Domenica, 20 Agosto 2017
Lunedì 26 Luglio 2004 20:17

Ebrei ed Ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica

Valuta questo articolo
(0 voti)

« ... voi vi siete preoccupati, durante la vostra sessione, dell'insegnamento cattolico e della catechesi in rapporto agli ebrei e i all'ebraismo (...) Occorrerà fare in modo che questo insegnamento, ai diversi livelli di formazione religiosa, nella catechesi fatta ai bambini e agli adolescenti. Presenti gli ebrei e l'ebraismo non solo in maniera onesta ed obiettiva senza alcun pregiudizio e senza offendere nessuno, ma ancor più con una viva coscienza del patrimonio comune»

Commissione per i rapporti religiosi con l'ebraismo: sussidi per una corretta presentazione

CONSIDERAZIONI PRELIMINARI

Il 6 marzo 1982 papa Giovanni Paolo II rivolgeva le seguenti parole ai delegati delle Conferenze episcopali e agli altri esperti riuniti a Roma per studiare le relazioni tra chiesa ed ebraismo: « ... voi vi siete preoccupati, durante la vostra sessione, dell'insegnamento cattolico e della catechesi in rapporto agli ebrei e i all'ebraismo (...) Occorrerà fare in modo che questo insegnamento, ai diversi livelli di formazione religiosa, nella catechesi fatta ai bambini e agli adolescenti. Presenti gli ebrei e l'ebraismo non solo in maniera onesta ed obiettiva senza alcun pregiudizio e senza offendere nessuno, ma ancor più con una viva coscienza del patrimonio comune» agli ebrei e ai cristiani.

In questo testo, dal contenuto tanto denso, il Santo Padre si ispirava chiaramente alla dichiarazione conciliare Nostra aetate (n. 4), dove si afferma: «Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non insegnino alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e allo Spirito di Cristo»; come anche: «Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune ai cristiani e agli ebrei, questo sacro concilio vuole promuovere e raccomandare loro la mutua conoscenza e stima (... )».

Allo stesso modo, gli Orientamenti e Suggerimenti per l'applicazione della dichiarazione conciliare Nostra aetate (n. 4), concludono con la seguente raccomandazione il loro capitolo III, intitolato Insegnamento ed educazione, dove è enumerata una serie di dati concreti da mettere in atto: «L'informazione su queste questioni deve riguardare tutti i livelli d'insegnamento e di educazione. Tra i mezzi di informazione, una particolare importanza rivestono quelli qui di seguito elencati: - manuali di catechesi; - libri di storia; - mezzi di comunicazione sociale (stampa, radio, cinema, televisione).

L'uso efficace di tali mezzi presuppone una specifica formazione degli insegnanti e degli educatori nelle scuole, come pure nei seminari e nelle università» (AAS 77, 1975, p. 73).

I paragrafi che seguono intendono servire proprio questo fine (EV 5,772ss).

I. Insegnamento religioso ed ebraismo

  1.  Nella dichiarazione Nostra aetate (n. 4), il concilio parla del «vincolo che lega spiritualmente» cristiani ed ebrei, del «grande patrimonio spirituale comune» agli uni e agli altri e afferma anche che la chiesa «riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elevazione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei Profeti .
  2. In considerazione di questi rapporti unici esistenti tra il cristianesimo e l'ebraismo, «legati al livello stesso della loro identità» (Giovanni Paolo II, 6 marzo 1982), rapporti «fondati sul disegno di Dio dell'Alleanza» (ibid.), gli ebrei e l'ebraismo non dovrebbero occupare un posto occasionale e marginale nella catechesi e nella predicazione, ma la loro indispensabile presenza deve esservi organicamente integrata.
  3. Questo interesse per l'ebraismo nell'insegnamento cattolico non ha solo un fondamento storico o archeologico. Il Santo Padre, nel discorso sopra citato e dopo aver di nuovo menzionato il «patrimonio comune» tra chiesa ed ebraismo, patrimonio «considerevole», affermava che, «farne l'inventario in se stesso, tenendo però anche conto della fede e della vita religiosa del popolo ebraico, così come esse sono professate e vissute ancora adesso, può aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti della vita della chiesa». Si tratta dunque di una preoccupazione pastorale per una realtà sempre viva in stretto rapporto con la chiesa. Il Santo Padre ha presentato questa realtà permanente del popolo ebraico con una formula teologica particolarmente felice, nell'allocuzione pronunciata per i rappresentanti della comunità ebraica della Germania Federale (Magonza, 17 novembre 1980): «il popolo ebraico dell'antica alleanza, che non è mai stata revocata,..».
  4. Si deve sin da ora ricordare il testo nel quale gli Orientamenti e Suggerimenti (n. 1) hanno cercato di definire la condizione fondamentale del dialogo: «il rispetto dell’altro, così come esso è»; la conoscenza delle «componenti fondamentali della tradizione ebraica», e ancora l'apprendimento delle «caratteristiche essenziali con le quali gli ebrei stessi si definiscono alla luce della realtà religiosa, così come essi la vivono» (Intr.).
  5. La singolarità e la difficoltà dell'insegnamento cristiano riguardante gli ebrei e l'ebraismo, deriva soprattutto dal fatto che in tale insegnamento è necessario adoperare contemporaneamente e accoppiandoli insieme, vari termini in cui si esprime il rapporto tra le due economie, dell'Antico e del Nuovo Testamento: promessa e adempimento - continuità e novità - singolarità e universalità - unicità e esemplarità.
    Ciò comporta per il teologo o il catechista, che tratta questi argomenti, la preoccupazione di mostrare, nell'insegnamento pratico, che:
    • la promessa e l'adempimento si chiariscono reciprocamente;
    • la novità consiste in una metamorfosi di ciò che era prima;
    • la singolarità del popolo dell'Antico Testamento non è esclusiva, ma aperta, nella visione divina, ad una dilatazione universale;
    • l'unicità del popolo ebraico è in vista di una esemplarità.

  6.  Finalmente, «in questo campo, l'imprecisione e la mediocrità nuocerebbero enormemente» al dialogo ebraico- cristiano (Giovanni Paolo II, discorso del 6 marzo 1982). Ma - trattandosi di insegnamento e di educazione - esse nuocerebbero soprattutto alla «propria identità» cristiana (ibid.).
  7. «In virtù della sua missione divina, la chiesa», che è «mezzo generale di salvezza» e che è la sola nella quale si trova «tutta la pienezza dei mezzi di salvezza» (Unitatis redintegratio, n. 3), «per la sua stessa natura deve annunciare Gesù Cristo al mondo» (Orientamenti e Suggerimenti, n. 1). Noi crediamo infatti che è per mezzo di Gesù Cristo che andiamo al Padre (Cf Gv 14,6) e che «questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 1753).
    Gesù afferma (Gv 10,16) che vi sarà «un solo gregge ed un solo pastore». Chiesa ed ebraismo non possono essere presentati dunque come due vie parallele di salvezza e la chiesa deve testimoniare il Cristo redentore a tutti, «nel più rigoroso rispetto della libertà religiosa, così come essa è insegnata dal concilio Vaticano secondo (dichiarazione Dignitatis humanae)» (Orientamenti e Suggerimenti, n. 1).
  8. L'urgenza e l'importanza di un insegnamento da impartire ai nostri fedeli sull'ebraismo, e che sia preciso, obiettivo e rigorosamente esatto, si deduce anche dalla minaccia di un antisemitismo sempre pronto a riaffiorare in diverse forme. Non si tratta solo di sradicare, dalla mente dei nostri fedeli, i residui di antisemitismo che si trovano ancora qua e là, ma ancor più di suscitare tra loro, attraverso questo sforzo educativo, una conoscenza esatta del «vincolo» (Cf Nostra Aetate, n. 4) singolare che, in quanto chiesa, ci lega agli ebrei e all'ebraismo, e in tal modo insegnare loro ad apprezzarli e ad amarli, poiché essi sono stati scelti da Dio per preparare la venuta di Cristo e hanno conservato tutto ciò che è stato progressivamente rivelato e donato nel corso di tale preparazione, nonostante la loro difficoltà a riconoscere in lui il loro Messia.

II. Rapporti tra Antico e Nuovo Testamento

  1. Si tratta di presentare l'unità della rivelazione biblica (Antico e Nuovo Testamento) e del disegno divino, prima di affrontare ciascuno degli avvenimenti storici, per sottolineare che ogni evento ha senso solo se considerato nella totalità di questa storia, dalla creazione al compimento. Essa riguarda tutto il genere umano e in particolare i credenti. In tal modo, il senso definitivo dell'elezione di Israele appare solo alla luce dell'adempimento totale (Rm 9-11) e l'elezione di Gesù Cristo si comprende ancora meglio in riferimento all'annuncio e alla promessa (Cf Eb 4,1-11).
  2. Si tratta di avvenimenti singolari che riguardano una sola nazione, ma che, nella visione di Dio che rivela i suoi propositi, sono destinati ad assumere un significato universale ed esemplare.
    Si tratta inoltre di presentare gli avvenimenti dell'Antico Testamento non come avvenimenti che riguardano soltanto gli ebrei, ma anche noi personalmente. Abramo è veramente il padre della nostra fede (Cf RM 4,11-12); canone romano: (patriarchae nostri Abrahae). Ed è detto (1Cor 10-l): «I nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare». I patriarchi, i profeti, e altre figure dell'Antico Testamento sono stati e saranno sempre venerati come santi nella tradizione liturgica sia della chiesa orientale che della chiesa latina.
  3. Dall'unità del piano divino deriva il problema del rapporto tra Antico e Nuovo Testamento. La chiesa, sin dai tempi apostolici (Cf 1Cor 10,11; Eb 10,1), e poi ininterrottamente nella sua tradizione, ha risolto questo problema soprattutto attraverso la tipologia, che sottolinea il valore fondamentale dell'Antico Testamento nella visione cristiana. Ma la tipologia suscita in molti un senso di disagio che è forse l'indizio di un problema non risolto.
  4. Pertanto, nell'uso della tipologia, il cui insegnamento e la cui pratica ci derivano dalla liturgia e dai padri della chiesa, occorre evitare ogni passaggio tra Antico e Nuovo Testamento che fosse esclusivamente considerato come una rottura. La chiesa, nella spontaneità dello Spirito che la anima, ha vigorosamente condannato l'atteggiamento di Marcione e si è sempre opposta al suo dualismo.
  5. È importante anche di sottolineare che l'interpretazione tipologica consiste nel leggere l'Antico Testamento come presentazione e, sotto certi aspetti, come il primo delinearsi e come l'annuncio del Nuovo (Cf per es., Eb 5,5-10, ecc.). Cristo è oramai il riferimento-chiave delle Scritture «quella roccia era il Cristo» (1Cor 10,4).
  6. È dunque vero ed è bene sottolinearlo,,che la chiesa e i cristiani leggono l'Antico Testamento alla luce dell'avvenimento del Cristo morto e risorto e che a questo titolo esiste una lettura cristiana dell'Antico Testamento che non coincide necessariamente con la lettura ebraica. Identità cristiana e identità ebraica debbono essere pertanto accuratamente distinte nella loro rispettiva lettura della Bibbia. Ciò che, tuttavia, nulla sottrae al valore dell'Antico Testamento nella chiesa e non vieta che i cristiani possano, a loro volta, utilizzare con discernimento le tradizioni di lettura ebraica.
  7. La lettura tipologica non fa altro che manifestare le insondabili ricchezze dell'Antico Testamento, il suo contenuto inesauribile, il mistero che lo pervade, ed essa non deve far dimenticare che l'Antico Testamento mantiene il proprio valore di rivelazione, che spesso il Nuovo Testamento non farà che riprendere (Cf Mc 12,29-31).
    Del resto, lo stesso Nuovo Testamento esige parimenti di essere letto alla luce dell’Antico. La catechesi cristiana primitiva vi farà costantemente ricorso (Cf ad es., 1Cor 5,6-8; 10,1-11).
  8. La tipologia significa inoltre proiezione verso il compimento del piano divino, quando «Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28). Questo fatto vale anche per la chiesa che, già realizzata in Cristo, non di meno attende la sua perfezione definitiva come Corpo di Cristo. Il fatto che il Corpo di Cristo tenda ancora verso la sua statura perfetta (cf. Ef 4,12-13), nulla sottrae al valore dell'essere cristiano. Così la vocazione dei patriarchi e l'esodo dall'Egitto non perdono la loro importanza e il loro valore proprio nel piano di Dio per il fatto che esse sono al tempo stesso delle tappe intermedie (Cf, per es., Nostra aetate, n. 4).
  9. L'esodo, ad esempio, rappresenta una esperienza di salvezza e di liberazione che non si conclude in se stessa. Oltre al suo senso proprio, essa ha in sé la capacità di svilupparsi ulteriormente. La salvezza e la liberazione sono già compiute in Cristo e si realizzano gradualmente attraverso i sacramenti nella chiesa. Si prepara così il compimento del piano di Dio, che attende la sua consumazione definitiva, con il ritorno di Gesù come Messia, ritorno per il quale noi ogni giorno preghiamo. Il Regno, per il cui avvento preghiamo ugualmente ogni giorno, sarà alla fine instaurato. E allora, la salvezza e la liberazione avranno trasformato in Cristo gli eletti e tutta la creazione (Cf Rm 8,19-23).
  10. Inoltre, sottolineando la dimensione escatologica del cristianesimo, si giungerà ad una maggiore consapevolezza del fatto che quando il popolo di Dio dell'antica e della nuova alleanza considera l'avvenire, esso tende - anche se partendo da due punti di vista diversi - verso fini analoghi: la venuta o il ritorno del Messia. E ci si renderà conto più chiaramente che la persona del Messia, sulla quale il popolo di Dio è diviso, costituisce per questo popolo anche un Punto di convergenza (Cf Sussidi per l'Ecumenismo della diocesi di Roma, n. 140). Si può dire pertanto che ebrei e cristiani si incontrano in una esperienza simile, fondata sulla stessa promessa fatta ad Abramo (Cf Gn 12,1-3; Eb 6,13-18).
  11. Attenti allo stesso Dio che ha parlato, tesi all’ascolto di questa medesima parola, dobbiamo rendere testimonianza di una stessa memoria e di una comune speranza in colui che è il Signore della storia. Sarebbe parimenti necessario che assumessimo la nostra responsabilità di preparare il mondo alla venuta del Messia, operando insieme per la giustizia sociale, per il rispetto dei diritti della persona umana e delle nazioni,, per la riconciliazione sociale e internazionale. Noi, ebrei e cristiani, siamo sollecitati a questo dal precetto dell'amore per il prossimo, da', una comune speranza dei regno di Dio e dalla grande eredità dei profeti. Trasmessa già nei primi anni di formazione attraverso la catechesi, una tale concezione educherebbe concretamente i giovani cristiani ad intrattenere relazioni di collaborazione con gli ebrei, al di là del semplice dialogo (Cf Orientamenti e Suggerimenti, n. IV).

III. Radici ebraiche dei cristianesimo

  1. Gesù è ebreo e lo è per sempre; il suo ministero si è volontariamente limitato «alle pecore perdute nella casa d'Israele» (Mt 15,24). Gesù è pienamente un uomo del suo tempo e del suo ambiente ebraico palestinese del 1 secolo, di cui ha condiviso gioie e speranze. Ciò sottolinea, come ci è stato rivelato nella Bibbia (Cf RM 1,3-4; Gal 4,4-5), sia la realtà dell'incarnazione che il significato stesso della storia della salvezza.
  2. Le relazioni di Gesù con la legge biblica e con le sue interpretazioni più o meno tradizionali sono indubbiamente complesse ed egli ha dimostrato al riguardo una grande libertà (Cf le «antitesi» del discorso della montagna, in MT 5,21-48, tenendo conto delle difficoltà esegetiche; l'atteggiamento di Gesù di fronte all'osservanza rigorosa del sabato: Mc 3,1-6, ecc.).
    Non vi è alcun dubbio, tuttavia, che egli voglia sottomettersi alla legge (Cf Gal 4,4), che sia stato circonciso e presentato al tempio, come qualunque altro ebreo del suo tempio (Cf Lc 2,21.22-24), e che sia stato formato all'osservanza della legge. Egli ha raccomandato il rispetto della legge (Cf Mt 5,17-20) e l'obbedienza ad essa (Cf Mt 8,4). Il ritmo della sua vita è scandito, sin dall'infanzia, dai pellegrinaggi in occasione delle grandi feste (Cf Lc 2,41-52; Gv 2,13; 7,10, ecc.). si è rilevata spesso l'importanza, nel Vangelo di Giovanni, del ciclo delle feste ebraiche (Cf 2,13; 5,1; 7.2.10.37; 10,22; 12,1; 13,1; 18,28; 19,42, ecc.).
  3. Si deve anche notare che Gesù insegna spesso nelle sinagoghe (Cf Mt 4,23; 9,35; Lc 4,15-18; Gv 18,20, ecc.) e nel tempio (Cf Gv 18,20, ecc.), che egli frequentava, come lo facevano i suoi discepoli, anche dopo la risurrezione (Cf, Per es., At 2,46; 3,1; 21,26, ecc.). Egli ha voluto inserire nel contesto del culto della sinagoga l'annuncio della sua messianità (Cf Lc 4,1621). Ma soprattutto ha voluto realizzare l'atto supremo del dono di sé nel quadro della liturgia domestica della pasqua, o almeno nel quadro della festività pasquale (Cf Mc 14, l; 12 e paralleli; Gv 18,28). E ciò permette di comprendere meglio il carattere di «memoriale» dell'eucaristia.
  4. Così il Figlio di Dio si è incarnato in un popolo e in una famiglia umana (Cf Gal 4,4; RM 9,5). Ciò che per nulla sminuisce, anzi al contrario, il fatto che egli sia nato per tutti gli uomini (attorno alla sua culla si raccolgono pastori ebrei e magi pagani: Lc 2,8-20; Mt 2,1-12), e che sia morto per tutti (ai piedi della croce, si ritrovano ancora degli ebrei, tra i quali Maria e Giovanni: Gv 19,25-27, e dei pagani come il centurione: Mc 15,39 e paralleli). Egli ha fatto così, nella sua carne, di due popoli un popolo solo (Cf Ef 2,14-17). Il che spiega anche la presenza, in Palestina ed altrove, accanto alla Ecclesia ex gentibus, di una Ecclesia ex circumcisione di cui parla, ad esempio, Eusebio (H. E. IV,5).
  5. I suoi rapporti con i farisei non furono né del tutto né sempre polemici, come lo illustrano numerosi esempi, tra i quali i seguenti:
    • sono dei farisei che avvertono Gesù del pericolo che corre (Lc 13,31);
    • alcuni farisei vengono lodati, come lo «scriba» di Mc 12,34;
    • Gesù mangia assieme ai farisei (Lc 7,36; 14,1).
  6. Gesù condivide con la maggioranza degli ebrei palestinesi di quel tempo, alcune dottrine farisaiche: la risurrezione dei corpi; le forme di pietà: elemosina, preghiera, digiuno (Cf Mt 6.1-8), e l'abitudine liturgica di rivolgersi a Dio come Padre; la priorità del comandamento dell'amore di Dio e del prossimo (Cf Mc 12,28-34). Lo stesso si può dire di Paolo (Cf, Per es., At 23,8), il quale ha sempre considerato come un titolo d'onore la sua appartenenza al gruppo farisaico (Cf ibid. 23,6; 26,5; Fil 3,5).
  7. Anche Paolo, come del resto Gesù stesso, hanno adoperato metodi di lettura e d'interpretazione della Scrittura e metodi d'insegnamento ai discepoli che erano comuni ai farisei del loro tempo. Il che si riscontra ad esempio nell'uso delle parabole nel ministero di Gesù, o nel metodo seguito da Gesù e da Paolo, quello cioè di valersi di una citazione biblica per dare fondamento ad una loro conclusione.
  8. Si deve anche notare che i farisei non sono menzionati nei racconti della passione. Gamaliele (Cf At 5,34-39) difende gli apostoli in una riunione del sinedrio. Una presentazione solo negativa dei farisei corre il rischio di essere inesatta e ingiusta (Cf Orientamenti e Suggerimenti, nota 1: AAS l.c., p. 76). Sebbene si riscontrino nei Vangeli e in altre parti del Nuovo Testamento, ogni sorta di riferimenti a loro sfavorevoli, essi debbono essere colti nello sfondo di un movimento complesso e diversificato. Le critiche mosse a vari tipi di farisei non mancano d'altra parte nelle fonti rabbiniche (Cf Talmud di Babilonia, Trattato Sotah 22b, ecc.). il «fariseismo», nel senso peggiorativo del termine, può imperversare in ogni religione. Si può anche sottolineare che la severità mostrata da Gesù nei confronti dei farisei deriva dal fatto che egli è più vicino a loro di quanto non lo sia ad altri gruppi ebraici a lui contemporanei (Cf sopra, n. 7).
  9. Tutto questo dovrebbe aiutare a comprendere meglio l'affermazione di san Paolo (RM 11,16ss) su «la radice» e «i rami». La chiesa e il cristianesimo in tutta la loro novità, hanno origine nell'ambiente ebraico del primo secolo della nostra èra, e, ancora più profondamente nel disegno di. Dio» (Nostra aetate, n. 4), realizzato nei patriarchi, in Mosè e nei profeti (ibid.), fino alla consumazione in Cristo Gesù.

IV. Gli ebrei nel Nuovo Testamento

Gli Orientamenti e Suggerimenti affermavano già (nota 1) che: «la formula "gli ebrei" nel Vangelo di san Giovanni designa a volte, e secondo il contesto, "i capi degli ebrei" e "gli avversari di Gesù", espressioni queste che meglio esprimono il pensiero dell'evangelista ed evitano di sembrare di mettere in causa il popolo ebreo come tale».

Una presentazione obiettiva del ruolo del popolo ebraico nel Nuovo Testamento deve tener conto di questi diversi dati concreti:

  1. Vangeli sono il frutto di un lavoro redazionale lungo e complesso. La costituzione dogmatica Dei verbum, a seguito dell'istruzione Sancta mater ecclesia, della Pontificia commissione biblica, vi distingue tre tappe: «Gli autori sacri hanno composto i quattro Vangeli scegliendo alcune parti tra molte di quelle che la parola o già la scrittura avevano trasmesso, facendone entrare alcune in una sintesi o esponendole tenendo conto della situazione della chiesa, curando infine la forma di una proclamazione, allo scopo di poterci così sempre comunicare cose vere ed autentiche su Gesù» (n. 19).
    Non è quindi escluso che alcuni riferimenti ostili o poco favorevoli agli ebrei abbiano come contesto storico i conflitti tra la chiesa nascente e la comunità ebraica. Alcune polemiche riflettono le condizioni dei rapporti tra ebrei e cristiani, che, cronologicamente, sono motto posteriori a Gesù.
    Questa constatazione resta fondamentale se si vuole cogliere per i cristiani di oggi il senso di alcuni testi dei Vangeli.
    È necessario tener conto di tutto questo nella preparazione della catechesi e delle omelie per le ultime settimane di quaresima e per la settimana santa (cf. gli Orientamenti e Suggerimenti II, e ora anche: Sussidi per l'Ecumenismo della Diocesi di Roma, 1982, 144b).
  2. È chiaro d'altra parte che, sin dall'inizio del suo ministero, vi siano stati conflitti tra Gesù ed alcune categorie di ebrei dei suo tempo, tra i quali anche i farisei (cf. Mc 2,1-11.24; 3,6 ecc.).
  3. Vi è inoltre il fatto doloroso che la maggioranza del popolo ebraico e le sue autorità non hanno creduto in Gesù, un fatto che non è soltanto storico, ma che ha una portata teologica di cui san Paolo si sforza di porre in evidenza il senso
    (Rm 9-11).
  4. Questo fatto, che si è andato accentuando con lo svilupparsi della missione cristiana, soprattutto tra i pagani, ha condotto ad una inevitabile rottura tra l'ebraismo e la giovane chiesa, oramai irriducibilmente separati e divergenti al livello stesso della fede; questa situazione si riflette nella redazione dei testi del Nuovo Testamento, in particolare dei Vangeli. Non è il caso di sminuire o dissimulare tale rottura, perché si nuocerebbe così facendo all'identità degli uni e degli altri. Tuttavia essa non cancella minimamente quel «legame» spirituale di cui parla il concilio (Nostra aetate, n. 4) e di cui questo studio vuole elaborare alcune dimensioni.
  5. Riflettendo su questo fatto, alla luce della Scrittura e in particolare dei capitoli citati dell'epistola ai Romani, i cristiani non debbono mai dimenticare che la fede è un dono libero di Dio (cf. Rm 9,12) e che la coscienza degli altri non, deve essere giudicata. L'esortazione di san Paolo a non «gloriarsi» (Rm 11,18) della «radice» (ibid.), assume in questo contesto tutto il suo rilievo.
  6. Non si possono mettere sullo stesso piano gli ebrei che hanno conosciuto Gesù e non hanno creduto in lui, o che si sono opposti alla predicazione degli apostoli, e gli ebrei delle epoche successive o gli – ebrei - del nostro tempo. Se la responsabilità dei primi nel loro atteggiamento verso Gesù resta un mistero di Dio (cf. Rm 11,25), i secondi si trovano in una situazione ben diversa. Il concilio Vaticano secondo (Dichiarazione Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa), insegna che «tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione... in modo tale, che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, ad agire in conformità ad essa ... » (n. 2). Questa è una delle basi su cui poggia il dialogo ebraico-cristiano promosso dal concilio.

    2. La delicata questione della responsabilità della morte di Cristo deve essere vista nell'ottica della dichiarazione conciliare

    Nostra aetate, n. 4 e degli Orientamenti e Suggerimenti (n. III). «Quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo», sebbene «autorità ebraiche con i propri seguaci si siano adoperate per la rnorte di Cristo». E più avanti: «Il Cristo... in virtù del suo immenso amore, si è volontariamente sottomesso alla Passione e morte a causa dei peccati di tutti gli uomini e affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza» (Nostra aetate, n. 4). Il catechismo del concilio di Trento insegna inoltre che i cristiani peccatori sono più colpevoli della morte del Cristo, rispetto ad alcuni ebrei che vi presero parte: questi ultimi, infatti, «non sapevano quello che facevano» (Lc 23,24) , mentre noi lo sappiamo sin troppo bene (pars 1, caput V, quaest. XI). Nella stessa linea e per la medesima ragione, «gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra scrittura» (Nostra aetate, n. 4), anche se è vero che «la chiesa è il nuovo popolo di Dio» (ibid.).

V. La Liturgia

  1. Ebrei e cristiani fanno della Bibbia la sostanza stessa della loro liturgia: per la proclamazione della parola di Dio, la risposta a questa parola, la preghiera di lode e d'intercessione per i vivi e per i morti, il ricorso alla misericordia divina. La liturgia della Parola, nella sua struttura specifica, ha origine nell'ebraismo. La preghiera delle Ore ed altri testi e formulari liturgici si riscontrano parallelamente anche nell'ebraismo come le formule stesse delle nostre preghiere più sacre, così, ad esempio, il «Padre Nostro». Anche le preghiere eucaristiche si ispirano a modelli della tradizione ebraica. Citiamo in proposito le parole di papa Giovanni Paolo Il (discorso del 6 marzo 1982): «La fede e la vita del popolo ebraico, così come sono professate e vissute ancora oggi, (possono) aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti della vita della chiesa. È il caso della liturgia ... ».
  2. Tutto ciò affiora soprattutto in occasione delle grandi feste dell'anno liturgico, come la pasqua. 1 cristiani e gli ebrei celebrano la pasqua: pasqua della storia, protesa verso l'avvenire, per gli ebrei; pasqua, realizzata nella morte e nella risurrezione di Cristo, per i cristiani, anche se ancora in attesa della consumazione definitiva (cf. sopra, n. 9). È ancora il «memoriale», che ci viene dalla tradizione ebraica, con un contenuto specifico, diverso in ciascun caso. Esiste dunque, dall'una e dall'altra parte, un dinamismo parallelo: per i cristiani, esso dà senso alla celebrazione eucaristica (cf. Antifona O sacrum convivium), celebrazione pasquale e, in quanto tale, attualizzazione del passato, vissuto nell'attesa «della sua venuta» (1Cor 11,26).

VI. Ebraismo e cristianesimo

  1. La storia d'Israele non si conclude nel 70 (cf. Orientamenti e Suggerimenti, n. 11). Essa continuerà, in particolare nella vasta diaspora che permetterà ad Israele di portare in tutto il mondo la testimonianza, spesso eroica, della sua fedeltà all'unico Dio e di «esaltarlo di fronte a tutti i viventi» (Tobia 13,4), conservando sempre nel cuore delle sue speranze il ricordo della terra degli avi (Seder pasquale).

    I cristiani sono invitati a comprendere questo vincolo religioso che affonda le sue radici nella tradizione biblica ur non dovendo far propria un'interpretazione religiosa particolare di tale relazione (cf. Dichiarazione della conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, 20 novembre 1975).

    Per quanto si riferisce all'esistenza dello stato di Israele e alle sue scelte politiche, esse vanno viste in un'ottica che non è di per sé religiosa, ma che si richiama ai principi comuni del diritto internazionale.

    Il permanere di Israele (laddove tanti antichi popoli sono scomparsi senza lasciare traccia), è un fatto storico e segno da interpretare nel piano di Dio. Occorre in ogni modo abbandonare la concezione tradizionale del popolo punito, conservato come argomento vivente-per l'applogptica cristiana. Esso resta il popolo prescelto, «l'olivo buono sul quale sono stati innestati i rami dell'olivo selvatico che sono i gentili» (alludendo a Rm 11,17-24, nel Discorso sopra citato di papa Giovanni Paolo II, 6 marzo 1982). Si ricorderà quanto sia stato negativo il bìlancio dei rapporti tra ebrei e cristiani durante due millenni. Si rileverà come questo permanere di Israele si accompagni ad un'ininterrotta creatività spirituale, nel periodo rabbinico, nel medio evo, e nel tempo moderno, a partire da un patrimonio che ci fu a lungo comune, tanto che «la fede e la vita religiosa del popolo ebraico così come sono professate e vissute ancora oggi (possono) aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti della vita della chiesa» (Giovanni Paolo II, ibid.). La catechesi, d'altra parte, dovrà aiutare a comprendere il significato che ha per gli ebrei, il loro stertninio negli anni 1939-1945 e le sue conseguenze.
  2. . La formazione e la catechesi debbono occuparsi del problema del razzismo, sempre attivo nelle diverse forme di antisemitismo. Il concilio lo, presenta nel seguente modo:

    «La chiesa inoltre, che condanna tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque» (Nostra aetate, n.4). E gli Orientamenti e Suggerimenti commentano: «I legami spirituali e le relazioni storiche che ricollegano la chiesa all'ebraismo condannano, come avversi allo spirito stesso del cristianesimo, tutte le forme di antisemitismo e di discriminazione che, d'altra parte, la dignità della persona umana è per se stessa sufficiente a condannare»

VII. Conclusione

L'insegnamento religioso, la catechesi e la predicazione clebbono formare non solo all'obiettività, alla giustizia, alla tolleranza, ma anche alla comprensione e al dialogo. Le nostre clue tradizioni sono troppo apparentate per ignorarsi. E' necessario incoraggiare una reciproca conoscenza a tutti i livelli. Si constata in particolare una penosa ignoranza della storia- e delle tradizioni dell'ebraismo e sembra a volte che solo gli aspetti negativi e spesso caricaturali facciano parte della conoscenza comune di molti cristiani.

Questi Sussidi aspirano a porre rimedio ad una tale situazione. In modo che il testo del concilio e gli Orientamenti e
Suggerimenti siano più facilmente e fedelmente realizzati.

Card. GIOVANNI WILLEBRANDS
Presidente

PIERRE DUPREY
Vice-Presidente

JORGE MEJÌA
Segretario

Ultima modifica Domenica 26 Giugno 2011 11:18
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito