Martedì, 22 Agosto 2017
Lunedì 12 Gennaio 2015 10:40

Shalom ebraico: rappacificazione come esito positivo dei conflitti (Piero Stefani)

Valuta questo articolo
(1 Vota)

La figura del costruttore di pace è di colui che si pone in mezzo al conflitto facendo sì che le due parti, pur restando se stesse, possano trasformare in collaborazione la reciproca ostilità. La sfera della pace coinvolge l'operare dell'uomo.

Quando si guarda ai modi in cui entro la tradizione ebraica è stato pensato lo shalom, ci si trova nelle condizioni di non poterlo né separare dall'orizzonte quotidiano - shalom è l'espressione di saluto ripetuta più di frequente da chiunque - né di dichiararlo compiutamente presente nell'attuale ordine del mondo impastato di violenza, sopraffazione e precarietà, sotto questa angolatura la pace diviene sigillo, quindi, di un' età messianica ancora da avvenire. È impossibile rinserrarsi in uno solo dei due estremi, lasciando cadere l'altro, ma nello stesso tempo è arduo integrarli in una visione armonica. Bisogna perciò stare un poco nell'uno e un poco nell'altro estremo, non dimenticandoci né della precarietà della situazione attuale, né della dimensione di completa interezza fortemente presente (a partire dalla stessa radice lessicale) nell'idea di shalom. Lo shalom come la felicità va ricercato, proprio perché mai definitivamente conseguito. Pur non essendoci una sintesi convincente ed equilibrata tra questi estremi, vi è però ugualmente tra essi un punto mediano: il processo volto a superare i contrasti e a far emergere un esito positivo del conflitto. La provvisorietà e la compiutezza trovano il loro punto di incontro nell'opera di riconciliazione e di rappacificazione, che è una delle forme in cui alle creature umane è dato di esperimentare un po' di felicità. Anche un certo tipo di felicità può essere definito come una pace avvenuta dopo una guerra.

Tenendo conto di questo preambolo, si comprenderà perché il nostro contributo sarà dapprima maggiormente orientato verso il tema della rappacificazione presente, mentre nella parte conclusiva l'attenzione si concentrerà verso lo shalom futuro. Felicità come riappacificazione, felicità come speranza.

La pace dono perfetto del Signore

In connessione alla pienezza della pace l'apertura verso l'avvenire trova un suo corrispettivo nel fatto che essa può venir instaurata solo da Dio. Lo shalom vero e completo è dono del Signore. La definitiva completezza può essere stabilita soltanto in virtù dell'azione di Dio.
La convinzione che lo shalom, inteso nel suo senso più pieno, sia opera del Signore, trova ripetute conferme sia nelle pagine bibliche sia all'interno delle grandi preghiere d'Israele. Nella benedizione sacerdotale del libro dei Numeri (6,24-26) si guarda allo shalom come dono di Dio per il suo popolo: "Il Signore aggiunse a Mosè: "Parla ad Aronne e ai suoi figli e dì loro: Voi benedirete così i figli d'Israele; direte loro: 'Ti benedica il Signore / e ti custodisca. / Il Signore faccia risplendere il suo volto per te / ti faccia grazia. / Signore elevi il suo volto su di te / ponga su di te la pace (we-yasem lekhà shalom). / Così porranno il mio nome sui figli d'Israele / e Io li benedirò'".
Nel libro del Levitico si attribuisce all'azione divina la pace elargita al popolo raccolto nel paese concessogli in eredità: "Io darò lo shalom alla terra, nessuno vi incuterà terrore, vi coricherete e farò sparire dalla terra le bestie nocive e la spada non passerà sulla vostra terra" (Lv 26,6). Come afferma Isaia, l'opera del Signore che instaura la pace si pone come l'unico, autentico completamento dell'azione dell'uomo il quale, anche quando si incammina in questa direzione, non è mai in grado, da solo, di instaurare la pienezza della pace: "Signore tu ci procuri lo shalom perché ogni nostra azione la compi per noi" (Is 26,12).

La richiesta della pace che viene dall’alto

Nelle grandi preghiere ebraiche del Qaddish e delle Diciotto benedizioni ci si rivolge all'azione di Dio intesa come l'unica in grado di stabilire la pace "come in cielo così in terra": "Colui che nei luoghi alti stabilisce la pace, nella sua misericordia stabilisca la pace sopra di noi e sopra tutto Israele" (Qaddish). Dal canto suo l'ultima delle Diciotto benedizioni, oltre a ribadire la richiesta della pace che viene dall'alto, addita l'unità tra gli uomini come frutto prezioso di quello stesso dono: "Poni pace, bene e benedizione, clemenza e, grazia e benedizioni su di noi e su tutto Israele, tuo popolo. Benedici, Padre nostro, tutti come uno solo con la luce del tuo volto, poiché nella luce del tuo volto hai dato a noi, Signore Dio nostro, una legge di vita e amore fedele, giustizia, benedizione, misericordia, vita e shalom. È bene ai tuoi occhi benedire il tuo popolo con il tuo shalom. Benedetto sei tu, Signore, che benedici il tuo popolo con la pace".

Dio benedice il suo popolo

Lo shalom completo e definitivo, dono perfetto del Signore è qualcosa ancora da venire e, in quanto tale, non solo non è presente, ma in un certo senso, non è neppure pienamente dicibile. Anche se non vi è alcuna sfera della pace che non coinvolga l'azione e l'operare dell'uomo, lo shalom resta ugualmente trascendente. La sua eccedenza non significa fuga dalla terra. Anzi, le immagini che dicono lo shalom senza nominarlo sono anch'esse tutte legate ai beni di questo mondo. I grandi annunzi di Michea e di Isaia che descrivono il pacifico, definitivo pellegrinaggio dei popoli verso una Sion, esaltata come luogo in cui si manifesta la parola e la presenza del Signore, da un lato indicano il ruolo affidato all'agire umano ("Venite, saliamo al monte del Signore..."), mentre dall'altro non nominano mai esplicitamente la parola shalom. Nel cuore della descrizione più famosa della pace vi è un silenzio. Il più frequente termine ebraico, vale a dire quello shalom che scandisce il quotidiano, consueto incontro tra le persone, sembra così paragonabile all'impronunziabile nome del sacro Tetragramma, YHWH. Anch'esso va avvolto in un velo del non detto. Come avviene per Dio, lo shalom è sempre presente e sempre trascendente, mai definitivamente catturabile entro la stretta sponda del qui e dell'ora. Entrambi rientrano nell'ambito delle realtà non ancora pienamente svelate proprio perché fondamentali. "Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore resterà saldo sulla cima dei monti e si alzerà sopra i colli ed affluiranno ad esso i popoli e verranno le genti e diranno: Venire, saliamo al monte del Signore e al tempio del Dio di Giacobbe, Egli ci indicherà le sue vie e noi cammineremo sui suoi sentieri: poiché da Sion uscirà la legge e la parola del Signore da Gerusalemme. Egli sarà arbitro tra i popoli e pronuncerà sentenze tra numerose nazioni, dalle loro spade forgeranno vomeri, dalle loro lame, falci. Nessuna nazione alzerà la spada contro un'altra nazione e non impareranno più l'arte della guerra. Sederanno ognuno sotto la sua vite e il suo fico e più nessuno si spaventerà, poiché la bocca del Signore delle schiere ha parlato" (Mic 4,1-5; Is 2,1-5).
L'evocazione propria del profeta Michea della vite e del fico (assente nel parallelo passo di Isaia) richiama la concretezza benedetta dei beni terrestri evocata dalla Bibbia per descrivere l'epoca di Salomone, il re pacifico. Anche allora ognuno sedeva tranquillo all'ombra di quelle piante da frutto (cf. 1Re 5,5). Dopo essere saliti al tempio del Signore, dopo esservi abbeverati alla fonte della legge e della parola si ridiscende verso i beni della terra divenuti testimonianza piena dello shalom donato dal Signore. In questo passaggio si rivela la salda convinzione che proprio perché lo shalom scende dall'alto il suo punto di arrivo non può essere che la terra.

Piero Stefani

(tratto da Rezzara Notizie, anno XLIII, n. 9, dicembre 2013, p. 4)

 

Ultima modifica Lunedì 12 Gennaio 2015 10:59
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito