Giovedì, 26 Maggio 2022
Martedì 12 Aprile 2022 17:43

I RACCONTI SU GESU’ RISORTO In evidenza

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Dai Vangeli alle tradizioni all'evento

di Dario Vota

Premessa

La risurrezione di Gesù è stata percepita dai suoi discepoli come un'esplosione, un'espansione imprevista e straordinaria di vita. I racconti della scoperta della tomba vuota e degli incontri tra il Risorto e i suoi discepoli costituiscono la sequenza conclusiva di tutti e 4 i Vangeli canonici.

Teniamo sempre presente che questi racconti, come tutti quelli dei Vangeli, sono stati scritti da cristiani per delle comunità di cristiani, attingendo a fonti a loro precedenti, che a loro volta avevano già raccolto e schematizzato numerosi episodi trasmessi dalla tradizione orale riguardanti ciò che Gesù aveva fatto e detto:

Gesù --> tradizione orale --> prime fonti scritte  --> Vangeli.

Gli evangelisti, rielaborando in un testo unitario il precedente materiale tradizionale, scritto e orale, hanno operato una selezione dell'ampio materiale che avevano a disposizione, con una finalità di annuncio: raccontare la "buona notizia" della salvezza realizzata da Dio per mezzo di Gesù, Cristo e Figlio di Dio, morto in croce e risuscitato, con l'obiettivo di far maturare la fede dei lettori.

I Vangeli quindi nascono "dopo" la risurrezione e soprattutto "dalla" risurrezione di Gesù dai morti, esperienza che ha dato origine al movimento cristiano e alla fede stessa dei lettori destinatari dei testi. La fede nel Cristo risorto è la lente attraverso la quale gli evangelisti hanno presentato, retrospettivamente, la vicenda della vita di Gesù, i cui dati storici sono stati riletti e interpretati alla luce della fede post-pasquale dei suoi discepoli.

I racconti evangelici miravano anzitutto a fornire criteri di senso alla vita delle comunità cristiane destinatarie degli scritti. Negli ultimi 30 anni del I secolo d.C. – quando erano scomparsi o stavano scomparendo i testimoni oculari che avevano conosciuto Gesù, e quando i cristiani si erano ormai separati dalle sinagoghe ebraiche – le comunità cristiane sparse in diverse aree del Mediterraneo centro-orientale poterono così definire in modo tra loro condiviso e ufficiale la loro identità, riconoscendo la loro origine, i fondamenti del loro credo, del loro culto e dell'etica che le accomunava e le distingueva dalle comunità ebraiche e dal mondo dei "gentili".

Nei testi evangelici, il racconto della risurrezione di Gesù dai morti assume una funzione specifica e unica: come sequenza conclusiva, essa illumina l'intero racconto che precede e lo rende aperto come proposta di fede ai lettori. L'evento pasquale diventa criterio di lettura non solo della storia di Gesù ma anche dell'origine della storia dei credenti di allora e del futuro.

Quello che segue è un inquadramento dei racconti evangelici della risurrezione, non sul piano teologico [perché chi scrive non è un teologo e perché chi legge, se ha accolto in modo consapevole la fede in Gesù, possiede almeno le nozioni teologiche di base e il senso di fede del credere nel Risorto, e cioè, in estrema sintesi, la fede nella risurrezione di Gesù: 1. come rivelazione cristologica (Gesù è stato reso Cristo e Signore da Dio), 2. come rivelazione teologica (Dio ha risuscitato Gesù, offrendo così il senso del suo progetto d'amore per l'umanità), 3. come rivelazione antropologica (l'incontro col Risorto trasforma l'esistenza dei credenti)], ma su un piano storico e letterario, con un procedimento a ritroso in senso cronologico:

1) da quali "tradizioni" (= racconti tramandati) precedenti hanno attinto gli evangelisti per costruire i racconti evangelici su Gesù risorto;

2) dalla storicità di quale evento hanno preso origine quelle tradizioni.

E' vero che la risurrezione di Gesù appartiene a una realtà che va al di là della storia, cioè non è valutabile con i criteri dell'indagine storica, perché riguarda un ambito – il dopo la morte – che si sottrae alla conoscenza umana (il sapere umano non possiede alcun mezzo per parlare razionalmente di ciò che è oltre il confine della morte); ma guardando agli effetti che l'incontro con il Risorto provocò nei discepoli, ci si affaccia su un mistero che, pur essendo "metastorico" (= al di là della storia), si colloca sulla soglia della storia perché ha lasciato nella storia umana un'impronta che suscita interrogativi e induce a ricercarne l'origine.

 

 

DAI RACCONTI EVANGELICI ALLE TRADIZIONI

Come detto nella Premessa, gli evangelisti hanno rielaborato, ciascuno con il proprio taglio narrativo e per le proprie finalità teologiche e di annuncio, dei racconti che da tempo prima di loro venivano tramandati oralmente e in parte erano stati già messi per scritto (in forme che però non sono giunte a noi) presso diversi gruppi di seguaci di Gesù.

Riguardo alla risurrezione di Gesù, quei racconti esprimevano due "tradizioni" (dal latino traditio = "consegna", cioè la trasmissione, l'affidamento ad altri, di memorie, informazioni e testimonianze) che si erano formate molto presto, e all'inizio erano probabilmente indipendenti: quella della tomba vuota scoperta dalle donne e quella degli incontri del Risorto con singoli e con gruppi di discepoli.

 

 

La tradizione della tomba vuota/aperta

 

Il nucleo di questa prima antica tradizione a cui hanno attinto i quattro evangelisti è il seguente:

• Maria Maddalena e altre donne si recarono al sepolcro, all'alba della mattina del primo giorno della settimana, e lo trovarono aperto; secondo la versione dei Sinottici, videro uno o due angeli che proclamarono: "Egli non è qui, è stato risuscitato"; le donne (nel Vangelo di Giovanni, Pietro e il "discepolo prediletto") entrarono nel sepolcro, constatarono l'assenza del corpo e si allontanarono.

Questo nucleo comune doveva risalire ai testimoni oculari dell'evento. Ma a partire da esso le narrazioni si differenziarono, secondo le diverse sensibilità e i diversi interessi teologici dei tradenti, cosicché gli evangelisti ebbero a disposizione delle tradizioni che già presentavano delle varianti.

Il nucleo essenziale della tradizione della tomba vuota (forse sarebbe meglio dire della tomba aperta, perché il racconto nella sua versione più antica, quella del Vangelo di Marco, Mc 16,1-8, insiste sul fatto che la pietra di chiusura è stata rotolata via) dovrebbe risalire ai primissimi tempi dell'annuncio cristiano; questo sembra deducibile da diversi elementi:

- molto probabilmente esso era la sequenza conclusiva di un racconto della passione già messo per scritto in una fonte precedente al primo Vangelo (Marco); è praticamente impossibile, infatti, che il primo annuncio cristiano terminasse con la morte e la sepoltura di Gesù senza la proclamazione della risurrezione; e il racconto sulla tomba vuota doveva esserne il primo passo, anche se non quello fondamentale;

- la presenza delle donne al sepolcro. Quando erano già diffuse formule di fede come 1Cor 15,3-5 (che Paolo riporta in questa sua lettera datata verso l'anno 54, ma che non è una formula sua perché egli stesso dichiara di averla già ricevuta, e quindi è precedente), che non citava né le donne né il sepolcro vuoto, è ben difficile che si inventasse una tradizione che attribuiva un ruolo importante a donne e unirla a quella degli incontri col Risorto (i cui protagonisti sono per lo più uomini), vista la scarsa stima per una testimonianza femminile nel mondo giudaico e greco-romano;

- l'impiego dell'espressione "il primo giorno della settimana" (locuzione che apparteneva al modo giudaico di designare il giorno successivo al sabato) indica che il racconto è molto antico – verosimilmente basato su un annuncio che risaliva assai vicino all'evento – precedente all'espressione teologica "il terzo giorno", che probabilmente sarebbe stata usata se il racconto fosse stato elaborato in seguito;

- la sobrietà del racconto: il testo originario doveva essere molto antico, perché privo di sviluppi leggendari che invece appaiono nei più tardi vangeli apocrifi.

 

 

La tradizione dei racconti di incontro col Risorto

Se il nucleo della tradizione della tomba vuota è stato rielaborato in modo abbastanza simile nei testi dei 4 Vangeli canonici, i racconti dell'incontro del Risorto con i discepoli mostrano invece una notevole varietà. Questo può essere spiegato col fatto che si trattò di comunicare esperienze inaspettate e sorprendenti, che coinvolsero a volte dei singoli altre volte dei gruppi in diversi luoghi e occasioni, e, in quanto esperienze straordinarie, erano difficili da comunicare secondo categorie concettuali e linguaggio normali; cosa che portò a racconti originati da testimoni diversi con sensibilità diverse, a differenza del racconto della tomba vuota che presenta somiglianze narrative derivanti da una stessa fonte comune.

Tuttavia, pur nella loro varietà, questi racconti presentano dei caratteri comuni trasmessi dalla tradizione:

- il fatto visivo (sancito dalle varie voci dei verbi "vedere" e "apparire");

- il non riconoscimento immediato di Gesù;

- il dubbio e l'incredulità degli Undici;

- il mandato missionario: alle donne di annunciare la risurrezione ai discepoli, e ai discepoli di annunciarla a tutti;

- il primo incontro del Risorto con i discepoli "il primo giorno della settimana".

Ma colpiscono soprattutto gli elementi divergenti di questi racconti nei 4 Vangeli.

Il più evidente è il luogo degli incontri tra i discepoli e il Risorto: Gerusalemme e Galilea:

- a (o presso) Gerusalemme: Mt 28,8-10 (Gesù appare a Maria Maddalena e all'altra Maria); Lc 24,13-32 (Gesù incontra i due discepoli di Emmaus), 24,34 (cenno a un'apparizione a Simone-Pietro), 24,38-49 (Gesù appare agli Undici); Gv 20,11-18 (incontro con Maria Maddalena presso il sepolcro), 20,19-29 (due apparizioni ai discepoli riuniti); [Mc 16,9-20 (riassunto di varie apparizioni) è un finale aggiunto, non parte originaria di Mc];

- in Galilea: Mt 28,16-20 (apparizione agli Undici su un monte); Gv 21,1-23 (incontro con Pietro e alcuni altri discepoli presso il lago di Tiberiade).

Anche i personaggi di cui si racconta l'esperienza dell'incontro con il Risorto sono spesso differenti. E' evidente, ad esempio, la differenza nella menzione di donne come protagoniste dell'incontro: ne parlano, e abbastanza ampiamente, Mt (Maria Maddalena e l'altra Maria) e Gv (Maria Maddalena), mentre esse sono assenti in Lc (così come sono assenti nella celebre formula di fede riportata da Paolo in 1Cor 15,3-7).

Sui motivi originari di queste diversità si possono fare solo delle ipotesi. Fermo restando il fatto che gli evangelisti (che erano legati ad ambienti diversi e scrissero per comunità diverse) attinsero a notizie e racconti tramandati da "flussi di tradizione" già diversificati, la diversità dei racconti presuppone gruppi diversi di seguaci di Gesù che tramandavano memoria di esperienze diverse. E' probabile che il nucleo più antico di questi racconti di apparizioni riguardasse i fatti in sé (le esperienze di incontro col Risorto da parte di uno o più discepoli) più che le parole di Gesù ad essi legate, che potrebbe essere una rielaborazione degli evangelisti conforme alla loro idea teologica e al loro messaggio "catechistico".

Un dato da cui partire per provare ad approfondire l'ipotesi di racconti tramandati da gruppi diversi è la prevalenza nei Vangeli di apparizioni del Risorto legate a Gerusalemme e dintorni: le tre citate da Luca (ai due di Emmaus, a Simone e agli Undici), tre delle quattro citate da Giovanni (a Maria Maddalena, ai discepoli senza Tommaso e a Tommaso con gli altri) e una delle due citate da Matteo (a Maria Maddalena); questa prevalenza fa pensare che Gerusalemme sia stato il luogo di origine e della prima trasmissione di questi racconti.

Così, nelle narrazioni di Lc 24 e di Gv 20, con la loro localizzazione a Gerusalemme, confluì probabilmente la tradizione di qualche gruppo che era legato a questa città. E il fatto che i racconti siano diversi si spiega con l'esistenza di gruppi di seguaci di Gesù che, pur vivendo a Gerusalemme o dintorni, erano abbastanza autonomi e tramandavano racconti particolari delle apparizioni, racconti legati a personaggi che erano un riferimento importante all'interno dei rispettivi gruppi (es. Maria Maddalena per i racconti confluiti in Gv 20; i due discepoli di Emmaus, Simone-Pietro e gli Undici per i racconti rielaborati da Lc 24).

Questi gruppi – è l'ipotesi di alcuni studiosi (ma in un dibattito in cui le posizioni sono diverse) – probabilmente non avevano incontri troppo frequenti tra loro e al loro interno avevano elaborato, entro una stessa fede in Gesù risorto, riflessioni e racconti propri alle loro esperienze di riferimento. Tale ipotesi si spiega anche tenendo conto che a Gerusalemme c'era chi normalmente parlava aramaico e chi parlava greco; è verosimile che anche tra i seguaci di Gesù, che potevano aver aderito alla fede in lui in momenti e situazioni diverse, alcuni racconti di apparizioni venissero tramandati in aramaico e altri in greco, con differenze di sensibilità e modi diversi di incontrarsi.

Non bisogna infatti pensare a quei primi seguaci di Gesù come a un gruppo unitario che formava una "religione cristiana" ormai regolata, un'unica "Chiesa di Gerusalemme" strutturata in modo unitario (l'immagine data da Atti 2,42-47 esprime un ideale prima che essere un ritratto storico). I seguaci di Gesù in Gerusalemme, negli anni tra il 30 (scomparsa terrena di Gesù) e il 66-70 (guerra giudaica, culminata nella distruzione romana di Gerusalemme nel 70, a cui i cristiani – secondo una tradizione più tarda – erano sfuggiti perché avevano in precedenza abbandonato la città), erano molto probabilmente dei piccoli gruppi che si dividevano secondo le origini territoriali (galilei, giudei, ecc.), secondo la lingua (parlanti aramaico e parlanti greco), secondo la frequentazione di diverse sinagoghe della città, forse anche secondo i quartieri di residenza. Una cosa, ad esempio, era il gruppo legato a Giacomo, "fratello di Gesù", che probabilmente parlava aramaico, era ben accolto in alcuni ambienti religiosi tradizionali giudaici e frequentava il Tempio, era ben radicato in Gerusalemme ma anche attento al diffondersi del messaggio di Gesù in altri territori (secondo il racconto di Atti, alcuni suoi emissari si recarono ad Antiochia e, secondo Paolo, giunsero fino a Corinto); altra cosa invece era il gruppo, probabilmente di lingua greca, in cui potrebbero essere nati i racconti di risurrezione tramandati dal Vangelo di Luca, le cui fonti speciali sembrano radicate nei dintorni di Gerusalemme e nella Giudea occidentale e costiera

[Può essere utile, a questo proposito ricordare quanto afferma Paolo nella Lettera ai Galati (scritta verso l'anno 55) riguardo a due suoi incontri con gruppi di seguaci di Gesù a Gerusalemme, avvenuti verosimilmente l'uno a metà degli anni '30 e l'altro verso la fine egli anni '40 del I secolo.

Nel primo caso, durante un soggiorno di due settimane a Gerusalemme, tre anni dopo la sua "chiamata" ad annunciare Gesù, Paolo incontrò solo Cefa, Giacomo e nessun altro "apostolo" (Gal 1,18-19), il che dà l'idea o di una modesta presenza di seguaci di Gesù a Gerusalemme e dintorni o di gruppi (parla infatti di "chiese della Giudea" al plurale: Gal 1,20) non sempre collegati tra loro.

Nel secondo caso, 14 anni dopo, Paolo fu di nuovo a Gerusalemme e parlò con quelle che egli chiama "le persone più autorevoli" (di cui non fa i nomi) tra i seguaci di Gesù e con Giacomo, Cefa e Giovanni, considerati "le colonne"; non è chiaro se questi ultimi fossero una specie di gruppo dirigente tra gli "autorevoli", quindi un collegio direttivo di tutti i cristiani di Gerusalemme intesi come una sola comunità, oppure se fossero esponenti di uno o più altri gruppi].

Se però guardiamo a come le apparizioni del Risorto sono narrate nel Vangelo di Matteo, troviamo un quadro diverso e per vari aspetti in contrasto con i racconti legati a Gerusalemme.

Riguardo alle apparizioni di ambiente gerosolimitano, Matteo parla solo di quella a due donne (Maria Maddalena e l'altra Maria: Mt 28,8-10), per poi spostare la scena in Galilea (28,16-20), ponendo l'accento sulla tesi secondo la quale Gesù ha voluto apparire agli Undici in Galilea e dalla Galilea è partita la predicazione a tutte le genti.

Matteo infatti, non solo conferma alcuni accenni del Vangelo di Marco riguardo all'idea che i discepoli siano tornati in Galilea dopo l'arresto di Gesù (Mc 14,28; 16,7), ma sviluppa e amplia questa idea: inserisce l'episodio, assente in Marco, dell'apparizione dello stesso Gesù alle donne con l'esplicito invito a riferire ai discepoli di andare in Galilea per vederlo (Mt 28,10), e aggiunge la scena dell'incontro in Galilea tra Gesù e i suoi discepoli (28,16-20). Matteo, insomma, ammette che vi fu un'apparizione di Gesù a Gerusalemme, ma solo alle donne, e il contenuto di questa apparizione è il comando di Gesù ai suoi discepoli di andare in Galilea per incontralo.

I due racconti di apparizioni in Matteo sono dunque in contrasto con la versione dei fatti incentrata su Gerusalemme quale presentata da Luca e da Gv 20. Abbiamo cioè a che fare con un testo che sembra voler indicare nel gruppo galileo (e non in quello/quelli di Gerusalemme) come il nucleo da cui è iniziata la diffusione del movimento post-gesuano.

E' l'impressione che si ricava anche dal racconto di apparizione del capitolo finale del Vangelo di Giovanni (Gv 21), che parla di un incontro con il Risorto da parte di sette discepoli sulle rive del lago di Galilea.

A tutta prima sembra una continuazione con il capitolo precedente, con il racconto di un'apparizione di Gesù un po' di tempo dopo quelle narrate in Gv 20 (l'incontro con Maria Maddalena presso il sepolcro e le due apparizioni ai discepoli riuniti), avvenute a Gerusalemme. In realtà lo stacco tra i due capitoli è netto: il racconto del cap. 20 si chiude in modo sentenziale, dichiarando beati coloro che hanno creduto senza aver visto e lasciando con ciò intendere che ormai non c'è più bisogno di altre apparizioni e si rende necessaria la fede per cogliere il Risorto, e ponendo gli ultimi versetti a chiusura dell'intero Vangelo giovanneo. Colpisce perciò che ci sia ancora un capitolo, in cui si narra di un'altra apparizione di Gesù a dei discepoli che, pur avendo già incontrato il Risorto per ben due volte e avendolo riconosciuto senza difficoltà, qui invece stentano a riconoscerlo.

Il fatto è che – secondo un'ipotesi su cui c'è abbastanza accordo tra gli studiosi – Gv 21 è un capitolo che non apparteneva all'originaria stesura del Vangelo di Giovanni ma è stato aggiunto più tardi (forse intorno al 100 d.C.), per cercare un avvicinamento della comunità giovannea (un gruppo che aveva come riferimento quello che nel quarto Vangelo è chiamato il "discepolo prediletto" e che sembra aver avuto per diversi decenni poche relazioni con le altre comunità cristiane) con gli altri gruppi cristiani di Palestina, soprattutto della Galilea, che si stavano già istituzionalizzando e riconoscevano Pietro come figura di riferimento. Gv 21 si avvicina all'idea di Matteo, perché presenta Gesù che appare a sette discepoli in Galilea sulla riva del lago e conferisce un mandato di guida a Simon Pietro, cosicché l'ultima presenza terrena di Gesù e il suo ultimo messaggio avvengono in Galilea.

Se confrontiamo i racconti di Mt 28,16-20 e di Gv 21 con l'insistenza di Lc 24 sulla prima predicazione dei discepoli in Gerusalemme, si può pensare che esistessero punti di vista diversi tra gruppi di seguaci di Gesù in Galilea e a Gerusalemme, e che quando fu scritto Gv 21 i gruppi in Galilea che si richiamavano alla guida di Pietro avevano fatto prevalere tra le comunità cristiane di Palestina il riconoscimento di Pietro come pastore principale delle nuove comunità di credenti in Cristo.

Riconosciute tutte queste differenze, è molto difficile stabilire quale fosse in origine il nucleo di base della proclamazione di queste apparizioni del Risorto. Dovevano essere enunciazioni piuttosto stringate, ma man mano che venivano ripetute e ritrasmesse all'interno di diverse comunità, acquisirono una più ampia cornice narrativa con relative implicazioni teologiche. Confluendo nei Vangeli, i racconti furono redatti in modo da porre in rilievo tre temi centrali:

- il riconoscimento del Risorto: in questi racconti è il Cristo risorto che prende l'iniziativa dell'incontro e i discepoli non lo riconoscono subito. Il racconto è quindi caratterizzato dal fattore sorpresa, e il punto culminante è il riconoscimento, che avviene grazie a segni, costituiti da gesti e parole del Risorto, che si pongono in continuità con quelli fatti dal Gesù terreno. L'iniziale "cecità" dei discepoli e il successivo "riconoscimento" hanno un profondo valore teologico: non è più sufficiente la conoscenza del Gesù terreno per essere suo discepolo, occorre riconoscere la presenza del Risorto in una nuova dimensione, cosa possibile solo mediante la fede;

- corporeità e pasto in comune. Luca e Giovanni danno ampio spazio al tema della corporeità del Risorto (ad es. in Lc 24,39-41Gesù invita i discepoli a toccarlo, si fa dare una porzione di pesce e lo mangia; in Gv 20,27 Tommaso è invitato a toccare mani e costato di Gesù): l'intenzione degli evangelisti è di sostenere l'oggettività delle visioni del Risorto: non un essere puramente spirituale e neppure un cadavere rivitalizzato tornato all'esistenza precedente, ma una personalità completa e integrale, che appartiene alla sfera divina ma interagisce con quella umana;

- l'invio missionario. Il tema è espresso in diversi modi in Matteo, Luca e Giovanni, ma è il vertice dell'interesse teologico di questi racconti: il mandato dell'annuncio evangelico universale, unito all'assicurazione dell'assistenza dello Spirito Santo, è la certificazione che il Risorto ha perdonato i discepoli prima impauriti che lo avevano abbandonato, cosicché ora essi possono annunciare il vangelo della bontà di Dio rivelata in Gesù.

 

 

Confronto con 1Cor 15,3-7


Questo sguardo sui racconti di apparizioni del Risorto, incentrato sui Vangeli, non può trascurare un confronto con una notizia di queste apparizioni più antica rispetto ai testi evangelici, cioè la celebre formula di fede riportata da Paolo in 1Cor 15,3-7:

A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli.

Questa notizia di Paolo, come già accennato, è stata scritta poco più di 20 anni dopo le esperienze di incontri con il Risorto, ma riporta una tradizione che era già da tempo tramandata come formula di fede: essa parlava di un'apparizione a Cefa (Pietro), poi di una ai Dodici, di una a 500 credenti insieme, di una a Giacomo e di una agli apostoli. Non entriamo qui nelle questioni relative a cosa distingue i Dodici dagli "apostoli" e a cosa intendeva Paolo con "apostoli" o al ruolo di Giacomo (quello che lo stesso Paolo in Gal 1,19 chiama "fratello del Signore") e limitiamoci alla notizia sulle apparizioni:

- Paolo non dice dove queste apparizioni ebbero luogo;

- l'apparizione a Cefa ha riscontro solo nel Vangelo di Luca (Lc 24,34), dove però non si dice nulla su come sia avvenuta e in cosa sia consistita;

- l'apparizione ai Dodici potrebbe coincidere con quella di cui parla Lc 24,36-42. Luca mette nella stessa successione di 1Cor 15 prima l'apparizione a Simone e poi quella agli Undici, come se Paolo e Luca riflettessero lo stesso flusso di trasmissione;

- l'apparizione a Giacomo e quella a più di 500 seguaci non sono riportate in alcuno dei quattro Vangeli canonici;

- Paolo sembra ignorare le apparizioni di cui parla il Vangelo di Giovanni e quella ai due di Emmaus riportata da Luca.

Questi confronti fanno pensare che ogni gruppo dei seguaci di Gesù conoscesse solo parte di tutto ciò che veniva tramandato sulle apparizioni del Risorto e, nel caso di Paolo, che quest'ultimo avesse avuto contatti solo con gli ambienti da cui provenivano le informazioni di Luca. Ulteriore conferma dell'esistenza, nei primi decenni del movimento cristiano, di diversi gruppi di seguaci di Gesù situati in diversi luoghi e con pochi legami tra loro.




DALLE TRADIZIONI ALLA STORICITA'

 

Indizi di storicità nella tradizione della tomba vuota

I racconti evangelici e la formula di fede di 1Cor 15,3-7 a loro precedente testimoniano che la fede in Cristo risorto è scaturita dagli incontri col Risorto stesso e non dalla scoperta della tomba vuota, evento che lasciava adito a perplessità e interpretazioni diverse. Tuttavia anche le tradizioni del ritrovamento della tomba aperta meritano di essere analizzate per capire se esse contengono degli indizi di storicità, se cioè rimandano a un evento realmente accaduto e non a una storia inventata. E di indizi a favore della storicità ce ne sono.

1) Il racconto del ritrovamento della tomba vuota non aveva rilevanza teologica (non era su di esso che si poteva fondare la fede nel Risorto), quindi non ci sarebbe stato alcun motivo di inventare la scena delle donne al sepolcro per certificare il messaggio che Cristo era risorto.

2) Le tradizioni sul sepolcro vuoto attribuiscono la scoperta a delle donne, citate anche per nome. Ma nel mondo ebraico, e non solo, la testimonianza di una donna nell'ambito dei rapporti sociali era considerata meno attendibile di quella di un uomo e in ambito giuridico non era proprio considerata; non avrebbe perciò avuto senso per le comunità cristiane inventare un racconto della tomba vuota con protagoniste femminili.

3) L'annuncio della risurrezione di una persona che aveva avuto un corpo fisico comportava necessariamente l'esistenza di una tomba vuota. Nei tempi successivi alla morte e sepoltura di Gesù in certi ambienti giudaici c'era chi ipotizzava che i discepoli avessero trafugato il cadavere (Mt 28,11-15). Poiché la notizia della risurrezione di Gesù fu fatta circolare dai suoi discepoli a Gerusalemme poco dopo la festa di Pasqua, i detrattori giudaici avrebbero potuto facilmente smentire la notizia se non ci fosse stata la tomba vuota.


Indizi di storicità nella tradizione degli incontri del Risorto con i discepoli


1) Gli evangelisti hanno attinto, come si è visto, a diverse tradizioni che riferivano di incontri tra il Risorto e i discepoli. Questa diversità narrativa esclude che alla base delle diverse tradizioni ci sia un unico racconto inventato, da cui tutte le tradizioni siano derivate: un'invenzione studiata a tavolino, una "frode deliberata", avrebbe prodotto una maggiore concordanza tra le tradizioni. D'altra parte, se le diverse versioni palesano l'assenza di una dipendenza letteraria, gli elementi comuni (si pensi a quelli contenuti nei vari racconti delle apparizioni agli Undici) fanno pensare all'esistenza di un dato reale alla base.

2) Molti di coloro che dichiararono di aver visto il Signore risorto spesero tutta la vita per proclamare questo incontro e diversi di loro, come attestano notizie di tradizione antica, furono uccisi per questo motivo: lasciarsi ammazzare per un inganno deliberato sembra improbabile.

3) Dai racconti evangelici appare che Gesù abbia incontrato anzitutto delle donne, e tra queste Maria Maddalena assume un ruolo di primo piano. Il fatto che nell'insieme delle tradizioni siano prevalenti gli incontri con uomini non può oscurare quello delle donne, che deve essere un dato originario se no ben difficilmente sarebbe stato inventato.

4) Per come sono raccontati, gli incontri col Risorto non sono assimilabili a visioni interiori o a esperienze mistiche o a emozioni soggettive o ad allucinazioni, ma fanno pensare a esperienze reali, anche se difficili da comunicare con le normali categorie di pensiero e di linguaggio. Oltretutto sono state esperienze accadute per iniziativa del Risorto al di là di ogni attesa dei discepoli (nessun racconto parla di un desiderio dei discepoli di vedere o rivedere Gesù, ma tutti insistono sul venire verso i discepoli da parte di Gesù).

 

 

Dagli effetti storici alla causa

 

La risurrezione si pone, come si è già detto all'inizio, a un livello "metastorico", appartiene al campo della fede ed è interpretabile solo mediante una prospettiva di fede. Però, al tempo stesso, è qualcosa che non prescinde completamente dal piano degli avvenimenti umani, perché

- i discepoli hanno proclamato di aver visto Gesù di nuovo vivo, in una dimensione del tutto nuova ma nella realtà della loro vita;

- questi "incontri" col Risorto hanno inciso nella loro esistenza storica, trasformandola radicalmente.

La risurrezione, quale proclamata dai discepoli di Gesù in seguito ad "apparizioni" del Risorto, ha prodotto degli "effetti" nella vita concreta, storica, dei discepoli; e nel considerare questi effetti, si constata che li si può spiegare solo come prodotti da un'esperienza straordinaria, da un evento eccezionale, che è "metastorico" sì, ma che ha avuto a che fare con la storia di più persone.

E nel considerare questi effetti in quanto fenomeni storici, è importante sottolineare una constatazione essenziale: quell'esperienza straordinaria che i discepoli affermarono con forza di aver avuto non fu da loro cercata, ma fu qualcosa di inaspettato.

Ci sono dei passi evangelici che mostrano che Gesù condivideva l'idea di una risurrezione dai morti (es. la disputa con i sadducei in Mc 12,18-27) e degli altri in cui egli preannunciò la sua risurrezione (Mc 8,31; 9,31; 10,33-34); ma il suo insegnamento sulla risurrezione non sembra aver occupato un posto di rilievo nella sua predicazione, in cui lo spazio centrale era occupato dall'annuncio dell'avvento del Regno di Dio, e per di più le sue predizioni della sua passione, morte e risurrezione non erano state comprese dai suoi discepoli. Vari indizi nei Vangeli mostrano che i discepoli non si aspettavano la risurrezione di Gesù.

Per la cultura giudaica la morte ignominiosa di Gesù in croce sconfessava le sue pretese messianiche: Gesù andava ritenuto pubblicamente smentito da Dio stesso. La fuga dei discepoli durante l'arresto del maestro, il rinnegamento di Pietro, l'assenza dei discepoli dalla scena della crocifissione testimoniano la profonda crisi in cui entrarono i suoi seguaci. Eppure subito dopo la Pasqua essi cambiarono improvvisamente atteggiamento: dalla paura al coraggio, dal nascondimento alla pubblica proclamazione della fede della risurrezione. E una tale trasformazione della struttura fondamentale della soggettività dei discepoli (come comprensione di sé, concezione del mondo, rapporto con se stessi e con gli altri) richiede una spiegazione adeguata.

La ricerca di una causa che spieghi ragionevolmente questo cambiamento ha prodotto, da due secoli e mezzo ad oggi, una serie di ipotesi. Alcune sono inficiate da pregiudizi, altre sono parziali perché non tengono conto di tutti i dati della questione (il trafugamento del cadavere come inganno per fondare un movimento religioso; la morte apparente e un risveglio gabbato come risurrezione; suggestione e visioni soggettive dei discepoli; l'autoconvincimento dei discepoli che, incapaci di elaborare il lutto, vollero credere che Gesù era vivo; l'idea delle risurrezione per giustificare la volontà di continuare la "causa" di Gesù, cioè continuare a far vivere il suo messaggio nella fede e nell'impegno; un processo di conversione dei discepoli rappresentato con l'immagine dell'apparizione; la proiezione nell'inconscio dei discepoli, dopo la morte di Gesù, dell'immagine del maestro incontrato in vita; un modo immaginoso di esprimere una grazia divina ricevuta; risurrezione come concetto mitologico per esprimere la chiamata dei discepoli a credere che Dio dona la forza per vivere in modo autentico non per se stessi ma per gli altri).

Certo, bisogna riconoscere la difficoltà di dare una risposta certa all'origine della fede pasquale, anche perché i racconti evangelici delle apparizioni del Risorto parlano di un "farsi vedere" da parte di Gesù con un linguaggio che interpreta in senso "teofanico" (= manifestazione sensibile della divinità) un'esperienza straordinaria non comunicabile secondo categorie normali o consuete. Tuttavia una spiegazione plausibile si può tentare, e proprio muovendosi sulla strada proposta dai Vangeli dell'elemento "visivo" dell'esperienza dei discepoli.

L'elemento visivo è ben presente nei racconti evangelici dell'incontro col Risorto, ed è presente anche nella più antica confessione di fede citata da Paolo in 1Cor 15, in cui si afferma che Gesù è "apparso", ma la forma greca di questo verbo (ὤφθη = ophthe) è da tradurre con "si è fatto vedere". In tutti i casi l'iniziativa è del Risorto, non dei testimoni: è lui che "si fa vedere" prendendo alla sprovvista chi lo credeva perduto.

Insomma, la fede dei discepoli da loro espressa nell'annunciare la risurrezione di Gesù non è nata da un loro bagaglio psicologico interiore (ragionamenti, conclusioni di una ricerca dell'animo, tantomeno suggestioni o moti paranormali), ma da qualcosa di straordinario proveniente dall'esterno, un impulso – inatteso, imprevisto e sconvolgente – che suscitò nei discepoli e tra di loro non solo la certezza che Gesù era risorto ma anche che la sua risurrezione era l'evento salvifico unico e decisivo per tutti.

In definitiva, comunque, è chiaro che la risurrezione di Gesù appartiene al campo della fede ed è interpretabile solo mediante una prospettiva di fede. Per parte sua, l'indagine storica può aiutare, e non poco, a capire

- come si sono formate le tradizioni sul Risorto e come queste sono state accolte e rielaborate nei racconti evangelici (cioè, in sostanza, a capire come è cominciato, nella fatica e insieme nello slancio della fede dei primi discepoli, l'annuncio della risurrezione e come questi hanno cercato di esprimerlo e calarlo nel concreto della vita dei gruppi dei primi seguaci di Gesù, che non vivevano sulle nuvole ma dentro le possibilità e le difficoltà di precise situazioni storiche);

- come quell'annuncio di fede, espresso in tradizioni e racconti, deve aver avuto origine da un'esperienza straordinaria – l'incontro dei discepoli con il Risorto – che, per quanto non descrivibile con le normali categorie espressive, sola può spiegare la profonda trasformazione nella vita dei discepoli, prima delusi e paurosi e poi convinti e decisi testimoni.

 

 

[Nota bibliografica

Quanto qui proposto trae la maggior parte degli spunti dai testi seguenti:

M. De Santis, Il Risorto. Indagine teologica sui racconti evangelici, Coll. Studi Biblici 94, EDB, Bologna 2020;

M. Pesce, I racconti di apparizione di Gesù come espressione di gruppi diversi a Gerusalemme, in Gesù e i suoi seguaci. Identità e differenze, Coll. Antico e Nuovo Testamento, Morcelliana, Brescia 2020]

 

Ultima modifica Martedì 12 Aprile 2022 20:01
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini