non solo pastorale ma più specificamente teologico? (...)

Teologi come M. de F. Miranda preferiscono ancora usare il termine inculturazione a quello del sincretismo e affermano che è preferibile "seppellire per sempre questo concetto del mondo teologico, dal momento che oggi un corretto e ortodosso sincretismo riceve la denominazione di inculturazione, che non è gravata da letture negative del passato come avviene nel caso del termine sincretismo".

La doppia appartenenza religiosa è una delle possibili interpretazioni naturali del dialogo interreligioso

Se il termine non e unanime, perlomeno si verificano sensibili passi avanti per quanto riguarda l'accettazione o la tolleranza della realtà rappresentata dal vocabolo.

(...) Un profeta del dialogo tra le religioni, François de L'Espinay, sacerdote cattolico e ministro di Xangô (orixà della giustizia, giudice e guerriero, ndt) nel II Axé Opò Aganju, passò i suoi ultimi anni di vita a Salvador de Bahia (1974-1985). Arrivò ad essere scelto come mogbà (membro del consiglio di Xangô). "Il giorno in cui il pai-de-santo (autorità religiosa del Candomblé, ndt)mi chiese di far parte del consiglio, sapevo di dover passare per una iniziazione. Fu un grande problema. Non sapevo cosa fosse. Sarebbe andata contro il cristianesimo? Non rinnego nulla né del cristianesimo né del sacerdozio (...). Nel Candomblé io promisi fedeltà a Xangô. Ciò non allontana per nulla dalla fedeltà a Cristo".

Se questa pratica diventasse una regola, si domanderanno molti, come giustificare allora la mediazione della Chiesa o la sua funzione salvifica (Lumen Gentium 14)? Prevenendo questi interrogativi, François in quella occasione ponderava quanto segue: "Perché Dio dovrebbe esigere un contatto per mezzo di un traduttore e non direttamente con la sua parola? Egli si rivela come Padre. Ma un Padre non parla la lingua dei suoi figli? (...) Dio è più grande e più vivo. Non si racchiude in una formula rigida, non è prigioniero delle sue opzioni. Non fa discriminazioni tra i suoi figli. Nessuno può dire: 'È a me che si è rivelato e soltanto a me'”.

La Chiesa uscirà in questo modo ridimensionata? Sinceramente, se questo fosse il prezzo da pagare perché il Regno di Dio sia servito, ben venga. Dopo tutto, affermano che la Chiesa è il lievito e non la torta finale (...). François sarebbe stato d'accordo, giacché, secondo lui: "Basterebbe uscite dai nostri limiti cementati nell'esclusivismo, nella certezza di possedere l'unica verità, e ammettere che Dio non si contraddice, che parla sotto forme molto diverse e complementari le une alle altre e che ogni religione possiede un deposito sacro: la Parola che Dio ha annunciato loro. Ecco tutta la ricchezza dell'ecumenismo, che non deve limitarsi al dialogo fra cristiani". (...)

Un'esperienza ibrida può essere segno del disegno di Dio di comunicare se stesso

(...) Sua Santità Giovanni Paolo II, ricevendo in visita ad limina alcuni prelati brasiliani, ha indicato la religiosità popolare come tema importante e il sincretismo religioso come una delle principali minacce. Per il Santo Padre: 'la Chiesa cattolica guarda con interesse a questi culti, ma considera nocivo il relativismo concreto di una pratica comune di entrambi o della mescolanza di essi, come se avessero lo stesso valore, mettendo in pericolo l'identità della fede cattolica. La Chiesa si sente in dovere di affermare che il sincretismo è dannoso quando compromette la verità del rito cristiano e l'espressione della fede, a detrimento di una evangelizzazione autentica”.

Mi sembra di capire che nel messaggio pontificio esista un margine di dialogo, dal momento che se ne deduce che se il sincretismo non compromette la verità del rito, ecc., questo sarà benvenuto. In definitiva, come ben sapeva il predecessore di Benedetto XVI, la verità del rito e l'esperienza della fede non sorgono da un momento all'altro, e un'autentica evangelizzazione presuppone un lunghissimo processo di incarnazione dello spirito evangelico nella vita delle persone e delle comunità. Inoltre, sembra che il papa riconosca che l'unico complesso di criteri che il popolo possiede per giudicare se il Vangelo è, di fatto, "una buona notizia" è la sua stessa cultura autoctona e, pertanto, che non può abbandonarla automaticamente per diventare "evangelico" (...).

In varie occasioni e già da molti anni, le implicazioni contenute nella pratica e nell'esempio di personaggi come L'Espinay hanno sfidato la fede, la spiritualità e il modo di fare teologia di molte persone. (...) Sembra facile riscattare il sincretismo come condizione sociologica di ogni religione: in definitiva, nessuna di esse, come fatto culturale, esiste indipendentemente dalle altre tradizioni delle quali è tributaria. Ma cosa bisogna dedurre teologicamente dall'opzione di un padre cattolico che non ha mai creduto necessario mettere a rischio la sua fede originaria per abbracciare la spiritualità degli Orixàs? Quale sarebbe la vera funzione della Chiesa in queste situazioni di sincretismo e di doppia appartenenza religiosa? Quali servizi ci si attendono dai cristiani in tali contesti? Guardare al bene del popolo equivale a convertirlo (nella sua totalità) ad un cristianesimo più ortodosso? Insomma, la salvezza-liberazione del popolo di Dio è sinonimo di adesione matura da parte delle persone a questa comunità chiamata Chiesa?

Per rispondere alle questioni poste dalla pratica di padre François così come alle tante persone che attualmente militano in diversi movimenti (macro-)ecumenici, la teologia cristiana dovrà rivolgere la sua attenzione a se stessa e ai fondamenti della fede cristiana, cioè alla possibilità e alle modalità dell'accesso umano alla presunta novità evangelica. Una discussione epistemologica realmente aperta potrà costruire una teologia della rivelazione più capace di includere nei suoi circuiti altre possibili risorse di autocomunicazione divina nella storia, altre interfacce della rivelazione.

Domandiamoci infine: esperienze come quelle del padre L’Espinay sono ancora propriamente cristiane, o si collocano in un'altra tradizione spirituale, che non è più cristiana né propriamente del Candomblé? Sarebbe un caso di "sincretismo di ritorno" (come suggerisce Pierre Sanchis), di inculturazione (come preferiscono molti) o di inreligionazione (vedi Torres Queiruga)? È una strategia rischiosa, conveniamo, per rifondare la plantatio ecclesiae o un gesto vissuto nella gratuità di chi non si aspetta niente in cambio?

Il sincretismo mostra che nessuna religione ha forze, permesso o mandato per esaurire il Senso della Vita

Il vantaggio di una parola controversa come sincretismo rispetto a inculturazione è che la prima mette immediatamente in evidenza dov'è il problema teologico-dogmatico: la rivelazione di Dio comporta evidenti ambiguità, errori e contraddizioni che devono essere spiegati come componenti essenziali e non come fallimenti circostanziali del processo dell'autocomunicazione divina con l'umanità. Come affermava il card. Lercaro già cinquant'anni fa: "bisogna essere prudenti pure di fronte ad errori flagranti, per rispetto alla propria (maniera umana di accedere alla) Verità" (...).

Allora, come leggere teologicamente ed ecclesiologicamente le esperienze sincretiche? Esempi come quello del padre François, che hanno fecondato tante buone esperienze profetiche e liberatrici nelle nostre comunità sono riusciti ad aprire le porte ad un cambiamento nell'autocomprensione cristiana? Una nuova categoria potrebbe essere utile per capire quello che sta succedendo a noi e a quanti ci stanno intorno. Mi azzardo ad introdurla nel dibattito: la fede sincretica. Penso che anche la teologia (fondamentale e dogmatica) più nuova non potrà non riconoscere, con l'ausilio delle scienze religiose, la condizione e i condizionamenti radicalmente umani dell'accesso a qualsiasi fede, religiosa o meno. (...) Di conseguenza, si può parlare di fede sincretica per identificate il modo stesso in cui una fede "si concretizza". Di fatto, non esiste una fede allo stato puro, essa si manifesta nella prassi.

(...) Potremmo perfino domandarci: dove si situa la cattolicità di queste esperienze/testimonianze di sincretismo conosciute, tanto nostre? Questo mi fa venire in mente la nota frase biblica: “Nella casa di mio padre ci sono molte dimore". Ispirandoci ad essa, il segno della cattolicità si amplia fino ad abbracciare una pluralità di esperienze che hanno in comune l'incontro con Gesù di Nazareth. Forse non tutte hanno generato o generano la sequela strictu sensu, ma nel cammino (di Emmaus?) hanno incrociato Gesù. La cattolicità non è proprietà esclusiva della istituzione Chiesa cattolica.

(...) Le esperienze sincretiche, malgrado le inevitabili ambiguità che accompagnano qualsiasi biografia o processo storico, sono anche variazioni di una esperienza d'amore (o, se vogliamo, eventi di grazia o di gratuità, o piuttosto di spiritualità). E dove c'è amore non c'è peccato. Perché il popolo do santo (del Candomblé) non si stacca dalla Chiesa e non si oppone ai suoi rituali? Forse perché, come afferma fra B. Kloppenburg, "sono quelli che più amano la Chiesa in America Latina, sebbene siano quelli che più si servono di essa”.

Mi compiaccio di ripetere che la storia della rivelazione divina è una storia di amore fra Dio e l'umanità, la quale ha per talamo la storia. Perché fa parte della rivelazione anche il modo in cui i popoli sono arrivati ai dogmi, cioè fra avanzamenti e retrocessioni, errori e successi, gesti amorosi e peccaminosi. Solo così possiamo capire come il complesso delle "rivelazioni" autoescludenti raccolte e mantenute le une accanto alle altre dai redattori biblici costituisca oggi, per una gran parte dell'umanità, la "Parola di Dio". Insomma, altre variabili possibili, a partire da una stessa intuizione originaria, si verificano in quello che per convenzione abbiamo chiamato Tradizione cristiana. È il caso della fede abramitica alla quale attualmente fanno riferimento tanto gli ebrei quanto i cristiani e i musulmani. E, se è così, il sincretismo può essere solo la storia della rivelazione in atto, visto che costituisce il cammino reale della pedagogia divina in mezzo alle invenzioni religiose popolari.

L'insistenza/audacia sincretica non desidera abbandonare nessuno dei due amori (cattolicesimo e candomblé; reincarnazione e messa domenicale; culto degli antenati e lotta evangelica contro le ingiustizie; viaggio astrale e via crucis). Li vuole tutti e due; è contraria alla monogamia. Se le chiediamo spiegazioni, offre quello che il poeta Drummond aveva denominato "le irragionevolezze dell'amore". Risposta talvolta disperante per la vecchia scolastica (giacché, come assicurava Vasconcelos, quando la gente racconta, sconcerta”), ma vitale per la mistica di ieri, di oggi e di sempre. Tutto questo è affascinante per chi sta vivendo tale esperienza, ma non per questo meno tremendo, dal momento che è un sapere che si assapora e che, a partire da qui, genera un nuovo potere oriundo di secolari contropoteri (gay, afrodiscendenti, donne, giovani).

Tuttavia, non c'è fretta di battezzare le varie esperienze religiose che andiamo tacendo: queste sono già valide di per sé e occupano il loro posto nel sorprendente mandala di risposte all'autocomunicazione di Colui/Colei che ci ha amato per primo/a. Per chi ha nel sangue le impronte della tradizione cristiana, qui non c'è niente di spaventoso, dato che il modo e il luogo dell'adorazione di Dio non sono importanti, se lo facciamo, come Gesù, in Spirito e Verità. Forse, alla fine, l'equilibrio più difficile, in questi tempi plurali, è quello di una sottile distinzione che dovremmo tenere a mente al momento di parlare di cattolicità: guardarci dal rullo compressore del "c'è posto per tutto", eclettico ritornello post moderno, e rivolgere il cuore al "c'è posto per tutti". Questo, sì, utopicamente evangelico ed evangelicamente plurale.


(Adista, n. 86, 02.12.2006, pp. 10-14)
Domenica 09 Marzo 2008 00:26

Sotto lo stesso cielo (Gianbattista Maffi)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Sotto lo stesso cielo

Gianbattista Maffi *

Il Decreto Conciliare NOSTRA AETATE ha aperto una nuova epoca nei rapporti tra la Chiesa e le altre religioni monoteiste (ebraismo e islam). Proponiamo una riflessione teologica di quel documento, soffermandoci su alcuni punti che possono aiutare nella conoscenza reciproca e nel dialogo continuo tra cristiani e musulmani. Con lo scopo di ristabilire la pace là dove questa è minacciata; promuovere la giustizia e la libertà di coscienza, che implica quella religiosa.

«La chiesa guarda con stima anche i musulmani che adorano l'unico Dio, vivente e sussistente (...) E sebbene, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorti tra cristiani e musulmani, il sacrosanto sinodo esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà» (Nostra Aetate, 3).

La frase che apre questo documento sembra quasi ovvia e apparentemente banale, invece rappresenta un fatto unico, un inizio assoluto nelle dichiarazioni ufficiali della chiesa cattolica al suo più alto livello - quello del Concilio, appunto - riguardo all'islam. Guardare con stima i musulmani significa innanzitutto capire il loro atto di fede e la loro pratica religiosa, punto di partenza per conoscerli e farsi conoscere, per il rispetto reciproco, e per costruire insieme una comunità umana fondata su valori religiosi.

Alla luce degli avvenimenti di questi ultimi anni, il documento rappresenta ancora oggi un punto di forza nei rapporti tra cristiani e musulmani. Soffermiamoci sul contenuto dettagliato della dichiarazione, sottolineandone alcuni importanti elementi.

Dio - La fede nell'unicità di Dio e l'atto di adorazione sono il centro e il cuore dell'islam. Questo è anche il primo articolo della fede cristiana: «Credo in unum Deum», anche se per noi l'Unicità divina si apre sulla Trinità delle persone. Certamente noi, cristiani e musulmani, adoriamo lo stesso Dio Unico, non dandogli però sempre gli stessi “nomi", né attribuendo lo stesso senso a questi nomi divini. Per questo il Concilio ne rileva alcuni particolarmente importanti per l'islam e comuni alle due religioni. «Vivente e sussistente»: sono due attributi ritenuti sia dal Corano che dalla Bibbia, e hanno un profondo impatto nel cuore dei musulmani. «Misericordioso e onnipotente»: sono ripetuti in continuazione dai musulmani, non solo nella preghiera rituale ma anche come giaculatoria che introduce ogni azione quotidiana. Il primo evoca la bontà paterna di Dio e dà equilibrio e giusto significato alla Sua onnipotenza. «Creatore del cielo e della terra»: è uno dei temi essenziali del Corano e l'argomento che apre la rivelazione biblica, che dà all'islam e al cristianesimo la base essenziale e fondamentale dei rapporti tra l’uomo e Dio. «Ha parlato agli uomini»: il Concilio ha rifiutato di specificare «per mezzo dei profeti», come invece e precisato nel Credo. Questa omissione è stata voluta a causa dell'ambiguità che può nascere dal riferimento ai profeti, i quali non sono sempre gli stessi per le due tradizioni, non hanno sempre lo stesso volto né lo stesso ruolo. Dio che parla agli uomini rimane, però, il carattere più importante della fede musulmana, la quale non fa riferimento a un dio inventato dalla ragione umana, bensì al Dio trascendente che si è fatto conoscere attraverso la sua Parola affidata a degli uomini, i profeti. La fede musulmana è pienamente espressa dalla parola araba islam, che significa l'abbandono, la sottomissione attiva del credente alla volontà e ai «decreti anche nascosti di Dio». Viene, così, sottolineato l'aspetto del mistero che comporta questa fede, ragionevole senza voler essere razionale, proprio in linea con il Corano, che domanda al credente di accettare la volontà di Dio anche quando sembra paradossale agli occhi della ragione umana. Alcune eminenti figure coraniche rappresentano questo atto di fede puro e assoluto: Abramo, innanzitutto, al quale è chiesto di sacrificare il proprio figlio; Zaccaria e Maria, i quali credono all'annuncio della nascita miracolosa di Giovanni Battista e di Gesù; anche Mosè segue ciecamente una guida misteriosa e sconosciuta posta sul suo cammino. Abramo rimane, comunque, il prototipo e il modello perfetto di questo atto di fede e di sottomissione: in questo la sua figura trova il suo vero ruolo nella fede musulmana, prima ancora di essere il padre della fede monoteista.

Gesù e Maria - Sono tra i personaggi più venerati dal Corano e dai musulmani stessi. Il testo conciliare segnala, però, il rifiuto da parte loro di vedere in Gesù più che un grande profeta. Ciò non è una considerazione negativa per i musulmani, i quali fanno vanto del fatto che Gesù, figlio di Maria, è sempre e solo un uomo, nel rispetto totale della trascendenza assoluta di Dio.

Maria è la madre sempre vergine di Gesù, secondo l'islam: su questo punto non vi è mai stato dubbio. Maria, più che Gesù, è oggetto di venerazione da parte di molti musulmani, uomini e donne, i quali vanno a pregare nei santuari cristiani a lei dedicati; questo, però, senza generalizzare: «talvolta pure la invocano con devozione».

Il Giorno del Giudizio finale - Viene brevemente ricordato. La resurrezione dei corpi e il giudizio che ne seguirà sono uno dei punti essenziali che accomunano la fede cristiana e musulmana, anche se le modalità e i criteri di questo giudizio possono variare da una teologia all'altra. Rimane però il fatto che, come per il Corano così pure per il Vangelo, ognuno sarà giudicato secondo le proprie azioni e, soprattutto, sia per i cristiani che per i musulmani, il mondo che viene da Dio ritornerà a Lui per trovarvi il suo compimento.

L’apprezzamento della vita morale - Viene accennato senza entrare nei dettagli. Questo, a ragion veduta. I padri conciliari, infatti, hanno rifiutato di fare riferimento alla morale familiare a causa della poligamia e del ripudio ammessi dal Corano, ma anche alla morale sociale a causa del legame di principio tra lo spirituale e il materiale, tra la religione e lo stato. Ciò avrebbe richiesto sfumature e precisazioni di rilievo.

Il culto musulmano - È descritto con le sue tre principali manifestazioni: la preghiera rituale fatta cinque volte al giorno, l'elemosina che indica l'attenzione al povero e il digiuno del mese di Ramadan come forma di ascesi. Sono questi tre dei cinque pilastri che formano la pratica cultuale musulmana. Il documento conciliare non ha voluto soffermarsi sugli altri, per il fatto che non era sua intenzione fare una esposizione completa dell'islam.

La seconda parte del documento Nostra Aetate verte sulle prospettive di comprensione e di collaborazione attuali e future tra cristiani e musulmani. Si esprime l'invito a «dimenticare» il passato di rancori e guerre: non a ignorarlo ma ad andare oltre. La comprensione vicendevole, oggettiva e rispettosa, richiederà ancora molti sforzi da una parte come dall'altra. Se il dialogo islamo-cristiano è la base indispensabile per questa mutua comprensione, l'invito è di andare oltre per arrivare a una effettiva collaborazione fra i credenti verso un unico scopo: affrontare insieme le sfide del pensiero e della cultura moderna e globalizzata, non soltanto per salvaguardare l'uomo sul piano della fede ma anche per offrire il contributo di una fede sincera e impegnata alla nostra civiltà minacciata da un neo-paganesimo abietto. In questo senso, cristiani e musulmani hanno il compito di affrontare insieme i gravi problemi di questa epoca per la costruzione di un mondo migliore: promuovere la giustizia sociale all'interno dei vari paesi e tra quelli più ricchi e quelli più poveri; difendere i valori morali non con “moralismo", ma con una vita conforme alla fede; salvaguardare o ristabilire la pace là dove questa è minacciata; far regnare e promuovere la libertà nell'interesse del bene comune sul piano sociale e politico, ma anche a livello della libertà di opinione, in particolare della libertà di coscienza, che implica quella religiosa.

Sul piano della visione cristiana dell'islam, il Concilio Vaticano II, beneficiando degli sforzi precedenti dell'islamologia cristiana, ha rappresentato un momento forte per la coscienza cristiana, aprendo prospettive del tutto nuove e dando nuovo impulso al dialogo fra le religioni. Interessanti progressi sono stati fatti nell'intento di formare la coscienza cristiana a una più giusta visione dell'islam e favorire l'incontro fra i credenti. Ma ciò che può condizionare profondamente la visione cristiana dell'islam sarà la riflessione della chiesa su sé stessa e sul proprio ruolo nel mondo, in particolare l'applicazione di questa riflessione alla teologia delle religioni non cristiane.

* professore al pontifico istituto di studi arabi e islamistica (Pisai), Roma.

(da Nigrizia, dicembre 2005, pp. 49-51)

Un solo Dio per tutti i credenti

Terzo millennio, tempo della riconciliazione?

di Adolfo Russo

Nel corso dei secoli abbiamo assistito a una lottizzazione dell’idea di Dio. Occorre ora incontrarsi e proiettarsi in avanti, dialogando con tutti gli uomini, creature e figli dello stesso Padre. E’ necessario individuare una posizione culturale in cui ritrovarsi senza perdere il carattere insostituibile e unico della rivelazione e del dono del Figlio da parte del Padre di tutti.

Dopo il crollo delle Torri gemelle e le successive guerre in Afghanistan e Iraq, chi non ha temuto quello scontro di civiltà pronosticato per il nostro secolo da alcuni osservatori? Chi non ha paventato che anche tra le religioni stesse prevalendo un clima d’incomprensione e di ostilità, avvertito a pelle in occasione delle vignette satiriche e delle polemiche del mondo islamico per la controversa lezione di Benedetto XVI a Ratisbona il 12 settembre 2006?

L’eredità del passato

È troppo pesante per dimenticarla in fretta. Per lunghi anni le religioni si sono ignorate e spesso delegittimate a vicenda. Talvolta sono arrivate anche alle maniere forti, sì da giustificare l’impressione che in esse si celasse una radice di violenza e che non vi potesse essere tolleranza all’ombra delle istituzioni religiose. Le “guerre sante” hanno lasciato nell’immaginario collettivo una traccia incancellabile, che ancora sanguina.

Lungo i secoli abbiamo assistito a una lottizzazione dell’idea di Dio, applicando abusivamente all’ambito della fede una logica di spartizione tipica dei beni materiali. Un Dio cristiano, uno per i musulmani accanto a quello per gli ebrei. Ogni credente si è rivolto al proprio Dio, pensando fosse diverso e magari in concorrenza con quello degli altri. Un esercizio teologico pericoloso che ha prodotto rivalità e lacerazioni o che comunque è servito a mascherare conflitti di natura diversa.

Una svolta decisiva è arrivata con il concilio Vaticano Il. In diversi documenti e in particolare nella Nostra aetate si respira una nuova sensibilità. Le tre religioni monoteistiche, ebraismo, cristianesimo e islam (ma in genere tutte le grandi tradizioni religiose), sono considerate degne di rispetto e depositarie di un patrimonio ricco non solo di valori sociali e culturali, ma anche di orientamenti etici e spirituali.

Da allora si è aperta una nuova stagione. Nuovo il linguaggio, nuove le prospettive. Le altre credenze in seguito non verranno più considerate spazi di superstizione e opere diaboliche, come in passato, ma luoghi dove operano il Verbo e lo Spirito, dove è possibile fare autentiche esperienze spirituali, dove Dio si fa prossimo a ogni uomo per condurlo sulle vie della libertà e della verità.

Trovare un terreno comune

In questa luce gli altri credenti appaiono testimoni di eminenti valori, possibili interlocutori con i quali entrare in un dialogo critico e costruttivo. Non si tratta ovviamente di mettere tutto sullo stesso piano e di smarrire le proprie connotazioni spirituali, quasi che una religione valga l’altra.

Il confronto con l’altro non è mai una rinuncia alla propria identità. Questa d’altra parte non è un’acquisizione definitivamente compiuta, ma un processo che cresce e matura proprio nel dialogo. Ognuno comprende meglio sé stesso, conoscendo di più l’altro, il suo mondo, la sua mentalità.

Tuttavia ancora numerosi rimangono i problemi aperti. Come comporre in un sistema di pensiero unità e molteplicità, identità e alterità? Come declinare la verità al plurale? E inoltre, una fede rivelata può riconoscere altre rivelazioni? E a quali condizioni?

Di fronte a queste domande, il problema teologico più rilevante è rinvenire una posizione concettuale capace di cogliere il rapporto con la verità sotteso alla molteplicità costitutiva delle diverse proposte religiose. In realtà, non si tratta di cedere alle ragioni del relativismo, per cui una posizione vale l’altra. Bisogna invece guadagnare un punto di riferimento più alto, che permetta di considerare la verità come un orizzonte di senso sul quale si affacciano le diverse religioni, che - seppure da prospettive diverse - tendono alla stessa realtà.

La comunità cristiana è sollecitata a rivedere certe categorie ritenute acquisite e a mettere a punto un impianto di pensiero che, senza negare il carattere unico e insuperabile della rivelazione in Cristo, consenta di riconoscere l’autenticità di altre manifestazioni, mediante le quali Dio ha parlato e continua a parlare alla maggioranza degli uomini. In tal modo ogni credente potrà vivere della Parola che ha ricevuto, riconoscendo la fecondità di un’altra Parola e avviare un dialogo costruttivo con tutti gli uomini.

Certo, il mondo cristiano si presenta a questo appuntamento diviso da una storia di lacerazioni e incomprensioni. La ricerca di una possibile unità con gli altri credenti si scontra con una mancanza di unità al suo interno. Per quanto oggi tutte le Chiese avvertano l’urgenza di un’ampia convergenza con gli altri credenti, i loro sforzi rischiano di essere poco credibili e di restare improduttivi.

Il richiamo alla necessità di trovare tra i diversi credenti un terreno comune resta di fatto compromesso dal peso delle divisioni tra le Chiese. Queste, d’altra parte, concentrate sui loro problemi e sulle annose dispute teologiche, non sono riuscite a progredire di molto sul cammino ecumenico. A stagioni d’entusiasmo si vanno alternando momenti di stanchezza e di sfiducia. A difficoltà d’ordine teologico s’aggiungono intralci politici e sospetti umani. Forse l’impegno di confrontarsi con un traguardo più ampio potrà aiutare le varie comunità cristiane a uscire dall’impasse e superare le loro divisioni.

La prospettiva interreligiosa s’intreccia così con l’impegno ecumenico, anzi lo esige come sua premessa e forza catalizzatrice. La sollecitudine per l’umano - oggi a rischio in tanti settori della vita - rappresenta un orizzonte di senso che fa convergere tutti i credenti verso un identico obiettivo e può aiutare le comunità cristiane a convenire più unite verso questo storico appuntamento.

Tutti i credenti verso un unico obiettivo

Ad attenderli vi saranno tanti che - come ricorda la Nostra aetate - ancora si interrogano sui «reconditi enigmi della condizione umana che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e il fine del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo»

Ad attenderli vi saranno ancora le grandi questioni etiche e bioetiche, che in assenza di un orientamento comune dei credenti saranno decise senza di loro. Questioni decisive per il futuro delle nostre società. Ad attenderli vi saranno inoltre quelli che non hanno voce e che non possono che essere stritolati dai giochi d’interessi messi in campo dalle aristocrazie economiche che reggono le sorti del mondo. Vi sarà di sicuro il nostro pianeta, la Terra stessa, che rischia un collasso ecologico se prevarranno le stesse condotte contaminanti di oggi.

Il primo millennio della nostra storia ha visto la Chiesa sostanzialmente ancora unita nella fede. Il secondo si è caratterizzato per le note separazioni del mondo cristiano; prima tra cattolici e ortodossi, poi a metà del suo corso all’interno della cattolicità occidentale. Alla lottizzazione di Dio ha fatto pendant quella della Chiesa di Cristo. Il terzo millennio potrebbe essere il tempo della riconciliazione, dono dello Spirito a una Chiesa dimentica di sé stessa e proiettata in avanti per incontrare tutti gli uomini, creature e figli di uno stesso Padre che per tutti loro ha donato ciò che aveva di più prezioso, il suo unico Figlio Gesù. Conclude significativamente la Nòstra aetate: «Non possiamo invocare Dio Padre di tutti se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati a immagine di Dio» (5).

* ordinario di teologia fondamentale presso la Facoltà teologica dell’Italia meridionale, Napoli

(da Vita pastorale, 2, 2007)


Bibliografia

Coda P., Il logos e il nulla. Trinità, religioni, mistica, Città Nuova 2003; Russo A, Dio a colori. Pensare Dio nell’orizzonte del pluralismo, San Paolo 2003; Russò A;, La verità crocifissa. Rivelazione e verità in tempi di pluralismo, San Paolo 2005; Ratzinger J., Fede, verità,tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli 2005; Crociata M. (cur.), Teologia delle religioni. La questione del metodo, Città Nuova 2006.

Una parola comune tra noi e voi.
Lettera aperta e appello

138 guide religiose musulmane




I Firmatari della lettera aperta (in ordine alfabetico):

sultano Muhammadu Sa'ad Ababakar, 20o sultano di Sokoto e leader dei musulmani della Nigeria; sceicco Hussein Hasan Abakar, imam dei musulmani del Ciad e presidente dell'Alto consiglio per le questioni islamiche del Ciad; Abdul-Salam Al-Abbadi, preside dell'Università «Aal Al-Bayt» e già ministro per le questioni religiose della Giordania; Taha Abd Al-Rahman, presidente del Circolo della saggezza per intellettuali e ricercatori del Marocco e direttore della rivista Al-Umma Al-Wasat dell'Unione internazionale degli studiosi musulmani; Feisal Abdul Rauf, co-fondatore e presidente del gruppo dirigente dell'Iniziativa di Cordoba, fondatore della Società americana per lo sviluppo dell'islam, imam di Masjid Al-Farah, New York (USA); sceicco Muhammad Nur Abdullah, vicepresidente del Consiglio Fiqh dell'America del Nord (USA); sceicco Abd Al-Quddus Abu Salah, presidente della Lega internazionale per l'etica islamica e direttore del Journal for Islamic Ethics (Riyadh); Abd Al-Wahhab bin Ibrahim Abu Solaiman, membro della Commissione degli ulema anziani (Arabia Saudita); Lateef Oladimeji Adegbite, segretario e consulente legale del Consiglio supremo nigeriano per le questioni islamiche; Akbar Ahmed, cattedra Ibn Khaldun di Studi islamici presso l'Università americana di Washington D.C.; Bola Ajibola, già giudice internazionale, già ministro nigeriano della giustizia; già procuratore generale della Nigeria, fondatore dell'Università della Mezzaluna di Abeokuta (Nigeria) e del Movimento islamico africano; Kamil Al-Ajlouni, direttore del Centro nazionale giordano per il diabete, fondatore dell'Università giordana per la scienza e la tecnica, già ministro e già senatore; sceicco Mohammed Salim Al-'Awa, segretario generale dell'Unione internazionale degli studiosi musulmani; presidente dell'Associazione egiziana per la cultura e il dialogo; Nihad Awad, direttore esecutivo nazionale e co-fondatore del Consiglio per le relazioni islamo-americane (USA); Al-Hadi Al-Bakkoush, già primo ministro tunisino e autore; sceicco Al-islam Allah-Shakur bin Hemmat Bashazada, gran muftì dell'Azerbaigian e direttore dell'Amministrazione musulmana caucasica; Issam El-Bashir, segretario generale del Centro internazionale per la moderazione (Kuwait) e già ministro per le questioni religiose del Sudan; sceicco allamahAbd Allah bin Mahfuz bin Bayyah, docente presso l'Università ReAbdul Aziz(Arabia Saudita); già ministro della giustizia, già ministro dell'educazione e già ministro per le questioni religiose della Mauritania, vicepresidente dell'Unione internazionale degli studiosi musulmani; fondatore e presidente del Centro globale per il rinnovamento e la guida; Mohamed Bechari, presidente della Società federativa dei musulmani di Francia, segretario generale della Conferenza islamica europea (Francia), membro dell'Accademia internazionale Fiqh; Ahmad Shawqi Benbin, direttore della biblioteca Hasaniyya (Marocco); sceicco allamah Muhammad Sa'id Ramadan Al-Buti, decano del Dipartimento per le religioni dell'Università di Damasco (Siria); Mustafa Çaðrici, muftì di Istanbul (Turchia); sceicco Mustafa Ceri, gran muftì e leader degli ulema di Bosnia ed Erzegovina; Ibrahim Chabbuh, direttore generale del Regio istituto Aal al-Bayt per il pensiero islamico (Giordania), presidente dell'Associazione per la salvaguardia della città di Kairouan (Tunisia); Mustafa Cherif, intellettuale musulmano, già ministro per l'educazione superiore e già ambasciatore dell'Algeria; Caner Dagli, assistente presso il College Roanoke (USA); ayatollah seyyed Mostafa Mohaghegh Damad, decano del Dipartimento per gli studi islamici dell'Accademia iraniana delle scienze (Iran), docente di Diritto e Filosofia islamica presso l'università di Teheran; membro dell'Accademia iraniana delle scienze, già ispettore generale; ayatollah seyyed Abu Al-Qasim Al-Deebaji, imam della moschea Zayn Al-Abideen (Kuwait); Shakir Al-Fahham, preside dell'Accademia per la lingua araba (Damasco), già ministro per l'educazione; sceicco seyyed Hani Fahs, membro della Commissione suprema della Shia (Libano), membro fondatore del Comitato arabo per il dialogo islamo-cristiano e del Comitato permanente per il dialogo libanese; sceicco Salim Falahat, direttore generale della Fratellanza musulmana (Giordania); capo Abdul Wahab Iyea Folawiyo, membro del Consiglio supremo per le questioni islamiche della Nigeria, vicepresidente dellaJamaat Nasril Islam; sceicco Ravil Gainutdin, gran muftì di Russia; Ibrahim Kolapo Sulu Gambari, giudice presso la Corte d'Appello nigeriana; vicepresidente nazionale dell'Associazione calcistica nigeriana; Abd Al-Karim Gharaybeh, storico e senatore della Giordania; Abdullah Yusuf Al-Ghoneim, direttore del Centro per la ricerca e gli studi kuwaitiani, già ministro dell'educazione; Bu Abd Allah bin al-Hajj Muhammad Al Ghulam Allah, ministro algerino per le questioni religiose; Alan Godlas, associato di Studi islamici all'Università della Georgia (USA), caporedattore di Sufi News e Sufism World Report; direttore del gruppo di discussione online Sufis Without Borders; sceicco Nezdad Grabus, gran muftì di Slovenia; sceicco Al-Habib Ahmad bin Abd Al-Aziz Al-Haddad, muftì capo di Dubai(Emirati arabi uniti); sceicco Al-Habib Ali Mashhour bin Muhammad bin Salim bin Hafeeth, imam della moschea e leader del Consiglio per la fatwa di Tarim (Yemen); sceicco Al-Habib Umar bin Muhammad bin Salim bin Hafeeth, decano di Dar Al-Mustafa di Tarim (Yemen); Farouq Hamadah, docente di Scienze della tradizione presso l'Università Mohammad V del Marocco; sceicco Hamza Yusuf Hanson, fondatore e direttore dell'Istituto Zaytuna (CA, USA); sceicco Ahmad Badr Al-Din Hassoun, gran muftì della Repubblica siriana; sceicco sayyed Ali bin Abd Al-Rahman Al-Hashimi, consigliere del presidente per le questioni giudiziarie e religiose (Emirati arabi uniti); Hasan Hanafi, intellettuale musulmano presso il Dipartimento di filosofia dell'Università del Cairo; Kabir Helminski, sceicco dell'ordine dei Mevlevi,co-direttore della Fondazione per il libro (USA); sceicco Sa'id Hijjawi, primo studioso del Regio istituto Aal al-Bayt per il pensiero islamico; già gran muftì della Giordania; sceicco Ahmad Hlayyel, giudice supremo (Giordania), imam della corte hashemita; già ministro per le questioni religiose; Murad Hofmann, autore e intellettuale musulmano (Germania); Anwar Ibrahim, già vice-primoministro della Malaysia; presidente onorario di AccountAbility; sceicco Izz Al-Din Ibrahim, consigliere culturale del primo ministro (Emirati arabi uniti); Ekmeleddin Ihsanoglu, segretario generale dell'Organizzazione della conferenza islamica; Omar Jah, segretario del Consiglio degli studiosi musulmani (Gambia), docente di Pensiero e civiltà islamici presso l'Università del Gambia; Abbas Al-Jarari, consigliere del re del Marocco; sceicco Al-Habib Ali Zain Al-Abidin Al-Jifri, fondatore e direttore dell'Istituto Taba (Emirati arabi uniti); sceicco Ali Jum'a, gran muftì della Repubblica d'Egitto; Yahya Mahmud bin Junayd, segretario generale del Centro per la ricerca e gli studi islamici Re Faisal (Arabia saudita); Ibrahim Kalin, direttore della Fondazione per la politica, l'economia e la ricerca sociale (Ankara), assistente all'Università Georgetown (USA); Aref Kamal, intellettuale musulmano (Pakistan); 'Abla Mohammed Kahlawi, decano di Studi arabi e islamici presso il Collegio femminile dell'Università di Al-Azhar (Egitto); Said Hibatullah Kamilev, direttore dell'Istituto moscovita per la civiltà islamica (Russia); hafiz Yusuf Z. Kavakci, studioso residente dell'Associazione islamica del Texas del Nord, fondatore e docente dell'Accademica coranica dell'Associazione islamica del Texas del Nord; decano fondatore del Seminario islamico Al-Suffa (Dallas); Nuh Ha Mim Keller, sceicco dell'ordineShadhili(USA); Mohammad Hashim Kamali, decano e docente presso l'Istituto internazionale per il pensiero e la civiltà islamici dell'Università internazionale della Malaysia; sceicco Amr Khaled, missionario islamico, predicatore radiofonico (Egitto), fondatore e presidente della Fondazione internazionale Giusto inizio; Abd Al-Karim Khalifah, presidente dell'Accademia giordana per la lingua araba; già preside dell'Università della Giordania; sceicco Ahmad Al-Khalili, gran muftì del Sultanato di Oman; seyyed Jawad Al-Khoei, segretario generale della Fondazione internazionale Al-Khoei; sceicco Ahmad Kubaisi, fondatore dell'Organizzazione degli ulema dell'Iraq; M. Ali Lakhani, fondatore e direttore di Sacred Web: A Journal of Tradition and Modernity (Canada); Joseph Lumbard, assistente pressol'Università Brandeis (USA); sceicco Mahmood A. Madani, segretario generale della Jamiat Ulama-i-Hind, parlamentare indiano; Abdel-Kabeer Al-Alawi Al-Madghari, direttore generale dell'Agenzia Bayt Mal Al-Quds(Fondo Gerusalemme), già ministro per le questioni religiose (Marocco); imam sayyed Al-Sadiq Al-Mahdi, già primo ministro, leader del movimento Ansar (Sudan); Rusmir Mahmutcehajic, docente presso l'Università di Sarajevo, presidente del Forum internazionale per la Bosnia, già vicepresidente del governo della Bosnia Erzegovina; sceicco allamahsayyed Muhammad bin Muhammad Al-Mansour, autorità suprema (Marja') per i musulmaniZeidi(Yemen); Bashshar Awwad Marouf, già rettore dell'Università islamica dell'Irak; Ahmad Matloub, già ministro per la cultura, presidente dell'Accademia irachena per le scienze; Ingrid Mattson, docente di Studi islamici e Relazioni islamo-cristiane, direttore del programma per la cappellania musulmana del Seminario di Hartford, presidente della Società islamica per l'America del Nord; Yousef Meri, professore straordinario invitato presso l'Istituto regio Aal al-Bayt per il pensiero islamico, Giordania; Jean-Louis Micron, autore, studioso musulmano, architetto, già esperto per l'UNESCO, Svizzera; sceicco Abu Bakr Ahmad Al-Milibari, segretario generale dell'Associazione Ahl Al-Sunna, India; Pehin dato Haj Suhaili bin Haj Mohiddin, vice-gran muftì del Brunei; ayatollah sceicco Hussein Muayad, presidente e fondatore del Forum per la conoscenza, Baghdad; Izzedine Umar Musa, docente di Storia islamica presso l'Università re Sa'ud, Arabia Saudita; Mohammad Farouk Al-Nabhan, già direttore di Dar Al-Hadith Al-Hasaniya, Marocco; Zaghloul El-Naggar, docente presso l'Università re Abd Al-Aziz di Gedda (Arabia Saudita), capo-commissione sui dati scientifici del glorioso Corano del Consiglio supremo per le questioni islamiche (Egitto); Sohail Nakhooda, caporedattore di Islamica Magazine (Giordania); Hisham Nashabeh, presidente del gruppo dirigente per l'educazione superiore, decano di Educazione presso l'Associazione Makassed (Libano); seyyed Hossein Nasr, docente di Studi islamici presso l'Università George Washington (Washington D.C.); Aref Ali Nayed, già docente presso il Pontificio istituto per gli studi arabi e islamici (PISAI, Roma), già docente pressol'Istituto internazionale per il pensiero e la civiltà islamici(Malaysia); consigliere anziano per il Programma interreligioso di Cambridge presso la Faculty of Divinity dell'Università di Cambridge (Inghilterra); sceicco Sevki Omarbasic, gran muftì di Croazia; datoAbdul Hamid Othman; consigliere del primo ministro della Malaysia; Ali Ozak, presidente del Patrimonio degli studi scientifici musulmani (Istanbul); imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini, vicepresidente della Comunità religiosa islamica (Co.Re.Is.) italiana, presidente del Comitato per l'educazione e la cultura in Occidente dell'Organizzazione per l'educazione, la scienza, la cultura islamiche, consigliere per le questioni islamiche del Ministero degli interni italiano; sceicco Nuh Ali Salman Al-Qudah; gran muftì del Regno hashemita di Giordania; sceicco Ikrima Said Sabri, già gran muftì di Gerusalemme e di tutta la Palestina, imam della santa moschea di Al-Aqsa, e presidente dell'Alto consiglio islamico della Palestina; ayatollah Al-Faqih seyyedHussein Ismail Al-Sadr, Baghdad; Muhammad Al-Sammak, segretario generale del Consiglio nazionale per il dialogo islamo-cristiano, segretario generale del Summit sull'islam spirituale (Libano); sceicco seyyed Hasan Al-Saqqaf, direttore di Dar Al-Imam Al-Nawawi (Giordania); Ayman Fuad Sayyid, storico ed esperto di manoscritti, già segretario generale di Dar al-Kutub Al-Misriyya (Il Cairo); Suleiman Abdallah Schleifer, già docente presso l'Università americana del Cairo; seyyedReza Shah-Kazemi, autore e studioso musulmano (Inghilterra); Anas Al-Shaikh-Ali, presidente dell'Associazione degli scienziati sociali musulmani, presidente del Forum contro l'islamofobia e il razzismo, consigliere accademico dell'Istituto internazionale per il pensiero islamico (Inghilterra); imam Zaid Shakir, lettore e studioso invitato presso l'Istituto Zaytuna (CA, USA); Ali Abdullah Al-Shamlan, direttore generale della Fondazione kuwaitiana per il progresso delle scienze, già ministro per l'Educazione superiore del Kuwait; seyyedHasan Shariatmadari, leader del Partito nazionale repubblicano iraniano; Muhammad Alwani Al-Sharif, presidente dell'Accademia europea per la cultura e le scienze islamiche (Bruxelles); Mohammad Abd Al-Ghaffar Al-Sharif, segretario generale del Ministero per le questioni religiose (Kuwait); Tayba Hassan Al-Sharif, funzionario per la protezione internazionale presso l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Darfur); Muhammad bin Sharifa; già rettore dell'Università di Wajda (Marocco),membro della Regia accademia marocchina; Muzammil H. Siddiqui a nome dell'intero Consiglio Fiqh dell'America del Nord, studioso musulmano e teologo, presidente del Consiglio Fiqh dell'America del Nord; sceicco Ahmad bin Sa'ud Al-Siyabi, segretario generale del direttorio del gran muftì (Oman); Al-Haji Yusuf Maitama Sule; già rappresentante permanente della Nigeria presso le Nazioni Unite, già ministro nigeriano per la guida nazionale; Muhammad Abd Al-Rahim Sultan-al-Ulama, vicedecano per la ricerca scientifica dell'Università degli Emirati arabi uniti; sceicco Tariq Sweidan, direttore generale del canale satellitare Risalah; sceicco Ahmad Muhammad Muti'i Tamim, presidente dell'Amministrazione religiosa dei musulmani ucraini e muftì dell'Ucraina; sceicco Izz Al-Din Al-Tamimi, senatore, presidente della Corte suprema islamica, ministro per le questioni religiose e gran muftì della Giordania; sceicco Tayseer Rajab Al-Tamimi; presidente della Corte suprema islamica,presidente del Centro palestinese per il dialogo tra religioni e civiltà; principe Ghazi bin Muhammad bin Talal, inviato particolare e consigliere speciale del re Abdullah II, presidente del gruppo dirigente del Regio istituto Aal al-Bayt per il pensiero islamico (Giordania); Ammar Al-Talibi, già membro del Parlamento, docente di Filosofia presso l'Università dell'Algeria; ayatollah sceicco Muhammad Ali Taskhiri, segretario generale dell'Assemblea mondiale per il riavvicinamento delle scuole di pensiero islamiche (Iran); sceicco Ahmad Muhammad Al-Tayeb, presidente dell'Università Al-Azhar, già gran muftì dell'Egitto; Muddathir Abdel-Rahim Al-Tayib, docente di Scienze politiche e studi islamici presso l'Istituto internazionale per il pensiero e la civiltà islamici(Malaysia); Abdel-Hadi Al-Tazi, membro della Regia accademia marocchina; sceicco Naim Trnava, gran muftì del Kosovo; Abd Al-Aziz bin 'Uthman Al-Tweijiri, direttore generaledell'Organizzazione per l'educazione, la scienza, la cultura islamiche; Nasaruddin Umar, rettore dell'Istituto superiore per gli studi coranici, segretario generale Consiglio consultivo Nahdhatul Ulama, lettore presso l'Università statale islamica Syarif Hidayatullah (Jakarta); sceicco Muhammad Hasan 'Usayran, jafari muftì di Sidone e Al-Zahrani (Libano); muftì giudice allamahMuhammad Taqi Usmani, vicepresidente del Darul Uloom (Karachi); Akhtarul Wasey, direttore dell'Istituto Zakir Husain per gli studi islamici dell'Università Jamia Milla islamica (India); sceicco Abdal Hakim Murad Winter, sceicco zayed lettore in Studi islamici presso la Faculty of Divinity dell'Università di Cambridge, direttoredel Fondo per lo studio universitario musulmano (Inghilterra); Mohammed El-Mokhtar Ould Bah, preside della Moderna università Chinguitt (Mauritania); sceicco Muhammad Sodiq Mohammad Yusuf, già gran muftì dell'Amministrazione spirituale musulmana dell'Asia centrale (Uzbekistan), traduttore e commentatore del santo Corano; sceicco Wahba Mustafa Al-Zuhayli, decano del Dipartimento per la giurisprudenza islamica dell'Università di Damasco; sceicco Mu'ammar Zukoulic, muftì di Sanjak (Bosnia).
Una parola comune tra noi e voi.
Lettera aperta e appello

138 guide religiose musulmane




«Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso,
chiama gli uomini alla via del Signore
con la saggezza e i buoni ammonimenti
e discuti con loro nel modo migliore,
perché il tuo Signore meglio di chiunque conosce
chi si allontana dalla sua via,
meglio di chiunque conosce chi è ben guidato
»

(Il sacro Corano, Al-Nahl, Sura dell'ape 16,125)

L'amore di Dio

L'amore di Dio nell'islam

Le testimonianze di fede

Il credo centrale dell'islam consiste in due testimonianze di fede o shahadah,1 che affermano: «Non c'è dio se non Iddio, Muhammad è il Messaggero di Dio». Queste due testimonianze sono il sine qua non dell'islam. Colui o colei che le testimonia è un musulmano; colui o colei che le nega non è un musulmano. Inoltre il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) disse: «La migliore invocazione è: "non c'è dio se non Iddio"».2

La cosa migliore, che tutti i profeti hanno detto

Approfondendo la migliore invocazione, il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) disse anche: «La cosa migliore che ho detto - io stesso, e i profeti che mi precedettero - è "non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose"».3 Le frasi che seguono la prima testimonianza di fede si trovano nel sacro Corano e ognuna descrive un aspetto dell'amore per Dio e della devozione a lui.

La parola «l'Unico» ricorda ai musulmani che i loro cuori4 devono essere consacrati all'unico Dio, poiché Dio dice nel sacro Corano: Dio non ha posto nel corpo di nessun uomo due cuori (Al-Ahzab, Sura delle fazioni alleate 33,4). Dio è assoluto e quindi la devozione a lui deve essere totalmente sincera.

Le parole «senza associati» ricordano ai musulmani che devono amare unicamente Dio, senza eguali nelle loro anime, poiché Dio dice nel sacro Corano: «Ma vi sono uomini che danno a Dio degli eguali, che essi amano come Dio; però quelli che credono più forte di loro amano Dio...» (Al-Baqarah, Sura della vacca 2,165). Infatti, «i loro corpi e i loro cuori si addolciscono all'invocazione di Dio…» (Al-Zumar, Sura delle schiere 39,23).

Le parole «suo è il Regno» ricordano ai musulmani che le loro menti e le loro conoscenze devono essere completamente votate a Dio, il Regno corrisponde precisamente a tutto ciò che c'è nella creazione o nell'esistenza e a tutto ciò che la mente può conoscere. E tutto è nelle mani di Dio, poiché Dio dice nel sacro Corano: «Sia benedetto colui nelle cui mani è il Regno, ed egli è capace di compiere ogni cosa» (Al-Mulk, Sura del Regno 67,1).

Le parole «sua è la lode» ricordano ai musulmani che devono essere grati a Dio e confidare in lui con tutti i loro sentimenti ed emozioni. Dio dice nel sacro Corano: «E se tu domandi loro: Chi ha creato i cieli e la terra, chi ha costretto il sole e la luna (nelle loro orbite)? Ti risponderanno: Dio. Come mai allora essi si volgono altrove? / Dio provvede ampiamente di mezzi chi egli vuole fra i suoi servi e li misura a chi egli vuole. In verità Dio è di tutte le cose sapiente. / E certo se tu domandi loro: Chi ha fatto scendere acqua dal cielo vivificando la terra morta? Essi risponderanno: Dio. Di': Sia lode a Dio! Ma i più di essi nulla comprendono» (Al-'Ankabut, Sura del ragno 29,61-63).5

Per tutti questi doni e altri, gli esseri umani devono sempre essere sinceramente grati: «È Dio che ha creato i cieli e la terra, e fa scendere l'acqua dal cielo, e con essa produce frutti e cibo per voi, e ha messo al vostro servizio le navi che corrono sul mare al suo comando, e ha messo al vostro servizio i fiumi. / E vi ha soggiogato il sole e la luna costanti nel loro corso e vi ha soggiogato la notte e il giorno. / E vi ha dato tutto di quel che gli avete chiesto, che se voleste contare le grazie di Dio non riuscireste a numerarle. Ma l'uomo è in verità un peccatore, un ingrato» (Ibrahim, Sura di Ibrahim 14,32-34).6

Infatti, la Fatihah - che è la sura più importante del sacro Corano -7 inizia con la lode a Dio: «Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso. / Sia lode a Dio, il Signore dei mondi, / il Clemente, il Misericordioso, / re del giorno del giudizio. / Te noi adoriamo, te noi invochiamo in soccorso. / Guidaci sulla retta via, / la via di coloro sui quali è la tua Grazia, non di coloro sui quali ricade la tua collera, né di coloro che errano» (Al-Fatihah, Sura aprente 1,1-7).

La Fatihah, recitata almeno diciassette volte al giorno dai musulmani nelle preghiere canoniche, ci ricorda della lode e della gratitudine dovute a Dio per i suoi attributi di infinita bontà e misericordia, non semplicemente per la sua clemenza e misericordia verso di noi in questa vita ma in definitiva, nel giorno del giudizio,8 quando esse contano molto di più e quando speriamo siano perdonati i nostri peccati. Essa finisce con richieste di grazia e di guida, così che noi possiamo realizzare - tramite ciò che inizia con la lode e la gratitudine - la salvezza e l'amore, perché Dio dice nel sacro Corano: «E allora a coloro che credono e operano il bene, l'infinitamente Buono concederà loro l'amore» (Maryam, Sura di Maria 19,96).

Le parole «egli ha potere su tutte le cose» ricordano ai musulmani che essi devono essere consapevoli dell'onnipotenza di Dio e temere Dio.9 Dio dice nel sacro Corano: «Temete Dio, e sappiate che Dio è con chi lo teme. / E date i vostri beni per la causa di Dio, e non gettatevi in perdizioni con le stesse vostre mani, ma fate del bene. In verità Dio ama i virtuosi» (Al-Baqarah, Sura della vacca 2,194-195). «E temete Dio, e sappiate che Dio è severo nella punizione» (Al-Baqarah, Sura della vacca 2,196).

Tramite il timore di Dio, le azioni e le forze dei musulmani devono essere completamente votate a Dio. Dio dice nel sacro Corano: «E sappiate che Dio è con quelli che lo temono» (Al-Tawbah, Sura della conversione 9,36). «O voi che credete! Che avete che quando vi si dice: lanciatevi in battaglia sulla via di Dio, rimanete attaccati alla terra? Preferite forse la vita di questo mondo piuttosto che quella dell'altro mondo? Il godimento della vita di questo mondo è poca cosa in confronto all'altro mondo. / Se non vi lancerete in battaglia, egli vi castigherà di un castigo crudele, e sceglierà al vostro posto un altro popolo. E voi non gli farete alcun danno. E Dio è capace di ogni cosa» (Al-Tawbah, Sura della conversione 9,38-39). Le parole «suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose», nel loro insieme, ricordano ai musulmani che come ogni cosa nella creazione glorifica Dio, ogni cosa nelle loro anime deve essere devota a Dio: «Tutto quanto è nei cieli e tutto quanto è sulla terra glorifica Dio; suo è il Regno e sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose» (Al-Taghabun, Sura del reciproco inganno 64,1).

Infatti, tutto ciò che è nelle anime delle persone è conosciuto da Dio e nei suoi confronti ne sono responsabili: «Egli conosce ciò che è nei cieli e ciò che è sulla terra e quello che celate e quello che palesate. E Dio conosce ciò che è nei petti degli uomini» (Al-Taghabun, Sura del reciproco inganno 64,4).

Come possiamo vedere da tutti i versetti riportati sopra, le anime sono rappresentate nel sacro Corano come dotate di tre principali facoltà: la mente o l'intelligenza, che è destinata a comprendere la verità; il volere che è destinato al libero arbitrio; e il sentimento che è fatto per amare il buono e il bello.10 In altri termini, potremmo dire che l'anima dell'uomo conosce, tramite la comprensione, la verità, tramite la volontà, il bene e, tramite le emozioni virtuose e il sentimento, l'amore per Dio.

Proseguendo nella stessa sura del sacro Corano (che è quella riportata sopra), Dio ordina alle persone di temerlo il più possibile e ascoltare (e così comprendere il vero); di obbedire (e così di volere il bene) e di dare (e così di esercitare l'amore e la virtù), che, egli dice, è la cosa migliore per le nostre anime. Ingaggiando ogni elemento che costituisce le nostre anime - le facoltà di conoscenza, volontà e amore - possiamo arrivare a essere purificati e raggiungere l'ultimo successo: «Così temete Dio quanto potete e ascoltate e obbedite e donate; questo è la cosa migliore per le vostre anime. E quelli che si guarderanno dall'avarizia delle loro anime, saranno quelli che avranno successo» (Al-Taghabun, Sura del reciproco inganno 64,16).

Ricapitolando quindi, quando l'intera frase «l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli ha potere su tutte le cose» è aggiunta alla testimonianza di fede - «Non c'è dio se non Iddio» - ricorda ai musulmani che i loro cuori, le loro anime individuali e tutte le facoltà e capacità delle loro anime (o semplicemente anime e corpi indivisi) devono essere completamente attaccati a Dio. Così dice Dio al profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) nel sacro Corano: «Di': in verità la mia adorazione, il mio sacrificio, la mia vita e la mia morte appartengono a Dio, Signore dei mondi. / Che non ha associati. Questo è l'ordine che ho ricevuto e io sono il primo tra coloro che si sottomettono./ Di': dovrei cercare altri che Dio per Signore, quando lui è il Signore di tutte le cose? Ogni anima non si guadagna il male che per se stessa, e nessuno già carico di un peso porterà i pesi degli altri…» (Al-An'am, Sura delle greggi 6,162-164).

Questi versetti riassumono la totale e completa devozione a Dio del profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina). Così nel sacro Corano Dio ordina ai musulmani che veramente amano Dio di seguire questo esempio,11 al fine di essere amati da Dio:12 «Di' (o Muhammad, al genere umano): Se amate Dio seguite me; Dio vi amerà e perdonerà i vostri peccati perché Dio è Perdonatore e Misericordioso» (Aal 'Imran, Sura della famiglia di 'Imran 3,31).

L'amore di Dio nell'islam fa quindi parte della devozione completa e totale a Dio; non è un mero sentimento, un'emozione parziale. Come si è visto sopra, Dio comanda nel sacro Corano: «Di': in verità la mia adorazione, il mio sacrificio, la mia vita e la mia morte appartengono a Dio, Signore dei mondi. / Che non ha associati». Il richiamo a essere completamente devoti a Dio anima e corpo, lungi dall'essere un richiamo a una mera emozione o stato d'animo, è, infatti, un'ingiunzione che richiede un totale, costante e attivo amore di Dio. Si tratta di un amore a cui il cuore spirituale più intimo e l'intera anima - con la sua intelligenza, volontà e sentimento - partecipano attraverso la devozione.

Nessuno ha portato niente di meglio

Abbiamo visto come la frase benedetta: «Non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose» - che è la cosa migliore, che tutti i profeti hanno detto - rende esplicito ciò che era implicito nella migliore invocazione («Non c'è dio se non Iddio») mostrando cosa essa richiede e comporta, attraverso la devozione. Resta da dire che questa formula benedetta è in sé anche un'invocazione sacra - una specie di estensione della prima testimonianza di fede («Non c'è dio se non Iddio») - la cui ripetizione rituale può suscitare, tramite la grazia di Dio, alcune delle attitudini devozionali che essa richiede, cioè amare ed essere devoti a Dio con tutto il proprio cuore, tutta la propria anima, tutta la propria mente, tutta la propria volontà o forza e tutti i propri sentimenti. Da qui il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) ordinò questa invocazione dicendo: «Coloro che ripetono cento volte al giorno: "Non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose", questo per loro equivale alla liberazione di dieci schiavi e cento buone azioni gli vengono ascritte e cento cattive azioni gli vengono cancellate e per quel giorno è una protezione dal diavolo fino alla sera. E nessuno offre niente di meglio di questo, salvo chi fa di più».13

In altre parole l'invocazione benedetta, «Non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose», non solo richiede e implica che i musulmani debbano essere completamente devoti a Dio e amarlo con l'intero cuore, l'intera anima e tutto ciò che è in essi contenuto. Questa invocazione permette loro, come il suo inizio (la testimonianza di fede) - tramite la sua ripetizione frequente -14 di realizzare questo amore con tutto il loro essere.

Dio dice in una delle primissime rivelazioni del sacro Corano: «Così invoca il nome del tuo Signore e votati a lui completamente» (Al-Muzzammil, Sura dell'avvolto nel manto 73,8).

L'amore di Dio come primo e più grande comandamento nella Bibbia

Lo Shemà nel libro del Deuteronomio (6,4-5), una parte centrale dell'Antico Testamento e della liturgia ebraica, dice: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze».15

Allo stesso modo risponde il Cristo, il Messia (su di lui la pace) nel Nuovo Testamento, quando gli viene domandato a proposito del comandamento più grande: «Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: "Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?". Gli rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i profeti"» (Mt 22,34-40).

E anche: «Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: "Qual è il primo di tutti i comandamenti?" Gesù rispose: "Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi"» (Mc 12,28-31)

Il comandamento di amare Dio completamente è così il primo e più grande comandamento della Bibbia. Infatti può essere trovato in numerosi altri passi in tutta la Bibbia come: Deuteronomio 4,29; 10,12; 11,13 (che fa anche parte dello Shemà); 13,3; 26,16; 30,2; 30,6; 30,10; Giosuè 22,5; Marco 12,32-33 e Luca 10,27-28.

Tuttavia, in tutti questi passi della Bibbia, esso si presenta in forme e versioni leggermente differenti. Per esempio, in Matteo 22,37 («Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente»), la parola greca per «cuore» è kardia, la parola per «anima» è psyche, e la parola per «mente» è dianoia. Nella versione di Marco 12,30 («Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutta la tua forza») la parola «forza» è aggiunta alle tre suddette, che traduce la parola greca ischys.

Le parole di un dottore della legge in Luca 10,27 (che sono confermate da Gesù Cristo [su di lui la pace] in Luca 10,28) contengono i medesimi quattro termini come Marco 12,30. Le parole dello scriba in Marco 12,32 (che sono approvate da Gesù Cristo [su di lui la pace] in Marco 12,34) contengono gli stessi tre termini kardia («cuore»), dianoia («mente»), e ischys («forza»).

Nello Shemà del Deuteronomio 6,4-5 («Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze»), in ebraico la parola per «cuore» è lev, la parola per «anima» è nefesh, e la parola per «forza» è me'od.

In Giosuè 22,5, gli israeliti ricevono da Giosuè (su di lui la pace) l'ordine di amare Dio ed essere a lui devoti come segue: «Soltanto abbiate gran cura di eseguire i comandi e la legge che Mosè, servo del Signore, vi ha dato, amando il Signore, vostro Dio, camminando in tutte le sue vie, osservando i suoi comandi, restando fedeli a lui e servendolo con tutto il cuore e con tutta l'anima» (Gs 22,5).

Ciò che tutte queste versioni hanno quindi in comune - a dispetto della lingua differente tra l'Antico Testamento in lingua ebraica, le parole originali del Cristo (su di lui la pace) in aramaico, e l'attuale trasmissione greca del Nuovo Testamento - è il comando di amare Dio completamente con anima e corpo e di essere a lui completamente devoti. Questo è il primo e più grande comandamento per gli esseri umani.

Alla luce di ciò che abbiamo visto essere implicito ed evocato dalla parola benedetta del profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) - «La cosa migliore che ho detto - io stesso, e i profeti che mi precedettero - è "non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose"» -16 possiamo ora forse comprendere come le parole «la cosa migliore che ho detto - io stesso, e i profeti che mi precedettero» attribuite alla formula benedetta «non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose» corrispondano al primo e più grande comandamento di amare Dio, completamente, anima e corpo, come si trova in vari passi della Bibbia.

Potremmo dire, in altre parole, che il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina), su ispirazione divina, riaffermava e richiamava al ricordo del primo comandamento della Bibbia. Dio sa meglio, ma certamente abbiamo visto la loro effettiva somiglianza nel significato. Inoltre, sappiamo anche (come si può vedere nelle note) che entrambe le formule consentono un altro notevole parallelo: si presentano in versioni e forme leggermente diverse in contesti differenti, e tutte, nondimeno, enfatizzano il primato dell'amore e della devozione a Dio.17

L'amore per il prossimo

L'amore per il prossimo nell'islam

Esistono numerose affermazioni nell'islam sulla necessità e la grande importanza dell'amore e della misericordia per il prossimo. L'amore per il prossimo è una parte essenziale e integrante della fede in Dio e dell'amore per Dio perché nell'islam senza amore per il prossimo non c'è vera fede in Dio e non c'è rettitudine. Il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) disse: «Nessuno di voi avrà fede finché non amerete per vostro fratello ciò che amate per voi stessi».18 E anche: «Nessuno di voi avrà fede finché non amerete per il vostro prossimo ciò che amate per voi stessi».19

Tuttavia, empatia e simpatia per il prossimo - e anche le preghiere rituali - non sono sufficienti. Devono essere accompagnate da generosità e abnegazione. Dio dice nel sacro Corano: «La pietà non consiste nel volgere i vostri volti verso l'Oriente e l'Occidente,20 ma nel credere in Dio e nell'ultimo giorno, negli angeli, nel libri e nei profeti; nel dare dei propri beni, per amore suo, ai parenti, agli orfani, ai poveri, ai viandanti diseredati, ai mendicanti e per liberare gli schiavi, compiere l'orazione e pagare la decima, mantenere fede agli impegni presi, essere pazienti nelle avversità, nelle ristrettezze e di fronte al pericolo. Queste sono le virtù che caratterizzano i credenti pii e sinceri» (Al-Baqarah, Sura della vacca 2,177)

E anche: «Non perverrete alla pietà finché non donerete cose a cui siete affezionati: qualunque elemosina voi facciate, Iddio lo sa» (Aal 'Imran, Sura della famiglia di Imran 3,92). Se non doniamo al prossimo ciò che noi stessi amiamo, non amiamo veramente Dio né il prossimo.

L'amore per il prossimo nella Bibbia

Abbiamo già citato le parole del Messia, Gesù Cristo (su di lui la pace), a proposito della grande importanza, seconda solo all'amore per Dio, dell'amore per il prossimo: «Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,38-40).

E: «E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi» (Mc 12,31).

Resta solo da notare che questo comandamento si trova anche nell'Antico Testamento: «Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore» (Lv 19,17-18).

Così il secondo comandamento, come il primo comandamento, richiede generosità e abnegazione e da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i profeti.

Venite a una parola comune fra noi e voi

Una parola comune

Mentre islam e cristianesimo sono ovviamente religioni differenti - e non minimizziamo affatto le loro differenze formali -, è chiaro che i due comandamenti più grandi sono un terreno comune e un collegamento fra il Corano, la Torah e il Nuovo Testamento. Ciò che presuppongono i due comandamenti nella Torah e nel Nuovo Testamento e di cui sono il risultato è l'unità di Dio, vale a dire che c'è un solo Dio.

Lo Shemà nella Torah inizia: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo» (Dt 6,4). Ugualmente, Gesù (su di lui la pace) disse: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore» (Mc 12,29). Allo stesso modo, Dio dice nel sacro Corano: «Di': egli è Dio, l'Uno / Dio, sufficiente a se stesso» (Al-Ikhlas, Sura della sincerità 112,1-2). Così l'unità di Dio, l'amore per lui e l'amore per il prossimo formano un terreno comune su cui islam e cristianesimo (ed ebraismo) sono fondati.

Questo non poteva essere altrimenti in quanto Gesù (su di lui la pace) disse: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,40).

Inoltre, Dio conferma nel sacro Corano che il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) non portò nulla di fondamentalmente o essenzialmente nuovo: «Niente è stato detto a te (o Muhammad) se non quello che già fu detto ai messaggeri prima di te» (Fussilat, Sura dei chiari precisi 41,43). E: «Di' (o Muhammad): Non costituisco un'innovazione rispetto agli inviati né conosco quel che avverrà a me e a voi. Non faccio che seguire quello che mi è stato rivelato. Non sono che un ammonitore esplicito» (Al-Ahqaf, 46,9). Così anche Dio nel sacro Corano conferma che le stesse verità eterne dell'unità di Dio, della necessità dell'amore e della devozione totali a Dio (ed evitando così falsi dèi), e della necessità di amare i propri simili (e così la giustizia), sono la base di ogni vera religione: «A ogni comunità inviammo un profeta [che dicesse]: "Adorate Dio e fuggite gli idoli!". Dio guidò alcuni di essi e altri furono sviati. Percorrete la terra e vedrete cosa accadde ai negatori» (Al-Nahl, Sura dell'ape 16,36). «Invero inviammo i nostri messaggeri con prove inequivocabili, e facemmo scendere con loro la Scrittura e la bilancia, affinché gli uomini osservassero la giustizia...» (Al-Hadid, Sura del ferro 57,25).

Venite a una parola comune!

Nel sacro Corano, Dio altissimo ordina ai musulmani di trasmettere il seguente richiamo ai cristiani (ed ebrei - le genti del Libro): «Di': O genti del Libro! Venite a una parola comune tra noi e voi: che non adoriamo altri che Dio, e non associamo a lui cosa alcuna, e che nessuno di noi scelga altri signori accanto a Dio. E se essi non accettano dite loro: Testimoniate che siamo coloro che si sono dati completamente a lui» (Aal 'Imran, Sura della famiglia di 'Imran 3,64).

Chiaramente le parole benedette «non associamo a lui cosa alcuna» sono riferite all'unità di Dio e le parole «non adoriamo altri che Dio», sono riferite all'essere completamente devoti a Dio. Quindi esse si riferiscono tutte al primo e più grande comandamento. Secondo uno dei più antichi e più autorevoli commentari (tafsir) del sacro Corano - il Jami' Al-Bayan fi Ta'wil Al-Qur'an di Abu Ja'far Muhammad bin Jarir Al-Tabari (morto nel 310 èra cristiana - 923 èra islamica) -, le parole «nessuno di noi scelga altri signori accanto a Dio» significano «che nessuno di noi dovrebbe ubbidire ad altri disobbedendo a ciò che Dio ha comandato, né glorificarli prostrandosi a loro nello stesso modo di come si prostrano a Dio».

In altre parole, musulmani, cristiani ed ebrei dovrebbero essere liberi di seguire ognuno quello che Dio comandò loro, e non abbiano da «prostrarsi di fronte a re e simili»,21 perché Dio dice altrove nel sacro Corano: «non c'è coercizione nella religione…» (Al-Baqarah, Sura della vacca 2,256). Questo chiaramente si riferisce al secondo comandamento, perché giustizia22 e libertà di religione sono aspetti centrali dell'amore per il prossimo. Dio dice nel sacro Corano: «Dio non vi impedisce di essere buoni e giusti nei confronti di coloro che non vi hanno combattuto per la vostra religione e che non vi hanno scacciato dalle vostre case, poiché Dio ama coloro che si comportano con giustizia» (Al-Mumtahinah, Sura dell'esaminata 60,8).

Così noi come musulmani invitiamo i cristiani a ricordarsi delle parole evangeliche di Gesù (su di lui la pace): «… il primo [comandamento] è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi» (Mc 12,29-31).

Come musulmani, noi diciamo ai cristiani che non siamo contro di loro e che l'islam non è contro di loro - a meno che loro non intraprendano la guerra contro i musulmani a causa della loro religione, li opprimano e li privino delle loro case (in conformità con il versetto del sacro Corano [Al-Mumtahinah, 60,8] citato sopra). Inoltre, Dio dice nel sacro Corano: «Non tutti sono uguali. Fra la gente della Scrittura c'è una comunità giusta dove sono persone che passano la notte recitando i versetti di Dio e prosternandosi. / Essi credono in Dio e nell'ultimo giorno, ordinando ciò che è raccomandabile e vietando ciò che è riprovevole, e gareggiano nelle opere buone. Questi son uomini retti. / E il bene che fanno non sarà loro misconosciuto. Dio conosce bene i timorati» (Aal-'Imran, Sura della famiglia di 'Imran 3,113-115).

Il cristianesimo è necessariamente contro i musulmani? Nel Vangelo Gesù Cristo (su di lui la pace) dice: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde» (Mt 12,30). «Chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9,40). «…Chi non è contro di voi, è per voi» (Lc 9,50).

Secondo il commentario al Nuovo Testamento del beato Teofilatto,23 queste asserzioni non sono in contraddizione perché la prima (nel testo greco originale del Nuovo Testamento) si riferisce ai dèmoni, mentre la seconda e la terza si riferiscono a persone che riconobbero Gesù, pur non essendo cristiani. I musulmani riconoscono Gesù Cristo come il Messia, non nello stesso modo dei cristiani (ma i cristiani stessi comunque non sono mai stati tutti d'accordo sulla natura di Gesù Cristo), ma nel modo seguente: «… Il Messia Gesù, figlio di Maria, è un messaggero di Dio e la sua Parola che egli pose in Maria e uno Spirito proveniente da lui...» (Al-Nisa', Sura delle donne 4,171). Noi invitiamo perciò i cristiani a considerare i musulmani non contro ma con loro, in conformità con le parole di Gesù Cristo.

Per concludere, in quanto musulmani, e in obbedienza al sacro Corano, chiediamo ai cristiani di concordare con noi sulle cose essenziali delle nostre due religioni «…che non adoriamo altri che Dio, e non associamo a lui cosa alcuna, e che nessuno di noi scelga altri signori accanto a Dio…» (Aal 'Imran, Sura della famiglia di 'Imran 3,64).

Che questo terreno comune sia la base di ogni futuro dialogo interreligioso fra di noi, dato che il nostro terreno comune è quello da cui dipende tutta la Legge e i profeti (cf. Mt 22,40). Dio dice nel sacro Corano: «Dite (o musulmani): Crediamo in Dio e in quello che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e sulle tribù, e in quello che è stato dato a Mosè e a Gesù e in tutto quello che è stato dato ai profeti da parte del loro Signore. Non facciamo differenza alcuna tra di loro e a lui siamo sottomessi. / E se crederanno nelle stesse cose in cui voi avete creduto, saranno sulla retta via; se invece volgeranno le spalle, saranno nell'eresia, e Dio basterà contro di loro. Egli è colui che tutto ascolta e conosce» (Al-Baqarah, Sura della vacca 2,136-137).

Fra noi e voi

Trovare il terreno comune fra musulmani e cristiani non è semplicemente una questione di corretto dialogo ecumenico fra i vari capi religiosi. Il cristianesimo e l'islam sono rispettivamente la più numerosa e la seconda più numerosa religione nel mondo e nella storia. Cristiani e musulmani costituiscono rispettivamente, secondo le statistiche, oltre un terzo e oltre un quinto dell'umanità. Insieme formano più del 55% della popolazione mondiale; ciò fa della relazione tra queste due comunità religiose il più importante fattore per il mantenimento della pace in tutto il mondo. Se musulmani e cristiani non sono in pace, il mondo non può essere in pace. Con il terribile armamento del mondo moderno e con musulmani e cristiani interconnessi ovunque mai come ora, nessuna parte può vincere unilateralmente un conflitto che coinvolga più della metà degli abitanti del mondo. Così il nostro comune futuro è in pericolo. È forse in gioco la stessa sopravvivenza del mondo.

E a quelli che ciononostante provano piacere nel conflitto e nella distruzione, o stimano che alla fine riusciranno a vincere, noi diciamo che anche le nostre anime eterne sono in pericolo se non riusciremo a fare sinceramente ogni sforzo per la pace e giungere a un'armonia condivisa. Dio dice nel sacro Corano: «In verità Dio ha ordinato la giustizia e la benevolenza e la generosità nei confronti dei parenti, e ha proibito la dissolutezza e ciò che è riprovevole e la ribellione. Egli vi ammonisce affinché ve ne ricordiate» (Al Nahl, 16,90). Gesù Cristo (su di lui la pace) disse: «Beati gli operatori di pace…» (Mt 5,9), e anche: «Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?» (Mt 16,26).

Facciamo quindi in modo che le nostre differenze non provochino odio e conflitto tra noi. Gareggiamo gli uni con gli altri solamente in rettitudine e in opere buone. Rispettiamoci, siamo giusti e gentili, e viviamo in pace sincera, nell'armonia e nella benevolenza reciproca. Dio dice nel sacro Corano: «E su di te abbiamo fatto scendere il Libro secondo verità, a confermare le Scritture precedenti e preservarle da ogni alterazione. Giudica tra loro secondo quello che Dio ha fatto scendere, non conformarti alle loro passioni allontanandoti dalla verità che ti è giunta. A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via. E se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità, ma ha voluto provarvi con l'uso che farete di quel che vi ha donato. Gareggiate dunque nelle opere buone: voi tutti ritornerete a Dio ed egli allora vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi» (Al-Ma'idah, Sura della tavola imbandita 5,48).

Wal-Salaamu 'Alaykum, pax vobiscum.

Anno 2007 dell'èra cristiana - 1428 dell'èra islamica.

Seguono le firme

* La lettera è indirizzata a: papa Benedetto XVI; Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli; Teodoro II, papa e patriarca di Alessandria e di tutta l'Africa; Ignazio IV, patriarca d'Antiochia e di tutto l'Oriente; Teofilo III, patriarca di Gerusalemme; Alessio II, patriarca di Mosca e di tutta la Russia; Paolo, patriarca di Belgrado e della Serbia; Daniele, patriarca di Romania; Massimo, patriarca della Bulgaria; Ilia II, arcivescovo di Mtskheta-Tbilisi, catholicos-patriarca di tutta la Georgia; Crisostomo, arcivescovo di Cipro; Christodoulos, arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia; Sawa, metropolita di Varsavia e di tutta la Polonia; Anastasio, arcivescovo di Tirana, Durazzo e di tutta l'Albania; Cristoforo, metropolita delle Repubbliche Ceca e Slovacca; Shenouda III, papa d'Alessandria e patriarca di tutta l'Africa sul trono apostolico di s. Marco; Karekin II, patriarca supremo e catholicos di tutta l'Armenia; Ignatius Zakka I, patriarca d'Antiochia e di tutto l'Oriente, capo supremo della Chiesa siro-ortodossa universale; marthoma Didymos I, catholicos d'Oriente sul trono apostolico di s. Tommaso e metropolita di Malankara; abuna Paulos, quinto patriarca e catholicos d'Etiopia, echege della sede di san Tekle Haymanot, arcivescovo di Axum; mar Dinkha IV, catholicos-patriarca della Chiesa assira dell'Oriente; Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury; Mark S. Hanson, vescovo presidente della Chiesa evangelica luterana in America e presidente della Federazione luterana mondiale; George H. Freeman, segretario generale del Consiglio metodista mondiale; David Coffey, presidente dell'Alleanza battista mondiale; Setri Nyomi, segretario generale dell'Alleanza riformata mondiale; Samuel Kobia, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese; e le guide delle Chiese cristiane in tutto il mondo….

1 In arabo: «La illaha illa Allah Muhammad rasul Allah». Le due shahadah effettivamente si trovano entrambe (quantunque separate) come frasi nel sacro Corano (rispettivamente in Muhammad, Sura di Muhammad 47,19, e in Al-Fath, Sura della vittoria 48,29).

2 Sunan Al-Tirmidhi, Kitab Al-Da'awat, 462/5, n. 3383; Sunan Ibn Majah, 1249/2.

3 Sunan Al-Tirmidhi, Kitab Al-Da'awat, Bab al-Du'a fi Yawm 'Arafah, hadith n. 3934. È importante notare che le frasi seguenti, «l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose», provengono tutte dal sacro Corano, esattamente in queste forme, quantunque in passaggi differenti. «Lui l'Unico» - riferito a Dio (sia egli esaltato) - si trova nel sacro Corano almeno sei volte (7,70; 14,40; 39,45; 40,12; 40,84 e 60,4). «Lui senza associati», si trova in questa forma nel sacro Corano almeno una volta (Al-An'am, Sura delle greggi 6,173). «Suo è il Regno, sua è la lode ed egli ha potere su tutte le cose» si trova esattamente in questa forma nel sacro Corano almeno una volta (Al-Taghabun, Sura del reciproco inganno 64,1), e parti di essa si trovano numerose altre volte (per esempio le parole «Egli è potente su tutte le cose» si trovano almeno cinque volte: 5,120; 11,4; 30,50; 42,9 e 57,2).

4 Il cuore. Nell'islam il cuore (spirituale, non fisico) è l'organo della percezione spirituale e della conoscenza metafisica. In una delle più grandi visioni del profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) Dio dice nel sacro Corano: «Il cuore intimo non smentì (nella visione) ciò che vide» (al-Najm, Sura della stella 53,11). Effettivamente, in altre parti del sacro Corano, Dio dice: «Infatti non già gli occhi loro sono ciechi, ma ciechi sono i loro cuori, che hanno nel petto» (Al-Hajj, Sura del pellegrinaggio 22,46; cf. tutto il versetto e anche: 2,9-10; 2,74; 8,24; 26,88-89; 48,4; 83,14 et al. C'è in effetti nel sacro Corano oltre un centinaio di menzioni del cuore e di suoi sinonimi).

Ci sono differenti interpretazioni tra i musulmani riguardo la visione diretta di Dio (in contrapposizione alle realtà spirituali in quanto tali), sia in questa vita sia nell'altra. Dio dice nel sacro Corano (del giorno del giudizio): «In quel giorno vi saranno volti splendenti, / con lo sguardo immerso nel loro Signore» (Al-Qiyamah, Sura della risurrezione 75,22-23); Dio dice ancora nel sacro Corano: «Ecco chi è Dio, il vostro Signore. Non c'è altro dio che lui, il Creatore di tutte le cose, adorate dunque lui che si prende cura di tutte le cose. / Non lo afferrano gli sguardi ma egli tutti gli sguardi afferra. Egli è il Sottile, colui che tutto conosce. / Prove vi sono giunte dal vostro Signore, così chi ha la visione l'ha per il suo bene, chi è cieco lo è a suo danno. E io non sono il vostro custode» (Al-An'am, Sura delle greggi 6,102-104).

Nondimeno, è evidente che la concezione islamica del cuore (spirituale) non è molto differente dalla concezione cristiana del cuore (spirituale), come vediamo nelle parole di Gesù (su di lui la pace) nel Nuovo Testamento: «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio» (Mt 5,8); e le parole di Paolo: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto» (1Cor 13,12).

5 Cf. anche Luqman,Sura di Luqman 31,25.

6 Cf. anche Al-Nahl,Sura dei poeti 16,3-18.

7 Sahih Bukhari, Kitab Tafsir Al-Qur'an, Bab ma Ja'a fi Fatihat Al-Kitab (hadith n.1); anche: Sahih Bukhari, Kitab Fada'il Al-Qur'an, Bab Fadl Fatihat Al-Kitab, (hadith n. 9), n. 5006.

8 Il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) disse: «Dio ha diviso la misericordia in cento parti. Egli ne ha fatto discendere una tra i jinn e gli esseri umani e le bestie e gli animali perché condividano reciprocamente i loro sentimenti; e per questo essi hanno misericordia l'un l'altro; e tramite essa gli animali selvatici provano affetto per i loro cuccioli. E Dio ha conservato novantanove misericordie con le quali avrà misericordia per i suoi servi il giorno del giudizio» (Sahih Muslm, Kitab Al-Tawbah; 2109/4; n. 2752; cf. anche Sahih Bukhari, Kitab Al-Riqaq, n. 6469).

9 Il timore di Dio è il principio della saggezza. Si riporta che il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) disse: «La parte principale della saggezza è il timore di Dio - sia egli esaltato» (Musnad al-Shahab, 100/1; Al-Dulaymi, Musnad Al-Firdaws, 270/2; Al-Tirmidhi, Nawadir Al-Usul; 84/3; Al-Bayhaqi, Al-Dala'il e Al-Bayhaqi, Al-Shu'ab; Ibn Lal, Al-Makarim; Al-Ash'ari, Al-Amthal, et al.). Questo è chiaramente simile alle parole del profeta Salomone (su di lui la pace) nella Bibbia: «Fondamento della sapienza è il timore di Dio…» (Pr 9,10); e: «Il timore del Signore è il principio della scienza…» (Pr 1,7).

10 L'intelligenza, la volontà e il sentimento nel sacro Corano. Così Dio nel sacro Corano dice agli esseri umani di credere in lui e di invocarlo (tramite l'uso dell'intelligenza) con timore (che motiva la volontà) e con la speranza (e quindi con il sentimento): «Poiché credono nei nostri segni coloro soli che, quando questi vengono loro recitati, cadono prostrati, che esaltano le lodi del loro Signore, e si liberano di ogni orgoglio / che lasciano i loro giacigli per invocare il loro Signore in timore e speranza, ed elargiscono di quello che noi abbiamo loro donato. / Nessuna anima conosce quale grande gioia è in serbo nascosta per loro in premio per le loro buone azioni» (Al-Sajdah, Sura della prosternazione 32,15-17).

«Invocate il vostro Signore in umiltà e in segreto. Egli non ama i trasgressori. / E non portate la corruzione sulla terra dopo che fu da Dio creata giusta e invocatelo in timore e speranza. Ché la misericordia di Dio è vicina ai virtuosi» (Al-A'raf, Sura del limbo 7,55-56).

Ugualmente, lo stesso profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) è descritto in termini che manifestano la conoscenza (e quindi l'intelligenza), che incoraggiano la speranza (e quindi il sentimento) e che ispirano il timore (e quindi motivano la volontà): «O Profeta! Noi ti abbiamo inviato come testimone e nunzio e ammonitore» (Al-Ahzab, Sura delle fazioni alleate 33,45). «In verità noi ti abbiamo inviato (o Muhammad) come testimone e nunzio e ammonitore» (Al-Fath, Sura della vittoria 48,8).

11 Un eccellente esempio. L'amore e la totale devozione del profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) a Dio è per i musulmani il modello che essi cercano di imitare. Dio dice nel sacro Corano: «In verità nel messaggero di Dio voi avete un eccellente esempio per colui che spera in Dio e nell'ultimo giorno; e invoca molto Dio» (Al-Ahzab, Sura delle fazioni alleate 33,21).

La totalità di questo amore esclude la mondanità e l'egoismo ed esso è in se stesso bello e caro ai musulmani. Dio dice nel sacro Corano: «E sappiate che il messaggero di Dio è tra di voi. Se egli dovesse darvi retta in molte questioni voi sicuramente cadreste in disgrazia; ma Dio vi ha fatto amare la fede e l'ha resa bella nei vostri cuori, e vi ha reso odioso il rifiuto ribelle, l'empietà e la disobbedienza. Così sono coloro che sono ben guidati» (Al-Hujurat, Sura delle stanze intime 49,7).

12 Questo «amore particolare» si aggiunge alla misericordia universale di Dio «che comprende tutte le cose» (Al-A'raf, Sura del limbo 7,156); ma Dio sa meglio.

13 Sahih Al-Bukhari, Kitab Bad' al-Khalq, Bab Sifat Iblis wa Junudihi; hadith n. 3329.

Altre versione della formula sacra. Questa formula sacra del profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina), si trova in una dozzina di hadith (i detti del profeta Muhammad [su di lui la pace e la benedizione divina]) in differenti contesti e in versioni leggermente differenti.

Quella che abbiamo citato in questo testo («Non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose») è infatti la versione più breve. Si può trovare in Sahih al-Bukhari: Kitab al-Adhan (n. 852); Kitab al-Tahajjud (n. 1163); Kitab al-'Umrah (n. 1825); Kitab Bad' al-Khalq (n. 3329); Kitab al-Da'awat (nn. 6404, 6458, 6477); Kitab al-Riqaq (n. 6551); Kitab al-I'tisam bi'l-Kitab (n. 7378); in Sahih Muslim: Kitab al-Masajid (nn. 1366, 1368, 1370, 1371, 1380); Kitab al-Hajj (nn. 3009, 3343); Kitab al-Dhikr wa'l-Du'a' (nn. 7018, 7020, 7082, 7084); in Sunan Abu Dawud: Kitab al-Witr (nn. 1506, 1507, 1508); Kitab al-Jihad (n. 2772); Kitab al-Kharaj (n. 2989); Kitab al-Adab (nn. 5062, 5073, 5079); in Sunan al-Tirmidhi: Kitab al-Hajj (n. 965); Kitab al-Da'awat (nn. 3718, 3743, 3984); in Sunan al-Nasa'i: Kitab al-Sahw (nn. 1347, 1348, 1349, 1350, 1351); Kitab Manasik al-Hajj (nn. 2985, 2997); Kitab al-Iman wa'l-Nudhur (n. 3793); in Sunan Ibn Majah: Kitab al-Adab (n. 3930); Kitab al-Du'a' (nn. 4000, 4011); e in Muwatta' Malik: Kitab al-Qur'an (nn. 492, 494); Kitab al-Hajj (n. 831).

Una versione più lunga che include le parole «yuhyi wa yumit» («Non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode. Egli dà la vita e dà la morte e ha potere su tutte le cose») si può trovare in Sunan Abu Dawud: Kitab al-Manasik (n. 1907); in Sunan al-Tirmidhi: Kitab al-Salah (n. 300); Kitab al-Da'awat (nn. 3804, 3811, 3877, 3901); e in Sunan al-Nasa'i: Kitab Manasik al-Hajj (nn. 2974, 2987, 2998); Sunan Ibn Majah: Kitab al-Manasik (n. 3190).

Un'altra versione più lunga che include le parole «bi yadihi al-khayr» («Non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode. Nelle sue mani detiene il bene e ha potere su tutte le cose») si può trovare in Sunan Ibn Majah: Kitab al-Adab (n. 3931); Kitab al-Du'a' (n. 3994).

La versione più lunga che include le parole «yuhyi wa yumit wa Huwa Hayyun la yamut bi yadihi al-khayr» («Non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode. Egli da la vita e dà la morte. Egli è il Vivente, che non muore. Nelle sue mani detiene il bene e ha potere su tutte le cose») si può trovare in Sunan al-Tirmidhi: Kitab al-Da'awat (n. 3756) e in Sunan Ibn Majah: Kitab al-Tijarat (n. 2320), con la differenza che quest'ultimo hadith recita: «bi yadihi al-khayr kuluhu» («nelle sue mani detiene tutto il bene»).

È importante tuttavia notare che il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina), descrive solo la prima (e più breve) versione come: «La cosa migliore che ho detto - io stesso, e i profeti che mi precedettero», e solo di questa versione il Profeta (su di lui la pace e la benedizione divina) disse: «E nessuno ha portato niente di meglio, salvo chi fa di meglio».

Le citazioni sopra riportate si riferiscono al sistema numerico di The Sunna Project's Encyclopaedia of Hadith (Jam' Jawami' al-Ahadith wa'l-Asanid), preparato in collaborazione con i docenti dell'al-Azhar, che include Sahih al-Bukhari, Sahih Muslim, Sunan Abu Dawud, Sunan al-Tirmidhi, Sunan al-Nasa'i, Sunan Ibn Majah, e Muwatta' Malik.

14 Il ricordo frequente di Dio nel sacro Corano. Il sacro Corano è pieno di ingiunzioni a invocare e ricordare frequentemente Dio: «Invoca il nome del tuo Signore al mattino e alla sera» (Al-Insan, Sura dell'uomo 76,25). «Così invoca Dio in piedi, seduto e sdraiato» (Al-Nisa, Sura delle donne 4,103). «Invoca (o Muhammad) il tuo Signore nel tuo intimo, in umiltà e reverenza e a bassa voce, il mattino e la sera. E non essere di coloro che trascurano Dio» (Al-'Araf, Sura del limbo 7,205). «… Invoca molto il tuo Signore e pregalo all'inizio della notte e al mattino» (Aal 'Imran, Sura della famiglia di 'Imran 3,41). «O voi che credete, invocate Dio invocatelo molto. / E glorificatelo all'alba e al crepuscolo» (Al-Ahzab, Sura delle fazioni alleate 33,41-42). Cf. anche: 2,198-200; 2,203; 2,238-239; 3,190-191; 6,91; 7,55; 7,180; 8,45; 17,110; 22,27-41; 24,35-38; 26,227; 62,9-10; 87,1-17, et al.

Il sacro Corano è ugualmente pieno di versetti che evidenziano la capitale importanza del ricordo di Dio (cf. 2,151-157; 5,4; 6,118; 7,201; 8,2-4; 13,26-28; 14,24-27; 20,14; 20,33-34; 24,1; 29,45; 33,35; 35,10; 39,9; 50,37; 51,55-58; e 33,2; 39,22-23 e 73,8-9 come già citati, et al.), e le terribili conseguenze di non praticarlo (cf. 2,114; 4,142; 7,179-180; 18,28; 18,100-101; 20,99-101; 20,124-127; 25,18; 25,29; 43,36; 53,29; 58,19; 63,9; 72,17 et al.; cf. anche 107,4-6). Per cui Dio dice infine nel sacro Corano: «Non è forse arrivato il tempo per i credenti che i loro cuori in tutta umiltà debbano ingaggiarsi nell'invocazione di Dio...?» (Al-Hadid, Sura del ferro 57,16); «…. Non dimenticate di invocarmi» (Taha, Sura Ta-ha 20,42), e: «Ricorda il tuo Signore ogni volta che lo dimentichi» (Al-Kahf, sura della caverna 18,24).

15 Nella versione inglese del testo le citazioni bibliche sono tratte dalla Bibbia New King James Version, Thomas Nelson, Inc, Nashville (TN, USA) 1982. Per la versione italiana esse sono tratte da La Bibbia di Gerusalemme, EDB, Bologna 2007 (ndr).

16 Sunan Al-Tirmithi, Kitab Al-Da'wat, Bab al-Du'a fi Yawm 'Arafah, hadith n. 3934, cit.

17 La forma più perfetta. Il cristianesimo e l'islam hanno concezioni paragonabili sul genere umano creato nella forma più perfetta e dal soffio divino. Il libro della Genesi dice: «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). E: «Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7).

E il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) disse: «In verità Dio creò Adamo a sua immagine» (Sahih Al-Bukhari, Kitab Al-Isti'than, 1; Sahih Muslim, Kitab Al-Birr 115; Musnad Ibn Hanbal, 2, 244, 251, 315, 323 ecc. et al.).

«E vi abbiamo creati, poi vi abbiamo formati, poi abbiamo detto agli angeli: Prostratevi davanti ad Adamo! E si prostrarono tutti, eccetto Iblis, che fra i prostrati non fu» (Al-A'raf, Sura del limbo 7,11).

«Per il fico e l'olivo / e per il monte Sinai / e per questa contrada sicura. / In verità noi creammo l'uomo delle forme la più perfetta / e poi lo riducemmo degli abbietti il più abbietto / salvo coloro che credono e che operano il bene, che riceveranno una ricompensa che non sarà mai rinfacciata. E cosa mai potrà, allora, spingerti a negare il dì del giudizio? / Non è Dio il più giusto dei giudici?» (Al-Tin, Sura del fico 95,1-8).

«Dio è Chi ha fatto per voi della terra un luogo di soggiorno e del cielo una volta, e vi modellò e perfezionò le vostre forme e vi ha dato cose buone. Così è Dio, il vostro Signore. Benedetto sia Dio, il Signore dei mondi!» (Al-Ghafir, Sura del Perdonatore, 40,64).

«Anzi, quelli che sbagliano seguendo le loro passioni senza sapere. Chi potrà guidare chi Dio ha traviato? Essi non avranno chi li soccorra. / Così indirizza la tua intenzione (o Muhammad) verso la religione come un uomo dalla natura retta - la natura (formata) di Dio, nella quale egli ha creato l'uomo. Non c'è alterazione (delle leggi) della creazione di Dio. Questa è la retta religione, ma la maggior parte degli uomini non sa» (Al-Rum, Sura dei Romani 30,29-30).

«E quando l'avrò plasmato e avrò soffiato in lui il mio spirito, allora prosternatevi davanti a lui» (Sad, Sura del Sad 38,72).

«E quando il tuo Signore disse agli angeli: Ecco! Sto per porre un vicario sulla terra, essi dissero: vuoi porvi uno che farà del male e verserà del sangue, mentre noi cantiamo le tue lodi e ti santifichiamo? Egli disse: Io so ciò che voi non sapete. / Ed egli insegnò ad Adam i nomi di tutte le cose, poi le mostrò agli angeli dicendo: ditemi i nomi di queste, se siete sinceri. / Essi dissero: Sia gloria a te! Noi non sappiamo altro che quello che tu ci hai insegnato. Tu, solo tu sei il Sapiente il Saggio. / Egli disse: O Adam di' loro i nomi, e quando egli disse loro i nomi, egli disse: E non vi dissi che io conosco i segreti dei cieli e della terra? E conosco ciò che manifestate e ciò che celate. / E quando noi dicemmo agli angeli: prosternatevi davanti ad Adam, essi si prosternarono salvo Iblis. Egli rifiutò orgoglioso e così divenne un negatore.../ E noi dicemmo: O Adam abitate tu e la tua sposa nel giardino e mangiate liberamente (dei frutti) dove voi volete; ma non vi avvicinate a questo albero affinché non diventiate dei peccatori» (Al-Baqarah, Sura della vacca, 2,30-35).

18 Sahih Al-Bukhari, Kitab al-Iman, hadith n. 13.

19 Sahih Muslim, Kitab al-Iman, 67-1, hadith n. 45.

20 I commentatori classici del sacro Corano (cf. Tafsir Ibn Kathir, Tafsir Al-Jalalayn) concordano generalmente nell'affermare che questo si riferisce alla posizione finale della preghiera del musulmano.

21Abu Ja'far Muhammad Bin Jarir Al-Tabari, Jami' al-Bayan fi Ta'wil al-Qur'an, (Dar al-Kutub al-'Ilmiyyah, Beirut [Libano] 1992/1412,) tafsir di Aal-'Imran, 3,64; vol. 3, pp. 299-302.

22 Secondo i grammatici citati da Tabari (cit.) il termine «comune» (sawa) in «una parola comune fra noi e voi» significa anche «giusta», «chiara» (adl).

23 Il beato Teofilatto (1055-1108 èra cristiana) fu arcivescovo ortodosso di Ocride e Bulgaria (1090-1108 era cristiana). La sua lingua materna era il greco del Nuovo Testamento. Il suo Commentario è attualmente disponibile in inglese presso Chrysostom Press.


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