Lunedì, 23 Ottobre 2017
Giovedì 23 Febbraio 2012 15:06

Il dialogo una via difficile (Brunetto Salvarani)

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Il 17 gennaio 2012 le Chiese locali sono state invitate a vivere la “Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo religioso ebraico-cristiano”. A tema il comandamento non: “Non uccidere”.

Prendo le mosse da un ricordo personale. Il mio primo 17 gennaio fu nel 1991, ne conservo una memoria speciale perché – dovendo nell'occasione tenere una relazione al riguardo a Reggio Emilia - attraversai piazza Prampolini, dove m'imbattei un sit-in pacifista contro la ventilata Guerra del Golfo: che in effetti scoppiò proprio quella notte. Così, sin da allora ai miei occhi le ragioni di un incontro indispensabile fra cristiani ed ebrei s'intrecciarono con la centralità geopolitica della regione di cui fa parte Israele, e della necessità di una pace duratura in Medio Oriente. A due anni prima risaliva la felice intuizione della Cei che, grazie soprattutto all'impegno del vescovo di Livorno Alberto Ablondi (scomparso nell'estate del 2010) e di Maria Vingiani, fondatrice del Sae (Segretariato attività ecumeniche), in linea con il quarto paragrafo della dichiarazione conciliare Nostra aetate chiamarono le Chiese locali a vivere una Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo religioso ebraico-cristiano, appunto il l 7 gennaio di ogni anno. Data scelta non a caso, ma per ragioni teologiche e simboliche: a ridosso della tradizionale Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, con la doppia intenzione di evidenziare la priorità dell'incontro con Israele, radice santa della fede cristiana, su qualsiasi pur apprezzabile sforzo ecumenico, e l'impossibilità che quest'ultimo produca effetti concreti senza un costante invito a porsi alla scuola di Israele. A distanza di oltre vent'anni, è legittimo chiedersi: qual è lo stato di salute di tale Giornata?

Una strada ancora lunga

Difficile sottrarsi alla sensazione che essa stia attraversando, da qualche tempo, una fase critica. Certo, è normale nelle cose umane che, dopo un avvio carico di attese e curiosità, si ceda il passo a una quotidianità un po' routinaria. Talvolta, ciò accade quando il messaggio collegato alla ricorrenza ha ormai preso piede, facendosi senso comune. Non è questo, però, purtroppo, il caso del 17 gennaio. Di anno in anno, anzi, la percezione dei (pochi) addetti ai lavori - quasi sempre gli stessi, ovviamente nel frattempo invecchiati, dall'una e dall'altra parte - è che la spinta propulsiva non solo si sia esaurita, ma non sia riuscita a far breccia nel cuore dei più giovani. Senza enfatizzare la scelta dei rabbini di non parteciparvi, nel 2009, dopo il caso doloroso della nuova preghiera del Venerdì santo in versione latina, giudicata conversionistica, diverse appaiono le cause della crisi: l'oggettiva complessità del tema, dopo diciannove secoli di insegnamento del disprezzo; i sentimenti di paura e chiusura identitaria che hanno contagiato ogni comunità religiosa - si pensi fra l'altro all'esiguo numero di ebrei italiani – nel vortice dell'immaginario del (cosiddetto) scontro di civiltà; il classico argomento dell'asimmetria del dialogo, per cui i cristiani avrebbero bisogno degli ebrei ma non viceversa; e poi, last but not least, la modestia dei risultati effettivi ottenuti sinora. La strada è ancora lunga, ma non si dovrebbe recedere da questo percorso (per quanto accidentato), senza dimenticare che il passo più ampio, e più difficile, è stato fatto con la stessa Nostra aetate. Sin dall'inizio ogni appuntamento del 17 gennaio si è soffermato su un tema specifico, mentre da qualche anno si sta meditando sulle Dieci Parole descritte nel capitolo 20 dell'Esodo. Nel 2012 il focus riguarderà la sesta parola, quinta secondo la tradizione cattolica, «Non uccidere» (Es 20,1.12).

