Lunedì, 18 Dicembre 2017
Mercoledì 28 Ottobre 2015 09:20

I templi Gianisti del Rajasthan (Virginio Nava)

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Il Rajasthan è uno degli stati più vasti dell'India nord-occidentale e una delle destinazioni turistiche più magiche dell'Asia per la varietà delle persone, le bellezze del paesaggio e la ricchezza culturale. Il leggendario stile di vita dei Maharaja e delle tribù del deserto si riflette ancora oggi nelle splendide città storiche, con i loro palazzi, fortezze, templi.

In uno dei miei viaggi, ho potuto ammirare la ricchezza dei tesori di cui è piena l'India. Sono rimasto particolarmente colpito dallo splendore dei templi giainisti. Ho visitato questi templi in tre località: a Bikaner il tempio di Bhandreshvar, a Jaisalmer quello di Rishabdeva, a Ranakpur il  tempio Chaumukha. Nell'estremo sud del Rajasthan, nei pressi di Mount Abu, ci sono i famosi templi giainisti di Dilwara, costruiti fra l'XI e il XV secolo.
II tempio di Bhandreshvar è dedicato al quinto tirthankara Sumirnath. Sono entrato nel tempio verso le ore diciannove. Dopo aver effettuato un giro attorno all'edicola principale seguendo tre fedeli giainisti che si profondevano in ripetuti atti rituali, giunto davanti alla statua del tirthankara mi hanno invitato a ripetere i loro gesti che consistevano nell'alzare un piatto di metallo con dei lumini accesi e profumati, facendo come dei cerchi (similmente come si usa nelle chiese cattoliche incensare col turibolo). Ho eseguito senza esitazione la cerimonia, non provando particolari emozioni, in omaggio ad una divinità comune.

Storia del giainismo

Tra i movimenti eterodossi sorti in India nel VI sec. a.C oltre al buddismo, soltanto il giainismo si è sviluppato in una vera religione, senza diventare mai, al contrario del primo, una religione mondiale; però non è mai sparito completamente dall'India, e oggi costituisce la professione di fede di circa tre milioni e mezzo della popolazione indiana.
Gli inizi del giainismo e il suo sviluppo mostrano notevoli somiglianze col buddismo. Entrambe le religioni ebbero fondatori storici, che operarono nello stesso periodo, che discendevano entrambi da stirpe principesca e rappresentavano tendenze delle stesse cerchie antibrahmaniche. La tradizione giainista sostiene che la sua dottrina fu annunciata fin dai tempi antichissimi da numerosi tirthankara ("preparatori del guado"), di cui però i primi 22 sono completamente leggendari. Il 23° Parshva visse nell'VIII sec. a.C. e fondò l'ordine ascetico dei Nigrantha.
Il 24° e ultimo tirthankara, il vero fondatore del giainismo, fu Vardhamana ("il prospero"), chiamato successivamente Mahavira ("grande eroe"). Sia le fonti giainiste che il canone buddista (che lo chiama Niggantha Nataputta) danno ampie notizie sulla sua vita e dottrina. Nato verso il 539 a.C. a Kundagrama, sobborgo di Vaisali, città del Bihar, a 28 anni abbandona la vita mondana ed entra nell'ordine dei Nigrantha. Deluso però dal rilassamento di questi religiosi, si impegna in una vita di severe mortificazioni fino al raggiungimento della conoscenza che porta alla liberazione.
Da allora viene designato come Gina ("vincitore"). All'età di 72 anni lascia questo mondo ed entra nel nirvana.
Nel corso del I sec. d.C. i giainisti si divisero in due correnti: la più mitigata degli Shvetambara ("vestiti di bianco") che indossano una veste bianca, e quella più severa dei Digambara ("vestiti d'aria") cioè nudi. In realtà, mentre i monaci di rango inferiore e le monache possono portare un abito semplice, quelli che hanno raggiunto un livello superiore (e questo è concesso solo agli uomini) devono rinunciare ad ogni indumento. La scissione fra le due correnti, suddivise poi in ulteriori sette, è in atto ancora oggi nei seguaci di questa religione, i quali vivono soprattutto nel Gujarat e nel Rajasthan.

La dottrina

Tutta la realtà di questo mondo è costituita da due elementi fondamentali: sostanze animate (jiva) e inanimate (ajiva). Nelle anime individuali penetra la materia, avvolgendole col corpo e precipitandole nel samsara. Questa materia penetrata nell'anima è il karman; esso fa dell'anima un "essere vivente", ignorante, sofferente e vagante attraverso le rinascite.
La liberazione dell'anima è possibile soltanto quando l'essere vivente espelle definitivamente da sé la materia karmica, e così può salire oltre tutti i cieli degli dei, nel luogo Isatpragbhara, dove godrà un'eterna beatitudine.
Nel sistema giainista non c'è posto per Dio. I tirthankara sono considerati come esseri divini, ma non come creatori e reggitori del mondo, perché le anime che si trovano nel luogo dei perfetti non possono più esercitare alcun influsso sul mondo. Vengono soltanto venerati come modelli ideali. Ciascuna persona deve ottenere la liberazione con le proprie forze.
I giainisti ammettono l'esistenza di numerosi dei, spiriti e demoni derivati dal pantheon induista; ma sono esseri viventi, infettati dal karman e soggetti al samsara. Veramente il loro karman procura loro una vita beata in magnifici paradisi; ma questo godimento non è eterno e dura soltanto fino all'esaurimento del buon karman. Nello stato divino non possono progredire sulla via della salvezza, soprattutto perché non è loro possibile la pratica dell'ascesi, essendo ogni desiderio da essi formulato subito esaudito. Per conseguire la liberazione definitiva devono discendere in una nuova esistenza umana.
I giainisti hanno una concezione particolare dell'universo, che è considerato eterno e funzionante secondo leggi proprie senza l'intervento di divinità superiori. L'universo è soggetto a un numero infinito di cicli o periodi cosmici ascendenti e discendenti, che si ripetono periodicamente senza però che venga completamente distrutto e che quindi rinasca. Oggi viviamo nella penultima delle sei ere del periodo discendente e le condizioni fisiche e morali sono destinate a peggiorare.

La via della salvezza

La via giainista della salvezza è lunga ed eroica. Gli esperti hanno analizzato pedantemente e suddiviso in 14 stadi l'ascesa spirituale dell'anima che si libera poco a poco dal karman.
Per conseguire questa liberazione il fedele deve non solo allontanare il karman dalla sua anima, ma anche impedire la penetrazione di nuovo karman seguendo dei comandamenti morali che sono sintetizzati in cinque voti: non danneggiare esseri viventi (ahimsa), sincerità, astenersi dal furto, castità, astenersi dall'avidità (non essere attaccati ai beni materiali).
Anche i laici sono obbligati a uno stretto vegetarismo e ad astenersi da bevande alcoliche, perché in esse, secondo la dottrina giainista, si trovano esseri viventi. Devono evitare tutta una serie di occupazioni che possono causare il danneggiamento di esseri viventi, come l'arare, il che rende impossibile l'agricoltura. Ne consegue che i laici giainisti si dedicano quasi esclusivamente ad attività commerciali.
I laici sono pure obbligati a una quantità di doveri secondari, come meditare tre volte al giorno, digiunare quattro volte al mese, far elargizioni ai monaci, ecc. Come azione straordinariamente meritevole è considerata la morte volontaria per fame.
Ancora oggi questo tipo di suicidio è compiuto da qualche persona anziana. I monaci sono sottoposti agli stessi doveri, ma interpretati in modo più rigido. È persino loro proibito dire per scherzo una frase non vera.
Devono evitare accuratamente anche il danneggiamento preterintenzionale degli esseri viventi, usando una mascherina per non inghiottire inavvertitamente insetti.
Ma tutte queste prescrizioni non bastano a scacciare il karman che già si trova nell'anima. E allora intervengono le pratiche ascetiche, esteriori (digiuno, macerazioni, rinuncia alle cure fisiche, evitare di grattarsi quando c'è prurito, ecc.) e interiori (confessioni, meditazioni).
Fra gli oggetti di meditazione ci sono le figure dei tirthankara, le cui immagini sono poste in magnifici templi e venerate con cerimonie che ricordano la puja induista. I fedeli sanno però che dal loro culto non riceveranno aiuto. Perciò nei templi sono ampiamente venerate anche divinità induiste che possono accordare l'esaurimento delle loro richieste.

Il tempio di Ranakpur

Ranakpur ("la città di Rana") si trova a 90 km. a nordovest di Udaipur in una valle appartata tra le colline degli Aravalli. Il tempio più importante detto Chaumukha ("dai quattro volti") fu fatto erigere tra il 1440 e il 1490 da Dharan Shah, un ministro di Rana Kumbha, il sovrano del Mewar che donò questo territorio alla comunità giainista. L'architettura del tempio giainista non differisce sostanzialmente da quella del tempio induista. Attraverso un portico si accede ad una sala di assemblea e a una sala di danza, e poi a un vestibolo e al santo dei santi che ospita l'immagine sacra. Le sale contengono numerosi pilastri ornati di sculture e collegati da archi monumentali (torana).
Il tempio di Ranakpur sorge su un alto basamento, ha pianta cruciforme e presenta quattro entrate in corrispondenza dei quattro punti cardinali e delle quattro immagini di Adinath situate al centro del santuario. La statua in marmo bianco di Adinath (il primo tirthankara chiamato anche Rishabha), dagli occhi vivaci e lucenti dovuti alla presenza di argento e madreperla, viene giornalmente unta con pasta di sandalo.
Oltre al santuario principale, si hanno quattro templi principali, 76 santuari secondari, ciascuno con una cupola, e 84 cappelle tutto intorno. Il numero 84 ricorda che l'essere umano deve passare per 84 lakh (cioè 8.400.000) forme o incarnazioni prima di poter aspirare alla liberazione. Ciascuno di questi tempietti ospita una o più immagini dei 24 tirthankara in una posa meditativa.
Impressionante è la straordinaria selva di 1.444 pilastri e colonne, tutte diverse fra loro nella decorazione prevalentemente geometrica e floreale rispetto alle figure umane e animali. La ricchezza della decorazione le fa apparire come un vero pizzo o merletto di marmo. Più ancora che la decorazione, è la disposizione e l'altezza di queste colonne, insieme alla leggerezza degli archi che le collegano, che crea un'impressione di grande armonia. La presenza delle numerose colonne non impedisce la vista del tirthankara al centro, da qualunque punto lo si guardi.
Le pareti presentano fregi elaborati con cicli a bassorilievo che illustrano episodi celebri della mitologia giainista e induista. La cupola centrale è sostenuta da 12 mensole con figure di divinità; presenta al centro il motivo del loto intarsiato che si protende verso il basso ed è sormontata da una svettante shi-khara. Sul muro meridionale una placca circolare raffigura il 23° tirthankara Parshvanath al centro di un elaborato intreccio decorativo, affiancato da due naga e da due figure umane, e protetto da un cobra dai mille cappucci che li sovrasta.
Il delicato lavoro di filigrana del complesso della decorazione deve essere stato eseguito più con la lima che con lo scalpello, permettendo a questi abilissimi artigiani (quasi tutti appartenenti alla casta degli intagliatori di avorio) di raggiungere una trasparenza e una levigatezza quasi soprannaturale, in questo lavoro considerato un atto di devozione e di ascesi.
Sembra che gli artigiani venissero pagati in base al peso della polvere di marmo raccolta alla fine della giornata di lavoro.
Gli architetti e gli scultori di questo tempio hanno saputo rappresentare la maestà divina con tale abilità che il fedele (e anche l""eterogeneo" turista!), contemplando questo capolavoro, non solo prova ammirazione (profana) per la bellezza artistica, ma è pure indotto a riflettere sul mistero divino quale lo presenta la religione giainista.

Virginio Nava

(tratto da Missione Salute, n. 5, 2013 – pp. 22-25)

 

Ultima modifica Mercoledì 28 Ottobre 2015 09:47
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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