Giovedì, 17 Agosto 2017
Venerdì 06 Agosto 2004 23:52

Quando Dio si invita

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di Jean-Paul Guetny

Per le religioni abramitiche l’ospitalità è un dovere sacro: colui che viene accolto, rappresenta Dio. Come lo straniero, non si sa da dove Egli viene, "Egli chiede di essere accolto incondizionatamente, è portatore di un messaggio mai prima ascoltato né sperato…".

"La tradizione dell’ospitalità è un tesoro presente in tutte le culture e le religioni" nota Pierre François de Béthune, monaco benedettino, specialista del dialogo interreligioso. Essa costituisce un dovere sacro (1).

All’origine questa pratica ha delle motivazioni di carattere politico. Nel mondo antico, laddove il sistema legale è ancora poco elaborato, è un modo di proteggere l’individuo dall’arbitrio. La stessa cosa, aggiunge Anne Gotmann, "avviene nelle società fondate sull’onore e sulla vendetta" come presso i nomadi del deserto. (2)

Nell’Odissea, Omero mette sulle labbra del porcaro Eumeo queste parole rivolte ad Ulisse: "Straniero, è mia abitudine onorare gli ospiti… sì, gli stranieri, i mendicanti, tutti, ci sono mandati da Zeus". (3)

E' proibito, a colui che accoglie, voler subito conoscere l’identità dell’ospite. Potrà interrogarlo solo dopo che egli si sia rifocillato.

Anticamente, ad Atene, lo straniero aveva i suoi diritti: quello per esempio, di accedere ai tribunali. Roma poi, creò in merito, un vero e proprio statuto: ogni cittadino aveva i suoi protetti; il peregrinus, lo straniero che aveva il suo domicilio a Roma, era , come importanza, al secondo posto prima dei "clientes" e dei parenti di parte femminile. Il diritto all’ospitalità era rappresentato da una tessera di avorio, di osso o di legno tagliato a metà e di cui ciascuno dei due, lo straniero e colui che lo accoglieva, conservava una metà, segno del proprio impegno.

L’orientalista Louis Massignon (1833-1962) definiva Abramo "primo eroe dell’ospitalità" (4), un esempio da seguire per i credenti che fanno riferimento a lui.

Abramo ha anche il suo corrispondente buddista: Vimalakirti, "il bodhisattva che fu capace di accogliere un gran numero di amici nella sua piccola casa, grazie al suo cuore aperto". (5)

Si trova pure in Toukaram, poeta indù del XVII secolo, il seguente salmo:

"Tu innalzi preghiere al tuo Dio quando un uomo bussa alla tua porta: se tu l’ignori, la tua preghiera è blasfema (...). Tu chiudi la tua casa all’ospite inatteso e offri un pasto rituale al tuo Dio! (…).
Se fai distinzione tra l’ospite e il tuo Dio, la tua liturgia è vomito". (6)

Nella Bibbia, numerosi sono i testi che esaltano l’ospitalità: il più celebre riferisce l’episodio della quercia di Mamre, episodio nel quale si narra di Abramo che accoglie tre misteriosi viaggiatori. E non si deve nemmeno dimenticare la storia di Lot, raccontata nel Libro della Genesi, cap. 19. Essa ha per sfondo Sodoma, ove Lot soggiorna da straniero. Due "angeli" (messaggeri) vengono a visitarlo. Lot li ospita. Ora gli uomini di Sodoma, vogliono vedere gli ospiti per "penetrarli", come dice la traduzione di Chouraqui. Lot vi si oppone con vigore e, mostrando che egli pone "le leggi dell’ospitalità al di sopra di tutto", (7) offre agli uomini di Sodoma le sue due figlie vergini.

Così, questo testo di cui ci si è sempre serviti per condannare l’omosessualità, diventa prima di tutto la dimostrazione di ciò che deve essere l’ospitalità.

Numerosi altri testi biblici parlano della protezione dello straniero (8) e denunciano le infrazioni a questa regola. (9)

Lo stesso messaggio è stato anche messo in musica dalla tradizione ebraica. Il Talmud pone il dovere dell’ospitalità tra i comandamenti da seguire. Una formula recitata all’inizio del "seder" di Pasqua, chiede di accogliere "coloro che hanno fame e di dar loro da mangiare". Durante il Medioevo nacquero delle associazioni allo scopo di nutrire ed accogliere gli ebrei costretti ad errare. E l’usanza dell’ospitalità del sabato "senza la quale il pasto sacro non è completo" (10) è arrivata fino a noi.

I Rabbini hanno sempre incoraggiato i fedeli a dar prova di cortesia; a portare loro del cibo non appena possibile; a non vantare le loro ricchezze; a occuparsi in prima persona dei loro invitati, che dovranno esprimere la loro gratitudine verso l’ospite.

Nel Nuovo Testamento si trovano le stesse esortazioni all’ospitalità, con un’attenzione particolare verso i più poveri. Nel testo sul giudizio finale, come si legge in San Matteo, capitolo 25, l’ospitalità è presentata come la prima fonte di salvezza eterna: "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto". (v. 35)

Il prologo del Vangelo di Giovanni insiste sul fatto che Gesù è uno straniero: "Egli ha stabilito la sua tenda tra di noi" (cap 1, v. 14) e, si precisa, "i suoi non l’hanno accolto" (v. 11).

Note

(1) Par la foi et l’hospitalité, Publications de Saint-André/Cahiers de Clerlande n°4, 1997.
(2) Le sens de l’hospitalité, Puf, 2001.
(3) XIV, 56-58.
(4) L’Hospitalité sacrée, testi inediti presentati da Jacques Keryeil, Nouvelle Cité, 1987.
(5) Par la foi et l’hospitalité, Publications de Saint-André/Cahiers de Clerlande n°4, 1997.
(6) Psaumes du Pèlerin, Gallimard, 1973.
(7) Notazione presa dal libro di Jacques Derrida, scritto in collaborazione con Anne Dufourmantelle, De l’hospitalité, Calmann-Lévy, 1997.
(8) Per esempio Esodo 22, 21; Deuteronomio 10, 17-20; 24, 17-18; 19-22.
(9) Per esempio Numeri 20, 17-22; Giudici 4, 17-22; Ezechiele 22, 2; II libro di Samuele 12, 1-6.
(10) Le sens de l’hospitalité, Puf, 2001.

 

GENESI, CAPITOLO 18, V 1-10

"Il Signore gli apparve presso il querceto di Mamre, mentre egli, sul caldo del giorno, era seduto davanti alla sua tenda. Alzati gli occhi guardò, ed ecco, tre uomini in piedi gli stavano davanti. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda, s’inchinò fino a terra e disse: "Signor mio, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare, ti prego, senza fermarti presso il tuo servitore. Permettete che vi faccia portare un po’ d’acqua; vi laverete i piedi e riposerete ai piedi di questi alberi. Io vi porterò un boccone da mangiare; vi rifocillerete e poi andrete oltre; non per niente siete passati davanti a casa del vostro servo". Ed essi risposero: "Fa pure come tu hai detto"; Abramo se ne andò allora in fretta nella tenda da Sara e le disse: "Svelta, prendi tre misure di farina, impastala e fanne delle schiacciate". Lui corse intanto nella stalla, prese un vitello tenero e buono, lo dette al servo che alla svelta lo preparò. Poi prese del burro e del latte e quel vitello già pronto e li mise davanti a loro; ed egli se ne stava ritto, con loro sotto l’albero, mentre essi mangiavano. Quindi gli domandarono: "Dov’è Sara, tua moglie?" Rispose: "Là, nella tenda". Il Signore gli disse:"Ritornerò certamente da te fra un anno e Sara tua moglie, allora avrà già un figlio".

Contesto

Il brano su citato, appartiene al ciclo di Abramo (Genesi, da cap. 12, 1 a cap. 25, 11). Tale ciclo era iniziato, nota l’esegeta Walter Vogels, "sviluppando il tema della promessa del paese (cap. 12, v10-13 e v 18 ) e, in seguito quello della benedizione (cap. 14). Aveva però lasciato il lettore in sospeso a proposito della discendenza, che sembrava tuttavia la più urgente" (Abraham et sa légende, Le Cerf, 1996). Poiché essa tardava a realizzarsi, Abramo e Sara ricorreranno a due soluzioni umane : l’adozione (di Eleazaro, cap 15) e la scelta di una donna che gli concepisca un figlio (al cap. 16, Agar, serva di Sara, darà un figlio ad Abramo). Dio però mostra di non gradire queste soluzioni. Prende quindi lui l’iniziativa e, dopo aver annunciato ad Abramo quella che sarà la sua decisione (cap. 17), ne informa poi successivamente Sara (cap. 18, versetto che segue al nostro testo).

Da notare:
L’ambiguità dello scritto. A volte Abramo si rivolge ad un personaggio che chiama "Signore", a volte poi si rivolge ai tre uomini parlando al plurale. La parola "Signore" indica o il capo dei tre oppure Dio stesso. L’incertezza rimane fino al versetto 13, quando il testo toglie ogni dubbio sull’identità dell’altro: "e Yahvè disse".

L’ospitalità

Il concetto di ospitalità si esprime con tre diversi linguaggi:

Linguaggio della sollecitudine: Abramo corre incontro ai suoi ospiti, si affretta ad avvertire Sara e la sollecita affinché faccia presto. Corre nella stalla e sceglie un vitello che il cuoco si affretta a preparare.

Linguaggio della venerazione: Abramo "si prosterna a terra". E un segno di rispetto per i suoi ospiti. Applicato a Dio, è un segno di adorazione.

Linguaggio della generosità: essa si manifesta al momento del pasto. La farina utilizzata è quella usata per le offerte sacre. Il vitello è "tenero e buono". Lo stesso discorso per quel che riguarda la quantità: ventiquattro litri di farina (tre misure) e un vitello intero per tre persone!

Nei tre misteriosi visitatori di Mambre, la tradizione cristiana ha ravvisato un’immagine della Trinità. Il pittore russo Andrei Roublev ha dedicato un'icona divenuta celebre, a questo episodio. In essa si scorgono una quercia e un tetto, spunti necessari per richiamare il contesto. Ma Abramo e la sua sposa Sara sono scomparsi per far posto ai tre personaggi, simboli delle tre persone divine. Occorre però precisare una cosa: il Dio cristiano è ospite nei due sensi del termine, visitatore e visitato, convitato (come nella scena dei discepoli di Emmaus) e padrone di casa.

Praticare l’ospitalità, vuol dire dunque imitarlo. Durante il corso dei secoli, la disponibilità all’accoglienza sarà considerata la pietra di paragone, il criterio fondamentale da seguire nella vita cristiana, prova nello stesso tempo di umanità e di carità. La Regola di San Benedetto, al capitolo 53, riassume questa norma in maniera perfetta: "Gli ospiti che vengono al monastero, devono essere accolti come il Cristo, poiché egli dirà un giorno: (riferimento al capitolo 25 di San Matteo) Ho chiesto ospitalità e voi mi avete ricevuto".

Louis Massignon definiva Allah "Dio dell’ospitalità". Senza trattare direttamente questo tema, il Corano "include a più riprese il viaggiatore e lo straniero nel numero dei beneficiari della carità e della bontà" (11). Questo spiega, senza dubbio, sottolinea Jean Hannoyer, come "il mondo arabo abbia attribuito grande importanza alla cultura dell’ospitalità". (12)

Alex e Héléne Brisset illustrano il concetto con un aneddoto: Quando nel deserto il viaggiatore arriva in vista della tenda di un nomade per chiedere ospitalità, si ferma in disparte e chiama il padrone della tenda. Costui esce ad informarsi. Il viaggiatore si presenta dicendo: "Ospite di Dio". Il nomade gli risponde: "Sii il benvenuto" poi si avanza verso colui che è diventato il suo ospite. Lo prende sotto la sua protezione e responsabilità. (13)

Louis Massignon è rimasto profondamente colpito dall’esperienza dell’ospitalità mussulmana. Essa fu per lui una via di conversione (al cristianesimo) e di accesso alla mistica. Il suo primo testo pubblicato si intitola "La Visita dello Straniero". Vi si trova questo passaggio: "Lo Straniero che è venuto a visitarmi, una sera di maggio, davanti al Taq, sul Tigri (in Iraq), nella cella della mia prigione, la corda stretta dopo due tentativi di evasione, è entrato pur essendo le porte chiuse. Ha messo il fuoco nel mio cuore, in quel cuore che il mio coltello aveva mancato (al momento di un tentativo di suicidio) cauterizzando la mia disperazione, trapassandola come la fosforescenza di un pesce che sale dal fondo delle acque abissali". (14) Per Massignon questo Straniero è Dio, "l’Esule per antonomasia". "Attraverso l’ospitalità", scriveva ancora, troviamo il sacro al centro del mistero dei nostri destini, come un’elemosina furtiva e divina".

Così, per tutte le religioni e le culture, l’ospitalità e colui che ne è oggetto, il visitatore, hanno un carattere sacro. Nel Levitico si trova prescritto, a proposito del non ebreo: "Lo amerete come voi stessi, perché anche voi siete stati esuli" (cap. 19, v. 34). Questo monito ci richiama alla nostra condizione di viaggiatori, di pellegrini, tema che è stato esaurientemente trattato da Sant’Agostino. Alcune religioni ne hanno fatto una specie di cartina al tornasole, di "bocca della verità" (15), un rivelatore del carattere dei rapporti sociali, in una determinata società. "Tutte - afferma Pierre François de Béthune - sentono che esiste una connivenza segreta tra lo straniero ed il Signore che ci invita. Come per lo straniero, anche per lui non si sa da dove provenga; egli chiede un accoglienza incondizionata, e porta con sé un messaggio mai udito prima, mai sperato...".

Note

(11) Idem.
(12) In Qantara, rivista di cultura araba e mediterranea, n°40, estate 2001.
(13) Hôte de Dieu, sois le bienvenu. A la rencontre des musulmans (Vescovado di Versailles, 1992).
(14) L’Hospitalité sacrée, testi inediti presentati da Jacques Keryeil, Nouvelle Cité, 1987.
(15) Le sens de l’hospitalité, Puf, 2001.

Ultima modifica Giovedì 22 Settembre 2011 15:27
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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