Mercoledì, 12 Agosto 2020
Martedì 07 Aprile 2020 08:44

La Crocifissione e la Morte di Gesù

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prof. Dario Vota

DAL PRETORIO AL GOLGOTA

 

 

Una base testuale brevissima

 

L’itinerario di Gesù verso il luogo della crocifissione è accennato da tutti gli evangelisti ma con notevole brevità:

- Mc 15,20b-21, la tradizione più antica, presenta l’interessante notizia su Simone di Cirene, che è basata su un ricordo autentico (la menzione dei figli è spiegabile pensando che fossero entrambi noti alla comunità di Marco);

- Mt 27,31b-32 segue essenzialmente Mc;

- Lc 23,26-32 prende da Mc l’informazione su Simone di Cirene, ma la amplia, narrando di un incontro con donne di Gerusalemme e informando su due malfattori condotti a morte con Gesù;

- Gv 19,16b-17 fa portare a Gesù personalmente, senza alcun aiuto, la traversa della croce (nella sua immagine eroizzata di Gesù non c’è posto per Simone di Cirene).

Elementi storici verosimili

 

Secondo il diritto romano, la sentenza passava subito in giudicato e di solito veniva eseguita immediatamente.

Pilato consegnò Gesù a una truppa di 4 soldati (visto che più tardi fecero 4 parti delle sue vesti: Gv 19,23) e un centurione. Erano probabilmente soldati reclutati nei territori circostanti (forse siriani o palestinesi non ebrei), certo poco amici degli ebrei.

 

Condotto fuori città con altri due

Solo Lc ricorda esplicitamente che Gesù fu condotto al Golgota con altri due, ma tutti gli evangelisti attestano l’esecuzione di altri due condannati.

Secondo Mc 15,27 si trattava di due “ladroni”; ma il termine (in greco lestès) non significa criminali comuni, ma era allora un concetto corrente per “rivoltosi”, “banditi politici” (Giuseppe Flavio se ne serve spesso per designare gli zeloti e nel linguaggio dei romani i ribelli erano chiamati latrones o praedones). Possiamo dunque vedere nei due crocifissi insieme con Gesù degli zeloti. Del resto la crocifissione era tipica pena per i rivoltosi: Gesù è stato condannato e fatto giustiziare da Pilato come sobillatore politico.

 

Portando il “patibulum” e il “titulus”

Il condannato doveva trascinare fino al luogo dell’esecuzione non tutta la croce (c’è quindi un evidente errore nella maggior parte delle rappresentazioni artistiche della via crucis), ma solo il palo trasversale (patibulum), o tenendolo in spalla col braccio libero o portandolo legato alle braccia distese, mentre il palo verticale era già piantato sul luogo dell’esecuzione, utilizzato più volte.

A differenza dell’uso comune romano di trascinare i condannati nudi, Roma andò incontro alla sensibilità ebraica (per un pio ebreo mostrarsi nudi in pubblico era ritenuto cosa ripugnante agli occhi di Dio) e permise che in Giudea i condannati fossero condotti al supplizio vestiti.

Per gli spettatori lungo la strada una tavoletta di legno (titulus), appesa al collo del condannato o a volte portata davanti a lui, notificava il reato per cui il condannato veniva giustiziato. Tutti e 4 gli evangelisti sono al corrente di un titulus nel caso di Gesù. L’iscrizione doveva essere almeno bilingue: in aramaico, la lingua del popolo, e in greco, per essere capita anche dagli ebrei della diaspora (che ignoravano l’aramaico ed erano in città per la festa).

 

Un percorso allungato

Se, com’è probabile, Pilato ha pronunciato la sentenza nel palazzo di Erode (posto nell’angolo nord-ovest di Gerusalemme), da lì al Golgota c’erano non più di 250-300 metri. Ma sicuramente la via crucis è stata più lunga: Roma utilizzava le esecuzioni per lanciare un duro monito rispetto a qualunque idea di ribellione. Perciò i soldati devono aver condotto, a scopo dimostrativo, i tre condannati su strade principali attraverso la città alta (il quartiere dei ricchi), prima di uscire dalle mura e raggiungere su un sentiero il piccolo colle del Golgota in una cava di pietra abbandonata.

