Martedì, 17 Ottobre 2017
Lunedì 15 Agosto 2016 19:52

– XX Domenica del Tempo Ordinario -

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- 14 Agosto 2016 -

di Don Paolo Scquizzato, 

Prima lettura: Ger 38,4-6.8-10

4I capi allora dissero al re: «Si metta a morte quest'uomo, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest'uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male». 5Il re Sedecìa rispose: «Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi». 6Essi allora presero Geremia e lo gettarono nella cisterna di Malchia, un figlio del re, la quale si trovava nell'atrio della prigione. Calarono Geremia con corde. Nella cisterna non c'era acqua ma fango, e così Geremia affondò nel fango. 8Ebed-Mèlec uscì dalla reggia e disse al re: 9«O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremia, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c'è più pane nella città». 10Allora il re diede quest'ordine a Ebed-Mèlec, l'Etiope: «Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremia dalla cisterna prima che muoia».

 

Salmo: 39

Rit.: Signore, vieni presto in mio aiuto

Alleluia, Alleluia, Alleluia.


2 Ho sperato, ho sperato nel Signore,

ed egli su di me si è chinato,

ha dato ascolto al mio grido. Rit.


3 Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose,

dal fango della palude;

ha stabilito i miei piedi sulla roccia,

ha reso sicuri i miei passi. Rit.


4 Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,

una lode al nostro Dio.

Molti vedranno e avranno timore

e confideranno nel Signore Rit.


18 Ma io sono povero e bisognoso:

di me ha cura il Signore.

Tu sei mio aiuto e mio liberatore:

mio Dio, non tardare. Rit.


Seconda lettura: Eb 12,1-4

1 Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, 2tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. 3Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d'animo. 4Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.

 

Canto del Vangelo:

Alleluia, alleluia!

27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.

Alleluia!


Vangelo: Lc 12,49-53

49Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! 50Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!

51Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. 52D'ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; 53si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

 

OMELIA

 

Gesù non è mai stato pacifista e tanto meno un 'non-violento'. Siamo stati noi a trasformarlo spesso (complice una certa insana cinematografia) in una sorta di figlio dei fiori, in salsa hippy.

Gesù è stato un profeta, ossia un uomo che ha avuto sempre il coraggio della denuncia, della presa di posizione dinanzi all'affermarsi dell'ingiustizia e dell'ipocrisia, ossia ogni qualvolta il bene dell'uomo fosse minacciato da poteri forti e iniqui. Ha alzato la voce, quando in questione vi era la dignità delle persone, invitando i suoi a fare altrettanto (Mt 10, 27).

Gesù non ha mai cercato la diplomazia o il parlare politically correct al fine di non urtare la sensibilità dei forti per paura di ritorsioni o di destabilizzare precari equilibri politici (Mt 23, 16ss.).

Non è mai entrato nei palazzi dei potenti se non come prigioniero con le mani legate (Gv 18, 24).

Gesù è il profeta che crea divisione, pur di vedere affermata la giustizia e la dignità dei poveri. Perché a un certo punto occorre decidersi da che parte stare. Quelli che stanno sempre al centro per paura di sbilanciarsi, i tiepidi, Dio – dice l'Apocalisse – li vomita (3, 16).

Gesù non ha mai amato i quieti, e tanto meno il quieto vivere, ma ha elevato l'inquietudine a cifra dell'umano. E come tutti i profeti, ha minacciato le false ideologie, le false teologie, le istituzioni tese a difendere il proprio prestigio.

Per Gesù ha sempre contato anzitutto l'uomo.

«Ci sono forme di pace che sono disordini costituiti, che spremono lacrime di disgraziati. Non è questa la pace che noi vogliamo perché essa giova soltanto alla malizia umana. Vogliamo una pace il cui nome più immediato e più caro è quello della fraternità effettiva tra gli uomini» (Balducci).

L'affermare la pace richiede il pungolo dell'inquietudine e la disponibilità a mettersi in gioco sino a dare la vita. Stare dalla parte di Dio e quindi dalla parte degli ultimi, chiederà di scegliere di rompere con un ordine costituito – civile o religioso che sia – e magari con la propria famiglia, con gli affetti più cari. È una questione di scelta. Accontentarsi nel proclamarsi pacifisti, gridando in ogni angolo 'pace, pace', non fa che perpetuare i conflitti profondi, aiutando la permanenza delle sopraffazioni.

Presumere di essere con Dio  ma di fatto non stare e non lottare dalla parte dei poveri e dei disgraziati di questa terra, non è certo cristianesimo, e Lui stesso nell'ultimo giorno negherà per questo di conoscerci: «In quel giorno molti mi diranno: "Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?". Ma allora io dichiarerò loro: "Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!» (Mt 7, 22).

Mi chiedo quanto siamo quieti, noi cristiani, dinanzi allo stillicidio giornaliero dell'ingiustizia cui sono vittima i più poveri di questa terra rimanendo inermi spettatori. Quanto continua ad andarci bene una commistione scandalosa tra stato e Chiesa, in virtù di un Concordato che obbliga spesso la gerarchia ecclesiastica ad inchinarsi a scelte statali sciagurate solo per continuare a vedere affermati e preservati i propri vantaggi e privilegi.

«Quello che a noi manca è la capacità di indignarsi quando la giustizia giace prostrata sulle strade e quando la menzogna furoreggia sulla faccia della Terra, una santa collera contro tutto ciò che nel mondo è ingiusto. La collera contro il saccheggio della Terra del Signore e la distruzione del mondo di Dio, la collera perché i bambini devono morire di fame mentre le tavole dei ricchi si piegano sotto il peso delle vivande, la collera per l'indulgenza di tanti verso la Chiesa, che non si avvede di poter vivere solo grazie alla verità e ignora che la nostra paura sarà la morte di tutti noi. Quello che ci è necessario è di perseguire senza sosta quella temerarietà che saprà lanciare la sua sfida e di cercare di cambiare la storia umana finché essa giunga a conformarsi alle norme del Regno. E ricordatevi, i simboli della Chiesa cristiana sono sempre stati il leone, l'agnello, la colomba e il pesce, ma mai il camaleonte! E ricordate anche questo: la Chiesa è il popolo che Dio si è scelto, ma coloro che sono scelti saranno riconosciuti in base alle loro scelte» (Kaj Munk, 1898-1944)

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Ultima modifica Martedì 06 Settembre 2016 17:11
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini