Venerdì, 20 Ottobre 2017
Sabato 28 Maggio 2016 14:42

Le origini dell'antico Israele nell'età del ferro I - seconda parte

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 Prof. Dario Vota

 I "PROTO-ISRAELITI"


I villaggi

Gli immigrati sull'altopiano idearono nuove strategie per accrescere la produttività agricola di terreni per lo più assai poveri. Si avviarono disboscamenti e si costruirono terrazzamenti per coltivare i terreni in pendio.

L'economia dei nuovi villaggi, col solo obiettivo della sussistenza, era basata su un'agricoltura di piccola scala che integrava orticoltura e coltivazione di cereali: alla prevalenza di grano e orzo si aggiungevano le colture di olivo, vite, mandorlo, melograno, fico e pero. Si affiancava a ciò l'allevamento di bestiame: pecore e capre per lo più, e in misura minore bovini.

I villaggi avevano dimensioni ridotte: un centinaio di persone o anche meno. Edificati in cima a una collina o su un pendio, sorgevano di solito in mezzo ad aree dove terreni terrazzati per la coltivazione si alternavano a macchie boscose naturali. Qualche sorgente assicurava l'approvvigionamento idrico, ma i coloni avevano imparato a conservare l'acqua piovana in cisterne ricavate nella roccia.

Le case del villaggio, in pietra non lavorata, presentavano tutte dimensioni abbastanza simili; cosa che, insieme all'assenza di edifici pubblici e alla mancanza di oggetti di lusso, segnala una situazione sostanzialmente egualitaria quanto a distribuzione della ricchezza e articolazione sociale. La casa standard era composta da 3 o 4 vani a cui si accedeva da una zona centrale non coperta: una fila di pilastri in pietra grezza separava questa parte da piccoli vani laterali, su cui poggiava probabilmente un piano superiore pavimentato con travi di legno, e una stanza larga si disponeva sul lato posteriore; gli ambienti al pian terreno erano adibiti al ricovero di animali e al deposito di provviste, mentre uno spazio di abitazione era al piano di sopra. Era il nucleo abitativo ideale di una famiglia occupata in attività di coltivazione e di allevamento. Questo tipo di abitazione ("casa a 4 stanze"), era un riuscito adattamento alle esigenze di una vita agricola e continuò per secoli ad essere la forma più diffusa di abitazione domestica in Israele

Vita religiosa: luoghi di culto

L'archeologia non ha messo in luce negli insediamenti proto-israelitici resti di edifici ricostruibili come templi o santuari chiusi. La sola installazione cultuale nota per l'età del Ferro I è un luogo sacro su un'altura presso Samaria, il "Sito del Toro", datato 1200-1150 a.C.: una struttura circolare di pietre di circa 20 m di diametro racchiudeva un'area sacra all'aperto formata da una piattaforma simile a un altare e una grande pietra eretta; tra gli oggetti ivi ritrovati spicca una statuetta in bronzo raffigurante un toro, che suggerisce un collegamento con l'antico culto cananeo del dio El e mostra perciò una continuità con pratiche cultuali indigene.

Un altro luogo di culto sembrerebbe emerso sul monte 'Ebal presso Sichem; ma c'è disaccordo sulla sua interpretazione. Sulla cima rocciosa di un'altura un muro in pietra recingeva un'area ellittica con al centro una piattaforma alta 3 m in grosse pietre grezze e servita da una rampa in pietra; su un lato di questa, due aree pavimentate contenevano ceneri, ossa bruciate di animali e ceramica databile al Ferro I.

La religione del primo Israele doveva basarsi su una forma di culto molto semplice, non istituzionalizzata, probabilmente legata all'ambito familiare e in continuità con la vecchia tradizione cananea dei culti della fertilità, del tutto plausibile in un quadro di vita rurale. Anche nelle pratiche del culto la realtà dei proto-Israeliti non sembra aver rotto i legami con la cultura cananea.

Assenza di tombe: una società egualitaria

Nell'età del Ferro I non si trovano tombe israelitiche; probabilmente i morti erano sepolti in semplici fosse senza corredo funerario. Più che una società povera, questo sembra segnalare un'ideologia di egualitarismo e semplicità (così secondo l'archeologo israeliano A. Faust). Lo confermano la ceramica (non decorata, limitato repertorio di forme) e la "casa a 4 stanze" (semplice, senza strutturazione gerarchica degli spazi).

Assenza del maiale nell'alimentazione

Un tratto rilevante dell'identità "proto-israelitica" è dato dalla quasi completa assenza di ossa di maiale nei siti sugli altipiani del Ferro I, segno di un'assenza della carne di maiale nell'alimentazione dei proto-israeliti, che li distingue dagli usi dei Cananei (cosa spiegabile più per motivi religiosi che non ecologici).

Scrittura

Pochissime e frammentarie iscrizioni sono state messe in luce nel contesto dei villaggi del Ferro I. La più importante è su un coccio di giara rotta, trovato a 'Izbet Sartah e databile intorno al 1100 a.C. o poco dopo, che reca incise cinque righe di scrittura. Le prime quattro presentano una sequela di lettere apparentemente senza senso; ma l'ultima riporta un alfabeto in lettere antico-cananee: è un abbecedario, probabilmente l'esercizio di uno scolaro, segnale di un principio di alfabetizzazione tra i proto-Israeliti, pur nel contesto di una società agro-pastorale in cui la scrittura doveva avere una diffusione e un utilizzo decisamente limitati.

Il ruolo delle donne

La studiosa inglese Carol Meyers, collegando testi biblici con dati archeologici, ha suggerito per la donna proto-israelita una condizione non necessariamente inferiore e ne ha sottolineato il ruolo soprattutto nell'ambito delle attività di sussistenza: oltre che impegnate nella crescita dei figli e nelle lavorazioni domestiche (preparazione del cibo, tessitura e forse fabbricazione di vasellame), le donne svolgevano parte del lavoro agricolo. Dovevano poi avere un ruolo nel culto: poiché in epoca proto-israelitica la religione era praticata primariamente in ambito domestico,a una funzione più "sacerdotale" propria del capofamiglia se ne affiancava una femminile di custode della saggezza e di esperta di divinazione.

Per la realtà del Ferro I ci sono non poche coincidenze tra i dati forniti dall'archeologia e il ritratto di donne israelitiche offerto da testi biblici che pretendono di descrivere fatti e condizioni di quell'epoca; tra essi soprattutto Gdc. Le donne che compaiono nelle sue narrazioni presentano aspetti che corrispondono a quel ruolo attivo che la Meyers e Susan Ackerman attribuiscono alla donne dell'Israele pre-monarchico. Il caso più in vista è quello di Deborah, a cui Gdc 5 (secondo molti studiosi un canto assai arcaico, radicato in età proto-israelitica) attribuisce un ruolo addirittura di guida in un'impresa di carattere militare. Se un testo letterario così antico attribuisce a una donna un ruolo da protagonista in ambito militare, tale attribuzione può essere stata ispirata proprio dal ruolo importante che delle donne potevano avere in quell'epoca.

I "proto-Israeliti" all'inizio del processo di formazione di Israele

E' dunque nel Ferro I (1200-100 a.C.) che si avviò il processo di sviluppo della realtà di Israele. Lungo quel periodo si ebbe il graduale emergere di un'identità "proto-israelitica" da una mescolanza di gruppi per lo più indigeni di Canaan: cosa che appare dai dati archeologici (sintesi recenti di Ann Killebrew e A. Faust).

E' vero tuttavia che, nelle ricerche più recenti, proprio gli aspetti archeologici che secondo Faust sono indicatori di un'identità israelitica dei villaggi sugli altipiani nel Ferro I sono da taluni utilizzati a sostegno della tesi secondo cui la maggior parte dei "proto-israeliti" non proviene dall'ambito rurale degli indigeni cananei (siano essi ex-agricoltori o ex-pastori) ma da varie realtà esterne, soprattutto dall'ambito di nomadi marginali come i Shasu; infatti quei dati archeologici sembrano segnalare un modo di vivere in contrasto con quello cananeo di fine Bronzo Tardo.

Inoltre qualche studioso ritiene che si debba considerare di più il fattore religioso (la fede in Yahweh, di cui fu portatore qualche gruppo che aveva vissuto l'esperienza dell'Egitto) come elemento capace di portare a una forte rottura col passato e di forgiare una nuova identità (come già avevano affermato Mendehall e Gottwald, e come ha anche riconosciuto più di recente L. Stager).

 

 

LA BIBBIA E LE ORIGINI DI ISRAELE

 

Il processo formativo dei "proto-israeliti" è quindi assai diverso da come raccontato nella Bibbia:

- non è esistita una "epoca dei patriarchi" (i racconti di Gn sui Patriarchi sono per lo più saghe leggendarie); - è possibile che una piccola componente di "proto-israeliti" sia passata attraverso un'esperienza in Egitto (= possibilità di un nucleo storico in Es), ma non c'è stato un "esodo" come raccontato nella Bibbia;

- non c'è stata una "conquista" come presentata in Gs. I "Proto-israeliti" erano popolazioni locali cananee più alcuni gruppi esterni, che a partire da fine XIII sec. a.C. colonizzarono le aree marginali dell'altopiano centrale della Palestina. La formazione del primo Israele è una dinamica interna al paese di Canaan.

Rispetto a questa ricostruzione, come si pone la presentazione della Bibbia sulle origini di Israele? La narrazione su Patriarchi-Egitto-Esodo-Deserto-Conquista è storicamente attendibile o no? Tra la Bibbia e il quadro storico che si delinea dai dati archeologici, c'è una differenza inconciliabile o ci sono in essa dei nuclei di storicità coerenti con tale quadro?

Il racconto biblico presenta una trama narrativa basata su una storia unitaria (un gruppo familiare diventa un popolo e vive insieme e in diretta successione la vicende di Patriarchi-Egitto-Esodo-Deserto-Conquista). Ma questa trama narrativa collega tradizioni diverse: nel Pentateuco sono state unificate tradizioni diverse per formare una visione complessiva della storia di Israele prima della "conquista".

In realtà il Pentateuco, come lo leggiamo, è un'opera post-esilica (non prima del 500 a.C.), che riflette le preoccupazioni identitarie dei reduci da Babilonia: una comunità organizzata attorno al tempio e al rispetto della "Legge". Contiene certamente materiali antichi (cicli narrativi, testi legislativi, ecc.), ma questi non erano ancora inseriti in una narrazione unitaria, erano solo tradizioni separate e nate in tempi diversi. Probabilmente solo con la riforma deuteronomica (forse preparata da tentativi al tempo di Ezechia intorno al 700 a.C. e poi definita a fine VII secolo con Giosia) si crearono le condizioni per una prima sintesi storica e teologica in Israele. Forse solo allora (o forse ancora più tardi, durante l'esilio) fu creato un legame tra tradizioni patriarcali e tradizioni dell'Esodo; prima le diverse tradizioni coesistevano, ma separate.

Comunque nei libri attuali del Pentateuco ci sono delle parti che sembrano rispecchiare racconti assai antichi, risalenti a tempi anteriori (e forse di molto) all'esilio.

Materiali di epoca proto-israelitica nella Bibbia?

Le tradizioni bibliche di Gs e Gdc, pur elaborate probabilmente dal VII sec. a.C., contengono anche materiali antichi, segnalati da elementi che sembrano coerenti con una realtà "proto-israelitica". I tardi redattori di Gdc non potevano disporre di fonti scritte su un'epoca pre-monarchica, ma attinsero probabilmente a un repertorio di racconti tradizionali tramandati oralmente e di ricordi fissati nella memoria collettiva: saghe su antichi eroi israelitici, storie popolari di carattere spesso leggendario ma basate almeno in parte su materiali antichi:

- "tribù": in epoca proto-israelitica esistevano probabilmente "tribù", in un'organizzazione della società basata su unità gentilizie: dalla tribù al clan, alla famiglia allargata, alla famiglia nucleare. E' però da respingere la vecchia tesi di una "lega di 12 tribù" come organico sistema di alleanze tra tribù di una riconosciuta identità "israelitica" in epoca pre-monarchica. Alcune tribù possono aver agito di concerto in qualche vicenda, ma unicamente come operazioni condotte secondo raggruppamenti parziali e occasionali;

- Il "Canto di Deborah" (Gdc 5, ritenuto uno dei testi più antichi della Bibbia) sembra riflettere una situazione di epoca pre-monarchica: una qualche forma di alleanza tra tribù basata sul culto di Yahweh. La vicenda è storicamente plausibile: lo scontro a Ta'anak presso Megiddo di combattenti radunati da tribù della Galilea e della Palestina centrale contro truppe di città-stato cananee coordinate dal re di Hazor. E' possibile che un'embrionale identità "nazionale" israelitica abbia cominciato a formarsi nella fase avanzata del periodo proto-israelitico, nel corso dell'XI secolo;

- penetrazione in ambito israelitico del culto di Yahweh: divinità in origine legata alla zona dei Madianiti (regione araba a sud-est della Palestina), Yahweh è associato originariamente ai deserti meridionali da riferimenti biblici e da fonti egiziane (la più nota è la menzione della "terra dei Shasu di Yahweh nella zona di Se'ir", XIV-XIII sec. a.C.: certe tribù del deserto a sud della Palestina definivano il loro territorio dal nome di Yahweh, in tempi di poco precedenti all'epoca proto-israelitica). Gruppi di Shasu, nomadi o mercanti, possono essere stati una delle numerose e variegate componenti che diedero vita alla società proto-israelitica dell'età del Ferro I; ad essi potrebbe essere attribuita la penetrazione in ambito israelitico del culto di Yahweh, che può aver trovato accoglienza presso alcuni gruppi, coesistendo per molto tempo accanto a culti e forme religiose variamente provenienti dalla cultura cananea.

- qualche norma legislativa: vari elementi contenuti nelle norme del "Codice dell'Alleanza" (Es 21-23) si adattano alla realtà proto-israelitica: esso suppone una società quasi esclusivamente agricola e pastorale, dove i capi delle famiglie allargate potevano regolare i conflitti più importanti a livello locale, per l'assenza di istituzioni superiori.

Un nucleo storico dell'Esodo in epoca proto-israelitica?

L'esodo quale descritto nella Bibbia non c'è stato; ma ciò non significa che non ci possa essere un nucleo di storicità (un ricordo, per quanto lontano e distorto, di un qualche evento reale) alla base dei racconti biblici. Il nucleo più probabile può consistere in un gruppo di fuggitivi dall'Egitto che poté trovare (o ritrovare) una sede in qualche parte della Palestina, tramandando poi presso altri clan israeliti il ricordo di un'esperienza di servitù e sfruttamento in Egitto e successiva fuga. E' anche possibile che questo gruppo sia stato portatore presso altri israeliti del culto di Yahweh (probabilmente originario di una zona a sud-est di Canaan, tra Negev e Sinai). Su questo ricordo di base sarebbe stato elaborato molto più tardi un racconto che trasformò quel modesto evento in un'epopea di un intero popolo.

La ricerca storica e archeologica non può confermare come "avvenimento" questo soggiorno, ma può fornire un contesto: mettere in luce elementi storici che segnalino come possibile e verosimile qualche nucleo di quell'evento, narrato poi letterariamente con toni e motivi epici e grandiosi in Es 1-15. Le seguenti spiegazioni sembrano le più plausibili.

Un soggiorno di pastori sfruttati. Fonti egiziane del Nuovo Regno (1550-1080 a.C.) documentano vari episodi di passaggio in Egitto di seminomadi asiatici: gruppi di pastori che cercavano di sfuggire a carestie rifugiandosi in Egitto e qui impiegati, in cambio del permesso di sfruttare dei pascoli, come manovalanza in lavori gravosi. Gli Israeliti che la Bibbia presenta come lavoratori servili in Egitto sono indicati in Es 2,11-13 come "ebrei" (simile all'egizio 'pr e al mesopotamico habiru) = una categoria sociale di persone prive di diritti al servizio di altri. Documenti dell'epoca di Ramses II (1279-1212 a.C.) parlano di 'pr adibiti a lavori di costruzione di un tempio. Es 1,11 rimanderebbe all'esperienza di un gruppo di proto-Israeliti agli inizi del XIII secolo a.C. nella regione del Delta: da un gruppo di seminomadi asiatici che, dopo aver passato con regolare permesso il confine egiziano e ottenuto per un certo tempo di utilizzare dei pascoli, potrebbe essere stata tratta gente assegnata alla costruzione delle città di Pitom e Ramses; gente che, sentendo come oppressione il lavoro in Egitto, se ne sottrasse con la fuga, arrivando poi a sistemarsi in Palestina.

La fuga di proto-Israeliti prigionieri. La scoperta a Medinet Habu presso Tebe di un'abitazione di operai impiegati nella costruzione del tempo di Ramesse IV (circa 1160 a.C.) è stata rivalutata dall'egittologo M. Bietak, che ha rilevato che si trattava di un'abitazione simile alla struttura della tipica casa israelitica dell'età del Ferro, tipica dei proto-Israeliti e non dell'Egitto (una "casa a 4 stanze", che non ha paralleli nell'architettura domestica egiziana); ciò farebbe pensare a quegli operai come a dei proto-Israeliti, magari deportati nel corso di incursioni in Palestina di Ramesse III (1190-1160 a.C. circa). Questo faraone infatti condusse spedizioni militari in Palestina, portandone via come prigionieri molti abitanti: tra questi potevano esserci anche dei proto-Israeliti, che vennero poi impiegati – essi stessi o dei loro discendenti – nei lavori edilizi presso cui avevano eretto le loro capanne. Il modello di queste abitazioni fa infatti supporre per i loro occupanti una precedente esperienza di insediamento in Canaan. Alla base del racconto dell'Esodo potrebbe esserci allora il ricordo della fuga di un gruppo di proto-Israeliti, già stanziati in precedenza in Palestina, poi trascinati in Egitto come prigionieri e qui impiegati in lavori di manovalanza, i quali riuscirono – intorno al 1150 a.C. o poco dopo – a fuggire e a tornare nella loro terra di origine.

Una spiegazione alternativa: concretizzazione narrativa del ricordo della fine del dominio egizio in Canaan nel XII secolo a.C. Tra XIII e XII secolo a.C. la dominazione dell'Egitto su Canaan fu particolarmente pressante (incursioni militari, distruzione di insediamenti, deportazione di prigionieri, richieste fiscali esose, ecc.) sia sulle città-stato che sui gruppi rurali e pastorali, accentuando una dipendenza e uno sfruttamento che duravano da più secoli; così il venir meno del dominio egizio a metà XII secolo a.C. poté essere compreso come una liberazione da una schiavitù un po' da tutti gli abitanti della regione, il che spiegherebbe come tutti i gruppi israelitici (tra i proto-israeliti molti erano di origine cananea o discendenti di gruppi pastorali in relazione con Canaan) possano aver fatto proprio la memoria di questa liberazione da un dominio straniero; la memoria di quel cambiamento politico si sarebbe poi espressa in un racconto che spostava da Canaan all'Egitto l'immagine concreta del fenomeno: l'allontanarsi della presenza oppressiva dell'Egitto da Canaan fu raccontato come l'allontanarsi dall'Egitto di un gruppo di cananei oppressi. Questa spiegazione, in sostanza, accetta la possibilità storica dell'uscita dall'Egitto di un piccolo gruppo di israeliti (per alcuni studiosi anche la guida di Mosè e l'introduzione tra gli altri israeliti del culto di Yahweh, di probabile origine meridionale), ma cerca nella "memoria culturale" della fine del dominio egizio su Canaan, il fattore che può spiegare l'ampia accettazione del ricordo della vicenda di un piccolo gruppo liberatosi dall'Egitto come concretizzazione di quella più ampia memoria.

Abramo nell'età del Ferro I

Non è esistita una "epoca dei Patriarchi". E' chiaro ormai alla maggior parte degli studiosi che non è esistita una "epoca dei Patriarchi", quale immaginabile (in base a Gn 12-50), come un periodo arcaico di un nucleo familiare originario del popolo di Israele da collocare vari secoli prima dell'età del Ferro. Questi racconti sono una costruzione letteraria e ideologica, e riflettono il tempo in cui sono stati scritti (in più strati letterari, da VIII-VII ad almeno fine VI secolo a.C.) più che quello dei personaggi di cui raccontano. Tuttavia conservano qualche nucleo storico; un esempio, storicamente assai interessante, riguarda Abramo, che può ben essere stato un personaggio storico prima di diventare una figura della tradizione.

Abramo. Il più antico riferimento extra-biblico ad Abramo è il nome di una località del Negev citato in un'iscrizione egiziana del faraone Sheshonq I da Karnak su una sua campagna militare in Palestina nel 925 a.C. In un elenco di 150 siti che Sheshonq dichiara di aver occupato, quasi la metà è localizzabile nel Negev, e uno ha nome p'haqru'a 'ibirama = "la fortificazione di Abramo". La geografica (nel Negev, zona che la Bibbia associa ad Abramo), l'epoca (un centro fortificato probabilmente già del tempo di Davide e Salomone, poiché 925 a.C. è poco dopo alla data di solito ipotizzata per la morte di quest'ultimo) e l'archeologia (varie fortificazioni nel Negev furono erette nel X secolo a.C., naturale che qualcuno dei loro nomi derivasse da personaggi localmente famosi) rendono plausibile l'ipotesi che l'Abramo da cui il sito prese nome sia proprio l'Abramo biblico. Quest'ipotesi, ritenuta assai probabile da vari studiosi (es. R. Hendel), non fonda la storicità dei racconti biblici su Abramo, ma segnala che un nucleo di tradizioni su di lui si è costituito attorno a un personaggio storicamente radicato nel Negev non dopo il X secolo a.C., ma forse già in età proto-israelitica.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Il presente contributo non ha note, per facilitare la lettura del testo che ha taglio divulgativo. I contenuti si basano sugli studi elencati nella seguente bibliografia.

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Ultima modifica Martedì 14 Giugno 2016 12:39
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini