Giovedì, 24 Aprile 2014
Mercoledì 05 Novembre 2008 00:30

I figli di re Salomone (Enrico Casale) In evidenza

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Per millenni hanno vissuto in Etiopia difendendo la loro identità da discriminazioni e pogrom. Con due ponti aerei nel 1984 e 1991, il governo di Tel Aviv li ha portati in Israele. Oggi i beta Israel si sentono a tutti gli effetti cittadini israeliani, anche se la loro integrazione non è stata (e non è) semplice.

 

«Vuoi intervistarmi sugli ebrei etiopi? Sappi però che io sono sabra, sono nata in Israele. Quindi sono totalmente israeliana». Aviva sorride. Sa che la pelle nera non può nascondere la sua origine abissina. Per lei, avere genitori etiopi non è un disonore, anzi. Ma, come molti giovani beta Israel ( «la casa di Israele», come loro preferiscono chiamarsi), ormai si sente un tassello fondamentale della società israeliana. Israele è il suo Paese, quel Paese che i suoi avi, per secoli, avevano sognato di raggiungere.

In Aviva è riassunta un po’ tutta la storia dei beta Israel. Un popolo che per millenni ha mantenuto salda la propria identità e non ha mai smesso di sognare di fare alyià (cioè di ritornare a Gerusalemme). Un popolo che ha saputo affrontare sofferenze incredibili per raggiungere la Terra promessa e che ora, nonostante un’integrazione difficile, non rimpiange il fatto di essersi trasferito in Israele.

TRADIZIONI A RISCHIO

«Certo - ricorda Aviva, 23 anni - l’integrazione è stata dura. Soprattutto per i nostri padri. Provenivano da una società nella quale l’uomo lavorava e manteneva la famiglia e le donne rimanevano a casa ad accudire i figli. Qui, invece, agli uomini venivano proposti lavori umili che molti rifiutavano perché degradanti. Le donne invece accettavano anche le mansioni più semplici. Per la prima volta potevano uscire a lavorare. Molte hanno imparato l’ebraico prima dei mariti. Cosi i ruoli in famiglia si sono invertiti. Per alcune famiglie è stato uno choc. Noi giovani invece siamo cresciuti qui e abbiamo assimilato i valori di Israele».

I beta Israel, che si dice discendano da re Salomone, si sono trovati catapultati in un mondo con ritmi e rituali estranei. La cosa che più li ha turbati è stata la conversione rituale alla quale sono stati obbligati. Il rabbinato, infatti, ha preteso che le donne fossero sottoposte a un bagno rituale e che gli uomini donassero una goccia di sangue. Nella storia di Israele questa conversione è stata chiesta solo alla comunità etiope. I beta Israel sono stati feriti anche dal mancato riconoscimento, sempre da parte del rabbinato, della funzione dei kes, i loro sacerdoti. Alcuni di essi sono stati avviati alle scuole rabbiniche ma, a più di vent’anni dai primi arrivi, solo una decina di kes sono diventati rabbini.

«Le difficoltà di integrazione ci sono state, è inutile negarlo - osserva Fusa Bianchi, professoressa di Geografia della popolazione all’Università degli Studi di Milano -, ma era quasi inevitabile. I beta Israel venivano da una società arcaica. Quando si sono scontrati con la società israeliana, la loro identità (fatta di una spiritualità radicata, di un forte riconoscimento comunitario e di una struttura sociale molto rigida) è andata in frantumi. Tuttavia, fatta eccezione per alcuni casi sporadici di razzismo, la società israeliana li ha accolti bene».

Con l’arrivo degli etiopi, Israele si è trovata di fronte a problemi che non aveva mai dovuto affrontare. I vari governi hanno così messo in campo una struttura articolata di servizi sociali ed educativi. Uno sforzo, anche in termini economici, senza precedenti. Ma non tutto è andato come ci si aspettava. «La. radice del problema dell’integrazione - osserva Abraham Yerday, della United Ethiopian Jewish Organization - è la collocazione geografica degli etiopi in Israele. Il governo israeliano li ha insediati in piccole città. Così i ragazzi hanno a disposizione un sistema educativo meno preparato a rispondere alle loro esigenze. La conseguenza di questa politica è stata la ghettizzazione. In molte di queste città, la lingua parlata è l’amarico o il tigrino e ci sono pochi contatti con gli altri israeliani».

INTEGRAZIONE CON LA DIVISA

Molti giovani beta Israel vivono ancora ai margini della società e per loro l’unica scelta possibile, dopo la scuola, è l’arruolamento nelle forze armate. «Al mio arrivo - osserva Mahlet, 24 anni, in Israele dal 1995 - ho vissuto una crisi di identità: gli israeliani mi consideravano etiope e gli etiopi, israeliana. Grazie alla scuola e alle forze armate ho superato questa condizione. L’esercito mi ha dato la possibilità di dimostrare quanto valessi. Sono entrata soldato semplice e ne sono uscita ufficiale. Mi ha dato un forte senso di appartenenza al Paese. Ora mi considero israeliana a tutti gli effetti e ne sono orgogliosa». Un po’ diversa la storia di Michael, 21 anni, arrivato in Israele nel 1991 con l’Operazione Salomone. «Dopo il diploma – ricorda -, mi sono arruolato. Sono stato il primo etiope del mio reparto. Razzismo? Non direi. Però non è stato facile conquistare la fiducia dei miei compagni e dei miei superiori. Dovevo sempre dimostrare di essere all’altezza in ogni cosa che facevo. Ma adesso tutto va bene e sono stato accettato».

La lenta integrazione prosegue anche in campo politico, dove negli anni si sono aperti spazi per i rappresentanti della comunità. «Gli etiopi hanno rapporti con diversi partiti a livello locale e nazionale - spiega Abraham Yerday -. Negli anni Novanta, un ebreo etiope, Addisu Messele, è stato eletto alla Knesset, il parlamento israeliano. Gli etiopi poi rappresentanti in molti consigli comunali tra i quali Rehovot, Yavne, Kfar SDaba e Beer Sheba. Questo è un buon segno, perché significa che i beta Israel stanno diventando parte viva della comunità.»

Enrico Casale

(da Popoli, novembre 2007)


La Storia

Ebrei d’Africa

Gli ebrei etiopi sono comunemente chiamati falasha. Appellativo che i diretti interessati rifiutano perché in amarico significa «esiliati» e veniva utilizzato dagli etiopi in senso dispregiativo. Loro preferiscono chiamarsi beta Israel (la casa di Israele»). La leggenda vuole che gli ebrei etiopi siano i discendenti degli ebrei che seguirono Menelik I (figlio di re Salomone e della regina di Saba) quando rientrò in Etiopia da Gerusalemme. Altri sostengono che siano i discendenti di quegli ebrei che, invece dl seguire Mosè verso la Terra Promessa, risalirono il Nilo fino al lago Tana. Altri ancora ritengono siano i discendenti dalla tribù scomparsa di Dan arrivati in Etiopia. In realtà, nessuno sa con precisione quali siano le loro origini. Alcuni studiosi sono addirittura convinti che non ci sia un legame diretto tra loro e il giudaismo e che essi siano discendenti di etiopi cristiani tornati allo studio dell’Antico Testamento.

Per gli etiopi, i beta Israel erano cittadini di livello inferiore e quindi oggetto dl pesanti discriminazioni. Solo sotto il regno di Hailé Selassié, iniziarono a occupare posizioni di prestigio. L’avvento del regime di Mengistu li fece risprofondare nel dramma dello persecuzioni. Nel 1975 il rabbinato israeliano aveva riconosciuto i beta Israel come autentici ebrei. Forte di questo riconoscimento, il governo di Tel Aviv lanciò due ponti aerei per portare tutti gli ebrei etiopi nella Terra promessa: l’Operazione Mosè (1984) recuperò ottomila beta Israel nei campi profughi in Sudan; l’operazione Salomone (1991), organizzata insieme alle autorità etiopi, ne portò in Israele 15mila. Oggi si stima in Etiopia ci siano ancora 12 mila falasmura (ebrei convertiti al cristianesimo) in attesa di raggiungere Israele.


Un film contro il silenzio

Radu Mihaileanu è il regista di Vai e vivrai, film del 2005 sulla storia di un ragazzo cristiano che, per scappare dalla miseria dell’Etiopia, si finge beta Israel.

Perché ha scelto il mondo degli ebrei etiopi come sfondo per il film?

Nel 1999 ho incontrato a Los Angeles un beta Israel che mi ha raccontato la sua vita. Era un signore orfano di entrambi i genitori, era solo al mondo. La sua storia mi ha colpito a tal punto che, rientrato a Parigi, dove abito, ho letto tutto ciò che era possibile leggere sugli ebrei etiopi. Alla fine, ho deciso di farne un film, dal momento che nessuno, fino ad allora, ne aveva mai parlato. Cosa che trovo davvero inconcepibile. Nemmeno in Israele la loro storia è molto conosciuta.

Che cosa l’ha colpita del mondo dei beta Israel?

La loro emigrazione è stata quasi biblica e sono sicuro che quando gli storici studieranno l’Operazione Mosè e l’Operazione Salomone si renderanno conto di quanto richiamino la mitologia di Mosè e della fuga dall’Egitto. Queste persone sono partite guidate solo da un’idea: raggiungere Gerusalemme. Ancora oggi, in Israele, gli ebrei etiopi conservano un idealismo e una purezza inusuali per il mondo contemporaneo. Hanno affrontato talmente tante difficoltà, in contesti politici complicati che non conoscevano, che la loro è diventata una storia toccante.

Che cosa pensa dei problemi legati all’integrazione dei beta Israel nella società israeliana?

La maggioranza li ha accettati. Tuttavia, in Israele, come in ogni angolo di mondo, ci sono razzisti imbecilli che, in alcuni casi, li hanno discriminati. Ma sono stati casi sporadici. Si sono poi verificati problemi di integrazione legati alla specificità della comunità etiope, una comunità africana con una cultura ancestrale. Sono stati fatti molti sforzi. Con alcuni fallimenti, ma anche con grandi successi.

Ci sono stati problemi in campo religioso?

i maestri circa i significati e le applicazioni dei passi della Torah). Si è creato quindi un conflitto perché, a volte, i figli degli etiopi non erano considerati ebrei in quanto la madre non era ebrea, Tutto ciò si aggiungeva a ulteriori differenze come, ad esempio, il fatto che loro celebravano solo le festività ancestrali, mentre in Israele ci sono numerose feste talmudiche (Purim, Hannuka, ecc.) che loro non conoscevano. Questo ha creato frizioni e gli estremisti religiosi li hanno obbligati alla conversione. Per gli etiopi è stato umiliante.

 

Ultima modifica Giovedì 24 Aprile 2014 08:41
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input