La notizia della condanna a morte di due zeloti e di un rabbì “ribelle” della Galilea può essersi diffusa in fretta e aver indotto parecchia gente a radunarsi per assistere allo “spettacolo” (alcuni schernendo i condannati, altri invece toccati dalla compassione o pieni di rabbia impotente nei confronti della crudeltà degli occupanti).

E’ possibile che vi siano state delle donne che seguivano i condannati facendo lamenti; ma è inverosimile che Gesù abbia potuto rivolgere alle donne di Gerusalemme la profezia di sventura tramandata da Lc 23,28-31: 1) era troppo debole per riuscire a fare questo; 2) il suo discorso è composto da citazioni dell’AT e da detti che fanno pensare a una redazione post-pasquale.

 

Simone di Cirene

Gesù non riuscì a percorrere tutta la strada senza un aiuto: la flagellazione lo aveva privato delle ultime forze. I soldati allora costrinsero un passante a caso a portare il patibulum al posto di Gesù.

Doveva essere un ebreo della diaspora (lo indica la provenienza da Cirene nel Nordafrica e lo confermano i nomi non ebraici dei figli). Tutto fa pensare che si trattasse di un pellegrino; il fatto che venisse “dalla campagna” (Mc 15,21; Lc 23,26) non vuol tanto dire che tornasse dal lavoro dei campi, ma più probabilmente che veniva “da fuori”, da uno dei villaggi dei dintorni dove poteva essersi sistemato con altri pellegrini.

  

CROCIFISSIONE E MORTE

 

Le fonti

 

Tutti e 4 gli evangelisti riportano quanto accaduto sul Golgota.

- Mc 15,22-41: doppioni, ripetizioni e differenze di stile indicano che il racconto è cresciuto attraverso varie tappe: Essendo il testo in cui si è fissata per prima la tradizione della Passione, è ad esso che ci si deve rivolgere per tentare una ricostruzione storica.

- Mt 27,33-57 è il racconto più lungo, ma segue esattamente Mc; i suoi due ampliamenti sono dovuti essenzialmente a interessi teologici e apologetici.

- Lc 23,33-49, pur con un’impronta tutta sua personale, ha seguito Mc, concentrando, spostando, abbreviando e ampliando.

- Gv 19,17-37 si stacca dall’impianto dei sinottici, omettendo una scena (gli scherni a Gesù in croce) e inserendo elementi nuovi; mostra comunque chiari contatti con Mc.

 

Gli elementi storici sicuri

 

IL GOLGOTA AI TEMPI DI GESU’

 

Fuori della città.

Fin verso il 40 d.C. (e quindi ancora al tempo della passione di Gesù) il Golgota era esterno alle mura di Gerusalemme. Era a nord-ovest del Tempio, nella zona all’angolo tra due tratti di mura (i cosiddetti “primo” e “secondo” muro).

Erode Agrippa I, negli anni in cui fu riconosciuto da Roma come re sui Ebrei di Palestina (41-44 d.C.), allargò Gerusalemme verso nord con un terzo muro, che rimase non finito ma che abbracciava comunque tutto l’angolo nord-ovest in cui si trovava il Golgota. Inserita così in una parte protetta da mura, quest’area cominciò ad essere edificata, coprendosi di costruzioni.

La distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani di Tito nel 70 d.C. ridusse in rovina anche questa zona. E ciò che vi fu ricostruito dopo venne abbattuto dalla nuova distruzione ad opera dell’imperatore Adriano nel 135. Sulle rovine fu costruita una città nuova, Elia Capitolina: mentre al posto del Tempio fu innalzato un santuario a Giove, la zona ove un tempo sorgeva il Golgota fu livellata con un riempimento di macerie, ottenendo una piattaforma per un foro in cui sorse un tempio ad Afrodite.

In questa Elia Capitolina 200 anni dopo (verso il 330) l’imperatore Costantino volle far costruire una basilica sul luogo della tomba di Gesù. Fu scelto un luogo presso il tempio di Afrodite che sembrava andare contro ogni considerazioni pratica ed economica; ma evidentemente i cristiani di Gerusalemme avevano conservato lungo tre secoli il ricordo del luogo presso il quale Gesù era stato crocifisso e poi sepolto.

 

Una piccola collina petrosa.

Golgota è un termine che significava probabilmente “cranio”, una specie di soprannome per designare un’elevazione rocciosa che ricordava un cranio calvo. Non era un monte, ma una struttura rocciosa che sorgeva entro un’ampia cava di pietra, utilizzata a partire dal VII secolo a.C.

La ricerca di blocchi di pietra adatti alla lavorazione fece sì che nel corso dei secoli la cava fosse scavata in più punti, lasciando in mezzo una parte (evidentemente costituita di roccia più friabile). Nel I secolo a.C. cessò la coltivazione della cava e il luogo fu utilizzato come discarica; al centro, la prominenza del Golgota emergeva al tempo di Gesù di circa 10 metri, mentre nelle pareti rocciose a ovest furono scavate delle tombe, presso le quali una parte del terreno fu sistemato a “giardino” con alcuni alberi e arbusti e il resto continuò ad essere un immondezzaio.

A partire da un momento non precisabile, ma già prima del tempo di Gesù, la roccia a forma di cranio servì come luogo delle esecuzioni capitali. Per gli occupanti romani si trattava di un luogo ideale, perché idoneo a influenzare la gente: l’altura sovrastata da croci, non lontana da una strada e vicina al muro della città era un “palcoscenico di terrore”.

 

LA CROCIFISSIONE

 

Rifiuto della bevanda inebriante.

Giunti sul luogo dell’esecuzione, i soldati erano soliti porgere ai condannati del vino mescolato con mirra, bevanda destinata a intontire (un uso documentato anche nella tradizione ebraica). Ma Gesù lo rifiutò. Che questo rifiuto sia storico, lo indica il fatto che la comunità primitiva abbia voluto tramandarne la particolarità.

 

Inchiodato alla croce.

Il racconto sulla crocifissione è estremamente conciso. Evidentemente per gli evangelisti il fatto era troppo carico di orrore per descriverlo nei dettagli. Del resto i primi lettori non ne avevano bisogno: nella Palestina del I secolo a.C. devono esserci stati centinaia di crocifissi, la loro immagine era purtroppo familiare.

Ricostruire storicamente i particolari della crocifissione di Gesù è difficile, anche perché la crocifissione poteva assumere forme molto diverse: non c’erano prescrizioni ufficiali sui modi di esecuzione da seguire, i soldati crocifiggevano in maniera arbitraria, a piacere e secondo l’umore e il sadismo.

Il fatto cominciava normalmente con la flagellazione, ma nel caso di Gesù essa era stata anticipata nel pretorio. Nudo e con il corpo pieno di ferite, il condannato doveva poi distendere le braccia sulla traversa della croce per essere legato o inchiodato; in questo secondo caso il chiodo era piantato nel polso.

La traversa veniva poi posta in alto su un palo saldamente conficcato nel terreno: ne risultava una crux commissa (a 3 bracci = T) o una crux immissa (a 4 bracci). Se il titulus fu posto “sopra il suo capo” (Mt 27,37), quella di Gesù fu una crux immissa; ma Mc non ne dà la posizione, e nei primi tempi del cristianesimo la croce fu rappresentata per lo più come crux commissa.

Quella in croce era in genere una morte lenta: per allungare le sofferenze si dava al giustiziato un piolo d’appoggio come sedile, senza il quale sarebbe soffocato in fretta.

Il condannato era poi fissato al legno verticale anche con i piedi, separati o uno sull’altro. L’archeologia ha fornito un eccezionale ritrovamento: in un ossario trovato nel 1968 a Giv’at ha-Mivtar presso Gerusalemme, che conteneva ossa di un crocifisso, i calcagni erano ancora trafitti da un chiodo.

 

Insieme a due zeloti.

Gesù non è il solo ad essere crocifisso quel giorno; i compagni di passione sono probabilmente – come si è visto – due zeloti, cioè due combattenti per la libertà, che nel loro estremismo patriottico sono arrivati anche a uccidere. Questo particolare evidentemente interessava agli evangelisti, per mostrare in quale compagnia Gesù avesse trascorso le sue ultime ore.

Il fatto di aver crocifisso Gesù nel mezzo può essere stato un altro motivo di scherno da parte dei soldati: poiché il titulus di Gesù lo indicava come uno condannato per aver avuto pretese regali, i suoi carnefici lo hanno posto al centro, ironicamente in “posizione d’onore”.

 

Il titulus.

La storicità della titolatura è sicura: sia ebrei che romani conoscevano l’uso di notificare il crimine di un condannato e di esporlo pubblicamente scritto su una tavoletta di legno, per mettere in guardia e spaventare chi lo vedeva.

Sul testo dell’iscrizione c’è qualche divergenza tra gli evangelisti. In Mc 15,26 (la formula più breve) abbiamo il nucleo autentico della titolatura: “Il re dei Giudei”. Questa formulazione non è solo espressione di scherno e di cinismo, ma circoscrive esattamente il crimine per cui Gesù fu condannato: come pretendente messia, e quindi come sobillatore contro Roma.

Le formule usate da Mt e Gv sono probabilmente degli ampliamenti della formula originaria, breve e oggettiva: difficile che questa contenesse anche il nome e la provenienza (i romani erano interessati unicamente al crimine, era la pena che doveva far paura più che la persona del condannato).

Che fosse scritta in almeno due lingue, è verosimile: in aramaico, la lingua popolare, perché potesse essere capita dagli ebrei; in greco, la lingua corrente nell’impero anche per i commerci, perché molti ebrei a Gerusalemme la potevano capire e perché probabilmente Pilato aveva condotto in greco il processo.

 

Esposto alla vergogna.

Dopo averlo inchiodato, i soldati si divisero le poche cose dei giustiziati tirandole a sorte. Al riguardo Mc è molto conciso, Gv va più in dettaglio (ma per qualche studioso la sua indicazione di una “tunica senza cuciture” ha valore più simbolico che storico).

La storicità della scena sembra indicata dalla testimonianza di due tradizioni indipendenti (Mc e Gv) e dal “diritto alle spoglie” che assegnava ai carnefici gli oggetti dei condannati.

Gesù fu così degradato a oggetto di preda, denudato, privato della sua ultima dignità umana ed esposto alla vergogna.

 

Schernito e insultato.

Mc 15,29-32 racconta che i passanti, i sommi sacerdoti e gli scribi, e i crocifissi con lui, imprecavano contro di lui, lo schernivano e insultavano; Mt 27,39-44 riprende Mc, e anche Lc lo segue. Gv omette la scena (probabilmente perché essa disturberebbe la sua immagine gloriosa di Gesù).

La scena ha certamente un nucleo storico:

- che Gesù sia stato sbeffeggiato da dei passanti è logico: il Golgota era ben visibile lungo una strada frequentata (a maggior ragione alla vigilia di Pasqua) e certamente Gesù si era fatto dei nemici a vari livelli sociali;

- che ci fosse qualche rappresentante del Sinedrio, è probabile; ma dovevano essere pochi e si mantenevano a distanza discutendo tra loro;

- che lo schernissero anche i due zeloti è verosimile: finché lo avevano visto come compagno di destino, potevano essere stati solidali con lui; ma quando apparve loro come messia sconfitto, poteva diventare oggetto di un loro rabbioso scherno.

La scena lucana del “buon ladrone” è invece mossa probabilmente più da considerazioni cristologiche (Gesù salvatore amico degli uomini anche in punto di morte ha cura degli ultimi e dei disprezzati) e parenetiche (il “buon ladrone” come modello di comportamento) che non storiche.

 

LA MORTE

 

Le ultime parole.

I Vangeli ne tramandano 7, ma sono troppe e troppo diverse per essere state pronunciate tutte dal crocifisso nelle condizioni in cui era giunto. Bisogna sempre ricordare che gli evangelisti, oltre a raccogliere e tramandare dei ricordi, erano anche e soprattutto dei teologi che, per dare rilievo a certe idee, potevano anche elaborare delle aggiunte rispetto al dato originario.

  • Secondo molti studiosi, i 3 loghia di Lc sono sue aggiunte redazionali: Lc 23,34a e 43 servono a rafforzare l’immagine di Gesù come salvatore buono che anche nell’ora della morte mostra il suo amore; e la preghiera di 23,46 è una sostituzione lucana del “grido d’abbandono” di Mc 15,34, che Lc può aver trovato cristologicamente problematico.

  • Anche i 3 loghia di Gv sono per lo più considerati una rielaborazione dell’evangelista: la scena con Maria e il discepolo prediletto presso la croce (Gv 19,25-27) va considerata – come si vedrà - in chiave simbolica più che storica; Gv 19,28 è chiaramente un richiamo ad un salmo; e che Gv non riporti il “grido di abbandono” è comprensibile nella sua scelta di fare di Gesù il “re” innalzato sulla croce.

  • Resta il “grido d’abbandono” di Mc 15,34, che è tratto dall’inizio del salmo 22. Problema: è stato davvero Gesù a pronunciarlo morendo o è la prima comunità cristiana che ha interpretato con esso il grido senza parole di Gesù testimoniato da Mc 15,37?

  • Sulla situazione psichica di Gesù nell’ora della morte non possiamo dire nulla di preciso; ma che egli sia morto con un grido di preghiera è del tutto coerente: da uomo di Dio, ha sempre cercato il colloquio con Dio, e, se anche Sal 22 è di una durezza terribile, Gesù si poteva riconoscere nell’uomo del salmo che si vedeva caduto nel più profondo della miseria umana fino a sentirsi abbandonato da Dio. Con il salmista, Gesù pone la domanda: “perché mi hai abbandonato?”. Dio appare lontano, come se si fosse ritirato. Gesù manifesta la sua sofferenza estrema, ma senza disperazione, perché mostra di avere Dio come suo punto di riferimento: Gesù non si sta allontanando da Dio, egli “lotta” con Dio, lo interroga duramente perché confida in lui.

  • Mc 15,35-36 è invece poco attendibile, non solo perché confondere Eloì con Elia è difficile, ma anche perché solo un ebreo che aveva familiarità con la figura di Elia come profeta che porta aiuto poteva distorcere consapevolmente Eloì con Elia, non certo il soldato romano del v. 36.

 

Il momento della morte.

Normalmente un crocifisso moriva lentamente, tormentato dalla sete, da dolori lancinanti e febbre alta, in uno stato di shock provocato dalla perdita di sangue e dalla circolazione sanguigna irregolare, con frequenti difficoltà respiratorie. Se si voleva accelerarne la morte, si porgeva al giustiziato una bevanda velenosa o gli si spaccavano le gambe con una clava di ferro (per il periodo vicino al tempo di Gesù il crurifragium è attestato dai resti ossei del crocifisso di Giv’at ha-Mivtar con tibie e perone sinistro fratturati).

Sulla morte di Gesù gli evangelisti si limitano all’essenziale: un solo versetto (in Mc 15,37: “Con un forte grido spirò”). Il “forte grido” si presenta enigmatico, perché chi moriva in croce di solito finiva rantolando senza forze. Ma se la prima comunità ha trasmesso questo elemento insolito, è perché era stato un fatto storico.

Gesù morì in maniera sorprendentemente veloce: tra esecuzione e morte passarono dalle due alle tre ore; lo stesso Pilato se ne meravigliò (Mc 15,44). La causa finale può essere stata la perdita del sangue o il soffocamento o il collasso cardio-circolatorio; in ogni caso le sue forze dovevano essersi ampiamente esaurite con ciò che aveva subito in precedenza.

 

Trafitto da una lancia.

Gv 19,31-37 aggiunge una scena che non c’è nei sinottici. E’ storica?

  • A favore della storicità: 1) chi ha scritto è al corrente delle convinzioni e degli usi degli ebrei e delle prassi romana della crocifissione; 2) l’insistenza del rimando a un testimone oculare non può essere accantonato facilmente.

  • Contro la storicità c’è l’osservazione che il brano è stipato di idee teologiche; le intenzioni dell’evangelista potrebbero essere state: 1) sottolineare che Gesù era morto veramente (contro chi lo negava); 2) evidenziare con gli aspetti del sangue e dell’acqua la corporeità di Gesù (contro i “docetisti” che negavano una vera umanità di Gesù); 3) mostrare realizzata la frase della Scrittura “non gli sarà spezzato alcun osso” (che rimandava probabilmente a Es 12,46: “non spezzerete alcun osso dell’agnello” = Gesù nuovo e vero agnello pasquale); 4) mostrare realizzata la promessa di Zc 12,10b: “volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (anche con riferimento all’interpretazione cristologia di Nm 21,8).

In definitiva, dietro questo brano c’è probabilmente un nucleo storico, ma questo nel corso dei decenni successivi è stato approfondito in chiave simbolica e teologica.

 

Tre segni apocalittici.

Secondo i sinottici la morte di Gesù fu accompagnata da eventi misteriosi.

  • Un buio di tre ore (Mc 15,33 e paralleli in Mt e Lc). Nessuna spiegazione naturalistica tiene: ad esempio, non era possibile un’eclissi di sole nei giorni del plenilunio; non c’è altra notizia dell’evento in altre sedi (ma un “buio su tutta la terra” poteva passare inosservato?). Si tratta piuttosto di un elemento simbolico: 1) nell’antichità il buio è segno comune per significare la morte di un grande personaggio; 2) ma soprattutto: il motivo del buio è presente nell’AT come immagine apocalittica del “giorno di YHWH” (ad es. Am 8,9): gli evangelisti si richiamano a questo riferimento profetico per presentare la morte di Gesù come il giorno del giudizio di Dio sul mondo, giudizio non di condanna ma di riconciliazione (una nuova alleanza attraverso Gesù).

  • Il velo del Tempio che si squarcia (Mc 15,38 e par. in Mt e Lc). Nel Tempio di Gerusalemme quale appariva al tempo di Gesù, la vera e propria Dimora sacra era divisa in 3 parti: in cima a 12 gradini c’era uno stretto portico, che, attraverso una porta coperta da un velo, dava accesso al Santo (con la tavola dei pani, l’altare dell’incenso e il candelabro a 7 bracci); dietro al Santo, diviso da un altro velo, c’era il Santo dei Santi, spazio vuoto, che nessuno poteva varcare tranne il sommo sacerdote nel giorno dell’espiazione. Con tutta probabilità è a questo secondo velo che sui riferisce l’evangelista. Ma la tradizione ebraica e Giuseppe Flavio non sanno nulla di una lacerazione del velo del Tempio negli anni 30 del I secolo d.C.; perciò la maggior parte degli studiosi vede qui un’immagine simbolica e non un avvenimento reale, un modo di esprimersi tipicamente apocalittico che intende trasmettere il significato profondo della morte di Gesù: la sua morte apre a tutti l’accesso a Dio e alla salvezza; l’antico ordine del culto è finito, l’accesso a Dio è ora aperto a tutti.

  • Un terremoto che spacca le rocce e apre i sepolcri da cui risorgono molti morti (solo in Mt 27,51b-53). Dietro a questa scena c’è l’immaginario dell’AT: il terremoto è legato a una teofania e il far rivivere ossa di morti (Ez 37) è un simbolo suscitatore di speranza per un popolo abbattuto ed esiliato. Mt collega immagini apocalittiche alla morte e risurrezione di Gesù: questa è un evento che scuote il mondo, ciò che gli ebrei attendono in un futuro indeterminato per Mt ha inizio nell’ora della morte di Gesù: comincia già qui e ora la fine dei tempi e con essa la promessa risurrezione dei morti.

 

Riconosciuto “Figlio di Dio” dal centurione?

Mc 15,39 (che ha paralleli in Mt 27,54 e Lc 23,47) presenta una scena che non regge a un’analisi storico critica. Per la maggior parte degli studiosi è un intervento redazionale (per mano dell’evangelista) di carattere teologico, e cristologico in particolare: in questo versetto giunge al suo culmine quello che Mc indica all’inizio del suo Vangelo (1,1: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio”), ora viene proclamato chiaramente ciò che all’inizio poteva essere indicato solo come un titolo iniziale, l’idea di “Gesù figlio di Dio”.

 

Donne in vista della croce.

Tutti i Vangeli conoscono la presenza di donne in vista della croce: da lontano (Mc 15,40 ss; Mt 27,56 ss; Lc 23,49) o sotto la croce (Gv 19,25). Vari elementi sono a favore dell’attendibilità storica di questa notizia:

1) è presente in due tradizioni indipendenti (marciana e giovannea);

2) appare spontanea: un inventore avrebbe costruito la scena arricchendola di riferimenti all’AT e appoggiandola alla testimonianza di una persona autorevole, visto che la testimonianza di donne non aveva molto valore;

3) è assolutamente verosimile, visto che Gesù ha avuto un rapporto libero e accogliente verso le donne (stupefacente per la cultura del tempo) e molte donne in risposta gli sono state vicine accompagnandolo nei suoi spostamenti.

Tuttavia, il “sotto” la croce di Gv non è verosimile: non ci si poteva avvicinare troppo a luogo di esecuzione dei condannati; è più storicamente accettabile l’indicazione dei sinottici di una presenza “da lontano”.

 

Maria la Maddalena

Su chi fossero queste donne, le notizie evangeliche non sono concordi. C’è accordo unanime solo a proposito di Maria la Maddalena. Notizie evangeliche su di lei la segnalano presente in vari momenti della vita pubblica di Gesù ed è indicata come colei che scopre il sepolcro vuoto e a cui Gesù si mostra addirittura prima che a Pietro.

I testi le attribuiscono un ruolo di spicco: nel gruppo delle donne che seguono Gesù è ciò che Pietro è tra i Dodici; e in quanto testimone oculare degli eventi centrali, risponde in modo adeguato ai criteri secondo cui Luca in At 1,21 ss dice essere avvenuta la scelta di un apostolo. Maria di Magdala può a buon diritto essere chiamata “apostolo”.

Ma sulla sua vicenda umana si può dire poco: proveniva da Magdala, impostante centro di pesca sul lago di Genesaret; apparteneva a quelle donne facoltose che con i loro beni sostenevano Gesù e i suoi discepoli (Lc 8,2 ss); fu guarita da Gesù da una malattia psichica o cerebrale (così va spiegato il riferimento ai “sette demoni” da cui fu liberata).

Nel medioevo (a partire da papa Gregorio magno: + 604) diviene oggetto di un’interpretazione sbagliata basata su una confusione: viene identificata con la peccatrice di Lc 7,36-50 (accostamento che il testo evangelico non giustifica) e questa è collegata con la Maria di Betania di Mc 14,3-9 e con la sorella di Marta e Lazzaro di Gv 12,1-8: identità esegeticamente infondata. Tra XI e XII secolo nasce la leggenda dell’arrivo di Maria Maddalena in Provenza e poi delle sue reliquie trasferite e venerate a Vézelay in Bourgogne, meta di grandi pellegrinaggi.

 

Discepole di Galilea

Tutte le donne del gruppo di Gesù provenivano dalla Galilea e lo accompagnavano nei suoi viaggi di predicazione in stretto legame con i Dodici e gli altri discepoli più vicini. Il fatto che Gesù accettasse al suo seguito delle donne doveva essere un comportamento molto urtante in ambito palestinese; e forse è per questo che non c’è nei Vangeli notizia che egli abbia inviato delle donne in missione: una loro predicazione non avrebbe ricevuto accoglienza; tuttavia nel successivo annuncio pasquale le donne devono aver avuto un ruolo maggiore di quello che traspare dai Vangeli.

 

Maria madre di Gesù, anch’essa sotto la croce?

La predicazione non ha mai avuto dubbi in proposito, ma l’esegesi storico-critica è più cauta.

  • Solo Gv parla di Maria sotto la croce, i sinottici no (e va rilevato che non ne parla neppure Lc, l’evangelista che più degli altri ha dato spazio a Maria: evidentemente nella sua fonte speciale non si parlava di Maria sul Golgota).

  • Nell’anno 30 d.C. Maria poteva avere circa 50 anni (se Gesù è nato, come sembra probabile, un po’ prima del 4 a.C. e se Maria l’ha avuto verso i 15 anni): più vecchia dell’età media delle donne di allora in Palestina; un viaggio da Nazaret a Gerusalemme sarebbe stato per lei troppo faticoso (4-5 gg. di viaggio con sosta in alberghi scomodi e in una Gerusalemme sovraffollata), e poi cosa poteva attirarla a Gerusalemme? In quanto donna non era obbligata al pellegrinaggio, e non conosceva i programmi di Gesù (attenzione a Mc 3,21 e 31-35: tra madre e figlio al tempo della predicazione di Gesù non c’è contatto). Solo dopo la Pasqua la famiglia ritrova Gesù e si impegna nella comunità primitiva (v. il ruolo di Giacomo “fratello del Signore”); nei Vangeli non c’è accenno a una visita di Maria al sepolcro del figlio, e Gv, che conosce l’incontro del Risorto con la Maddalena, non sa nulla di un’apparizione alla madre.

  • La scena di Gv 19, 25-27 è considerata da molti studiosi una costruzione idealizzata dell’evangelista a scopo teologico. Le interpretazioni che appaiono più plausibili sono:

1) quella storicizzante, secondo cui Gesù può aver avuto cura della madre quando si accorse che la sua situazione si faceva pericolosa e può averla affidata a un discepolo a cui era particolarmente legato; ma l’evangelista avrebbe cambiato tempo e luogo di questo provvedimento, inserendolo nella scena della crocifissione come compimento del dovere filiale (comandamento biblico);

2) quella simbolica, secondo cui in Maria Gesù affida tutti coloro che crederanno in lui alla comunità dei suoi discepoli, rappresentata dal “discepolo prediletto”, come fondamento sicuro perché testimone autentico della tradizione, interprete attendibile del messaggio di Gesù ed esempio vero di credente.

 

Spettatrici da lontano

Le donne di Galilea dimostrarono un coraggio e una fedeltà che erano mancati ai discepoli. E tuttavia al momento della crocifissione di Gesù erano anch’esse in una situazione a rischio; per questo si tennero a distanza (Mc 15,40-41), probabilmente mescolate alla massa dei passanti. In ogni caso c’erano: furono delle donne gli insostituibili testimoni oculari degli ultimi atti del dramma della passione di Gesù.


 

 

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Ultima modifica Giovedì 30 Aprile 2020 15:34
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini