Giovedì, 24 Agosto 2017
Lunedì 23 Gennaio 2012 20:52

Cristiani-ebrei: dialogo necessario (Luciano Grandi)

Valuta questo articolo
(2 voti)

La ricognizione sul modo in cui è stata accolata "Nostra Aetate 4". La produzione editoriale ha fatto comprendere che l'ebraismo come stimolo e materia teologica è fondamentale per il cristianesimo. Ma questa nuova sensibilità non arriva alla base.

Scrutando il mistero della " Chiesa, il sacro concilio ricorda il miracolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo... Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro concilio vuole promuovere e raccomandare la mutua conoscenza e stima, che si ottengono dagli studi biblici e teologici e da un fraterno dialogo». Così si leggeva nella dichiarazione conciliare del 28 ottobre 1965 con la quale il Vaticano II sanciva la necessità di impostare un rapporto con l'ebraismo su basi nuove e consentisse, scrive Paolo De Benedetti, «la cancellazione di secoli e millenni di errori».
La recezione di Nostra aetate 4 da parte della Chiesa italiana e il «suo legame con l'ebraismo vivente» è il contenuto del saggio di Francesco Capretti, (1) arricchito da una prefazione di Paolo De Benedetti e da una postfazione di Piero Stefani, il quale non si limita ad una chiosa del volume, ma riprende alcune delle questioni più urgenti per sottolineare a sua volta alcune piste di lettura. Un volume importante, per la completezza della ricerca e la ricchezza della documentazione, che fa il punto su un tema delicato, rilevando con acume critico le luci e le ombre di un cammino che è potuto progredire soprattutto grazie alla spinta di gruppi e singole personalità che, nel tempo, hanno aperto nuovi percorsi.

I documenti prodotti

Le ricostruzioni storiche su questo tema evidenziano, secondo Capretti, la penuria di un pensiero compiuto antecedente la redazione di Nostra aetate 4, che fosse in grado di favorire la preparazione di un terreno su cui i padri conciliari potessero innestare le loro riflessioni. L'urgenza del tema era pertanto intravista soltanto da alcune personalità o da gruppi specifici. La dichiarazione conciliare rappresentò un importante snodo ecclesiale e teologico, favorito dalla passione di uomini e donne particolarmente sensibili.
Negli anni successivi al concilio, Capretti rileva una doppia linea teologica: una, portatrice di temi quali "l'alleanza non revocata" e la "permanenza del popolo d'Israele"; l'altra, gravata da un'ecclesiologia sostituzionista. Da ricordare, in successione, i documenti che hanno indirizzato la riflessione dopo NAe 4: il documento Orientamenti e suggerimenti per l'applicazione della dichiarazione NAe, prodotto dalla Commissione per l'ecumenismo nel 1975 (ma non adeguatamente raccolto); i testi Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah (1998) e Memoria e riconciliazione (2000) redatti in preparazione al Giubileo del 2000 e ispirati dall'azione e dal pensiero di Giovanni Paolo II; il documento della Pontificia commissione biblica Il popolo ebraico e le sue sacre Scritture nella Bibbia cristiana (2001). Accanto a questi documenti viene ricordata l'istituzione (17 gennaio 1990) della "Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo ebraico-cristiano", collocata alla vigilia della "Settimana di preghiera per l'unione dei cristiani": una iniziativa -lamenta Capretti - nata senza la collegialità dell'episcopato e che non viene adeguatamente vissuta nelle diocesi e nelle parrocchie.
Il dibattito sulla recezione più in generale del Vaticano II verte sul confronto tra discontinuità e riforma. L'approccio corretto - secondo l'autore - dovrebbe invece guardare al Vaticano II come a un processo ecclesiale di discernimento, che conduce la Chiesa cattolica a rivedere o a situare all'interno di nuovi equilibri alcune affermazioni che avevano assunto una considerevole importanza e a fare un discorso che riteneva non pertinente nei precedenti decenni.
Il Vaticano II non ha sfornato soltanto documenti e testi, ma è stato prima di tutto una "grande esperienza spirituale" che ha coinvolto tutta la Chiesa. Il rischio è stato, ed è, che i documenti potessero rimanere appannaggio esclusivo di specialisti. Bisogna quindi ritornare all'ermeneutica del consenso, dove le singole chiese possono ritrovare il loro sensus fidei, immerso in quello di tutte le altre chiese. La dimostrazione che questa ermeneutica del consenso ha funzionato in fase conciliare sta proprio in quei documenti, meno recepiti in fase postconciliare, tra i quali spicca proprio la Nostra aetate.
La chiesa italiana era chiamata, al termine del concilio, a darsi un'identità pastorale meno condizionata dalla Santa Sede: l'impressione generale - rileva Capretti - è che la Cei non sia riuscita a togliersi da questo influsso e che, a livello documentale, si sia assistito ad un inglobamento dei documenti vaticani in quelli della Cei. La mancanza di una documentazione autonoma nella recezione della dichiarazione Nostra aetate, a parte la sensibilità di alcune frange della base ecclesiale o di alcuni vescovi, dimostra il ruolo della presenza vaticana come cornice di riferimento che contamina i singoli attori in un movimento lasciato sguarnito dalla Cei.
Il piano pastorale per gli anni 80 (Comunione e comunità) auspicava che non andasse «perduta alcuna occasione di dialogo tra le nostre comunità e quelle israelitiche per lo sviluppo del grande patrimonio spirituale che è insieme loro e nostro». Si riconosceva che «agli ebrei viventi in mezzo a noi siamo debitori di atteggiamenti di fraternità e di sincera ricerca di comunione». Un documento che a Capretti sembra il frutto non tanto di una posizione collegiale quanto di un'intuizione di alcuni esponenti dell'assemblea.

I pionieri del dialogo

Proprio il rilievo di intuizioni da parte di gruppi e di individualità occupa un posto centrale nella ricognizione svolta dall'autore del volume. Dalla pionieristica esperienza dell'Amicizia ebraico cristiana (AEC) di Firenze (che poteva contare sulla passione di Giorgio La Pira e di don Divo Barsotti) all'attività di Maria Vingiani che, con il SAE, testimonia l'intreccio tra fondatore e fondato: il ruolo occupato dal SAE fino ad oggi nel dialogo cristiano-ebraico, sviluppatosi nella chiarezza che, per superare l'iniziale lacerazione, bisognava ripartire insieme dalla comune radice biblica, è preminente nel panorama ecumenico italiano.
A questi nomi e a queste sigle bisogna aggiungere: i "colloqui di Camaldoli", p. Benedetto Calati, Innocenzo Gargano, il SIDIC, i vescovi Clemente Riva, Piero Rossano, Alberto Ablondi, Carlo M. Martini. La loro azione era spinta dalla preoccupazione che la riflessione su quel tema appariva ancora embrionale e che persisteva la mancanza di incidenza sia nelle comunità cristiane che in quelle ebraiche, nonostante i cambiamenti avvenuti nelle relazioni tra cristiani ed ebrei.
E poi il lavoro di Paolo De Benedetti, convinto che il "dire cristiano-ebraico" debba essere rivolto a tutti. De Benedetti è stato capace di generare l'unica scuola di pensiero originale nel dialogo tra le due fedi: una scuola non istituzionale, che si è alimentata nei decenni dalla nascita di molti discepoli.
Parallelamente si è sviluppato un fermento editoriale che ha accompagnato e seguito il processo iniziato con la vicenda conciliare. La produzione editoriale, alla quale Capretti dedica un documentato e denso capitolo, è importante per aver fatto comprendere che l'ebraismo come stimolo e materia teologica è una questione di base per il cristianesimo. Il numero delle case editrici è veramente sorprendente per quantità e qualità: Jaca Book, Queriniana, Morcelliana, Marietti, EDB, Gribaudi, Qiqajon, Borla, Cittadella, Città Nuova, Paoline, Claudiana, Giuntina, Paideia. L'esame della loro produzione altamente variegata (resa complessa, rileva l'autore, dalla mancanza in molti casi di un catalogo storico) testimonia di un fiorire di iniziative editoriali che sono maturate pienamente sotto l'impulso di alcuni gesti significativi del pontificato di Giovanni Paolo Il, la presenza di personalità competenti e un clima culturale più favorevole.
Accanto a una prolificità di pubblicazioni - che spaziano dall'interesse biblico e storico ad argomenti più strettamente teologici - si deve registrare una ricaduta non equivalente in ambito accademico e pastorale. Le case editrici sono riuscite ad essere in anticipo, nella riflessione ecclesiologica e teologica, rispetto alla realtà ecclesiale italiana.

I punti critici

La ricerca compiuta da Capretti mette in evidenza che si sono registrate testimonianze di dialogo vivaci, in calo negli ultimi anni, che hanno attraversato la vicenda ecclesiale italiana con molte proposte e sperimentazioni di dialogo, ma che forse ha inciso scarsamente sulla base: un segnale di ciò viene rilevato dall'autore nello scarso investimento fatto nella formazione di educatori e insegnanti. Il dialogo con il mondo ebraico non è riuscito a impattare le scelte pastorali, trovando invece una sua efficace presenza nel panorama editoriale che abbiamo visto. Per questo motivo non si è creato quel ricambio generazionale sia all'interno dei gruppi storici che nell'episcopato dove, venuta meno l'azione di alcune figure di riferimento, l'ottica del dialogo cristiano-ebraico sembra essersi ripiegata sull'espletamento di alcuni momenti rituali, divenuti tradizionali, ma insufficienti a creare una rinnovata riflessione. Anche sul piano accademico l'interesse per l'ebraismo è rimasto limitato alla sensibilità dei singoli docenti, mentre si sente il bisogno di un gruppo di teologi che possano confrontarsi ed elaborare alcune linee di pensiero a cui tutta la comunità scientifica guardi per ulteriori approfondimenti. I temi sollecitati da NAe 4, rimasti essenzialmente all'interno di alcuni ambienti, sono forzatamente venuti a declinare. Si sente invece il bisogno che le istituzioni accademiche ecclesiali, il mondo editoriale, i singoli vescovi e le loro comunità «approfondiscano veramente un percorso di reciproco riconoscimento attorno a questo nucleo originario, dato ormai a tutto il cristianesimo» (pag.246).
Quella che è mancata – conclude l'autore - è stata una riflessione collegiale sul tema, lasciando che i singoli eventi fossero elaborati individualmente. Questo basso profilo magisteriale ha favorito la nascita di molte iniziative sparse sul territorio, aventi un carattere frammentario e con scarsa incidenza all'interno del tessuto ecclesiale.
Si dovrebbe - sostiene in fase di proposte Capretti - agevolare la creazione di una scuola di pensiero che faccia riferimento a un centro teologico e dare vita ad una rivista specializzata che unisca a raccolta le forze sparse nelle altre riviste, che hanno poca incidenza sul tessuto accademico ed ecclesiale, affiancando a questa un gruppo di lavoro organizzato con la metodica utilizzata dal Gruppo di Dombes.

Luciano Grandi

(da Settimana, n. 27, 2011, p. 14) 

1) Capretti F., La Chiesa italiana e gli ebrei, EMI, Bologna 2010, pp. 282, € 13,00.

Ultima modifica Mercoledì 27 Marzo 2013 09:31
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito