Domenica, 17 Dicembre 2017
Giovedì 17 Novembre 2005 01:48

Gli abbà in subaffitto. Copti in Italia (Laura Badaracchi)

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Copti in Italia
Gli abbà in subaffitto
di Laura Badaracchi


La sua vocazione è anche quella di pittore: dipinge icone su tela o pergamena, dai colori vivaci e accesi, che poi appende alle pareti della chiesa romana dei santi Gioacchino e Anna ai Monti. Ambà (che in lingua amarica significa "regalo") è arrivato dall'Etiopia due anni fa; ha studiato arte tradizionale mentre frequentava teologia e si preparava a diventare diacono. Con il permesso di soggiorno per motivi religiosi, ora vive in una stanza subaffittata per 300 euro al mese in un appartamento a Centocelle. E affianca nella catechesi e nel canto abbà Gebre Tinsae Hailu, il sacerdote responsabile della comunità copta ortodossa in via Monte Polacco.

La chiesetta in cui da dieci anni si ritrovano gli etiopi è uno dei tanti luoghi di culto cattolici (perlopiù in disuso) "prestati" alle comunità straniere di altre confessioni cristiane dalla diocesi di Roma. Costruita nell'VIII secolo, è stata ristrutturata nel 1609, ma ora necessita di un urgente restauro. «A giugno o settembre dovremo lasciarla», annuncia padre Gebre. «Ma il Vicariato non ci ha ancora comunicato dove possiamo andare».

Vicina alla fermata Cavour della metropolitana, la chiesa è stracolma ogni domenica mattina. A centinaia partecipano alla divina liturgia, nella lingua tradizionale liturgica giez (ghis è la pronuncia), che comincia alle 8 e dura circa tre ore. Tra i banchi si nascondono i bambini, mentre intere famiglie - etiopiche e in qualche caso miste, con uno dei coniugi italiano - pregano e cantano al ritmo di sonagli e tamburi. Sul pavimento, tappeti pregiati; tutti sono scalzi e lasciano le scarpe all'ingresso, sotto un'immagine di Gesù che troneggia sulla bandiera dell'Etiopia; come una didascalia, un versetto dell'Esodo ricorda che si sta entrando «in un luogo santo».

Le donne indossano il netelà, mantello bianco di tela leggera che le avvolge e ricopre il capo. «La Bibbia dice che la donna è chiamata a coprirsi per la preghiera», spiega Esete, una delle veterane della comunità. Nella capitale è approdata nel 1982, a motivo di una borsa di studio in architettura mentre studiava come geometra; sposata con un italiano cattolico, cinque figli educati alla fede ortodossa, fa parte insieme al marito del "Comitato della chiesa", un gruppo formato da sacerdoti, diaconi e laici che si preoccupa delle questioni amministrative e dei problemi comunitari. Caso tipico, ad esempio, quando muore un connazionale e i parenti hanno difficoltà economiche, la comunità organizza una colletta per poter inviare la salma in patria.

Una delle emergenze più discusse è la mancanza di spazio: «Non abbiamo a disposizione una sala dove riunire i bambini e fare catechesi, o in cui incontrarci per le feste o la scuola biblica», lamenta Esete. In mancanza di una struttura propria, sufficientemente capiente e perennemente a disposizione dei fedeli (circa 600 praticanti, giovani donne nella maggioranza dei casi), il giovedì pomeriggio la spiegazione della Scrittura avviene in chiesa; molte ragazze, impiegate per lo più come colf o badanti, chiedono il giorno libero al proprio datore di lavoro per poter frequentare la "lezione".

La liturgia è il fulcro della vita comunitaria. I copti ortodossi festeggiano solennemente l'Ascensione. E il Natale - come succede in tutte le Chiese dell'ortodossia - è spostato al 7 gennaio. Le loro tradizioni vantano quindici secoli di storia: la Chiesa copta ortodossa egiziana, etiope ed eritrea - così come quella siro-giacobita, quella malankarese in India e la Chiesa apostolica armena - sono antichissime comunità orientali, la cui origine risale a uno dei primi scismi della cristianità indivisa: tutte, pur essendo indipendenti tram loro e organizzate in patriarcati autonomi, vengono dette "pre-calcedonesi" perché nel 451 non accettarono le conclusioni del Concilio di Calcedonia, che definì il dogma dell'unione in Cristo delle nature divina e umana. Definite "monofisite" ("una sola natura") perché ponevano l’accento soprattutto sulla natura divina di Gesù, dal IV secolo sono dunque separate dal Papa di Roma.

Con la Santa Sede, a partire dagli anni del post-concilio, molte controversie teologiche sono state relativizzate e le relazioni fraterne sono migliorate. Ma, dall'angolatura di questa piccola comunità straniera dispersa nella capitale del cattolicesimo, sembra che non tutte le frizioni siano state superate: «Siamo una Chiesa povera, non siamo ricchi come i cattolici», dichiara abbà Gebre. Affiancato da altri due sacerdoti e altrettanti diaconi, il parroco sta studiando l'italiano e l'inglese; è arrivato a Roma nove mesi fa e vive in un convento di suore, a San Pietro in Vincoli. Nella chiesa non c'è posto per dormire: né per il parroco, nè per diaconi e sacerdoti, che hanno affittato posti-letto in appartamenti di. periferia.

Il dialogo ecumenico? Viene vissuto in talune occasioni, per lo più liturgiche. L'abbà ha avviato rapporti cordiali con le comunità ortodosse della città: «Spesso recitiamo il vespro insieme», riferisce. E con i cattolici? Ci si incontra solo in occasione della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani. Poi la comunità vive molto la fede al suo interno.

Padre Gebre è un punto di riferimento per i fedeli: gli si avvicinano continuamente, al termine della celebrazione, per essere benedetti con la sua croce, che viene poi baciata. Si abbracciano per tre volte: è il saluto tipico. Tra loro, anche Mulumbet, da quattro anni a Roma con suo marito, operaio in una ditta di vini. Lei lavora come colf di mattina, in alcune famiglie, ma sta cercando di impiegare anche le ore pomeridiane per riuscire a pagare l'affitto. «Siamo sposati da sette anni, ma i figli non arrivano. Mi rivolgo a Mariàm, ogni domenica. Sono andata a pregare anche al santuario cattolico del Divino Amore», racconta. Si sofferma davanti a una delle tante icone della Madonna con il Bambino: nella chiesa abbondano, insieme a quelle di Cristo e dei santi, illuminate dal tremolio delle candele che diffondono ovunque un odore di cera. Davanti alle icone, inchinati per accendere una nuova fiammella, si radunano in silenzio giovani madri con i bambini, uomini slanciati che aprono la Bibbia e ne leggono qualche versetto, immergendosi poi nella meditazione. Carnagione olivastra e capelli color ebano: un frammento di Africa, discreto, poco vistoso, intriso di rituali dal sapore antico.

Amhà, il diacono, prova i canti del matrimonio che si celebrerà la domenica successiva. Anche lui sogna di sposarsi, di trovare una borsa di studio in storia dell'arte e di abitare in una casa grande, in cui ci sia spazio per le sue tele, i pennelli e il cavalletto. Intanto continua a intonare gli inni e a insegnare catechismo ai suoi compatrioti. Si sente un po' in terra di. missione: «Ci sono tante difficoltà pratiche, dall'affitto al sostentamento quotidiano. Viviamo grazie alle offerte dei fedeli, che sono poveri come noi», dice. Si ferma un istante. Riflette. Poi conclude: «Nel mio Paese è più facile essere diacono».

(da Jesus, giugno 2004)


Ultima modifica Martedì 07 Marzo 2006 01:38
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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