Domenica,26Marzo2017
Giovedì 22 Luglio 2010 17:12

Willigis Jäger, il benedettino che insegna il Risveglio (Djénane Kareth Tager)

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Willigis Jäger, il benedettino che insegna il Risveglio (Djénane Kareth Tager)

Come pregare Dio? È questa la domanda che si pone da molto tempo questo mistico, prete cattolico e insieme maestro zen. Incontro con questo adepto del “qui e ora” al Benediktushof, in un piccolo villaggio della Baviera.

Willigis Jäger,
il benedettino che insegna il Risveglio

 

di Djénane Kareth Tager

Il padre Willigis Jäger ha smesso di pregare Dio. Forse dal giorno in cui, sgranando il rosario, ha fatto l'esperienza di Dio… ma non potrebbe affermarlo con sicurezza. Aveva 6 anni. “Fu uno choc. Un'esperienza folgorante, ineffabile, sulla quale non era possibile mettere delle parole. Era il Risveglio”, dice lasciando che il suo sguardo così azzurro si perda nell'infinito.

Da quel giorno Willigis Jäger è partito alla ricerca di Dio. A scuola gli hanno fornito un vocabolario per mettere in parole questo Dio. Mobilitato nell'esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale, ben presto ferito al fronte austro-russo, continua la sua ricerca nell'abbazia benedettina di Münsterschwarzach, in Baviera, e nelle facoltà di filosofia e teologia dove si arricchisce il suo lessico. Schiuma le biblioteche, divora i mistici, si affonda nell'“inferno” dove, negli anni 1940-1950, si mettevano sotto chiave le opere giudicate solforose, si tuffa in Nietzsche e in altri pensatori proibiti. “Sapevo che c'è qualche cosa che si chiama Dio, lo so tanto meglio perché l'ho sperimentato, ma come metterlo in parole e a fortiori come dirgli delle parole?”, interroga oggi con candore.

Missionario nell'anima

 

Colui che non pregava Dio, ha tuttavia scelto di diventar prete. Nel 1952 è ordinato tra i Benedettini, l'ordine al quale rimane unito. Sceglie le missioni, per vocazione: “Volevo predicare la buona parola. Credo che avessi soprattutto voglia di dire l'esperienza che avevo vissuto a 6 anni”. Solca l'Africa, l'America Latina. l'Asia, organizza collette a favore del Terzo Mondo, assicura che fu “un buon cattolico” e subito attenua “anche se ero in interrogazione”. Ha un'idea fissa: installarsi in Giappone per familiarizzarsi con il buddismo. Nel 1975, dopo quattro anni di insistenza, i superiori cedono e acconsentono alla sua domanda. il padre Jäger ha la missione di installare un monastero benedettino a Tokio, ma preferisce frequentare i dojos zen. Si attacca a un maestro, Yamada Koun Roshi, pratica sei ore di zazen quotidiano, rivive l'esperienza dell'infanzia. e continua a celebrare la messa, la domenica, per un pugno di espatriati.

Nel 1981, il padre Jäger riparte in missione. Ma questa volta, su domanda del suo maestro giapponese, che lo incarica di trasmettere lo zen in Germania. Inaugura un centro di meditazione a Würzburg, in Baviera, mescolando lo zen e la contemplazione cristiana. I superiori disapprovano, egli spiega loro di avere scoperto la mistica nei dojos, racconta loro Teresa d'Avila, Maestro Eckhart e i padri del deserto che cercavano Dio fino alle vertigini, che cercavano Dio nel nulla. Nel 1996, quando riceve il titolo di roshi (maestro) della scuola zen di Sambo Kyodan Line, il nome di Ko-un-Roshi e integra la 86a generazione dei successori del Buddha, le autorità vaticane cominciano a inquietarsi.

L'universo, una grande sinfonia divina

 

Il seguito? Nel 2001, dopo molti scambi di lettere e di ingiunzioni, Willigis Jäger è sospeso dalla celebrazione e dall'insegnamento dal cardinale Ratzinger, l'attuale papa Benedetto XVI°, allora a capo della Congregazione per la dottrina della fede. Lascia la sua comunità benedettina - anche se conserva ancora una camera nel monastero di Münsterschwarzach. E moltiplica i libri, le conferenze e le sessioni di meditazione, interamente consacrate alla ricerca dell'esperienza della divinità. Nel 2003, sostenuto dai suoi fedeli, riacquista un monastero benedettino abbandonato a Holzkirchen, piccolo villaggio della Baviera. Fra queste mura, costruite nel sec. VIII°, fonda il Benediktushof, un centro spirituale non confessionale destinato alla meditazione, e organizza in permanenza delle sesshin, delle sessioni intensive di ritiri molto frequentati, che riuniscono centinaia di aspiranti al Risveglio. Nel suo covo bavarese le iscrizioni si ricevono con mesi di anticipo e i centri che rivendicano la sua filosofia si moltiplicano in Germania, in Belgio, in Spagna, in Italia e fin negli Stati Uniti.

Willigis Jäger commette il peccato di sincretismo, di cui lo accusano i suoi detrattori, cristiani o buddisti, specialmente in Francia? Essi gli rimproverano di mescolare tutto. Di praticare lo zen con sottintesi cattolici e di colorare le meditazioni cristiane (le kontemplation come le chiamano al Benediktushof) con riferimenti buddisti. Di trasformare i detti di Francesco d'Assisi o di Gregorio di Nissa in koan, quei brevi dialoghi fra un maestro e i discepoli che fanno parte dell'insegnamento e della pratica meditativa zen. Di pretendere che facendo zazen, anche su un supporto cristiano, ognuno, cedente o agnostico che sia, può sperimentare una scintilla di illuminazione, scoprire la sua vera natura e accedere al Risveglio. E soprattutto di incoraggiare coloro che cercano Dio a concentrarsi  piuttosto sul qui e ora. Insomma, alcuni buddisti zen vedono di cattivo occhio l'intrusione di questo prete cattolico nella loro spiritualità, lo sospettano di ridurre lo zen a una pura esperienza disincarnata, e molti cristiani gli chiedono semplicemente se è ancora cristiano.

Io sono cristiano, la religione cristiana è il mio paese natale, ma sono al di là del cristianesimo, del buddismo, delle tradizioni” mormora Willigis Jäger. Siamo nel suo studio, un vasto ambiente luminoso e spoglio, al primo piano del Benediktushof. Prende un libro dalla biblioteca. La versione abbreviata del Catechismo della Chiesa cattolica, un'opera a forma di domande e risposte, accuratamente annotata. Gira le pagine, legge dei frammenti a caso: l'inferno, il paradiso, i dogmi, l'Immacolata Concezione. Lo richiude, lo posa sul tavolo di lavoro: “Dio non è cristiano. È al di là di tutti i  dogmi. Dio non è una persona. è transpersonale. Dio è il silenzio. Il vuoto”. Di fatto sono i dogmi a contrariare Willigis Jäger. Egli non crede nella resurrezione più che nella reincarnazione. Attinge gli insegnamenti di sapienza nel Buddha e si confessa affascinato dal Cristo, “non un Dio che salva gli uomini, ma un umano che ci ha reso accessibile un altro livello di coscienza”. Percepisce l’universo come una grande sinfonia divina “che non è creata ma che è”, e di cui ogni essere e ogni cosa sarebbe una nota che partecipa del Tutto.

Non crede al peccato originale, ma se continua a battezzare, nonostante l’interdetto, è per confermare Dio in ogni vita. Sincretismo!, diranno i detrattori. Certo, a meno, forse, di estendere a tutte le religioni la definizione che dava maestro Deshimaru dello zen: “la religione di prima della religione”. Quella che ricerca il padre Willigis Jäger…

Ma allora, perché i rituali che punteggiano la vita del Benediktushof? Perché gli incensi, le campane, i gong? Perché la cerimonia dell’agape durante la quale, davanti a centinaia di partecipanti, il padre Jäger spezza il pane e condivide il vino (senza consacrazione, precisa, alla maniera delle prime comunità cristiane)? “Abbiamo tutti bisogno di rituali, che sono un nesso fra il naturale e il soprannaturale. Di inquadrature che ci aiutino a raggiungere una realtà al di là della nostra comprensione intellettuale. Io insegno l’esperienza mistica, la sola che consente di sperimentare la realtà ultima, e questa esperienza è difficilmente realizzabile al di fuori dei riti che includono tutto il nostro essere, compreso il corpo”.

Atmosfera irreale

Venuta la sera, Willigis Jäger prende la parola davanti al centinaio di persone venute in Baviera per un sesshin contemplativo. Parla loro dell’esperienza: del vuoto, di sé, dell’universo. Parla loro della sinfonia universale, dell’importanza di evadere dalla prigione dell’ego e dell’egoismo, e poi del senso della vita: essere là, sempre là, nel qui e ora, lucidando una casseruola o meditando davanti a un muro. Parla loro della vera etica, figlia dell’Amore. Gli sguardi si illuminano. Una pace, quasi palpabile, scende sull’assemblea…

Alle 6, l’alba non sorge ancora in Baviera. I meditanti attraversano i giardini innevati del Benediktushof per partecipare alla prima seduta della giornata. L’atmosfera è irreale. “Dio non è in me: io sono Dio”, sussurra maestro Jäger. Si è disposti a crederlo. Ma rompe la magia: “Siamo tutti delle incarnazioni di Dio: io, voi, i fiori, le stelle. Allora come pregare Dio?

(in Le monde des religions, 16, pp. 60-62)

Ultima modifica Giovedì 06 Marzo 2014 00:54
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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