Martedì, 21 Maggio 2019
Domenica 12 Maggio 2019 14:09

Per una formazione al dialogo interreligioso (Michael Louis Fitzgerald) In evidenza

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Mi permetto di suggerirvi alcuni elementi per una formazione al dialogo interreligioso nella consapevolezza che la formazione al dialogo è un processo senza fine.

Atteggiamenti di mente e cuore

Anzitutto è bene ricordare la definizione di "dialogo" che troviamo nei documenti della Chiesa, a partire dall'enciclica di Paolo VI, Ecclesiam suam (1964). Il documento del Segretariato per i non cristiani (ora Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso), L'atteggiamento della Chiesa di fronte ai seguaci di altre religioni: riflessioni e orientamenti su dialogo e missione (1984) recita: "[II vocabolo dialogo indica] non solo il colloquio, ma anche l'insieme dei rapporti interreligiosi, positivi e costruttivi, con persone e comunità di altre fedi per una mutua conoscenza e un reciproco arricchimento" (DM 3). Un ulteriore documento, Dialogo e annuncio (1991), aggiunge due altri elementi: "nell'obbedienza alla verità e nel rispetto della libertà" (DA 9). Da questa definizione possiamo trarre la conclusione che il dialogo non richiede solo una capacità intellettuale ma anche doti di cuore.

Il primo atteggiamento richiesto è una sana curiosità. Aristotele diceva che la curiosità è il principio della scienza. Se attorno a noi vivono persone che seguono un'altra religione, è normale (anche se non sempre capita così) voler sapere qualche cosa di loro e della loro religione. Certo, possiamo leggere libri sulla religione in questione, porre delle domande a questi nostri vicini diversi: come praticate la vostra religione, quali sono i momenti importanti, le feste, come pregate? Le domande sono quasi infinite. È importante che non siano aggressive, dei pretesti per criticare, ma genuine, ossia provenienti da un serio desiderio di sapere e capire.  In buona sostanza, per iniziare un dialogo ci vuole un atteggiamento aperto ai valori dell'altra religione, capace di cogliere un'altra logica. Man mano che si approfondisce la conoscenza dell'altro e del suo background, sarà più facile comprendere il suo modo di agire e la simpatia crescerà. Si, anche la simpatia è un ingrediente essenziale per un dialogo proficuo. Anzi, si potrebbe parlare di empatia, la capacità cioè di vedere le cose dal punto di visto dell'altro. È interessante constatare come, dopo un tentativo di questo genere, le nostre posizioni si modificano.

Vorrei citare di nuovo Dialogo e annuncio: "II dialogo richiede un atteggiamento equilibrato sia da parte dei cristiani sia da parte dei seguaci delle altre tradizioni. Essi non dovrebbero essere ne troppo ingenui, ne ipercritici, bensì aperti e accoglienti. Si è già fatta menzione del disinteresse e dell'imparzialità, così come l'acccttazione delle differenze, nonché delle possibili contraddizioni. Le altre disposizioni richieste sono la volontà d'impegnarsi insieme a servizio della verità e la prontezza a lasciarsi trasformare dall'incontro" (DA 47).

Come sviluppare questi atteggiamenti? Quale formazione offrire a quelli che vogliono impegnarsi nel dialogo interreligioso? Mi sembra che noi missionari abbiamo qui un vantaggio. Normalmente siamo inviati in una parte del mondo dove la cultura è diversa dalla nostra. Cominciamo con l'apprendimento della lingua, chiave di comprensione della cultura. Sappiamo che anche qui la curiosità ci aiuta, la volontà d'imparare non solo parole che sarebbero più o meno equivalenti alle parole della nostra lingua, ma anche la struttura della lingua, la sua logica interna, che può aprirci ad un'altra visione del mondo. Sappiamo inoltre quanta umiltà ci vuole nella pratica di un'altra lingua, facendo lo sforzo di balbettare qualche frase, lasciandosi correggere dagli altri. Mi hanno parlato recentemente di due religiosi che imparavano una nuova lingua: uno di loro rimaneva tutta la giornata davanti al suo computer, l'altro usciva per strada cercando di parlare con tutti. Quale dei due, a vostro parere, sarà più dotato per il dialogo? Lascio a voi indovinare.  Se un Istituto missionario è di carattere internazionale, la formazione insieme di candidati di diverse nazionalità e culture costituisce di per se stessa una preparazione al dialogo. Nel mio Istituto, dopo la prima fase degli studi (filosofici), che quando è possibile avviene nel paese d'origine, e dopo l’anno cosiddetto "spirituale" (noviziato) a livello internazionale in Africa, i candidati hanno due anni di stage (esperienza apostolica), per cominciare ad imparare un'altra lingua, studiare un'altra società, entrare in contatto con la popolazione, spesso con i giovani, e così iniziarsi in modo pratico al dialogo interreligioso.

La conoscenza delle altre religioni

Sono convinto che per sviluppare un vero dialogo con persone di altre religioni, le doti di cuore sono le più importanti: curiosità, simpatia, capacità di costruire rapporti di vera amicizia. Un chiaro esempio di questo atteggiamento è S. Giovanni Maria Vianney, il curato d'Ars, che pur non essendo intellettualmente un genio, aveva un grande cuore pastorale ossia il dono di  condurre le persone a Dio. In ogni modo, lo studio delle religioni rimane importante. Ci dà una certa sicurezza. Ci aiuta ad evitare errori grossolani nella conversazione e nel comportamento con gli altri.

Lo studio delle religioni può farsi tramite corsi appropriati, specializzati. È importante adattare il contenuto dei corsi alle diverse fasi della formazione missionaria, perché talvolta ciò che viene offerto ai candidati sono le solite introduzioni di base, che stancano gli studenti e non li interessano. Quelli che hanno già un'esperienza d'incontro con persone di altre religioni hanno bisogno di studi più approfonditi. Un libretto, a cura del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso indica una possibile progressione dei corsi sul dialogo in generale, sull'Islam e sulle Religioni Tradizionali Africane. Se un candidato ha già cominciato ad imparare una lingua legata ad una religione particolare, arabo per l'Islam, hindi o sanscrito per l'Induismo, mandarino per il Confucianesimo,  sarebbe bene dargli la possibilità di continuare lo studio di questa lingua per non essere obbligato più tardi a ricominciare da capo.

È evidente che lo studio personale deve essere incoraggiato. Può prendere la forma di letture di libri e di articoli, ma molto utile è anche l'osservazione personale. Durante la formazione pastorale dei candidati è possibile chiedere loro un'inchiesta sulla società in cui vivono, compreso l'aspetto religioso. Lo studio teorico e l'osservazione pratica dovrebbero andare di pari passo.  "A little knowledge is a dangerous thing" (Una scarsa conoscenza è una cosa pericolosa). È bene ricordare che possiamo sapere molto di una religione, ma se non aderiamo a quella religione ci manca sempre qualche aspetto. Dobbiamo sapere di non sapere. Infatti, quando ci sentiamo "esperti" di una religione, corriamo il pericolo di giudicarne i seguaci secondo la loro conformità o meno all'ideale che noi abbiamo studiato. È necessario distinguere tra i principi di una religione (la teoria) e l'applicazione (la prassi). Non tocca a noi giudicare le persone, ma di accoglierle come sono. Lo studio ha comunque il vantaggio di farci capire meglio l'aspetto religioso della società in questione. Ci insegna a distinguere i diversi gruppi (le scuole del Buddhismo o i movimenti sufi, per esempio); ci rende più avvertiti sugli influssi esterni, perché siamo capaci di leggerne i segni.

Riflessione cristiana

È necessario accompagnare lo studio delle religioni e l’incontro con i rispettivi seguaci con una riflessione sulla nostra fede. Ci aiutano in questa riflessione, in primo luogo i documenti della Chiesa, quelli del Concilio Vaticano II (Lumen gentium, Gaudium et spes. Ad gentes. Nostra aetate, Dignitatis humanae), le ultime encicliche dei Papi, ma anche l'insegnamento occasionale di questi ultimi. Il discorso di Giovanni Paolo II ai giovani musulmani di Casablanca, nel 1985, è un modello di dialogo della fede cristiana con i musulmani. I discorsi di Giovanni Paolo II del 27 ottobre 1986 ad Assisi, Giornata di preghiera per la pace nel mondo, e la riflessione fatta dallo stesso Papa sull'evento, davanti alla Curia Romana, il 22 dicembre 1986, propongono altrettanti elementi importanti della teologia che sostiene l’incontro interreligioso. Molti altri testi meriterebbero la nostra attenzione. Perfino le ripetizioni di un testo in un altro dimostrano ciò che è considerato importante. Vanno considerati anche i documenti dei diversi dicasteri romani e quelli della Commissione Teologica Internazionale. Il libro a cura di Mons. Francesco Gioia, Dialogo Interreligioso nell'insegnamento ufficiale della Chiesa Cattolica dal Concilio Vaticano II a Giovanni Paolo II, è di grande utilità come fonte per la maggior parte dei testi.

L'incontro interreligioso, sia esso teorico o personale, presenta delle sfide per la fede cristiana. Possiamo pensare al Buddhismo, che generalmente non dà alcun posto a Dio e alla creazione; all'Induismo, che rifiuta il carattere unico dell'incarnazione di Dio in Gesù Cristo;  all'Islam, che assolutamente rifiuta la possibilità dell'incarnazione. Credo che la riflessione ci aiuterà a purificare la nostra fede e ad apprezzare il dono meraviglioso che Dio fa di se stesso, specialmente nel mistero dell'incamazione.

Come dare una formazione in questo campo così complesso delle diverse identità religiose? Si possono evidentemente proporre dei corsi sull'insegnamento del magistero ecclesiale. Credo però che il modo migliore, di proseguire la riflessione teologica sia la ricerca personale. Gli studenti di teologia potrebbero scegliere dei temi che interessano il dialogo interreligioso per i loro elaborati scritti. In questo caso ci vorrebbero professori in grado di valutare il lavoro fatto e gli studenti dovrebbero disporre di biblioteche adeguate.

Il senso della Chiesa

Mi pare importante insistere sul fatto che il dialogo interreligioso fa parte integrante della missione evangelizzatrice della Chiesa (cfr. DM 13). Perciò abbiamo bisogno di esperti di dialogo interreligioso, anche se ciò comporta il rischio di delegare ad essi da parte della Chiesa locale la responsabilità del dialogo. Sarebbe bene disporre a livello diocesano o almeno a livello regionale/nazionale di una persona qualificata per guidare gli sforzi nel campo del dialogo. Meglio ancora avere un'equipe, specialmente nel caso di una società multireligiosa. La persona designata dovrebbe aver fatto degli studi appropriati e avere un'esperienza diretta di dialogo. I missionari possono essere chiamati ad un tale ruolo sia in missione, quando le Chiese locali non dispongono di persone disponibili del luogo, sia nei loro paesi d'origine, dove la Chiesa locale li chiama a sfruttare la propria esperienza. Va comunque evitato il rischio di lasciare tutto all'esperto, senza un vero impegno da parte della Chiesa locale. La presenza di una persona, o meglio di un'equipe, che possa occuparsi dei seguaci d'altre religioni, può diventare un alibi. È quindi importante che l'esperto mantenga vivo il legame con la sua comunità di fede, per non agire da solo, anche quando la comunità sembra muoversi lentamente. Ci vuole molta pazienza per trascinare una comunità sulla via del dialogo. L'incaricato diocesano può essere richiesto di rappresentare il vescovo in diverse occasioni, ma dovrebbe sempre informarlo sulle sue attività.

Un processo senza fine

La formazione per rincontro interreligioso non è mai sufficiente. Una buona formazione iniziale permette ai missionari, per esempio, di lanciarsi nell'incontro con una certa dose di sicurezza, ma essi dovranno poi integrare la teoria con una conoscenza precisa della situazione concreta, perché le situazioni non sono mai né identiche né statiche. Si può dire che la formazione al dialogo è un processo senza fine.

Michael Louis Fitzgerald

(tratto da Missione Oggi – agosto settembre 2009, pp. 15-18)

Michael Louis Fitzgerald, dei Missionari d'Africa (Padri Bianchi), è nato nei 1937 vicino a Birmingham (Gran Bretagna) da genitori irlandesi. Dal 1987 al 2002 è stato Segretario generale del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Nel 2002 è stato nominato suo Presidente e arcivescovo. Ha ricoperto l'incarico fino al 2006, quando è stato nominato Nunzio apostolico nella Repubblica Araba d'Egitto e Delegato della Santa Sede presso l'Organizzazione della Lega degli Stati Arabi. La sua area di specializzazione sono le relazioni cristiano-musulmane. Ha insegnato in Uganda e in Sudan, e al PISAI (Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica), di cui è stato anche direttore. I suoi due ultimi libri in italiano: Dio sogna l'unità. I cattolici e le religioni, Città Nuova, Roma 2007; Dialogo interreligioso. Il punto di vista cattolico, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007.

 

Ultima modifica Domenica 12 Maggio 2019 14:36
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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