"Non uccidere"

Si tratta di un imperativo cruciale nelle Scritture ebraiche e cristiane: infatti la Bibbia, grande codice spirituale e morale d'Israele e dell'umanità, fin dalle origini nelle prime pagine della Torà (o Pentateuco) difende la vita umana e condanna l'omicidio del giusto Abele commesso da Caino suo fratello (Gen 4,1-16). Dopo il diluvio, quando Dio stabilisce un'alleanza con il genere umano rappresentato in Noè e nella sua discendenza, riafferma lo stesso principio ancor più esplicitamente: «Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell'uomo all'uomo, a ognuno di suo fratello. Chi sparge il sangue dell'uomo, dall'uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio è stato fatto l’uomo» (Gen 9,S-6). Dio è spesso il Vivente che protegge e promuove la vita e la pace, perciò interviene ripetutamente a salvezza di Agar e Ismaele nel deserto, di Isacco legato sul monte Moriah, di Giacobbe minacciato da Esaù al guado dello Iabbok, di Giuseppe venduto dai fratelli, del popolo ebraico schiavo del faraone in Egitto. Il passaggio del Mar Rosso a Pasqua e il patto tra Dio e il suo popolo al Sinai (Es 20-23), segnano un momento fondamentale per la storia religiosa, e le Dieci Parole (Dt 10, 4), o Decalogo, tracciano una via luminosa di comportamento non solo per il popolo ebraico, ma per tutti i popoli, in particolare per la Chiesa che in Gesù Cristo partecipa dell'eredità dei Padri e accoglie la rivelazione biblica. A queste Parole di valore universale fa spesso riferimento Benedetto XVI quando incontra delegazioni ebraiche o rende visita alle sinagoghe, come nel 2005 a Colonia o il l7 gennaio 2010 a Roma.
Si apre dunque quest'anno la meditazione sul secondo gruppo di comandamenti, comprendenti le cinque fondamentali prescrizioni, formulate in modo negativo, per la salvaguardia della vita individuale, pubblica e sociale, a partire dalla proibizione dell'omicidio fino alla condanna del desiderio di possedere la moglie, i beni e la casa del prossimo. L'umanità contemporanea è molto attenta al valore e alla difesa della vita, in particolare della vita umana e della persona, i cui diritti fondamentali sono proclamati, riconosciuti universalmente, tutelati da istituzioni e sistemi giuridici che contribuiscono a rinsaldare il senso del bene comune e della giustizia. Eppure, mai come oggi assistiamo in diretta ad atti di inaudita violenza, che provocano morte e distruzione. Le aspirazioni e i principi civili dei popoli concordano con le grandi tradizioni religiose del mondo nell'affermare il primato della vita umana, ma nonostante ciò non di rado atroci delitti sono commessi sotto il pretesto religioso, ideologico o politico. Le nuove scoperte della scienza e della tecnica, poi, unite agli sviluppi globali dell'economia e dei commerci, permettono di migliorare la qualità della vita in modo sempre più profondo ed efficace, costituendo altrettanti passi in avanti in difesa della vita, ma possono venir purtroppo applicate anche al di fuori o contro i diritti umani fondamentali. Rimane pertanto attualissimo l'appello etico primario che invoca il rispetto e la tutela dell'esistenza di ciascun essere umano nella sua vita concreta.

Dopo la Shoà

La ricchissima vicenda religiosa ebraica, sviluppatasi durante più di tre millenni sulle radici bibliche, può offrire un prezioso contributo alla Giornata della Cei, proponendo molti spunti che i fedeli potranno approfondire sia nelle comunità cristiane, sia in collaborazione con le comunità ebraiche. Una questione particolare da mettere a fuoco durante la Giornata potrebbe essere quello del senso del comandamento “Non uccidere” dopo Auschwitz e dopo la Shoà. Fra l'altro, com'è noto, da alcuni anni si è aggiunta, in ambito civile, la celebrazione della Giornata della memoria della Shoà, fissata pochi giorni più tardi, al 27 gennaio (data della liberazione del lager di Auschwitz): cosa che ha prodotto un ulteriore arricchimento nelle tematiche e negli incontri, a reciproco vantaggio di entrambe le giornate, pur se con connotazioni ben distinte.
In vista di una sua fruttuosa celebrazione, andrà infine ricordato, una volta di più, che lo scopo del 17 gennaio non è di pregare per gli ebrei, ma di iniziare i cristiani al rispetto e alla conoscenza della tradizione ebraica, in sintonia con la svolta citata del Vaticano II. Sarebbe opportuno, pertanto, che le diocesi e le parrocchie promuovessero nell'occasione momenti di approfondimento lungo due filoni complementari: la riflessione sul vincolo particolare, anzi unico, che lega chiesa e Israele, da un lato; e l'esistenza viva e attuale del popolo ebraico, dall'altro. Perché su questo si giocherà, come disse bene il cardinal Martini quasi trent'anni fa, «l'acquisizione della coscienza, nei cristiani, dei loro legami con il gregge di Abramo e le conseguenze che ne deriveranno sul piano dottrinale, per la disciplina, la liturgia, la vita spirituale della Chiesa e addirittura per la sua missione nel mondo d'oggi».

Brunetto Salvarani

(da Settimana, anno 2012, n. 1, p. 12)

 

Ultima modifica Venerdì 27 Gennaio 2017 10:28
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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