Domenica, 19 Novembre 2017
Dialoghi
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Dialoghi (115)

Mercoledì 02 Maggio 2007 23:54

Le «tavole del dialogo» (aa.vv.)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Islam e cristianesimo

Le «tavole del dialogo»




Il documento qui riprodotto è stato elaborato da: Paolo Branca, docente di Lingua e letteratura araba nell’Università Cattolica di Milano; Stefano Allievi docente di Sociologia nell’Università di Padova; Silvio Ferrari, docente nelle Università di Milano e Lovanio; Mario Scialoja, presidente della Lega musulmana mondiale-Italia e del suo direttore, Giovanni Sarubbi. E’ caduta tradizionalmente alla chiusura del periodo di digiuno e purificazione previsto dalla religione islamica (ramadan). Per conoscere le iniziative connesse alla Giornata (oltre che accedere a numerosi articoli e documenti sui temi del dialogo cristiano-islamico) si può consultare il sito www.ildialogo.org


E’ necessaria una gestione coraggiosa e consapevole di questo processo di incontro e convivenza.

Il diritto alla differenza non può mai diventare pretesa di una differenza nei diritti e nei doveri.

La presenza di musulmani in Italia ha ormai raggiunto una tale «massa critica» da non consentire che il fenomeno sia gestito soltanto attraverso forme d’intervento estemporanee e improvvisate, com’è spesso stato finora. L’impegno di molti che si sono prodigati, sia da parte italiana sia da parte islamica, con numerose iniziative conferma le potenzialità di un tessuto sociale vivo e attivo, ma proprio per non vanificare tali energie e al fine di evitare derive che hanno interessato di recente altri Paesi europei, ci sembra indispensabile che le istituzioni e i cittadini - italiani e non - coinvolti a vario titolo nella questione trovino modalità per riflettere e agire insieme all’interno di un progetto comune ispirato a principi chiari e condivisi.

Per questo (…) riteniamo doveroso richiamare alcuni punti che ci paiono di cruciale importanza nel compito comune che ci troviamo ad affrontare. Va da sé che i musulmani condividono con immigrati di altra origine molte problematiche simili. Sarebbe pertanto indebito ritenere le considerazioni che seguiranno come pensate esclusivamente per loro, anche se il presente documento ne tratta in modo specifico: una buona legge sulla libertà religiosa, ad esempio, andrebbe incontro alle esigenze di tutte le comunità e non solamente di quella islamica. La globalizzazione in atto, contrariamente a quanto ci si poteva ingenuamente aspettare, invece che a un indebolimento delle identità (reali o immaginarie) sta conducendo piuttosto a un loro irrigidimento che non sembra cogliere sufficientemente le potenzialità positive pur presenti nell’inedito incontro di uomini e culture che si sta producendo, bensì tende a enfatizzare diffidenze e timori che inducono alla chiusura e alla contrapposizione.

Siamo consapevoli dei rischi insiti in un vacuo relativismo che potrebbe portarci a poco auspicabili confusioni e allo svilimento delle tradizioni culturali e religiose di ciascuno: ma il valore che attribuiamo alla nostra e altrui identità ci spinge a ritenere necessaria una gestione coraggiosa e consapevole di questo processo di incontro e convivenza, l’unica in grado di portare a buoni risultati nell’interesse comune. Per questa ragione pensiamo che vada scoraggiato con ogni mezzo lo spirito di sospetto e di rivalsa che in taluni - da entrambe le parti - sembra purtroppo prevalere. I punti che ci pare necessario richiamare sono:

1. Incoraggiare la collaborazione con le istituzioni a ogni livello per promuovere una reale partecipazione. dimostrando che le regole della democrazia tutelano e premiano i comportamenti migliori. A tale scopo è utile in particolare partire dal censimento e dalla valorizzazione delle molteplici esperienze in atto anche al fine di contrastare una comunicazione basata su semplici opinioni, anziché su evidenze empiriche. Interventi formativi all’interno delle pubbliche amministrazioni (scuola, sanità, carcere, personale di polizia, ecc.) sulle tematiche relative al pluralismo culturale nelle aree di loro competenza, con un taglio che privilegi la concretezza delle situazioni su considerazioni di ordine astrattamente teologico, ideologico o politologico. Il confronto con esperienze internazionali che già affrontano da tempo temi e situazioni analoghe consentirebbe di valutarne gli esiti e di ispirarsi alle pratiche (legislative e operative) più efficaci. 

2. Scoraggiare con fermezza ogni forma di illegalità per evitare il formarsi di società parallele o gruppi che si percepiscano e si presentino come corpi estranei: il diritto alla differenza non può e non deve mai diventare pretesa di una differenza nei diritti e nei doveri.

3. Valorizzare le iniziative che si pongono nella prospettiva della condivisione di valori, interesso e impegno comune al servizio della collettività.

4. Dare priorità alle donne e ai giovani che, senza rinunciare alla propria specificità culturale e religiosa, dimostrano di voler sviluppare, con chi condivide i loro problemi e le loro aspirazioni, attività che favoriscono contatti, scambi e integrazione. 

5. Offrire, a livello universitario, percorsi di maturazione e di formazione a quanti intendono svolgere funzioni di servizio alle comunità, specie nei ruoli di orientamento e di guida. Non si tratta ovviamente di formare i ministri del culto, ma di favorire l’emersione e il consolidamento di competenze e capacità specifiche tra coloro che già operano nei diversi gruppi, affinché la loro azione sia maggiormente adeguata alle finalità dell’integrazione e della partecipazione alla vita del Paese in cui risiedono.

6. Stimolare, specie nelle scuole, la valorizzazione degli apporti delle differenti culture del Mediterraneo alla costruzione di una comune civiltà. Laddove siano presenti numerosi alunni arabofoni, appositi corsi per la conservazione e lo sviluppo della lingua d’origine (del resto già in atto, in forma sperimentale) andrebbero diffusi e sostenuti. Tali interventi non sarebbero ad esclusivo vantaggio degli immigrati, ma contribuirebbero alla trasformazione dell’intero settore scolastico non sarebbe adeguato che alla realtà di un mondo sempre più interdipendente se restasse ancorato a forme di istruzione centrate soltanto sulla cultura locale.

7. Incoraggiare i mass media a dare spazio alle numerose esperienze di collaborazione e di condivisione tra persone di fede e di cultura diversa, evitando di diffondere e/o amplificare soltanto fatti e notizie che confermino mutui pregiudizi. Non si tratta evidentemente di occultare le problematicità, ma ancora una volta di partire dalla realtà che è più ricca delle sue rappresentazioni, mediante inchieste sul campo, lavoro di terreno empirico, informazione completa e imparziale.

8. Promuovere politiche che migliorino le condizioni di vita delle società di provenienza degli immigrati, con riferimento non soltanto alla situazione economica ma anche allo sviluppo della società civile, al rispetto dei diritti umani e alla valorizzazione del pluralismo ad ogni livello.

9. Valorizzare l’azione delle istituzioni locali, che sono a contatto diretto con le realtà di base, nel promuovere iniziative che - per la qualità degli interventi e le loro ricadute positive sul territorio - possono costituire dei modelli validi anche per analoghe situazioni, in stretto contatto con le agenzie culturali e religiose che già operano in tal senso.

10. Approfondire la conoscenza reciproca, nel mutuo rispetto pur senza rinunciare allo spirito critico e autocritico, non solamente con sporadiche iniziative informative, ma attraverso il lavoro permanente e sistematico di gruppi che affrontino insieme tematiche specifiche di comune interesse. Ciò favorirebbe inoltre lo sviluppo di prospettive professionali che facciano tesoro delle competenze e delle capacità di chi si distingue nel lavoro interculturale.

(da Popoli, ottobre 2006)

Dialogo ecumenico

Spiritualità e mistica: frontiere esigenti

di Andrea Pacini

Il dialogo della spiritualità è formalmente riconosciuto come un livello importante attraverso cui si è chiamati a sviluppare il dialogo interreligioso. A questo esorta il documento Dialogo e annuncio. Al dialogo della spiritualità sono riconducibili, tra le altre, le iniziative promosse dall’Interfaith Monastic Dialogue negli Stati Uniti o, a livello locale, il dialogo orante attuato dai monaci trappisti di Tibhirine con i membri di una confraternita sufi algerina, di cui rimane memoria nei loro scritti.

Tuttavia, accanto a tali esperienze di alto livello, non si può non notare la diffusione di un generico richiamo al dialogo a partire dall’esperienza spirituale che presenta non poche ambiguità: spesso prende infatti la forma di una sorta di invito al superamento della dottrina che divide, a favore di un incontro a un livello più profondo, spesso denominato "mistico". Ma proprio sulla mistica occorre un chiarimento.

In effetti una corretta comprensione del dialogo della spiritualità rimanda certamente all’esperienza religiosa vissuta dai seguaci delle diverse tradizioni religiose e rinvia al ruolo della mistica come ambito di dialogo. Per muoversi in tale prospettiva occorre essere consapevoli che la dimensione mistica rappresenta il nucleo fondamentale di ogni tradizione religiosa specifica.

In quanto tale, il suo concetto generale dovrebbe piuttosto essere declinato nell’accezione plurale di "mistiche": proprio perché la dimensione mistica svolge il ruolo di riferimento esistenziale fondante e di orientamento fondamentale dell’esperienza religiosa proposta dalle diverse tradizioni, ogni religione ha una specifica espressione mistica, che riceve senso e conferisce senso all’interno della religione specifica.

Questa prima precisazione è fondamentale, perché riconduce la mistica alla sua realtà più vera: quella cioè di esprimere sul piano dell’esperienza religiosa vissuta l’orientamento più profondo sotteso alla specifica tradizione religiosa praticata.

Nello stesso tempo viene corretta una possibile interpretazione erronea della mistica, quella cioè di essere una sorta di religio perennis (religione perenne), che come un fiume carsico scorre nella vita spirituale dell’umanità ed emerge concretamente nelle religioni storiche. In effetti, nel rapporto religione/mistica è la religione specifica che ha la priorità: quest’ultima con la sua dottrina e i suoi precetti (spirituali e morali) definisce la visione di Dio (o Realtà assoluta), del mondo e della realtà, nonché l’orientamento dell’uomo in rapporto alla globalità dell’esistente, e quindi definisce l’orientamento mistico.

Le mistiche esprimono quindi la tradizione religiosa di riferimento; per questo si possono suddividere almeno in due grandi categorie rispetto alle religioni di cui sono espressione: le mistiche interpersonali e le mistiche fusionali.

Le mistiche interpersonali esprimono l’esperienza spirituale nelle cosiddette religioni profetiche (ebraismo, cristianesimo, islam), caratterizzate – sia pure con differenze tra loro – dalla fede in un Dio unico e "personale", con il quale l’uomo è chiamato a sviluppare un rapporto interpersonale, anche se le modalità e il termine ultimo di tale rapporto differiscono per le tre religioni.

Le mistiche fusionali sono espressione delle grandi religioni orientali (hinduismo, buddismo) la cui finalità è far compiere al soggetto l’esperienza della non dualità, ovvero di sperimentare la propria coincidenza con il "tutto esistente" (la realtà assoluta) in cui la consapevolezza individuale si annulla. Si tratta di due orientamenti spirituali molto diversi e ci si può chiedere fino a che punto esprimano una stessa esperienza: si tratta di una questione cui può rispondere solo un dialogo della spiritualità assunto in modo rigoroso.

All’interno delle cosiddette religioni profetiche occorre poi notare un accento forte sulla dimensione morale, che crea un campo di tensione con l’esperienza mistica. Nell’ebraismo la mistica cabalistica si è sviluppata in tensione con l’insegnamento rabbinico tradizionale, più preoccupato di offrire una formazione morale e religiosa di tipo normativo.

All’interno dell’islam ortodosso ufficiale la mistica (il sufismo) ha una collocazione problematica per almeno due motivi: per la possibile relativizzazione in termini di superamento del ruolo della legge (la shari’a), considerata mediazione ineludibile per attuare la sottomissione a Dio in cui consiste il nucleo della religione musulmana; e per l’orientamento finale che i maestri sufi propongono, ovvero l’esperienza dell’unione con Dio. Questo concetto è assai poco condiviso all’interno dell’ortodossia ufficiale, che radicalizza la categoria di tawhid, unicità, per la quale non si può definire il rapporto dell’uomo con Dio, assolutamente trascendente, nei termini di "unione".

Occorre infine evidenziare come all’interno del cristianesimo la mistica riceva un’accezione propria, in quanto si presenta come mistica cristologica: infatti coincide con l’esperienza stessa della fede cristiana, in cui "morale" e "mistica" sono funzioni interdipendenti dell’unica caritas. Ma la caritas, prima di essere esperienza morale e spirituale dell’uomo, è la stessa identità (natura) del Dio uno e trino, che precede ogni risposta ed esperienza umana e ne costituisce la condizione di possibilità («Dio ci ama per primo»).

La mistica è cristologica perché trova in Cristo il suo luogo personale di manifestazione e di esperienza: in lui, vero Dio e vero uomo, si attua in sommo grado la comunione tra Dio e l’uomo, tra l’amore di Dio e l’amore dell’uomo. Propriamente parlando, la mistica cristiana coincide con la persona di Gesù, che nella sua unicità è mediatore universale della "comunione" tra Dio e gli uomini e tra gli uomini e Dio. Qui è l’essenza del mistero cristiano.

La mistica cristiana è dunque cristologica, perché implica la mediazione ineludibile di Cristo ed è suo "dono", e perché consiste nella trasfigurazione in Cristo della vita personale dei credenti, cioè assumere il pensiero, i sentimenti, l’amore, la volontà di Cristo. Ne consegue un rapporto indissolubile tra mistica e morale, e tra mistica e storia in prospettiva escatologica.

Poste queste troppo sintetiche precisazioni, nel considerare il rapporto tra le diverse mistiche in vista del dialogo interreligioso, occorrerà evitare con cura sia il sincretismo, cui rimanda ad esempio il concetto di religio perennis sopra menzionato, sia l’esclusivismo. Il sincretismo confonde ciò che è generale con ciò che ha valore supremo, ciò che è comune con ciò che è specifico, scambiando gli aspetti comuni con il sostrato ultimo. In definitiva finisce per dissolvere le identità delle diverse religioni con il rischio di "inventare" espressioni religiose nuove e quanto mai vaghe, di cui la galassia delle varie forme religiose riconducibili alla New Age sono un possibile tipo di espressione accanto ad altre di ispirazione esoterica.

L’esclusivismo è l’errore opposto, che implica il considerare le mistiche non cristiane in netta opposizione con la fede cristiana, vedendone solo gli elementi di differenza e sottoponendoli a un giudizio puramente negativo.

Si tratterà invece di valorizzare, pur nella loro differenza, gli orientamenti mistici presenti nelle diverse tradizioni religiose per avviare a partire da essi un dialogo di scambio e di riflessione sulle reciproche esperienze spirituali, verificandone la sintonia con i valori evangelici e avendo, da parte cristiana, il criterio cristologico come elemento fondamentale di valutazione e di discernimento.

In questa prospettiva il dialogo della spiritualità è certamente la frontiera più affascinante e significativa del dialogo interreligioso, ma proprio per questo rappresenta il livello più impegnativo e più delicato in cui il dialogo può spingersi, rispetto al quale occorre evitare ogni tipo di banalizzazione.

(da Vita Pastorale, n. 2, 2007)

Martedì 13 Marzo 2007 23:55

Mio fratello musulmano (Samir Khalil Samir)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Mio fratello musulmano

di Samir Khalil Samir


Il dialogo con l’islam richiede amore sincero. Non gesti ambigui.

Subito dopo Natale è scoppiata una polemica a Cordoba, orchestrata dalla stampa internazionale: il vescovo Juan José Asenjo Pelegrina ha osato rigettare la richiesta della Giunta islamica di Spagna presieduta dal convertito Mansur Escudero, che chiedeva che i musulmani potessero pregare nella cattedrale. Il motivo è che otto secoli fa la cattedrale era una moschea, senza ricordare che tredici secoli fa era una basilica. Il vescovo ha spiegato che una cosa simile avrebbe «generato confusione tra i fedeli» e «non contribuirà a una coabitazione pacifica tra i credenti». «Noi, cristiani di Cordoba, desideriamo vivere in pace con i credenti di altre religioni, ma non vogliamo essere sottomessi a pressioni continue che non contribuiscono alla concordia». Allora Mansur ha steso il tappeto davanti alla cattedrale e vi ha pregato.

Poco prima, i musulmani di Colonia avevano chiesto di poter pregare nel famoso duomo della città, e il cardinale Joachim Meisner vi si era opposto. A novembre, lo stesso porporato aveva vietato ai professori di religione cattolica della diocesi di organizzare preghiere interreligiose, perché i bambini non erano in grado di fare le dovute distinzioni. È stato vivamente criticato da politici e insegnanti. A quando il prossimo scandalo europeo?

Nonostante questi casi, a me sembra che il dialogo con l’islam stia entrando in una fase più autentica. Questi due rifiuti si capiscono. Negli anni Settanta-Ottanta si è un po’ diffusa la pratica di prestare ai musulmani - non senza ambiguità - luoghi di culto cristiani, ma già il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, l’aveva vietato nella sua diocesi. Oggi tutte le città europee in cui ci sono musulmani hanno una moschea, e dunque questa pretesa non si capisce più. Un conto è pregare insieme in un’aula, su testi non sacri, un conto è farlo in una cattedrale.

Ma il Papa, si dirà, ha pregato con il gran muftì d’Istanbul nella moschea blu, il 30 novembre scorso. È stato un gesto bellissimo, spontaneo, su proposta dello stesso Mustafa Cagrici: ambedue si sono raccolti in preghiera per un minuto, orientati verso la Kaaba, e il Santo Padre ha adottato l’atteggiamento del muftì. Personalmente, quando mi succede di entrare in una moschea, la prima cosa che faccio è di pregare per i musulmani, affinché Dio li sostenga e li colmi di benedizioni. Dopo tutto, una moschea è un luogo dal quale salgono milioni di preghiere verso il Padre di tutta l’umanità.

Una cosa è un gesto personale e puntuale, un’altra è un atto collettivo e organizzato. E se, per qualche motivo legittimo, un altro vescovo decidesse di far cessare questa pratica, come ci riuscirebbe senza suscitare ancora più veleno? Nel 1974 Saddam Hussein, allora vicepresidente del Consiglio della Rivoluzione, in visita a Cordoba, pregò nella cattedrale: non fu un precedente, ma un’eccezione. Che i musulmani, entrati in un luogo cristiano, preghino discretamente e silenziosamente, è bello. Ma se si mettessero a compiere la salât, cioè la preghiera rituale musulmana, sarebbe irriverente. Lo stesso andrebbe detto se io celebrassi la nostra salât, cioè la Messa, in una moschea: sarebbe una provocazione!

Il dialogo richiede discernimento. Ogni gesto ambiguo porta più danno che beneficio, anche se l’intento è buono. Il dialogo richiede amore sincero. Il musulmano è mio fratello. L’islam può essere un progetto sociologico, culturale, politico o militare, oppure spirituale e religioso; ma il musulmano non è un progetto, è un uomo come me, che va rispettato nella sua dignità di persona e di credente, e amato con lo stesso amore che nutro verso il cristiano. Amore e verità, affetto e discernimento sono inseparabili e ci permettono di basare il dialogo interpersonale su fondamenta solide. Trattandosi di musulmani, il fondamento è Dio stesso. Anche per questo il vero dialogo non può fare a meno dell’annuncio del Vangelo, come d’altronde il musulmano sincero e pio che mi vuol bene mi annuncia Dio come l’intende lui. Lungi dall’essere un’aggressione, l’annuncio è amore servizievole. Noi cristiani ci sentiamo solidali con tutti coloro che, proprio in base alla loro convinzione religiosa di musulmani, s’impegnano contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e libertà. In questo senso, i dialoghi di cui ho parlato si compenetrano a vicenda.

(da Mondo e Missione, Febbraio 2007)

Martedì 13 Marzo 2007 01:40

Sincero rispetto e lucido realismo (Enzo Bianchi)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Nei rapporti con l’ebraismo e l’islam

Sincero rispetto e lucido realismo

di Enzo Bianchi

Le tre religioni professano il monoteismo e si rifanno tutte e tre al Dio di Abramo. Il cristianesimo, però, presenta dei tratti che non sono ascrivibili al monoteismo delle altre due confessioni di fede. È allora ovvio che il dialogo a livello teologico sia asimmetrico e difficile, ma va incentivato tra i credenti il confronto sui temi che interessano l’umanità.

Il monoteismo, cioè la confessione di un Dio uno e solo, è un dato innanzitutto ebraico, ma poi, con il sorgere del cristianesimo e dell’islam, è stato declinato al plurale ("i monoteismi") a indicare le tre grandi religioni ebraica, cristiana e islamica.

È vero che esse riconoscono un Dio unico che identificano con il Dio di Abramo e di conseguenza tutti i loro credenti si sentono figli di Abramo, ma va detto con chiarezza che il cristianesimo presenta dei tratti che non sono ascrivibili al monoteismo delle altre due confessioni di fede.

1 Innanzitutto perché i cristiani non confessano solamente un Dio unico, ma un Dio fatto uomo in Gesù Cristo: Dio non è piu il "distinto", il "Santo" e quindi non uomo, non mondano, ma è invece Dio fatto carne, umanizzato nella storia e sulla nostra terra in Gesù, suo Figlio. Di conseguenza, i cristiani confessano Dio quale unico e uno, ma anche comunione (koinonia) del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Si potrebbe quindi porre la domanda: può il cristianesimo dirsi ancora un monoteismo? Sì, ma con delle specificazioni che mettono in evidenza la sua singolarità rispetto a ebraismo e islam.

2 Una seconda osservazione deve chiarire che proprio l’eredità della fede condivisa è diventata, come spesso accade nelle famiglie, motivo di gelosia, di opposizione e perfino di violenza. Ciascuno dei tre è stato persecutore e perseguitato dall’altro monoteismo – certo in misure molto diverse, anzi sproporzionate, e da valutarsi storicamente in modo differenziato, perché gli ebrei hanno perseguitato i cristiani solo nei primi decenni del cristianesimo – o comunque si è sempre trattato di un rapporto conflittuale e di rivalità. Così, la storia dei tre monoteismi è purtroppo segnata da opposizioni e violenze reciproche e quindi il dialogo intrapreso da alcuni decenni abbisogna di una "purificazione della memoria" e di una volontà di riconciliazione che ancora oggi paiono assai difficili e dense di contraddizioni.

Cristiani verso gli ebrei...

Quale atteggiamento si esige allora da parte dei cristiani nei rapporti con gli altri due monoteismi? Con l’ebraismo, innanzitutto. Un primo problema sorge con la definizione del partner dei cristiani in questo confronto: chi è l’Israele con cui tessere il dialogo? Infatti, è risaputo che l’ebraismo si presenta come una realtà complessa ed eterogenea.

Certamente è l’Israele credente, quello che l’apostolo Paolo chiama «l’Israele di Dio» (Gal 6,16), quello che noi possiamo chiamare ancora "popolo di Dio" in alleanza con lui. Ma attenzione, a rigor di termini, gli ebrei dell’epoca successiva alla nascita di Gesù non sono "fratelli maggiori" perché sono figli dell’Antico Testamento come lo sono i cristiani.

La Chiesa non si è sostituita al popolo di Israele in alleanza con Dio, quindi non è figlio minore, né figlio adottato: potremmo dire che ebrei e cristiani dei popoli dell’era volgare sono due "figli gemelli" dell’antica alleanza, due interpretazioni diverse dell’unico patto. Tra di essi, come scriveva già l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani (11,11-15), regna gelosia ed emulazione, ma occorre che questa sia vissuta non gli uni contro gli altri bensì come "zelo buono" per l’unico Dio vivente e per la promessa che egli deve ancora portare a pieno compimento.

Sì, da parte dei cristiani a volte c’è il rischio di "giudaizzare", conducendo con gli ebrei un tipo di dialogo che diminuisce e svuota la singolarità cristiana. Ora, l’Antico Testamento ci unisce, Gesù "ebreo per sempre" ci unisce e tuttavia, nel contempo, ci divide, perché per noi cristiani non è solo un profeta o un rabbi, ma l’uomo che ha "narrato" (exeghesato, Gv 1,18) il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, l’uomo che è la stessa parola di Dio fatta carne. Oggi, ed è questa la novità, alcuni grandi rabbini o studiosi rileggono da ebrei la vicenda di Gesù di Nazaret e dissipano l’antico e tradizionale disprezzo verso di lui. Sarà possibile intraprendere un dialogo veramente interreligioso, cioè un dialogo che riguardi la fede di Israele e della Chiesa per condurre insieme una ricerca attorno all’identità di Gesù di Nazaret?

Certo, sappiamo che questo dialogo non è teologicamente simmetrico: gli ebrei possono leggere l’Antico Testamento senza i cristiani – cosa che noi cristiani non possiamo fare – ma anche questa asimmetria può avere una dinamica nella pratica dell’ascolto cordiale reciproco. Il dialogo, infatti, resta necessario e non vi è spazio all’autoreferenzialità dell’«io non ho bisogno di te». L’essere fratelli "gemelli" ci chiede di accedere a una fase nuova del dialogo in cui ebraismo e cristianesimo, nati dallo stesso ceppo, imparino a percepirsi capaci di interrogarsi l’un l’altro.

...e verso l’islam

Per noi cristiani l’islam resta un "enigma": come può esserci per volontà di Dio una "nuova profezia" dopo Gesù, unico e definitivo mediatore e rivelatore di Dio? L’islam resta una realtà che non si può giustificare a partire dalla fede cristiana, una realtà esterna e, in un certo senso, non necessaria ed estranea. Non a caso, alcuni padri della Chiesa, da Giovanni Damasceno in poi, lo hanno letto come una "eresia cristiana".

Ma oggi noi cristiani riusciamo forse a leggere nell’islam una profezia anti-idolatrica, che ha portato la fede monoteistica alle genti attraverso la lotta contro l’idolatria presente in chi non conosce il Dio unico. Tuttavia le difficoltà del dialogo – dovute alla storia vissuta, alla non contemporaneità tra Paesi musulmani e Occidente, alla presenza aggressiva di componenti fondamentaliste nel mondo musulmano – permangono e stiamo solo muovendo i primi passi: giustamente monsignor Henri Teissier, arcivescovo di Algeri, ha osservato che nel dialogo con l’islam siamo all’età della pietra.

Anche in questo campo il dialogo, pur necessario, non è teologicamente simmetrico perché, mentre l’islam si considera continuazione autentica della rivelazione di "Gesù profeta dell’islam" e giudica il cristianesimo esistente come un’alterazione del messaggio evangelico, per noi cristiani tutto è stato detto e rivelato in Gesù Cristo, Signore e salvatore dell’umanità. Quale dialogo, allora, con l’islam? Certo, il dialogo teologico è molto difficile e va pensato come «ricerca sulla rivelazione di Dio» da entrambe le parti, ma per giungere a questo occorre un dialogo franco, rispettoso, che voglia essere un autentico servizio all’umanità, alla giustizia, al rispetto di ogni essere umano, alla pace.

Occorre cioè un dialogo che si nutra della "ragione", come ha richiamato Benedetto XVI, un dialogo che accetti il confronto sui temi che interessano l’umanità, condotto da credenti nel Dio unico che si propongono di camminare insieme sulle vie dell’umanizzazione. La libertà di professare la propria fede, la laicità delle istituzioni politiche, il confronto che rifugge la violenza e rigetta il terrorismo, la capacità di rileggere insieme la storia sono tutti temi sui quali oggi esistono differenze e anche conflitti, ma essi devono diventare nuove occasioni offerte ai credenti per mostrare, una volta spogliato dalle proiezioni perverse che alcuni ne fanno, il volto autentico del Dio unico e vivente.

Certo, con l’islam noi cristiani dovremmo comunque avere l’atteggiamento e i sentimenti di Gregorio VII che, nell’XI secolo, così scriveva ad Anzir, re della Mauritania: «Non c’è nulla che Dio approvi più del fatto che un uomo ami un altro uomo e che ciò che uno non vuole sia fatto a lui, non lo faccia a un altro. È questo amore, dunque, che noi cristiani e voi musulmani dobbiamo avere tra di noi in modo speciale, più che nei confronti di altre genti, perché crediamo e confessiamo, sebbene in modo diverso, un solo Dio che ogni giorno lodiamo e veneriamo come creatore dei secoli e reggitore di questo mondo» (PL 148, 450).

(da Vita Pastorale, 2 2007)

Bibliografia

Khoury A.T. (a cura di), Dizionario comparato delle religioni monoteistiche. Ebraismo - Cristianesimo - Islam, Piemme 1998, Casale Monferrato; Fumagalli P.F. (a cura di), Fratelli prediletti. Chiesa e popolo ebraico, Mondadori 2005, Milano; Caspar R., Pour un regard chretien sur l’Islam, Bayard 2006, Paris.

Domenica 25 Febbraio 2007 20:49

Il decalogo e la giornata. Islam e cristianesimo

Pubblicato da Fausto Ferrari

Islam e cristianesimo

Il decalogo e la giornata


Il documento qui riprodotto è stato elaborato da: Paolo Branca, docente di Lingua e letteratura araba nell’Università Cattolica di Milano; Stefano Allievi docente di Sociologia nell’Università di Padova; Silvio Ferrari, docente nelle Università di Milano e Lovanio; Mario Scialoja, presidente della Lega musulmana mondiale-Italia.

La Giornata del dialogo cristiano-islamico si è tenuto il 20 ottobre e giunge quest’anno alla quinta edizione. E’ nata in particolare su iniziativa del periodico Il dialogo e del suo direttore, Giovanni Sarubbi. E’ caduta tradizionalmente alla chiusura del periodo di digiuno e purificazione previsto dalla religione islamica (ramadan). Per conoscere le iniziative connesse alla Giornata (oltre che accedere a numerosi articoli e documenti sui temi del dialogo cristiano-islamico) si può consultare il sito www.ildialogo.org.




LE «TAVOLE DEL DIALOGO»

In occasione della Quinta giornata del dialogo cristiano-islamico (20 ottobre 2006), pubblichiamo un documento che ha ricevuto l’adesione di numerose persone singole, associazioni, enti, riviste (tra le quali Popoli).

L’idea è quella di un decalogo di cose possibili da fare, sulla via del dialogo con l’islam,

per costruire un‘etica comune.

E’ necessaria una gestione coraggiosa e consapevole di questo processo di incontro e convivenza.

Il diritto alla differenza non può mai diventare pretesa di una differenza nei diritti e nei doveri.

La presenza di musulmani in Italia ha ormai raggiunto una tale «massa critica» da non consentire che il fenomeno sia gestito soltanto attraverso forme d’intervento estemporanee e improvvisate, com’è spesso stato finora. L’impegno di molti che si sono prodigati, sia da parte italiana sia da parte islamica, con numerose iniziative conferma le potenzialità di un tessuto sociale vivo e attivo, ma proprio per non vanificare tali energie e al fine di evitare derive che hanno interessato di recente altri Paesi europei, ci sembra indispensabile che le istituzioni e i cittadini - italiani e non - coinvolti a vario titolo nella questione trovino modalità per riflettere e agire insieme all’interno di un progetto comune ispirato a principi chiari e condivisi.

Per questo (…) riteniamo doveroso richiamare alcuni punti che ci paiono di cruciale importanza nel compito comune che ci troviamo ad affrontare. Va da sé che i musulmani condividono con immigrati di altra origine molte problematiche simili. Sarebbe pertanto indebito ritenere le considerazioni che seguiranno come pensate esclusivamente per loro, anche se il presente documento ne tratta in modo specifico: una buona legge sulla libertà religiosa, ad esempio, andrebbe incontro alle esigenze di tutte le comunità e non solamente di quella islamica. La globalizzazione in atto, contrariamente a quanto ci si poteva ingenuamente aspettare, invece che a un indebolimento delle identità (reali o immaginarie) sta conducendo piuttosto a un loro irrigidimento che non sembra cogliere sufficientemente le potenzialità positive pur presenti nell’inedito incontro di uomini e culture che si sta producendo, bensì tende a enfatizzare diffidenze e timori che inducono alla chiusura e alla contrapposizione.

Siamo consapevoli dei rischi insiti in un vacuo relativismo che potrebbe portarci a poco auspicabili confusioni e allo svilimento delle tradizioni culturali e religiose di ciascuno: ma il valore che attribuiamo alla nostra e altrui identità ci spinge a ritenere necessaria una gestione coraggiosa e consapevole di questo processo di incontro e convivenza, l’unica in grado di portare a buoni risultati nell’interesse comune. Per questa ragione pensiamo che vada scoraggiato con ogni mezzo lo spirito di sospetto e di rivalsa che in taluni - da entrambe le parti - sembra purtroppo prevalere. I punti che ci pare necessario richiamare sono:

1. Incoraggiare la collaborazione con le istituzioni a ogni livello per promuovere una reale partecipazione. dimostrando che le regole della democrazia tutelano e premiano i comportamenti migliori. A tale scopo è utile in particolare partire dal censimento e dalla valorizzazione delle molteplici esperienze in atto anche al fine di contrastare una comunicazione basata su semplici opinioni, anziché su evidenze empiriche. Interventi formativi all’interno delle pubbliche amministrazioni (scuola, sanità, carcere, personale di polizia, ecc.) sulle tematiche relative al pluralismo culturale nelle aree di loro competenza, con un taglio che privilegi la concretezza delle situazioni su considerazioni di ordine astrattamente teologico, ideologico o politologico. Il confronto con esperienze internazionali che già affrontano da tempo temi e situazioni analoghe consentirebbe di valutarne gli esiti e di ispirarsi alle pratiche (legislative e operative) più efficaci. 

2. Scoraggiare con fermezza ogni forma di illegalità per evitare il formarsi di società parallele o gruppi che si percepiscano e si presentino come corpi estranei: il diritto alla differenza non può e non deve mai diventare pretesa di una differenza nei diritti e nei doveri.

3. Valorizzare le iniziative che si pongono nella prospettiva della condivisione di valori, interesso e impegno comune al servizio della collettività.

4. 4 Dare priorità alle donne e ai giovani che, senza rinunciare alla propria specificità culturale e religiosa, dimostrano di voler sviluppare, con chi condivide i loro problemi e le loro aspirazioni, attività che favoriscono contatti, scambi e integrazione. 

5. Offrire, a livello universitario, percorsi di maturazione e di formazione a quanti intendono svolgere funzioni di servizio alle comunità, specie nei ruoli di orientamento e di guida. Non si tratta ovviamente di formare i ministri del culto, ma di favorire l’emersione e il consolidamento di competenze e capacità specifiche tra coloro che già operano nei diversi gruppi, affinché la loro azione sia maggiormente adeguata alle finalità dell’integrazione e della partecipazione alla vita del Paese in cui risiedono.

6. Stimolare, specie nelle scuole, la valorizzazione degli apporti delle differenti culture del Mediterraneo alla costruzione di una comune civiltà. Laddove siano presenti numerosi alunni arabofoni, appositi corsi per la conservazione e lo sviluppo della lingua d’origine (del resto già in atto, in forma sperimentale) andrebbero diffusi e sostenuti. Tali interventi non sarebbero ad esclusivo vantaggio degli immigrati, ma contribuirebbero alla trasformazione dell’intero settore scolastico non sarebbe adeguato che alla realtà di un mondo sempre più interdipendente se restasse ancorato a forme di istruzione centrate soltanto sulla cultura locale.

7. Incoraggiare i mass media a dare spazio alle numerose esperienze di collaborazione e di condivisione tra persone di fede e di cultura diversa, evitando di diffondere e/o amplificare soltanto fatti e notizie che confermino mutui pregiudizi. Non si tratta evidentemente di occultare le problematicità, ma ancora una volta di partire dalla realtà che è più ricca delle sue rappresentazioni, mediante inchieste sul campo, lavoro di terreno empirico, informazione completa e imparziale.

8. Promuovere politiche che migliorino le condizioni di vita delle società di provenienza degli immigrati, con riferimento non soltanto alla situazione economica ma anche allo sviluppo della società civile, al rispetto dei diritti umani e alla valorizzazione del pluralismo ad ogni livello.

9. Valorizzare l’azione delle istituzioni locali, che sono a contatto diretto con le realtà di base, nel promuovere iniziative che - per la qualità degli interventi e le loro ricadute positive sul territorio - possono costituire dei modelli validi anche per analoghe situazioni, in stretto contatto con le agenzie culturali e religiose che già operano in tal senso.

10. Approfondire la conoscenza reciproca, nel mutuo rispetto pur senza rinunciare allo spirito critico e autocritico, non solamente con sporadiche iniziative informative, ma attraverso il lavoro permanente e sistematico di gruppi che affrontino insieme tematiche specifiche di comune interesse. Ciò favorirebbe inoltre lo sviluppo di prospettive professionali che facciano tesoro delle competenze e delle capacità di chi si distingue nel lavoro interculturale.

(da Popoli, ottobre 2006)

Venerdì 12 Gennaio 2007 00:56

Un decalogo per il dialogo (Brunetto Salvarani)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Giornata ecumenica del dialogo cristianoislamico
Un decalogo per il dialogo
di Brunetto Salvarani


Tre indicazioni - 2° ottobre 2006, ultimo venerdì di Ramadam 1427, quinta giornata ecumenica del dialogo cristianoislamico - per un unico giorno del calendario. Esemplari, per cogliere la lettura plurale con cui il processo di moltiplicazione di sguardi religiosi con cui, anche nel nostro paese, si legge la realtà: ma anche per evidenziare il bisogno di più dialogo (e non di meno dialogo, come strillano di regola le gazzette che contano) per affrontare con speranze di successo la sempre più difficile situazione in atto. Semmai. di un dialogo più qualificato, consapevole e popolare, su cui le chiese cristiane italiane - così come le comunità musulmane - investano e in cui credano, come l’unico linguaggio credibile per dire Dio nell’oggi della storia.

E’ una volta di più, la linea del Vaticano II con la dichiarazione Nostra aetate, della pedagogia dei gesti così cara a Giovanni Paolo II, della Charta oecumenica stilata nel 2001 a Strasburgo, ma anche delle prime dichiarazioni di Benedetto XVI, non appena eletto al soglio di Pietro lo scorso anno, e ancora alle comunità islamiche di Colonia, ai margini della Giornata mondiale della gioventù, la scorsa estate. Poi, venne Ratisbona, con i ben noti fraintendimenti più o meno cercati, su cui ormai è già stato detto tutto. In ogni caso, segnale vistoso della complessità estrema delle relazioni interreligiose, in una stagione di identità troppo spesso esibite, urlate e violente; nonché, una volta di più, cercando di volgere in positivo la cosa, occasione di purificazione per un colloquio (quello cristianoislamico, in particolare) che è ancora bambino e troppo influenzato dal surriscaldatissimo clima planetario.

La convivenza come “sfida”

In tale contesto, appare quasi miracoloso che l’esperienza della Giornata ecumenica del dialogo, nata all’indomani dell’11 settembre 2001 con un appello firmato da un gruppo qualificato di cristiane e cristiani di diverse confessioni e impostasi con la forza del passaparola, senza finanziamenti e senza amplificazioni mediatiche, sia giunta al termine del suo primo lustro in buona salute.(1) Tra le molte manifestazioni previste un po’ in tutta Italia, cito almeno quella di Roma, che si svolgerà presso la grande moschea e culminerà in una tavola rotonda dal titolo La sfida della convivenza e il dialogo tra le fedi. Vi parteciperanno Abdellah Redouane, segretario del Centro islamico culturale d’Italia, il vescovo Vincenzo Paglia, presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo, la pastora Maria Bonafede, moderatore della Tavola valdese. mons. Piero Coda, presidente dei teologi italiani, Paolo Naso, direttore della rivista Confronti. e il ministro per la solidarietà sociale, On. Paolo Ferrero.

Se la Giornata ecumenica ha saputo attraversare indenne questi anni complicati e faticosi, e questi ultimi mesi addirittura affannati, densi di slogan beceri e di contrapposizioni frontali, è perché, in fondo, al dialogo non esiste alternativa. Il problema, piuttosto, riguarda, da un lato, la sua praticabilità, in un contesto di reiterate e penose strumentalizzazioni, di ascolto reciproco sostanzialmente nullo e di reciproche scomuniche quotidiane; e, dall’altro, i suoi contenuti, quelli di una parola che rischia il depotenziamento a causa del suo abuso e della sua banalizzazione.

Ecco allora che, opportunamente, il comitato organizzatore, di anno in anno allargatosi fino a comprendere molte riviste e associazioni oltre ai singoli che lanciarono il primo appello, propone stavolta, quale motto, Un decalogo per il dialogo, con l’obiettivo di riempire di contenuti concreti tale cammino, recuperando e facendo proprio il lavoro prezioso di un gruppetto di specialisti impegnati in prima persona, il sociologo Stefano Allievi, il linguista Paolo Branca, il giurista Silvio Ferrari e Mario Scialoja, presidente per l’Italia della Lega musulmana mondiale. (2)

La loro riflessione prende le mosse dalla constatazione secondo cui la presenza di musulmani nella nostra penisola ha ormai raggiunto una tale mossa critica da non consentire che il fenomeno sia gestito soltanto attraverso forme d’intervento estemporanee e improvvisate, com’è spesso stato finora. L’impegno di molti che si sono prodigati, da una parte e dall’altra, con numerose iniziative, conferma le potenzialità di un tessuto sociale vivo e attivo ma, proprio per non vanificare tali energie e al fine di evitare derive che hanno interessato di recente altri paesi europei, appare indispensabile che le istituzioni e i cittadini italiani e non, coinvolti a vario titolo nella questione, trovino modalità per riflettere e agire insieme all’interno di un progetto comune ispirato a principi chiari e condivisi.


La dimensione politica del dialogo


Per questo, mentre il nostro paese vive un decisivo momento di riformulazione degli equilibri politici e delle sue prospettive di riforma, il documento motiva il richiamo ad alcuni punti che sembrerebbero di cruciale rilevanza nel compito comune che ci troviamo ad affrontare. Va da sé che i musulmani condividono con immigrati di altra origine molte problematiche simili. Sarebbe pertanto indebito ritenere le considerazioni tracciate come pensate esclusivamente per loro, anche se il testo ne tratta in modo specifico: una buona legge sulla libertà religiosa, ad esempio, andrebbe incontro alle esigenze di tutte le comunità e non solamente di quella islamica.

La globalizzazione in atto, contrariamente a quanto ci si poteva ingenuamente aspettare, invece che ad un indebolimento delle identità (reali o immaginarie) sta conducendo piuttosto ad un loro irrigidimento che non sembra cogliere sufficientemente le potenzialità positive pur presenti nell’inedito incontro di uomini e culture che si sta producendo, bensì tende ad enfatizzare diffidenze e timori che inducono alla chiusura e alla contrapposizione.

I quattro si dicono consapevoli dei rischi insiti in un vacuo relativismo che potrebbe portarci a poco auspicabili confusioni e allo svilimento delle tradizioni culturali e religiose di ciascuno: ma il valore che attribuiamo alla nostra e altrui identità li spinge a ritenere necessaria una gestione coraggiosa e consapevole di questo processo di incontro e convivenza, l’unica in grado di portare a buoni risultati nell’interesse comune:

Per entrare più nel dettaglio, riprendiamo un paio di punti del decalogo, a partire dal primo, il più esteso e quello, per certi versi, maggiormente strategico, secondo il quale occorrerebbe incoraggiare la collaborazione con le istituzioni ad ogni livello per promuovere una reale partecipazione, dimostrando che le regole della democrazia tutelano e premiano i comportamenti migliori. A tale scopo sarebbe utile, in particolare, partire dal censimento e dalla valorizzazione delle molteplici esperienze in atto, anche al fine di contrastare una comunicazione basata su semplici opinioni, anziché su evidenze empiriche; e promuovere interventi formativi all’interno delle pubbliche amministrazioni (scuola, sanità, carcere, personale di polizia...) sulle tematiche relative al pluralismo culturale nelle aree di loro competenza, con un taglio che privilegi la concretezza delle situazioni su considerazioni di ordine astrattamente teologico, ideologico o politologico. Il confronto con esperienze internazionali che già affrontano da tempo temi e situazioni analoghe consentirebbe di valutarne gli esiti e di ispirarsi alle pratiche (legislative e operative) più efficaci.

Importante è altresì il punto sette in cui s’incoraggiano i mass media a dare spazio alle numerose esperienze di collaborazione e di condivisione tra persone di fede e di cultura diversa, evitando di diffondere e/o amplificare soltanto fatti e notizie che confermino mutui pregiudizi. Non si tratta evidentemente di occultare le problematicità, ma ancora una volta di partire dalla realtà che è più ricca delle sue rappresentazioni, mediante inchieste sul campo, lavoro di terreno empirico, informazione completa imparziale. Gli esempi delle ultime settimane, ancora una volta, esprimono la centralità di un simile assunto.

La novità più evidente riguarda la dimensione politica del dialogo che non può più restare confinato nelle spesso anguste formulazioni del religioso. Anzi. Questo è il messaggio di fondo, ineludibile: per lavorare nel dialogo con la prospettiva di un confronto sincero quanto fruttuoso, dovremo sempre più usare parole laiche e stili di comportamento laici. Laici e, beninteso, piaccia o no, politici.


Non è lo scontro tra bene e male

Va infatti sottolineato come, attualmente, il dialogo si riveli sovente più aspirazione che realtà: e sarà perciò, per ora, più onesto limitarsi a parlare di incontri interreligiosi, o, più in generale, di rapporti interreligiosi, o ancora, come fa la teologia più avvertita, di scambi o conversazioni tra religioni. Del resto, in più di un documento vaticano - fra cui la stessa Nostra aetate e l’enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI - il termine dialogo traduce il latino colloquium, evocarne una versione maggiormente dimessa e quotidiana: è la dimensione dialogica che si manifesta nelle relazioni sociali tra credenti di differente appartenenza. Infatti, accade spesso, oggi, che la fondante dimensione dialogica sia quella personale, privata, concreta, come quella di fatto sperimentata da quanti hanno a che fare, direttamente e non superficialmente, con immigrati di religioni altre. ad


Papa Ratzinger. lo scorso 25 settembre, nel ricevimento degli ambasciatori dei paesi musulmani e dei membri della Consulta islamica voIuta dal governo italiano, ha detto fra l’altro: «E’ necessario che, fedeli agli insegnamenti delle loro rispettive tradizioni religiose, cristiani e musulmani imparino a lavorare insieme, come già avviene in diverse comuni esperienze, per evitare ogni forma d’intolleranza, e opporsi ad ogni manifestazione di violenza; è altresì doveroso che noi, autorità religiose e responsabili politici, li guidiamo e incoraggiamo ad agire così».
La grande sfida che attende i fautori del dialogo - come ha scritto recentemente Enzo Bianchi (3) – è infatti quella di evitare una lettura delle differenze, anche profonde, come scontro tra il bene e il male, di rifuggire l’identificazione tra un islam astratto e l’incarnazione del male e di rifiutarsi di demonizzare l’altro. Per riuscire in tale impresa, ciascuno deve fare appello alla ragione di cui tutti sono muniti e che, nel suo fecondo intrecciarsi con i dati della rivelazione, ci può ricondurre sulle vie della pace e della fratellanza umana

(da Settimana, 15 ottobre 2006)

Note(1) Per il testo dell’appello, e per i materiali relativi alle scorse edizioni, si può visitare il sito dell’iniziativa: www.ildialogo.org
(2) Il testo in questione è comparso per la prima volta proprio su queste pagine, in Sett., n. 22 (4 giugno 2006), p. 4
(3) Bianchi E., “Il dialogo con l’Islam, un’occasione offerta ai cristiani, in La Stampa (24 settembre 2006).
Martedì 05 Dicembre 2006 01:18

Hussar, profeta del dialogo (Giuseppe Caffulli)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Hussar, profeta del dialogo
di Giuseppe Caffulli *

Nevé Shalom è un pugno di case linde adagiato sul cocuzzolo di una collina, in mezzo agli ulivi e ai campi tra Gerusalemme e Tel Aviv. L’8 febbraio all’Oasi della pace (questo il significato del doppio nome in ebraico e in arabo: Nevé Shalom/Wahat al-Salam) non è un giorno qualsiasi. È il giorno in cui si fa memoria della morte di padre Bruno Hussar, il fondatore. Quello di quest’anno è un anniversario ancora più sentito, perché ricorre il decennale. E nella Dumia, il Santuario del Silenzio, la cupola bianca dove gli uomini di tutte le religioni possono pregare Dio, gli abitanti di questo singolare condominio solidale ricorderanno il mandato spirituale lasciato da quel frate domenicano ebreo definito dal cardinale Carlo Maria Martini «un profeta di riconciliazione e pace in Israele».

Ma chi è stato Bruno Hussar, e quale è oggi la sua eredità?

Nato in Egitto nel 1911 da padre ungherese e madre francese, entrambi ebrei non praticanti, frequentò al Cairo il liceo italiano. All’età di 18 anni si trasferì in Francia, conseguendo a Parigi la laurea in ingegneria. Nel dicembre del 1945 entrò nell’ordine dei domenicani, diventando sacerdote nel 1950. Poi la svolta decisiva: i superiori gli affidarono il compito di aprire a Gerusalemme un centro di studi sull’ebraismo (dal cui tronco nascerà la Casa di sant’Isaia, laboratorio ante litteram del dialogo tra cristianesimo ed ebraismo). In quel periodo si va sempre più precisando in Hussar una certezza profonda: l’appartenenza a Israele pur nella nuova identità cristiana.

Oggi i tempi sono mutati e si guarda con simpatia al dialogo tra ebraismo e cristianesimo. In Israele esiste una comunità cattolica di lingua ebraica che si propone come «ponte» (non senza difficoltà e incomprensioni) tra mondo ebraico e mondo cristiano. Ma a quei tempi le cose erano differenti. Negli ambienti cristiani, scrive Hussar nel libro autobiografico Quando la nube si alzava..., gli ebrei erano ancora perfidi, ladri e bugiardi.

Gli anni del Concilio portano grazie a Dio una ventata di novità. Hussar affianca il cardinale Agostino Bea nell’elaborazione del «testo ebraico», divenuto poi il quarto paragrafo della Dichiarazione Nostra Aetate sull’atteggiamento della Chiesa verso le religioni non cristiane. Il placet a quel testo, il 20 ottobre 1965, non fu né facile né scontato da parte dei Padri conciliari. Il contributo di Hussar all’approvazione del documento fu tale che due settimane dopo ricevette la cittadinanza d’Israele che aveva atteso per anni.

Nel turbolento Medio Oriente scoppiava pochi anni dopo il sanguinoso conflitto dei Sei Giorni (1967), che aumentava ancora di più la distanza tra mondo arabo e mondo israeliano.

Come segno concreto di pace e di riconciliazione tra i due popoli che si fronteggiano come nemici in Terra Santa, padre Bruno comincia a coltivare il sogno di Nevé Shalom, un villaggio nel quale ebrei e arabi palestinesi possano vivere in pace e amicizia. A partire dal 1974 l’Oasi della pace comincia a prendere forma.

«Il suo principale merito - commenta Bruno Segre, presidente dell’Associazione Amici di Nevé Shalom - è quello di essere diventato motore di un importantissimo mutamento di mentalità. Gli intoppi sul cammino non mancano, ma il villaggio resiste come modello di convivenza ragionevole e secolarizzata fra persone che si identificano con tradizioni religiose, culture, nazionalità diverse e conflittuali».

E dell’eredità spirituale di padre Hussar, che cosa resta? La risposta va cercata certamente a Nevé Shalom, simbolo di una pace possibile, ma ancora di più in un rimando costante a Dio e alla preghiera, nella consapevolezza che i costruttori di pace devono chiedere con insistenza il dono dell’ascolto e della comprensione. Anche nei tempi bui (e Dio solo sa quando finiranno i tempi bui per la martoriata Terra Santa), padre Bruno ha insegnato ai suoi figli a restare saldi, come sentinelle che scrutano l’aurora. A dieci anni dalla morte, accanto alla bianca Dumia, padre Bruno veglia ancora sulla sua utopia diventata realtà. In una riflessione sul processo di pace nel Vicino Oriente, dopo gli accordi di Oslo del 1994, annotava: «Gli estremisti dei due campi fanno già di tutto per frustrare gli sforzi verso la pace. La nostra esperienza ci ha insegnato che non bisogna rinunciare a sperare».

* Direttore della rivista Terrasanta

Venerdì 24 Novembre 2006 21:13

Dialogo Islamo-Cristiano (Halim Noujaim)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Dialogo Islamo-Cristiano
di Halim Noujaim
Direttore della scuola Terra Sancta College - Nazareth

Introduzione

Molti sono i pareri contraddittori riguardo al dialogo islamo-cristiano.
Molte le posizioni contraddittorie riguardo allo stesso argomento. Difficilmente possiamo trovare su questo argomento una posizione equa e stabile.

In questa mia esposizione cercherò di prendere una posizione media, fin tanto è possibile, riguardo alla serietà del dialogo e della sua necessità in una società come quella della Terra Santa.

Noi francescani e specialmente noi che operiamo in Terra Santa, non possiamo ignorare questo argomento, perché è punto focale nella nostra spiritualità francescana di Terra Santa. Come possiamo dimenticarlo, quando l’Assisiate fu tra i pionieri del dialogo tra cristiani e musulmani! Inoltre molte nostre istituzioni sociali e religiose vivono questa realtà quotidianamente!

Se osserviamo la storia cristiana in Terra Santa, troviamo che i cristiani di queste regioni hanno vissuto e vivono tuttora in condizioni molto difficili, mettendo in pratica la parola del Signore: "come hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" perché "il discepolo non è più grande del maestro".
Dopo l’islamizzazione di queste regioni, in Terra Santa si ebbero tre religioni monoteiste: Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Di conseguenza l’autorità civile, lungo i secoli, apparteneva ad una o all’altra religione. Molte volte le "religioni" si sono fronteggiate con guerre dure e sanguinose. Conflitti e guerre per la sopravvivenza.

Ora tocca a noi capire che il nostro destino è di vivere insieme, prendendo lezioni dal passato, lontano e vicino, e accettare di formare una società multi religiosa, basata sulla uguaglianza, e sulla giustizia.
Il dialogo tra le tre religioni è così una esigenza irrinunciabile della Terra Santa.


La salvezza è generale
.

Siccome lo Spirito opera anche nei seguaci delle altre religioni, ne consegue che pure loro possono salvarsi.

La Chiesa incoraggia i suoi figli a riconoscere i valori morali, spirituali, sociali e culturali che esistono nelle altre religioni, anzi li sprona a mantenere e sviluppare questi valori, attraverso il dialogo e la cooperazione, con intelligenza, comprensione e amore, testimoniando la fede e la vita cristiana.

Questa apertura positiva verso le altre religioni non cristiane, non significa che dobbiamo sottovalutare le contraddittorietà che esistono tra queste religioni non cristiane e la rivelazione cristiana, ma dobbiamo tenere presente e mettere in luce le diverse posizioni e principi fondamentali esistenti nelle altre religioni.
Gli insegnamenti cristiani asseriscono che i non cristiani aderendo oggettivamente alle prescrizioni giuste delle loro religioni, con buona fede, possano salvarsi con la stessa salvezza che Cristo ha donato all’umanità, seguendo i dettami delle loro coscienze, anche se non credono che Cristo sia il loro salvatore.
Si può affermare, secondo san Paolo, che l’uomo si salva se crede nella esistenza di Dio Renumeratore, e che Dio giudica l’uomo secondo le sue opere.

Commentando questo pensiero, Kanawati, studioso del Dialogo Islamo-cristiano, afferma: "Se voglio dialogare con un musulmano, non debbo incominciare mettendolo all’inferno per la sua fede, ma debbo affermargli che potrà salvarsi se si realizzano in lui alcune condizioni che non sono impossibile, pur rimanendo musulmano. Solo così sarà possibile iniziare un proficuo dialogo.

San Paolo afferma che Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini e che arrivino alla conoscenza della verità; (1) e la stessa affermazione la troviamo nel libro degli Apostoli. (2)

Mentre nel cristianesimo la salvezza è estesa a tutti i popoli di buona volontà, nell’Islam non troviamo questa dichiarazione, nonostante che alcuni si sforzino a generalizzare la salvezza. Si basano su una frase del Corano che dice: ad ogni popolo Iddio manda un suo Messaggero.

Il teologo Al Ghazali (1058-1111), afferma che "se i non musulmani sono leali e moralmente buoni, possono salvarsi". Mentre Mahmoud Ayyoub, dice che l’Islam non è tanto chiaro in questo argomento, infatti afferma: "La dottrina musulmana dice che onorare Dio è sufficiente per salvarsi e per guadagnare la felicità eterna nella seconda vita". E, di seguito, afferma "che davanti a questa dottrina i musulmani si trovano ad un bivio: come conciliare il loro diritto come una comunità di credenti e accettare il diritto degli altri ad esistere…" Finora non si sono resi conto dell’insegnamento del Corano, che vede nell’unicità del genere umano e la molteplicità delle religioni e delle culture, come una prova dell’unicità di Dio.

Recentemente dice Mohammad Sa’iddin che "il primo principio del dialogo islamo-cristiano è l’invito chiaro a Dio e alla religione musulmana… E si considera il dialogo un’applicazione pratica dell’invito alla religione musulmana". (3) Ad ogni modo sembra che l’Islam non possa rinunciare alla sua professione di fede che si riassume nel credere in Dio e in Maometto come suo messaggero, e, senza questa professione di fede, non c’è salvezza per l’uomo. Questa ultima affermazione i cristiani non la potranno mai accettare.

Così abbiamo visto che, secondo il cristianesimo e l’islam, le vie della salvezza dell’uomo sono molteplici, anche se ciò non è tanto chiaro, per i musulmani, e non si possono restringere a un popolo escludendo gli altri, perché non si può limitare la misericordia di Dio, a non espandere la sua giustizia e il suo amore per comprendere tutte le religioni e i popoli che vivono onestamente entro le differenti religioni. Dio non può che essere ad una distanza unica da tutti gli individui e da tutte le religioni, dalla creazione dell’uomo fino ai nostri tempi. (4)

Il dialogo in senso generale


Il dialogo è tra due o più interlocutori che sono su posizioni diverse con lo scopo di arrivare ad un punto di intesa.

Il dialogo è uno scambio di idee, fonte di arricchimento per tutti gli interlocutori.

Il dialogo non si limita alla convivenza pacifica e serena, ma ha lo scopo di sradicare il fanatismo religioso, perché, cristiani e musulmani, lavorino insieme nella educazione, nella giustizia sociale, nello sviluppo della società, per raggiungere fini ottimali dei diritti e dei doveri dell’uomo.

Il dialogo è accogliere che l’altro abbia il diritto di avere un parere differente dal mio, anzi è meglio che sia così, e in ciò si applica il detto di Voltaire: "sono in contrasto con te fino alla morte, e fino alla morte difendo il tuo diritto di esporre il tuo parere". (5)

Alcuni hanno creduto che il dialogo sia un conflitto tra il vero e il falso. Perciò il suo scopo principale era di convertire l’interlocutore alla propria fede religiosa, se non voleva andare all’inferno. Alcuni sono arrivati ad insultare e bestemmiare l’altra religione, ed è ciò che causò molte guerre tra le religioni, duranti i secoli passati.

Il vero dialogo non mira alla conversione della seconda parte alla nostra religione, ma mira al consolidamento di ognuno degli interlocutori nella propria religione per costruire un nuovo mondo fondato sulla giustizia e sulla pace.

Il dialogo può evolversi su problemi dottrinali, ma non per convincere l’altra parte della falsità della sua dottrina, ma per chiarire all’altro la propria.

La religione non parla solamente del paradiso, ma anche dei problemi sociali, come: la difesa dei deboli, degli oppressi, degli emarginati, degli abbandonati, ecc....

"Incontrarsi, sedersi tutti insieme: cristiani e musulmani, come un tentativo per capire meglio la nostra umanità, e la nostra relazione con la verità divina nonostante i vari nomi che le diamo... in realtà è atto incoraggiante. Speriamo di poter sentire l’invito divino e che possa riempire le nostre anime e vivificarle. (6)

Il dialogo è il modo nel quale i cristiani incontrano i seguaci di altre tradizioni religiose per camminare insieme verso la verità e per lavorare insieme in progetti di comune interesse… Il dialogo con persone di altre religioni ci ha insegnato che come cristiani possiamo vivere la nostra fede in maniera più integra e possiamo essere veri testimoni di Cristo attraverso la collaborazione con gli altri credenti. (7)

Il dialogo interreligioso favorisce una collaborazione dei vari interlocutori per preparare dei piani comuni sui problemi mondiali, sull’oppressione e sulla giustizia tra le religioni, nel nostro caso tra l’Islam e il Cristianesimo.

Insomma il dialogo pone la sua forza nell’accettazione dell’altro, nonostante la diversità dei punti di vista, ma con carità, amore e sincerità.
Il Dialogo nell’Islam e nel Cristianesimo

Teoricamente le due religioni invitano alla convivenza reciproca e pacifica e al dialogo tra gli adepti.

L’Islam:

Nel Corano ci sono dei versetti che invitano al dialogo, come: "O gente del libro (cristiani e ebrei), venite ad una parola di intesa tra voi e noi". (8) In realtà la parola di verità e di giustizia, è quella che mette ordine tra tutti. Sembra che il Corano inviti affinché gli incontri siano fraterni, ricavando da essi (incontri) il bene e le lezioni morali che avvicinano l’uomo all’uomo.

Riguardo ai cristiani il Corano dice: "Non discutete con la gente del Libro se non in cose migliori". (9) Dice Mohammad Munir Sa’adiddin che "noi, musulmani e cristiani, siamo una famiglia sola; ci unisce la fede in Dio e la rivelazione divina".

"Il dialogo in cose migliori significa - sempre secondo Sa’adiddin - che dobbiamo scegliere la parte migliore nel comportamento reciproco, e seguire la strada migliore nello scegliere le parole e le espressioni giuste in un metodo pacifico e tranquillo… fino a diventare tutti buoni amici". (10)

Un altro autore musulmano, commenta una terza frase del Corano che dice: "O popoli, vi abbiamo creati maschio e femmina e abbiamo creato vari popoli e razze, affinché venite a conoscenza che i migliori ( i credenti) tra di voi sono i più pii". (11)

Lo scrittore Mahmoud Ayyoub commentando la stessa frase dice: "Iddio vuole manifestare l’unità nella molteplicità, e invitare gli uomini al dialogo…" e aggiunge "Dio non vuole soltanto la conoscenza reciproca, gli uni dagli altri, ma vuole che gli uni rispettino gli altri, anzi Iddio vuole che impariamo come possiamo intenderci gli uni con gli altri". (12)

Un altro autore dice che "per fede io sono obbligato a porger la mia mano all’altro, affinché lui mi conosca, e io conosca lui". (13)

Secondo il Corano, Dio asserisce che Maometto non può portare chiunque alla conoscenza di Dio, cioè portar ad abbracciare la fede musulmana, ma è Dio stesso che porta chi vuole lui alla fede. (14)

Leggiamo nella Hadith (15) musulmana che non ogni credente è musulmano e neppure ogni musulmano è credente. Perciò non tutti quelli che pretendono di essere musulmani, sono necessariamente tali, ma sono tali solamente quelli che sono pii, devoti e pieni di timor di Dio. Perciò, è possibile trovare dei veri credenti che non siano musulmani, come è possibile trovare dei musulmani che non sono dei veri credenti. Dio solo conosce l’intimo dell’uomo e Lui solo distingue il vero credente dal non credente.

Cristianesimo:
Nel cristianesimo troviamo l’invito all’apertura a tutti i popoli. Questo invito già lo troviamo nell’Antico Testamento specialmente quando dichiara che la Salvezza si estende a tutti i popoli e non solo agli israeliti.

Cristo Signore, nonostante che nel Vangelo affermi che è stato inviato per i figli d’Israele, lo troviamo a conversare con la samaritana, la cananea e fare miracoli a beneficio dei pagani, come il centurione. Cristo loda la fede dei pagani (Dialogo e Proclamazione, n. 21) … e invia i suoi discepoli a portare il Vangelo a tutte le genti senza distinzione tra popoli, razze e religioni.

Papa Paolo VI, dice (16) : "La religione musulmana merita la nostra ammirazione per tutto quello che c’è di vero e buono nell’adorazione di Dio", e di nuovo, nel suo discorso a Kampala, in Uganda, ha espresso il suo profondo rispetto per la fede che i musulmani hanno, ed ha auspicato la speranza che "ciò che noi possediamo in comune possa servire a unire cristiani e musulmani, sempre più strettamente, in una autentica fraternità". (17)

Questa affermazione di Paolo VI, causò scompiglio nella chiesa cattolica. Alcuni sono arrivati a pensare che la missione della Chiesa di convertire i popoli alla fede di Cristo, perché possono salvarsi, non era più necessaria, purché i credenti delle altre religioni vivessero la propria fede con coerenza.

Dopo un lungo silenzio, il Papa pubblica la "Evangelii Nuntiandi", per chiarire la posizione della Chiesa, e dire che, nonostante la presenza di alcuni elementi buoni e veri nelle altre religioni, tuttavia rimane solamente la religione di Cristo, che la Chiesa proclama, attraverso l’Evangelizzazione, ad essere l’unica religione che pone la persona umana, oggettivamente, in relazione con Dio. In altre parole la nostra religione stabilisce effettivamente un’autentica e viva relazione con Dio, che le altre religioni non sono riuscite ad avere. (18)

Attualmente la dottrina della Chiesa in questo campo dice che i cristiani non devono pensare di possedere tutta la verità, e quelli delle altre religioni non hanno nulla di vero. Piuttosto devono essere pronti a riconoscere la presenza dello Spirito nell’altro. Non possiamo porre limiti all’azione dello Spirito.


Anche se si trova qualche cosa di buono nelle altre religioni, tuttavia non si deve pensare che ogni cosa sia perfetta nelle varie tradizioni religiose del mondo. Esse hanno anche i loro lati oscuri. Possono includere riti degradanti o pratiche che sono moralmente discutibili. Questi elementi sono quindi soggetti a giudizio.

Perciò quanto di bene si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti particolari e nelle culture dei popoli, non solo non deve andar perduto, ma viene sanato, elevato e perfezionato per la gloria di Dio… Papa Giovanni Paolo II dice che "il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa". (19)

Questo dialogo può assumere molte forme, ovunque stiano insieme persone di differenti religioni: cercare di vivere in armonia, fianco a fianco, lavorare insieme a beneficio della società, chiarire le idee sull’altro attraverso scambi formali, condividere esperienze spirituali ecc...

Sappiamo, che le relazioni fra persone di differenti religioni non sempre sono facili. Possono sorgere tensioni. Mediante il dialogo, i cristiani e gli altri sono invitati ad approfondire il loro impegno religioso, e a rispondere, con crescente sincerità, all’appello personale di Dio e al dono gratuito che egli fa di se stesso. (20)

Giovanni Paolo II, a più riprese parla chiaramente della presenza dello Spirito Santo anche nelle altre religioni. E, nell’Enciclica "Redemptor Hominis", afferma chiaramente la presenza dell’opera dello Spirito oggigiorno persino fuori del Corpo Visibile della Chiesa".(6) Questa affermazione è da intendersi nel senso che, "secondo Giovanni Paolo II, l’azione dello Spirito della verità è limitata a ciò che vi è di buono nella vita dei musulmani e nella loro religione". (21)

Nel discorso agli 80.000 giovani a Casablanca, il 19 agosto 1985, Papa Giovanni Paolo II, dopo d’aver affermato che cristiani e musulmani hanno molte cose in comune, come credenti e come uomini, parla pure di differenze, che non possiamo sottovalutare: "La lealtà esige pure che riconosciamo e rispettiamo le nostre differenze. Evidentemente, quella fondamentale è lo sguardo che posiamo sulla persona e sull’opera di Gesù di Nazaret. Inoltre, aggiunge il Papa, che "dobbiamo rispettarci, e anche stimolarci gli uni gli altri nelle opere di bene sul cammino di Dio". (22) Ad ogni modo "il dialogo deve esser condotto e attuato con la convinzione che la Chiesa è la via ordinaria di salvezza (23) e che solo essa possiede la pienezza dei mezzi di salvezza" , e "il Papa classifica le altre religioni come teologicamente immature, incomplete e bisognose di aiuto".


I principi del Dialogo Islamo-cristiano


Per avere un vero e autentico dialogo interreligioso, bisogna tener conto di alcuni principi:

1 - Un Dialogo non un monologo

La verità non può essere ristretta ad una sola religione, e cioè affermare che, per esempio, esista solamente nella religione cristiana e le altre religioni non possiedono niente di vero o di giusto. La stessa cosa vale per la religione musulmana. Queste idee, assolutiste e possessive di verità, hanno causato tanti conflitti nel passato e hanno causato molte vittime sia dell’una che dell’altra parte, senza arrivare ad un risultato positivo.

Lo stesso si dica riguardo agli interlocutori. Sono i due protagonisti che debbono dialogare, e l’uno deve sentire l’altro e accogliere le idee dell’altro per poterle discutere. Solo così avremo un vero dialogo.

Infine se c’è da cedere qualche cosa riguardo alle credenze religiose, non deve essere da una parte sola, ma da parte dei due interlocutori.

2 – Il Dialogo richiede libertà, rispetto e valutazione reciproca


Il dialogo interreligioso non può essere che tra due interlocutori o due gruppi, che si rispettano, e che credano che anche nell’altra religione vi sono delle verità da valutare, anzi da portare alla luce e alla conoscenza di tutti.

Il rispetto vicendevole è fondamentale per un dialogo tra il cristianesimo e le altre religioni, specialmente la musulmana e l’ebrea, per lavorare insieme per giungere alla giustizia sociale, ai valori morali, alla pace e alla libertà. (24)

3 – Il Dialogo richiede una conoscenza reciproca tra gli interlocutori
:

Noi tutti, cristiani e musulmani, viviamo insieme in una sola comunità sociale, ma spesso ci ignoriamo, e perciò molti concetti e pregiudizi influiscono sul nostro modo di agire. Spesso il nostro vicino lo consideriamo il nemico numero uno, solamente perché professa un’altra religione.

Nel dialogo dobbiamo lasciare che l’altro parli con tutta libertà di se stesso, delle sue credenze religiose e noi, da parte nostra, dobbiamo essere aperti a quel che afferma, anche se sono contrari alle nostre credenze, soffermandoci su ciò che ci accomuna e non su ciò che ci divide. Anche noi dobbiamo presentare le nostre credenze, senza togliere o nascondere nessuna verità per la scusa che urtano l’interlocutore, il quale le deve accogliere, come abbiamo accolto le sue.

4 – Dobbiamo liberarci dai sentimenti negativi del passato
Nessuno può negare che vi siano state delle reazioni negative nel passato tra cristiani e musulmani, e Papa Giovanni Paolo II lo afferma dicendo che "Cristiani e musulmani vissero insieme per secoli, alle volte in pace e altre volte in conflitti atroci e sanguinari". (25)

Per aver un dialogo sincero e proficuo, bisogna liberarsi da questo passato negativo per mezzo della conoscenza reciproca, la mutua comprensione. In questo modo si semina l’amore, la fratellanza e l’uguaglianza tra tutti i membri della stessa società formata da religioni diverse.

5 – Il Dialogo dà il diritto al singolo di rimanere fedele alla sua fede
:

Come abbiamo il diritto di vivere e praticare la nostra religione con tutta libertà, così anche gli altri hanno lo stesso diritto.

Dobbiamo aborrire il fondamentalismo religioso e incoraggiare e incrementare le pratiche religiose. La nostra testimonianza a Cristo ci spinge a vivere sempre la nostra vita cristiana in ogni luogo in cui ci troviamo e in ogni tempo. E’ Dio che gratuitamente chiama alla fede chi vuole.

6 – Accettare la differenze tra il cristianesimo e l’islam


Ci sono molte differenze di credenze religiose tra l’islam e il cristianesimo ed è per questo che dobbiamo accoglierle e rispettarle per poter continuare il dialogo e giungere ad una completa conoscenza della verità.

Tipi di dialogo

1 – Dialogo di vita:

Il dialogo è il mezzo in cui i cristiani e i musulmani s’incontrano per camminare insieme verso la verità e per lavorare insieme in progetti di comune interesse…

Il dialogo richiesto dalla regola francescana con persone di altre religioni ci ha insegnato che, come cristiani, dobbiamo vivere la nostra fede in maniera più integra ed essere veri testimoni di Cristo nella collaborazione con gli altri credenti, proprio come scrive S. Francesco nel capitolo 16° della Regola non bollata, dove si legge: "I frati - che vivono tra i musulmani (saraceni) - non facciano liti o dispute, ma siano soggetti a ogni creatura umana per amore di Dio, e confessino di essere cristiani".

Dai cristiani di oggi ci si attendono atteggiamenti, non di confronto e di conflitto, ma di vero spirito di collaborazione… La semplice ma salda testimonianza di Francesco d’Assisi… ci spiega che cosa voleva dire Gesù quando invita i suoi discepoli ad essere "il sale della e la luce del mondo". San Francesco è oggi venerato non solo dai cristiani ma anche da molti seguaci di altre tradizioni religiose. (26)

E’ questo il dialogo che conviene alle società, multi religiose, come la nostra: discutere i problemi di divergenza e solverli con oggettività e razionalità, favorendo una convivenza pacifica e vera collaborazione in tutti i campi del sapere.

2 – Dialogo di servizio sociale
:

Collaborazione dei cristiani e musulmani per sviluppare i progetti del servizio sociale, per arrivare a stabilire la giustizia sociale, per aiutare gli abbandonati dalla società e per difendere i diritti dell’uomo

3 – Dialogo nelle attività spirituali
:

I cristiani e i musulmani che vivono una vita spirituale di relazione intima con Dio, debbono scambiarsi queste esperienze.

4 – Dialogo teologico
:

Lo scopo di questo dialogo è di chiarire i dubbi e le false idee che uno ha riguardo all’altro. Riguardo ai dogmi della propria religione, per giungere ad una convivenza pacifica e al rispetto reciproco. Questo dialogo non mira a trovare la vera religione, ma ad accettare il principio della molteplicità delle religioni in una società come la nostra.


Ostacoli al dialogo

Per raggiungere un dialogo fruttuoso e serio è necessario risolvere alcuni problemi che sono di grande ostacolo al dialogo stesso:

1 – L’idea sbagliata del Corano sul cristianesimo
.

I musulmani credono che l’islam sia l’unica religione completa, e tutto quello che vero, è presente nel Corano e quindi non hanno bisogno di imparare niente agli altri. Inoltre credono di conoscere la religione cristiana meglio degli stessi cristiani. (27)

In realtà, però, il Corano parla di un cristianesimo che non è genuino. Maometto si era fatto l’idea del cristianesimo venendo a conoscenza di alcune sette non cattoliche. Di conseguenza la dottrina cristiana che il Corano combatte anche noi non l’accettiamo. Per es. Il Corano presenta la divina Trinità composta da Dio Padre, da Gesù e da Maria, oppure dal Padre che diventa Figlio e, a sua volta, diventa Spirito Santo.

Il dialogo Islamo-Cristiano non può iniziare su questi concetti di un cristianesimo ereticale. Infatti i nostri dogmi non sono quelli combattuti dal Corano e perciò la prima condizione per un buon dialogo è far conoscere la nostra vera fede.

L’ignoranza dei musulmani della religione cristiana cattolica , ha influito molto
nell’ostacolare il vero dialogo islamo-cristiano, perché, come dicono gli arabi
"l’uomo è nemico di quel che ignora".

2 – Tolleranza Islamica

La tolleranza in questo caso significa la permissione ai cristiani di vivere nella società musulmana, pagando la (jiziat) (28) che è una tassa speciale obbligatoria a tutti i non musulmani, che vivono in un governo musulmano, senza godere di uguali diritti dei musulmani.

Questo principio della tolleranza religiosa nella società musulmana, ebbe inizio con l’incontro di Maometto con i cristiani di Najaran, di cui ne parleremo più avanti, e si confermò nella garanzia che diede il Califfo Omar agli abitanti di Gerusalemme, quando i musulmani occuparono la Città Santa. Da quel tempo gli storici musulmani si gloriano di quel principio di convivenza tra cristiani e musulmani. Però, se quel principio fosse giusto, io non credo che tanti cristiani avrebbero lasciato la loro fede per abbracciare l’Islam. Se in quel tempo non dava uguale diritto agli abitanti delle differenti religioni nell’impero musulmano, tanto meno lo da oggi per i popoli del ventunesimo secolo.

I musulmani credono che con questo principio hanno dato l’esempio a tutti i popoli, che nella nazione musulmana possano vivere popoli di differenti religioni senza essere disturbarti nell’esercizio della loro religione.

Però questa tolleranza non offre a tutti uguali diritti, perché in una simile società, vi sono almeno due classi sociali: coloro che tollerano e i tollerati, il capo e il suddito, il forte e il debole... Quindi in realtà i tollerati si sentono umiliati, ciò è vero specialmente in una società del ventunesimo secolo, dopo la promulgazione dei diritti dell’uomo, e dopo la diffusione del principio di uguaglianza di tutti gli uomini, senza considerare che siano maggioranza o minoranza.

3 - L’idea dei cristiani sull’islam
:

Storicamente, i pensatori cristiani hanno parlato molte volte duramente di Maometto, dei musulmani e dell’islam, che è stato considerato come una eresia del cristianesimo. L’islam, secondo molti, è una religione della perdizione, del terrorismo e dell’egoismo. Quest’idea persiste tuttora, specialmente dopo il dramma dell’ 11 settembre 2001. Altri affermano che l’islam sia la religione del diavolo, e Maometto sia un anticristo. (29) Queste idee sulla religione dell’interlocutore, non favorisce il successo di un dialogo interreligioso, nella nostra regione.

I cristiani debbono guardare ai musulmani con un nuovo spirito, considerandoli non come nemici, ne come scolari distratti o vittime da salvare; ma li dobbiamo considerare come fratelli. Quindi i cristiani debbono liberarsi dai pregiudizi passati e pensare che incontrando altri, diversi da noi, hanno sempre qualche cosa da imparare.

4 – Stato e Religione
:

L’islam non pone distinzione tra lo Stato e la Religione. Per i musulmani i due enti sono uniti, sono un’unica realtà. Questo influisce negativamente nel dialogo

con i cristiani perché per questi ultimi le due entità sono intrinsecamente separate, mentre per i musulmani lo stato è a servizio completamente della religione. Però il cristiano non può essere in nessun modo a servizio della religione musulmana. Per avere un fruttuoso dialogo questo punto deve essere risolto.

5 – Qualche Verità si trova anche fuori della propria religione

Questo principio deve essere accettato non solo in teoria ma anche in pratica. Nessuno può essere certo che solo lui possiede la Verità, e nemmeno che possegga tutta la verità e addirittura fuori delle sue credenze non c’è niente di vero. I musulmani difendono con entusiasmo, persino colla spada il principio che dice che fuori del Corano non c’è niente di vero. (30) Perciò essendo difficile per loro ammettere l’esistenza di qualche verità nel cristianesimo che non sia compresa nel Corano, quindi, senza che loro risolvano questo problema sarà difficile avere un dialogo con loro.

Per aver un dialogo sincero e oggettivo, i musulmani debbono abbandonare l’idea che fuori del Corano non c’è niente di vero, e i cristiani debbono ammettere che c’è qualche cosa di vero nelle altre religioni, come ci insegnano specialmente gli ultimi Papi. Senza ammettere questo principio il dialogo è destinato al fallimento.


Dialogo Islamo-cristiano: Sguardo storico.

Prima dell’occupazione musulmana gli abitanti del Medio Oriente erano completamente cristiani, ma in pochi anni furono islamizzati, e rimasero pochi cristiani, fermi nella loro fede. (31)

All’inizio la collaborazione tra cristianesimo e musulmanesimo era buona e continuò specialmente nel campo filosofico, della medicina e nel campo culturale in genere perché i cristiani, rimasti nella loro fede, si sentivano parte integrante della società araba, in fondo pensavano che gli arabi venuti dalla penisola arabica, erano la liberazione loro dall’oppressione bizantina.

Dice Maurice Bormans: "Il dialogo Islamo-cristiano iniziò con i cristiani di Najran al tempo di Maometto, quando andarono a discutere dei problemi religiosi con il capo della nuova religione, il quale offrì ai cristiani una sfida per provare la veracità della nuova religione, però i cristiani di Najaran, non l’accettarono, preferendo la proposta di pagare le tasse o farsi musulmani... Così iniziò il dialogo, e continuò per vari secoli, che in molti casi finì con degli scontri religiosi, politici e culturali, per causa delle incomprensioni e offese reciproche, che portarono a delle guerre sanguinarie”. (32)

Scrive lo scrittore musulmano, Ahmad Amin, che i musulmani conquistarono il Medio Oriente, abitato dai cristiani. Quando la guerra, con la spada, cessò, i musulmani iniziarono quella religiosa con una propaganda a largo raggio invitando tutti all’islam. Presentarono prove per convincere i popoli conquistati ad aderire alla nuova religione, ma anche questi ultimi dovettero portare prove e contro prove in difesa della loro fede e dimostrare la falsità della religione degli occupanti.

Questa propaganda religiosa portò a discussioni sterili e causò gravi perdite materiali, culturali e morali da ambo le parti, senza parlare delle guerre sanguinarie con innumerevoli vittime umane. I risultati di tutto ciò furono falsificazioni delle verità. (33)

Bormans conclude affermando che furono 14 secoli di storia comune, nei quali prevalsero le discussioni e le discordie (tra cristiani e musulmani), invece della comprensione e cooperazione. (34)

Quattordici secoli di malintesi, discordie e guerre feroci: guerre tra bizantini e musulmani, discriminazione religiosa, guerre crociate, impero ottomano con la volontà di islamizzare l’Europa fino ai movimenti fondamentalisti attuali.

Il dialogo teologico Islamo-Cristiano iniziò nel settimo secolo, e continuò per molti secoli dopo. Solo Francesco d’Assisi, Raimondo Lullo e pochi altri fecero eccezione e tentarono un altro modo di dialogare coi musulmani.

Le relazioni tra cristiani e musulmani prima del secolo ventesimo, hanno avuto dei rimbalzi lungo i secoli, invece di vivere in un’atmosfera fraterna e pacifica.

Nel ventesimo secolo, con Louis Massignon, ebbe inizio una nuova scuola di Dialogo, per far conoscere l’Islam quale religione che crede in un unico Dio, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.

Una diecina di anni prima del Concilio Vaticano II, c’è stato un cambiamento in campo cristiano riguardo all’atteggiamento da tenersi verso l’islam. Alcuni hanno rifiutato l’idea dei secoli passati nei riguardi della religione musulmana, e hanno iniziato ad inculcare lo spirito di rispetto e di stima, di fratellanza e di amicizia, di comprensione e di collaborazione.

Tutti questi cambiamenti hanno preparato il terreno al Concilio Vaticano II, di promulgare i decreti e i documenti conciliare riguardo al rispetto della Chiesa Cattolica verso l’Islam, dando inizio a passi enormi nello stabilire il dialogo reciproco tra la Chiesa e l’Islam.

Il Concilio Vaticano II e il Dialogo Islamo-Cristiano


Il Concilio Vaticano II afferma che l’umanità forma una famiglia umana unica, che ha avuto origine da Dio. Dice S. Paolo che Dio ha dato ai cristiani "il servizio della riconciliazione". Ebbene questo servizio non si può dare se non nel vero dialogo con i credenti delle altre religioni, un dialogo fondato sui principi del rispetto vicendevole, dando il valore necessario alla dignità della persona umana. A base di tutto ciò ci deve essere la libertà, specialmente, quella religiosa.

Il Concilio Vaticano II, con il documento "Nostra Aetate", ha aperto nuovi orizzonti verso le altre religioni e in modo particolare verso l’Istam. I cristiani hanno corrisposto a questa apertura con centri di studio delle altre religioni; in molte università hanno istituito la facoltà delle religioni comparate, e delle religioni non cristiane ecc...

I cristiani incominciarono a considerare più oggettivamente e positivamente le altre religioni specialmente l’Islam, e si specializzarono nei vari campi della islamologia, dimostrandosi all’altezza del momento.

Però non troviamo la stessa preparazione nella parte musulmana. In questo campo uno scrittore musulmano della Tunisia dice che "la Chiesa Cattolica approfittò delle grandi scuole teologiche e le grandi questioni sorte nel mondo cristiano, in questo modo la Chiesa diventò più preparata nel campo del dialogo con l’Islam, che l’Islam stesso. Questo non deve scoraggiare l’Islam dal dialogo, ma lo dovrà incoraggiare a fare tutto il suo possibile per raggiungere la stessa preparazione dei cristiani, se non addirittura di più. (35)
Un altro autore dice che i due interlocutori debbono avere una buona preparazione teologica, ma purtroppo lo studio della teologia cristiana, fino a poco tempo fa, era assente dalla cultura dell’interlocutore musulmano, "l’ignoranza è il nemico numero uno del dialogo e della pace. Il rispetto dell’altro non ci può essere che conoscendolo bene, perché la conoscenza è la strada ordinaria per il futuro". (36)

Il Concilio Vaticano II afferma: "La Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche quelli nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita e i valori morali, la pace e la libertà.

"Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà". (37)

Il Concilio Vaticano II, con questa sua dichiarazione ha aperto una nuova era nella storia della Chiesa, specialmente nelle sue relazione con l’Islam. Parlando di questo cambiamento J. Hoeberichts afferma che: "L’idea e la pratica del dialogo e cooperazione con seguaci dell’Islam e le altre religioni non trovarono solamente la loro strada nella vita delle chiese, ma anzi formano una parte essenziale di essa (chiesa)". (38)

Tentativo di San Francesco per un dialogo interreligioso
:

Francesco pensava in modo differente da quelli della sua epoca. I suoi contemporanei volevano distruggere l’Islam, che aveva occupato i Luoghi Santi cristiani, distrutto molte chiese e costretto molti cristiani a rinnegare la fede e farsi musulmani.

Gli europei hanno voluto dare una dura lezione all’Islam riprendendo i Luoghi Santi con la forza delle armi, ma, in realtà, in meno di due secoli dovettero lasciare l’Oriente e tornarsene a casa.

Proprio al tempo delle crociate appare il Poverello di Assisi che non accoglie il comando della Chiesa di partecipare alle guerre. Invece della spada alza la Croce, simbolo dell’amore e non dell’odio, della costruzione e non della distruzione e dice ai suoi fraticelli di precederlo nei Luoghi Santi.

I suoi frati giungono in Oriente nel 1217. Francesco li raggiunse, due anni dopo, in Palestina e in Egitto, con l’intento di tentare la strada dell’avvicinamento con la religione musulmana. Chiede di colloquiare e di dialogare con il sultano musulmano e, dopo tanti ostacoli, riceve il permesso. Passando attraverso molti pericoli arriva davanti al sultano, Al Malik Al Kamel Al Ayyubi.

Lo storico Ernoul, autore del libro delle Cronache (1227-1229), descrive l’incontro avvenuto in modo molto semplice, ma espressivo. Nel racconto si nota che il Cardinale Legato Pontificio, a malincuore diede a Francesco il permesso di andare dal Sultano. Francesco, poi, nel colloquio col sultano, non nascose lo scopo per cui era venuto alla sua presenza, e cioè di volergli salvare l’anima, e questo era possibile solo accettando la religione cristiana. Per raggiungere questo scopo era pronto a sostenere la sfida di camminare, con i teologi musulmani, a piedi scalzi, sul fuoco. La religione di colui che rimaneva incolume sarebbe stata la vera religione. Davanti a questo sfida i teologi musulmani si ritirarono ordinando al sultano, in nome della religione, di uccidere Francesco e il suo compagno. Il magnanimo sultano invece di ucciderlo offrì a Francesco e al suo compagno, di rimanere suoi ospiti, ma Francesco non accettò. Allora il sultano offrì molti doni che Francesco non accettò. Francesco, vedendo che non era possibile la conversione del sultano, se ne tornò nel campo crociato.

Il tentativo di Francesco fallì, però i risultati dell’ incontro rimangono tuttora.

Si parla di una amicizia speciale tra Francesco e il sultano Kamel Al-Ayyubi, amicizia che si prolungò ai successori, sia di Francesco che del sultano. I figli di Francesco, i frati della corda, rimarranno in Terra Santa a fianco, oppure come vuole la Regola francescana, tra i musulmani, testimoniando con la vita la fede cristiana e francescana, e alcuni moriranno martiri. Questa amicizia rimarrà viva finchè si troveranno in campo cristiano "altri Francesco" e in campo musulmano "altri Kamel Al-Ayyubi". Così iniziò il dialogo della vita, che è conforme alla vita e spiritualità francescana, da sete secoli e più.

Frutti dell’incontro:

Negli scritti di Francesco non si trova alcun cenno su questo incontro, forse per questo alcuni dubitano della sua storicità. Che sia storico o meno questo incontro, non è questo il momento per verificarlo, però è vero, almeno in spirito, quello che Ernoul scrive nelle sue cronache compilate al tempo di Francesco o un anno o due dopo la morte del santo. Molti affermano che questo incontro abbia influito nello stendere il capitolo sedicesimo della Regola non Bollata, e il capitolo dodicesime di quella bollata, dove si parla dei "frati che vogliano andare tra i musulmani (saraceni)". Nessun altro fondatore di Ordini religiosi ha scritto qualcosa di simile.

Francesco Gabrielli scrive su questo incontro: "E’ un fatto incoraggiante pensare nello spirito angelico e pacificante di Francesco e confrontarlo con la prudenza tollerante e gentile del suo ospitante musulmano il sultano Al-Kamel, forse l’eccellente spirito in cui si distinsero i due interlocutori, appaga il desiderio di sapere qualche cosa di quell’incontro". Continua Gabrielli e dice "che noi mai possiamo conoscere i sentimenti che ebbe Francesco nel suo colloquio col sultano... senza dubbio quest’incontro ebbe un’eco nel determinare la missione di Francesco tra i non cristiani. Una cosa è certa: come frutto di questo incontro i seguaci di Francesco i suoi frati continuarono la sua missione e hanno vissuto e tuttora vivono tra i musulmani, e hanno protetto la presenza cristiana in Oriente e hanno vivificato il cristianesimo nella regione dove è nato, dopo che era prossimo a morire".

Considerazioni sull’incontro

Si può considerare quest’incontro come:

1 – Miracolo.

L’incontro è avvenuto in tempo in cui i due eserciti: crociato e musulmano erano schierati per la guerra, anzi si erano già scontrati. Nonostante ciò i due si incontrano e parlano di pace, di amore, di fratellanza.

2 – Incontro di conoscenza e di apertura:

Francesco parla francamente dei suoi principi religiosi, e, il suo amore per il sultano e per la salvezza della sua anima, lo spinge ad offrirgli la miglior cosa che ha, e quindi invita il sultano ad abbracciare la fede cristiana; mentre il suo interlocutore ascoltava con compiacenza e soddisfazione, e si meravigliava per il coraggio e la semplicità do Francesco e delle sue parole. Tutto questo è una cosa eclatante.

3 – E’ un incontro storico e singolare nel suo genere.Francesco con difficoltà ottenne il permesso di andare dal sultano e, dopo tanti ostacoli e pericolo di essere scomunicato, viene accolto con massimo rispetto dal sultano. Lo studioso del dialogo interreligioso, Youakim Moubarak, afferma: "La figura di Francesco rimane una luce che illumina la storia cristiana nel campo delle sue relazioni con l’Islam" e "Francesco rimane eccellente e singolare nella storia della Chiesa e del dialogo cristiano-musulmano, che fino a questo tempo nessuno dei suoi frati o dei cristiani, è arrivato al suo livello".

Infine dice G. K. Chesterton (1930) che "l’incontro fu uno dei più grandi avvenimenti storici, e se i cristiani e i musulmani avessero ascoltato Francesco la storia delle relazioni tra cristiani e musulmani si sarebbero realizzate.

Francesco trovò nel sultano una persona amante della pace, i pensieri dei due personaggi si completarono e crearono una vera amicizia e fratellanza, che durò per tutta la loro vita".

4 – E’ una risposta alla sfida di Maometto coi cristiani di Najran.

La sfida che Maometto proponeva ai cristiani di Najran per costatare la vera fede non fu accettata dai cristiani per paura di un possibile fallimento.

Allo stesso modo la sfida posta da san Francesco di camminare scalzo su tizzoni roventi non fu accolta dai teologi musulmani per la stessa ragione dei primi.

Così Francesco pareggiò la sconfitta dei cristiani con Maometto.

Lezioni dall’incontro:

Anche se la storicità dell’incontro è messa in dubbio, tuttavia abbiamo da parte di alcuni studiosi delle interpretazioni.

Alcuni sostengono che al momento del commiato di Francesco dal sultano, questi gli abbia chiesto di pregare per lui affinché Iddio gli facesse scoprire qual’è la vera religione e che fede piacesse a Dio. Se ciò fosse vero, sarebbe già un buon successo.

La maniera francescana del dialogo tra le religioni, specialmente con l’Islam, non è tra superiori (cristiani) e sudditi (musulmani), ma servizio fraterno, e questo modo di agire si sta riproponendo sempre di più in questi giorni.

Fuori da questo metodo sarà molto difficile costruire una vera società di più religioni. La fratellanza e l’uguaglianza dovranno regnare sovrane. Ogni individuo troverà il dovuto rispetto per il suo patrimonio culturale e religioso e, nella collaborazione si edificherà una società nella pace e nella giustizia.

Quando Francesco chiese ai suoi frati di essere obbedienti anche ai musulmani e di evitare contese e discordie, non era un inviarli ad incontrare un possibile martirio, ma la genuina testimonianza al Vangelo: sale della terra, lievito per tutta la grande massa musulmana. I frati, seguendo l’esempio di Cristo e di Francesco, di fronte alle difficoltà e alle persecuzioni rimasero e rimangono ai loro posti con pazienza e umiltà.

Francesco sperimentando la presenza dell’amore di Dio tra i musulmani e che Dio aveva rivelato a loro la sua bontà, li accolse così come sono.

Questo in realtà è il dialogo della vita, della testimonianza al Vangelo che Francesco chiede ai suoi frati. Vivere con apertura verso gli altri della stessa società, anche se sono di un’altra religione; condividere insieme gioia e dolori, problemi e preoccupazioni, con sentimenti di fratellanza universale.

Questi principi potevano sembrare utopie o immaginazioni al suo tempo, ma ora, dopo il Concilio Vaticano II, li troviamo come via ordinaria per un fruttuoso dialogo interreligioso e interculturale.

Conclusione


Dice il vescovo greco cattolico Cirillo Bustros parlando del dialogo: "Il Dialogo è una attitudine spirituale, prima di qualunque altra cosa. L’uomo si presenta davanti al suo Signore dialogando con Lui, eleva la sua anima, purifica il suo cuore e sentimenti... Il dialogo è una spiritualità che ci trasporta dalla lontananza alla prossimità dell’uno all’altro, dal rifiutare l’altro alla sua accettazione, dalla discordia alla concordia, dalla condanna alla misericordia, dall’inimicizia alla familiarità, dal conflitto alla fratellanza... Il dialogo con l’altro significa conoscere e riconoscere l’altro come nostro complemento... In questo modo il dialogo diventa un arricchimento reciproco, senza cedere nulla di quel che crediamo, o pensiamo e senza rinnegare la nostra personalità e la nostra esistenza... Senza dubbio il fondamentalismo religioso è il più grande nemico del dialogo". (39)

Dice Mohammad Talibi: "Il dialogo richiede una pazienza lunga, ci fa continuamente accostare l’uno all’altro, ci fa godere l’amicizia invece della negligenza e dell’inimicizia, pianta una fratellanza tra i due interlocutori nonostante le divergenze nei pensieri e nelle credenze religiose. Il dialogo non comporta l’arrivo a delle soluzioni comuni, e non richiede d’imporre l’accordo tra i due interlocutori, ma il suo scopo è di fornire la discussione di elementi di chiarificazioni dei problemi, e da una maggior apertura agli interlocutori per vincere se stessi e non rimanere fossilizzati nelle loro posizioni che sono le sole vere. La strada alla luce è lunga e Dio l’ha voluta piena di misteri. (40)

Papa Giovanni Paolo II dice: "E’ mio ardente desiderio che i capi religiosi e i teologi, musulmani e cristiani, presentino le nostre due grandi comunità religiose, come comunità che stanno in un rispettabile dialogo e non mai più come comunità in conflitto. E’ importante che i musulmani e i cristiani continuino ad esplorare insieme le questioni filosofiche e teologiche, per arrivare ad una conoscenza molto più oggettiva e universale delle credenze religiose di ogni parte dei due interlocutori. Una migliore conoscenza ci porta sicuramente, a livello pratico, a trovare dei metodi nuovi per presentare le nostre due religioni non in opposizione l’una con l’altra, come fu nel passato, ma in collaborazione per il bene della famiglia umana...
Il dialogo interreligioso è molto effettivo quando nasce da un’esperienza del vivere insieme giorno per giorno, con la medesima comunità e cultura...

Per tutto il tempo in cui i musulmani e i cristiani hanno offeso gli uni gli altri, abbiamo bisogno di chiedere perdono dall’Altissimo Dio, e di offrire l’uno all’altro il perdono. (41)

In conclusione, il cristianesimo e l’islam rimarranno due religioni differenti, il dialogo teologico tra di loro non mira a sopprimere una delle due, e nemmeno a sopprimere le differenze tra loro due. Nel dialogo abbiamo la possibilità di chiarire queste differenze, ed eliminare le vecchie divergenze, e i giudizi a priori contro l’una o l’atra delle due religioni, sorte lungo la storia delle due religioni. Il cristianesimo e l’islam sono due religioni che conducono ad onorare lo stesso Dio Uno e Misericordioso, e a considerare tutti gli uomini, fratelli, figli dello stesso Dio Creatore.

(conferenza tenuta a Gerusalemme il 26/11/2002)

Note

1) Tim. 4:2.
2) Atti 10: 34-35.
3) Mohammad Munir Sa’iddin: Al-Machriq, rivista semestrale dell’Università di S. Giuseppe, Beirut, gennaio-giugno 2002, pag. 76-77.
4) Mons. Gregorio Haddad: "Il Dialogo delle Culture e delle religioni", p. 25, Luaizeh University, Lebanon.
5) L’università di Louaizeh: "Il Dialogo interculturale e interreligioso".
6) Mahmoud Ayyoub: "Studi sulle relazioni tra cristiani e musulmani", I Vol. L’università del Balamand (Libano), 2000, pag. 208.
7) Felix A. Machado, sotto-segretario Pontificio Consiglio per il Dialogo Inter-Religioso, Pentecoste, 2000.
8) Corano: Surat El Imran (3). n. 64.
9) Corano: Surat Al ‘Ancabout (29), n. 46.
10) La rivista "Al-Mashriq", luglio-dicembre, 2000, pag. 514-515.
11) Corano: Surat El-Hajarat (49), n. 13
12) Mahmoud Ayyub: opera citata, pag. 205-208.
13) "Il Dialogo interculturale e intereligioso", opera citata pag. 61.
14) Corano: Surat Kisas (28), n. 56.
15) Tradizione musulmana, oppure al Hadith, sono dei detti o fatti, che ci sono stati rimandati da vari autori e che hanno la loro origine da Maometto.
16) Nella "Ecclesiam suam", 6 agosto 1964.
17) J. Hoeberichts: "Francesco e l’ Islam", ed. Messaggero Padova, Italia, 2002, pag. 235.
18) J. Hoeberichts, opera citata pag. 236, cfr. pure Giovanni Paolo II: "Redmptoris Missio", n. 55.
19) Redemptoris missio 55.
20) Dialogo e Annuncio n. 40 Michael L. Fitzgerald, Segretario del ontificio Consiglio per il Dialogo Inter-Religioso 30 maggio 2000.
21) J. Hoeberichts, "Francesco e l’Islam", Edizione Messaggero Padova, 2002, pag. 240.
22) J. Hoeberichts, opera citata, pag. 245-246.
23) Giovanni Paolo II: "Redemptoris Missio", n. 55.
24) Papa Giovanni Paolo II: "Esortazione Apostolica per il Libano", n. 89.
25) Papa Giovanni Paolo II: "Esortazione Apostolica per il Libano", n. 90.
26) Felix A. Machado, sotto-segretario Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, Pentecoste, 2000.
27) Al-Machriq, rivista semestriale dell’Università S. Giuseppe, Beirut, luglio dicembre, 2002 pag. 358-359.
28) Attualmente questa tassa non viene pagato, ma lo fu per molti secoli.
29) Al-Machriq, opera citata, pag. 360-361.
30) Dice il Corano: "Ammazzati gli infedeli dovunque li incontrerete… e li lascerete liberi soltanto quando crederanno e pregheranno…(10:5), e più esplicetamente degli ebrei e cristiani dice: "Combattete quelli che non credono in Dio , e nel giorno del giudizio generale… e quelli che non sono dei seguaci della vera fede, di quelli che hanno avuto il Libro (la gente del libro che sono i cristiani e gli ebrei), fino a che paghino la Jiziat (la tassa imposta ai non musulmani), umiliandosi e sottomettendosi ai musulmani" (10:29).
31) I musulmani quando occuparono il Medio Oriente, offrirono ai cristiani della regioni tre scelte: - farsi musulmani. - pagare la Jiziah (tassa obbligatoria ai non musulmani), oppure il combattimento (la guerra). La rivista Al-Machriq, citata più sopra, pag. 360.
32) Bormans, Maurice: "Orientazione nel dialogo interreligioso", pag. 25-26.
33) Documenti moderni per il dialogo… , 51.
34) Orientazioni per un dialogo tra cristiani e musulmani, nella traduzione araba, libreria dei paolisti – Libano – 1981, pag. 156.
35) Mohammad Talibi: "L’Islam: Libertà e Dialogo", casa editrice Annahar, Beirut, Libano, 1999, pag. 19-23.
36) Al-Machriq, rivista semestrale dell’Università di S.Giuseppe, Beirut, gennaio-giugno, 2002, pag. 72-73.
37) Nostra Aetate n. 3, 28 ottobre 1965, e anche nella Costituzione "Lumen Gentium", n. 16, si legge: "Il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani, i quali professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale".
38) J. Hoeberichts: opera citata, pag. 235.
39) Mons. Cirillo Bustros: "Le Relazioni Islamo-Cristiane", Libano, pag. 228.
40) Vari autori: "Documenti moderni per il dialogo tra cristiani e musulmani", Libano, 1992, pag. 69.
41) Il Papa Giovanni Paolo II, Discorso tenuto nella Grande Moschea Omayyade di Damasco, il 6 maggio, 2001.
Venerdì 24 Novembre 2006 00:43

Reciprocità: moschee per chiese? (Giuseppe Scattolin)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Reciprocità: moschee per chiese?
di Giuseppe Scattolin

Nei nostri rapporti con i musulmani c'è, a mio parere, o molta ignoranza o molta ingenuità. In ogni caso, mi pare che pochi si rendano conto che essi esigono da noi tutti i diritti senza concedere nulla nei loro paesi. Le nazioni islamiche risultano, infatti, in fondo alla lista per quanto riguarda i diritti umani e noi chiudiamo gli occhi su tutto... Si sa bene che nell'Arabia Saudita nostro grande amico in mammona-petrolio - non solo non c'è libertà religiosa (per cui, un musulmano che volesse cambiare religione viene sistematicamente messo a morte), ma è addirittura proibita qualsiasi manifestazione religiosa non islamica. Al punto che, se uno celebra la messa, anche se nel segreto della sua casa, può essere messo in prigione ed espulso. Ma tutto ciò è sistematicamente ignorato dai nostri politici e dai nostri maitre-à-penser televisivi. Possibile che non ci si renda conto che stiamo noi stessi aprendo il nostro paese al più retrogrado oscurantismo religioso, cioè quello islamico? È tempo che si cominci a dare l'allarme. Osi tratta di vera parità - e, quindi autentica reciprocità - o non si-tratta. Punto e basta!

Giulio Crescetino - Napoli


"Reciprocità vera". È un’espressione – quasi una invocazione! – che ricorre spesso, soprattutto in occasione di incontri con il mondo islamico. In essa si avverte tutta l’amarezza di chi si sente preso in giro da tante belle parole, proclamate anche da persone autorevoli, ma che, in pratica, lasciano il tempo che trovano.

Pertanto, la reazione normale è quella di sbattere i pugni sul tavolo e dire: «O vera reciprocità, oppure si chiude... E "gli estranei" se ne tornino a casa loro, ché noi stiamo meglio senza di loro!».

Posta in questi termini, la questione sembra molto semplice. Non si tiene conto, però, che la realtà - soprattutto quella umana - è molto più complessa. Non si tratta di condurre una compravendita: io ti do una moschea, se tu mi dai una chiesa.

Innanzitutto, ognuno vede la realtà dal proprio punto di vista. Se noi, in Europa, ci possiamo lamentare dei "fastidi" che la presenza dei musulmani causa nelle nostre società, dovremmo, per lo meno, ammettere che anche essi hanno delle rivendicazioni nei nostri confronti, tenendo presente il passato coloniale. Potrebbero anch'essi, quindi, sentirsi in diritto di sbattere i pugni sul tavolo. Ma a suon di pugni sbattuti non si va molto lontano. Ed è facile immaginare che i pugni, prima o poi, possano facilmente cambiare direzione: dal tavolo alla faccia dei contendenti!

Il problema che sta alla base della questione della reciprocità è, in realtà, molto più profondo e serio. Si tratta della questione dei diritti umani. Dobbiamo operare insieme per creare società umane pluraliste, in cui le differenze non sono eliminare, marginalizzare e combattere (come lo furono nel passato), bensì accolte e rispettate. E, questo, nel discorso che va molto al di là delle contrattazioni tipo "una moschea in cambio di una chiesa". Occorre, invece, promuovere all'interno di tutte le società una vera "rivoluzione culturale" (ben diversa da quella ideo-politico-partitica di Mao Tsedong, la "grande guida" della Cina moderna).

Una rivoluzione culturale degna di questo nome richiede, innanzitutto, un serio lavoro culturale a lungo termine. I diritti umani saranno accertati e rispettati, se e quando tutte le persone delle nostre società "globalizzate" saranno formate alla loro conoscenza e alla loro pratica. La storia della nostra vecchia Europa dovrebbe insegnarci qualcosa in materia. Non bastò, infatti, ghigliottinare il re per riconoscere e dare ai cittadini francesi i loro diritti. Proprio gli autori della Grande Rivoluzione si rivelarono, alla fine, i peggiori dittatori (e quelli della rivoluzione comunista non sarebbero stati di meno).

Ma come si può realizzare una simile "rivoluzione culturale"? Molti gli ambiti di un simile impegno! In primo luogo, metterei le scuole. In Egitto, ad esempio, noi missionari occidentali abbiamo un'importante presenza scolastica, con migliaia di studenti e studentesse, nella stragrande maggioranza musulmani, che frequentano le nostre scuole; anzi, fanno la gara a iscriversi ad esse. Ma la domanda è: abbiamo maturato un vero progetto formativo per studenti e professori, in cui la dimensione dialogica è parte integrante del programma? Questo è un punto di capitale importanza, dato che le scuole sono chiamate a essere i primi luoghi di dialogo e di apertura verso gli altri, autentiche palestre e laboratori per la conoscenza e il rispetto dei diritti umani.

Oltre alle scuole, ci sono tante altre opere di promozione umana in quasi tutti gli ambiti della società. La nostra presenza in tali ambiti deve contribuire a far crescere e maturare una nuova mentalità di vero dialogo interreligioso e interculturale.

Prima di lamentarci e assumere atteggiamenti di rifiuto, dovremmo domandarci se stiamo facendo buon uso delle occasioni che ci sono offerte per creare questa nuova mentalità di apertura e dialogo a tutto campo, la sola in grado di garantire una vera reciprocità in materia di diritti umani.

Non nego che occorra agire anche a livello diplomatico e giuridico per esigere da tutti gli stati il rispetto dei questi diritti. Un'azione non esclude l'altra. Credo, tuttavia, che la vera carta vincente è da ricercare in una formazione capace di cambiare alla base la mentalità di ogni popolo e di ogni individuo, perché ogni persona esca dal "tribalismo tradizionale" e si apra a una vera mondialità, avvertita come arricchimento umano comune.

(da Nigrizia, aprile, 2005, pag. 74)

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