Lunedì, 23 Ottobre 2017
Lunedì 01 Novembre 2004 20:46

Per rilanciare l'ecumenismo occorrono nuove progettualità

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di Paolo Ricca

Quarant’anni fa, nel gennaio del 1964, ebbe luogo a Gerusalemme l’incontro e lo "storico abbraccio" (così fu definito) tra papa Paolo VI e il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Atenagora I. Era il segno tangibile di una volontà comune di riconciliazione tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse, divise ormai da quasi un millennio.

Quella tra Oriente e Occidente è la divisione più antica presente nella cristianità. Alla fine dello scorso mese di giugno Giovanni Paolo II e l'attuale patriarca ecumenico Bartolomeo I si sono incontrati in Vaticano per commemorare quell'abbraccio dichiarato "indimenticabile" e ribadire insieme i propositi di una riconciliazione che però non sembra oggi più vicina di quanto lo fosse quarant'anni fa. C'è la volontà però mancano le condizioni, oggi come ieri. I messaggi che il Papa e il Patriarca si sono scambiati rivelano un'ottima disposizione d'animo, sentimenti di stima reciproca e fraternità (Bartolomeo ha parlato esplicitamente della Chiesa cattolica come della "Chiesa sorella di Roma"), ma questo non basta per riconciliarsi e celebrare insieme la Cena del Signore. Giovanni Paolo II, nel suo discorso, ha auspicato un "balzo in avanti nel dialogo e nel rinsaldamento delle mutue relazioni fraterne". Bartolomeo I, dopo aver insistito sulla necessità di vivere l'unità cristiana come "evento spirituale", cioè come atto di fede, ha ricordato che sussistono ancora "divergenze fondamentali" che impediscono la piena comunione. C'è l'auspicio generale che il dialogo teologico ("unica strada - per il momento - di comunione tra le nostre Chiese", ha detto Bartolomeo) venga riattivato, ma appunto, nella migliore delle ipotesi, non si va oltre il dialogo.

L'incontro tra il Papa e il Patriarca ha fotografato fedelmente la situazione ecumenica attuale, ben riassunta in una parola francese: impasse. Non si indietreggia, si vorrebbe avanzare, ma non si sa come. Questa situazione di stallo e quindi di scarsa progettualità si avverte oggi anche nelle Chiese più piccole, ad esempio nella Chiesa valdese che terrà dal 22 al 27 agosto il suo Sinodo annuale a Torre Pellice. Tra i temi in programma, quello ecumenico non figura in primo piano. In una intervista recente il moderatore della Tavola Valdese Gianni Genre ha detto che il Sinodo dovrà "dedicare un tempo congruo a riflettere sulla questione della vocazione della nostra Chiesa in Italia". È lecito sperare che l'assemblea metta in debita luce l'aspetto ecumenico di questa vocazione e che, andando oltre le espressioni di buona volontà, faccia proposte concrete che, se raccolte e attuate, potrebbero far avanzare l'ecumenismo in Italia. Ad esempio: dopo la felice esperienza del dialogo ufficiale tra CEI e Sinodo valdese sui matrimoni misti concluso nel 2000, nessun altro dialogo è stato sin qui intavolato. Oppure: finora non ci sono state iniziative comuni per attuare su vasta scala nel nostro Paese la Carta Ecumenica, solennemente sottoscritta da tutte le Chiese cristiane d'Europa a Strasburgo, nel 2001.

O ancora: non si sono fatti passi concreti per dar vita anche in Italia a quel Consiglio nazionale delle Chiese cristiane, che esiste in molti altri Paesi, e che tanto a cuore stava, tra gli altri, al non dimenticato monsignor Clemente Riva, vescovo del dialogo nella Chiesa del dopo Concilio, purtroppo scomparso. Presidente della Commissione diocesana di Roma per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso, aveva intuito l'importanza di un organismo del genere, cioè di un "tavolo" (come si ama dire oggi), creato di comune accordo all'insegna della libertà e della fraternità, intorno al quale le Chiese che intendono vivere ecumenicamente, e non isolatamente, la loro vocazione cristiana possano trovarsi, incontrarsi, ascoltarsi, mettere a confronto le rispettive posizioni e convinzioni, eventualmente ripensarle tenendo ciascuna conto del punto di vista delle altre, cercare su varie questioni (anche controverse) di costruire un discorso comune per quanto, ovviamente, articolato, che rispetti le differenze ed eventualmente le divergenze ma anche enuclei gli elementi condivisi, e così insieme maturare e crescere verso forme sia pure embrionali e ancora molto parziali di conciliarità, cioè di esistenze ecclesiali distinte ma non più isolate e in dialogo - per quanto possibile - permanente tra loro. Non sarebbe bello se i progetti ora menzionati diventassero presto dei cantieri, nei quali le Chiese lavorino insieme gioiosamente e alacremente?

 

 

Ultima modifica Sabato 11 Febbraio 2012 12:57
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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