Mercoledì, 30 Novembre 2022
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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Anno C

Prima lettura: (Is 2,1-5)

1Messaggio che Isaia, figlio di Amoz, ricevette in visione su Giuda e su Gerusalemme.

2Alla fine dei giorni,

il monte del tempio del Signore

sarà saldo sulla cima dei monti

e s’innalzerà sopra i colli,

e ad esso affluiranno tutte le genti.

3Verranno molti popoli e diranno:

«Venite, saliamo sul monte del Signore,

al tempio del Dio di Giacobbe,

perché ci insegni le sue vie

e possiamo camminare per i suoi sentieri».

Poiché da Sion uscirà la legge

e da Gerusalemme la parola del Signore.

4Egli sarà giudice fra le genti

e arbitro fra molti popoli.

Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,

delle loro lance faranno falci;

una nazione non alzerà più la spada

contro un’altra nazione,

non impareranno più l’arte della guerra.

5Casa di Giacobbe, venite,

camminiamo nella luce del Signore.

Salmo responsoriale (Sal 121)

Rit. Andiamo con gioia incontro al Signore.

Quale gioia, quando mi dissero:
«Andremo alla casa del Signore!».
Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme! Rit

È là che salgono le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge d’Israele,
per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio,
i troni della casa di Davide. Rit

Chiedete pace per Gerusalemme:
vivano sicuri quelli che ti amano;
sia pace nelle tue mura,
sicurezza nei tuoi palazzi. Rit

Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: «Su di te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene. Rit

 

Seconda lettura (Rm 13,11-14)

Fratelli, 11questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. 12La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. 13Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. 14Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.


Parola di Dio

Canto al Vangelo (Sal 84,8)

Alleluia, alleluia.

Mostraci, Signore, la tua misericordia

e donaci la tua salvezza

Alleluia

Vangelo (Mt 24,37-44)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «37Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. 38Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, 39e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. 40Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. 41Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.

42Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».


Parola di Dio

Omelia

Con questa domenica, comincia il tempo di Avvento. Un periodo in cui siamo chiamati a ‘svegliarci dal sonno’, come invita a fare Paolo nella seconda lettura.
Viviamo da svegli un ‘sonno esistenziale’, e – cosa ancor più grave – il sonno della ragione. E sappiamo oggi, fin troppo bene, come il sonno della ragione generi mostri.
‘Vegliate dunque’, ci ripete Gesù. State attenti, aprite quegli occhi capaci di vedere lontano, e quel cuore in grado di interpretare il reale. Non lasciatevi ingannare dai morti viventi che vi circondano.
Manchiamo di profezia, di grandi orizzonti, di respiri ampi. Tutto rischia di consumarsi nell’attimo presente.
Nella prima lettura il profeta auspica un tempo di cui ‘le lance si trasformeranno in falci’, il momento in cui sapremo convertire il nostro stile di vita fondato sul potere e il possesso, per farci – deposte le armi dell’ego – finalmente pane per la fame altrui.
“La sazietà non ci basta più” canta un gruppo musicale italiano. Stiamo morendo per troppo quotidiano, come i contemporanei di Noè, che ‘mangiavano, bevevano’ e non si accorsero di cosa stesse per succedere loro.
Viviamo intontiti, obnubilati, incapaci di costruirci quell’arca per staccarci da riva e prendere il largo, perché è per questo che siamo stati creati. Occorre essere naviganti che si muovono verso un orizzonte che per definizione non sarà mai conquistato. Perché a salvarci non sarà l’avere raggiunto la meta, ma aver vissuto appieno il viaggio. Dobbiamo tornare a sognare, fidarci dei nostri sogni, seguire sempre i nostri sogni, perché – come mi ha detto ieri sera una cara amica – “loro conoscono la strada”.
La vita ci è data per ‘farci arca’, attraverso il materiale dell’amore, della cura e della compassione. La vita, vissuta appieno, nella bellezza e nell’attenzione, mette le ali, e impareremo a volare, accorgendoci magari che alla fine è solo questione di prospettiva.
E ci stupiremo, infine, che rimarremo a galla quando il diluvio coprirà tutto, con i ‘distratti’ che staranno a guardare.

CAMMINO DELLA SETTIMANA

Due spunti su cui meditare, a Voi cercarne altri:

  • "... anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

  • Viviamo intontiti, obnubilati, incapaci di costruirci quell’arca per staccarci da riva e prendere il largo, perché è per questo che siamo stati creati.

Buon cammino!

Anno C –

Omelia di Don Paolo Scquizzato,

Lunedì 24 Ottobre 2022 08:48

don Gianni Campagnolo

 ,Salesiano di Don Bosco.


Ha raggiunto la “meta”,

ma per chi l’ha conosciuto... rimarrà sempre un “compagno” nel proprio “cammino”.

Siamo vicini agli amici di “Operazione Uribe” o.n.l.u.s.

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Riportiamo l'omelia che l'Ispettore don Igino Biffi ha tenuto alla celebrazione funebre.

«"Ti mando nel basurero (immondezzaio) della Colombia! - mi disse il Vescovo-. E non voglio né martiri né eroi". Cercando di far tesoro di quelle parole, mi domandai subito in quale posto ero capitato». Così racconta don Giovanni nel libro autobiografico. E già da queste battute comprendiamo che siamo di fronte a un pastore che, pur di far conoscere il Vangelo, non ha avuto paura di affrontare i lupi che deturpano l'umanità. San Paolo è chiaro: guai a me se non annunciassi il Vangelo. Don Giovanni ha sentito fin da subito questa necessità, questo incalzante invito interiore.

Tra gli aspetti preziosi che possiamo trarre dalla vita di questo nostro confratello emerge certamente la temerarietà, il coraggio, la capacità di osare fino a rischiare la vita, a testimonianza che l'annuncio del Vangelo non è una passeggiata. Quando decise di affrontare direttamente i capi della guerriglia della F.A.R.C. (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) gli dissero: "Padre, se vai lì ti ammazzano". Ma lui sapeva che evangelizzare è dare la vita per le pecore, è stare con loro ad ogni costo. Oggi abbiamo bisogno di tornare a questa temera­rietà, a quel coraggio apostolico che conduce a farsi ultimi con gli ultimi, deboli con i deboli per salvare ad ogni costo qualcuno, come scrive san Paolo.

Giovanni nasce a Bessica di Loria (TV) il 6 marzo 1945 da papà Sesto e mamma Stella Baggio, mentre sono in corso gli ultimi giorni della guerra. Frequenta le scuole elementari in paese. Vista la sua brillante intelligenza, la maestra, d'accordo con il parroco, segnala ai genitori l'opportunità di fargli proseguire gli studi dai salesiani in Piemonte. In precedenza già altri ragazzi del paese e dei dintorni sono inviati a istituti salesiani del Piemonte. Molti proseguono, si fanno salesiani e qualcuno anche missionario.

Giovanni a 11 anni è accolto nella Casa salesiana di Penango (AT). Qui dal 1956 al 1961 frequenta la scuola media e il biennio del Ginnasio. In questo tempo approfondisce la conoscenza di Don Bosco, del carisma salesiano e della missione.

Giovanni, insieme ad altri compagni di scuola, presenta la domanda per essere ammesso al Noviziato e diventare salesiano. Vivrà il Noviziato a Villa Maglia di Chieri in compagnia di altri 30 giovani.

Terminato l'anno di preparazione alla vita salesiana, Giovanni è ammesso alla professione religiosa: il 16 agosto 1962 diventa salesiano. Frequenterà in seguito il triennio del Liceo Classico. Un suo compagno di studi ricorda di questo periodo due dettagli: l'abilità del chierico Giovanni nelle partite a calcio e il timbro della voce baritonale, intonatissima e capace di far vibrare i vetri della chiesa. Prosegue gli studi e l'anno successivo consegue anche il diploma magistrale. Farà la Professione Perpetua nella Congregazione Salesiana nel 1968.

Per la Teologia viene inviato a Torino Crocetta (1969-73). L'ordinazione sacerdotale sarà a Bessica, il 24 giugno 1973. In seguito don Giovanni frequenta il biennio di Missionelogia presso l'Università Gregoriana di Roma (1973-75). Successivamente sarà in procinto di partire come missionario per il Kenia, ma ragioni di salute lo obbligano ad abbandonare il progetto. Don Giovanni è allora inviato nella Casa salesiana di Caselette (TO). Nei due anni trascorsi qui si impegna intensamente nell'ambito giovanile con un lavoro di animazione e formazione dei gruppi di ragazzi e di direzione spirituale dei giovani, seguendoli in parrocchia, nei campi estivi, in ritiri spirituali e in svariate altre attività parrocchiali. Parecchi giovani trovano in lui un direttore spirituale schietto e sensibile. Più tardi alcuni lo aiuteranno nella missione oltreoceano.

Nel settembre 1982, don Giovanni parte missionario per la Colombia, dove rimarrà pressoché ininterrottamente per 37 anni. Dopo un primo periodo di ambientamento, è inviato nella Selva, nella missione salesiana dell'Arari, a Uribe e in altre località della regione, come parroco di comunità molto estese. Da quest'esperienza "limite" dal punto di vista umano e religioso, emerge il profilo di un salesiano che ha trovato il luogo in cui spendersi con generosità fino alla fine. Dopo 25 anni di missione così scrive nel volume autobiografico

Basurero. 25 anni di missione in Colombia “

«Quando, nel 1982 partii per Uribe, essendo giovane e sentendomi forte, ero spinto - non lo nascondo - dallo spirito d'avventura caratteristico di molti giovani. Nulla mi spaventava: le difficoltà iniziali, questi luoghi meravigliosi, tutto mi spingeva ad un continua sfida nella ricerca di me stesso. E questo nell'uomo è una cosa naturale.

Poco alla volta, imparando a conoscere quella gente (dura, essenziale, a volte spietata), ho incominciato a maturare una nuova coscienza religiosa e umana. Ho iniziato vedere oltre la bellezza naturale della Colombia e sono entrato dentro la sua enorme povertà (materiale, di valori, di moralità), ma anche dentro la sua ricchezza, fatta di umanità e di spirito libero. Grazie alla sua gente era sempre più forte la convinzione di essere guidato da qualcosa di immensamente più grande di me. Scoprivo giorno dopo giorno che Dio era lì, in mezzo a loro, nelle sofferenze, tra gli ubriachi nelle osterie, in mezzo ai disgraziati che si spaccavano la schiena nelle piantagioni di coca, tra i ragazzi che giocavano felici nel campetto dell'oratorio. Lo vedevo anche negli occhi di un guerrigliero moribondo, che non sapeva perché aveva vissuto così, e anche nei vagiti di un bambino che veniva alla luce in un accampamento sperduto nella selva, che un giorno probabilmente sarebbe diventato guerrigliero pure lui. Tutto quello che sembrava ingiusto e crudele, ma anche i traguardi raggiunti o un semplice grazie detto da gente non certo abituata ad esteriorità e cortesie, faceva parte del progetto divino».

Significativi lo sguardo di fede e la prospettiva teologica con cui don Giovanni guarda alla sua missione. Possiamo proprio applicare a lui le parole di san Paolo: mi sono fatto tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno.

Intanto in Italia, a Caselette, coinvolgendo amici e familiari, attorno a don Giovanni e alla sua missione si coagula un movimento vivace, che si chiamerà "Operazione Uribe". Si tratta di giovani che lo seguono da lontano, che ne diffondono la conoscenza e i progetti avviati, che lo sostengono in varie forme, anche con l'invio di volontari che si alternano svolgendo un prezioso servizio in quelle terre. A poco a poco giungono volontari da altre parti, come dalla Spagna, che mettono a disposizione le loro doti (sanitarie, mediche, sociali, educative).

Nel 2019 don Giovanni è obbligato a rientrare in Italia a causa di una brutta caduta da cavallo. Pur avendolo sperato e desiderato, non tornerà più in Colombia. Gli ultimi tempi li ha vissuto nella casa di Castello di Godego "Mons. G. Cognata" dove ritrova un confratello conosciuto in Colombia, don Giulio Santuliana. Poco tempo dopo sarà l'unico presente al suo trapasso notturno.

I confratelli ricordano divertiti i lunghi racconti con i quali don Giovanni li intratteneva. Sentendo narrare episodi leggendari, scampoli di vita missionaria vissuta "al limite", viene spontaneo definirlo il "cappellano dei capi della guerriglia". E alla fine ci si interroga se davvero chi stava dalla parte delle istituzioni fosse sempre "buono" e chi si ribellava con violenza fosse sempre "cattivo".

Tra gli infiniti episodi narrati da don Giovanni circa la vita nella selva, si può ricordare la modalità "salesiana" con cui egli si conquistò la fiducia dei comandanti della guerriglia colombiana. Dopo vari episodi non felici, pedinamenti più o meno scoperti, controlli asfissianti, decise che era ora di affrontare direttamente il vertice della guerriglia della F.A.R.C. Sconsigliato da tutti, con un viaggio avventuroso di più giorni a cavallo, riesce finalmente ad arrivare alla meta. Dopo un primo diffidente abboccamento con il comandante, viene invitato a cenare con tutti gli altri comandanti. Così racconta l'episodio don Giovanni:

«Pur con tutte le differenze e diversità di intenti che esistevano tra me e loro, queste persone nutrivano nei miei confronti un certo rispetto. Il comandante comparve più tardi, mentre già stavo riposando, e con un po' di imbarazzo mi chiese se potevo mostrargli il contenuto del mio modesto bagaglio. Rimase incuriosito del fatto che la mia borsa contenesse, oltre ai miei effetti personali e ai miei 'strumenti di lavoro liturgici', il gioco del 'bingo' (una specie di tombola) che avevo sempre con me quando andavo a visitare i piccoli insediamenti. Fu la mia fortuna: non lo conosceva. Radunò subito i comandanti e volle che io glielo insegnassi. Stanco morto passai tutta la notte a giocare a bingo!

Giocando cadde qualsiasi barriera ideologica, burocratica o gerarchica e fu una maniera molto efficace per avvicinarmi a loro. Gente che faceva tremare la Colombia, per una notte, attraverso il gioco (cercando magari di vincere una caramella!) ritornò ad un 'infanzia che forse non aveva mai vissuto».

Sono fatti come questi che dicono che basta davvero poco per dare tutto. Il Vangelo ha bisogno di umanità per essere trasmesso e l'umanità ha bisogno di Vangelo per continuare ad essere testimoniante. Chiave dell'evangelizzazione è la prossimità. Lo dice san Paolo:

Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno.

Don Giovanni con la sua vita ci insegna che la prossimità fa miracoli, ma allo stesso tempo ci testimonia che il rischio è la cifra dell'amore.

Così don Giovanni scrive in una lettera ai benefattori dell'Operazione Uribe:

Qui capisco cosa vuol dire faticare; capisco perché tanta gente si ubriaca vivendo da sola, in una famiglia senza amore e senza affetto; capisco cosa vuol dire essere senza casa e senza quasi tutto e domandare tutti i giorni le cose di cui si ha bisogno. Nonostante tutto sono contento: il buon Dio lo sento vicino quando vado solo in mula a trovare la gente e faccio fino a otto ore da solo nella foresta per raggiungere un villaggio. Lo sento nel silenzio profondo della selva e nelle bellezze della natura»

Il Signore accolga don Giovanni nella sua pace e gli doni il premio promesso ai suoi servi fedeli, che annunciano il Vangelo fino agli estremi confini della terra. E a questo nostro grande missionario chiediamo di intercedere presso il Padre affinché altri giovani facciano la scelta di spendersi come salesiani per i più poveri.

Le spoglie del caro don Giovanni riposano nella nuda terra, come lui desiderava.

don Rossano Zanellato,

direttore Comunità Casa "Mons. G. Cognata"

- Anno C –

Omelia

di Don Paolo Scquizzato,

Prima lettura: Sir 35,15b-17.20-22a

il Signore è giudice
e per lui non c'è preferenza di persone.
16Non è parziale a danno del povero
e ascolta la preghiera dell'oppresso.
17Non trascura la supplica dell'orfano,
né la vedova, quando si sfoga nel lamento.

20Chi la soccorre è accolto con benevolenza,
la sua preghiera arriva fino alle nubi.
21La preghiera del povero attraversa le nubi
né si quieta finché non sia arrivata;
non desiste finché l'Altissimo non sia intervenuto
22e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l'equità.

Salmo: 33

Rit.: 16 Gli occhi del Signore sui giusti,
i suoi orecchi al loro grido di aiuto.

Alleluia, Alleluia, Alleluia.


2 Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.

3 Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino. Rit.

17 Il volto del Signore contro i malfattori,
per eliminarne dalla terra il ricordo.

18 Gridano e il Signore li ascolta,
li libera da tutte le loro angosce. Rit.

19 Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato,
egli salva gli spiriti affranti.

23 Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;
non sarà condannato chi in lui si rifugia. Rit.

Seconda lettura: 2Tm 4,6-8.16-18

6Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. 7Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. 8Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.

16Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. 17Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l'annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. 18Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Canto del Vangelo: Cf 2Cor 5,19

Alleluia, alleluia!

19Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.

Alleluia!

Vangelo: Lc 18,9-14

9Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. 11Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». 13Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». 14Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

OMELIA (Lc 18, 9-14)

 

Il brano del Vangelo di oggi, è uno splendido insegnamento su ciò che evangelicamente si deve intendere per religione e per fede.

Il fariseo della parabola rappresenta la religione, ossia il tentativo di ‘legarsi’ alla divinità attraverso un armamentario religioso fatto di pratiche, preghiere, adempimento di norme, regole e precetti. L’uomo ‘religioso’, ha dunque la presunzione di pensare che la propria giustizia derivatagli dall’assolvimento dei suoi doveri, sia sufficiente a ricevere il premio da parte del ‘suo’ Dio.

Come se Dio potesse premiare, magari con benedizioni, salute e grazie speciali, chi non manca di condurre una vita irreprensibile. Questa è la perversione della religione, che ha fatto del rapporto con Dio un commercio,  arrivando ad identificare questo con la salvezza.

Il pubblicano invece rappresenta l’uomo di fede, principio autentico di salvezza. Paolo è chiarissimo su questo punto: «sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (Gal 2, 16).

Non sarà mai la nostra ‘ricchezza’ religiosa a ‘legarci’ a Dio. Egli è già parte di noi a prescindere,  è ‘l’anima dell’anima nostra’ (J. Green), per questo possiamo vivere riconoscendo ed accettando quel che siamo, con tutte le nostre debolezze, le nostre ferite, giungendo così a credere maggiormente alla sua misericordia che alla nostra miseria.

Il peccatore di questa parabola ci sta insegnando che il proprio “vuoto”, la propria pochezza e debolezza, può diventare – se lo vogliamo – la nostra ricchezza.

La mia miseria è misura della sua misericordia.

Dio è la presenza che riempie assenze.

Il peccato è la nostra parte di Vangelo” (Silvano Fausti).

Ma un altro insegnamento interessante ci fa dono il Vangelo di oggi.

Il fariseo, nella sua presunzione si permette di giudicare il disgraziato che gli è accanto, dall’alto della sua giustizia. Ebbene, il riconoscerci per ciò che siamo realmente, accettare la nostra verità, ci sottrae dal giudizio dell’altro. Se faccio realmente esperienza del mio limite e insieme della misericordia del Padre, non potrò più giudicare nessuno, perché gli altri non saranno mai peccatori quanto lo sono io. Come Paolo, arriverò anch’io a riconoscermi come il primo di tutti i peccatori (1Tm 1, 15), ma un peccatore perdonato. Per questo saprò frequentare, da fratello, tutti i peccatori del mondo.

«Allora Cristo ci dirà: venite anche voi, venite, o ubriaconi! Venite, o deboli! Venite, o dissoluti! E ci dirà: esseri vili, siete creati ad immagine della bestia e siete segnati dalla sua impronta. Venite comunque anche voi! E i saggi diranno, e i prudenti diranno: “Signore, perché li accogli?”

Ed egli dirà: Se li accolgo è perché ciascuno di essi non se ne è mai giudicato degno.

E ci tenderà le braccia, e cadremo ai suoi piedi, e scoppieremo in singhiozzi e allora comprenderemo ogni cosa. Sì, allora comprenderemo tutto» (Dostoevskij, Delitto e castigo).

 

 

CAMMINO DELLA SETTIMANA

Due spunti su cui meditare, a Voi cercarne altri

  • "chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». ,

  • La mia miseria è misura della sua misericordia.

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    Omelia

    di Don Paolo Scquizzato,

    Prima lettura: 2Re 5,14-17

    In quei giorni, Naamàn 14Egli allora scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola dell'uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato.
    15Tornò con tutto il seguito dall'uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c'è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». 16Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L'altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. 17Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore.

    Salmo: 97

    Rit.: Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.

    Alleluia, Alleluia, Alleluia.

    Cantate al Signore un canto nuovo,
    perché ha compiuto meraviglie.
    Gli ha dato vittoria la sua destra
    e il suo braccio santo. Rit.

    2 Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
    agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.

    3 Egli si è ricordato del suo amore,
    della sua fedeltà alla casa d'Israele. Rit.

    Tutti i confini della terra hanno veduto
    la vittoria del nostro Dio.

    4 Acclami il Signore tutta la terra,
    gridate, esultate, cantate inni! Rit.

    Seconda lettura: 2Tm 2,8-13

    8Ricòrdati di Gesù Cristo,
    risorto dai morti,
    discendente di Davide,
    come io annuncio nel mio Vangelo,
    9per il quale soffro
    fino a portare le catene come un malfattore.

    Ma la parola di Dio non è incatenata! 10Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch'essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. 11Questa parola è degna di fede:

    Se moriamo con lui, con lui anche vivremo;
    12se perseveriamo, con lui anche regneremo;
    se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà;
    13se siamo infedeli, lui rimane fedele,
    perché non può rinnegare se stesso.

    Canto del Vangelo: 1Ts 5,18

    Alleluia, alleluia!

    18 In ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

    Alleluia!

    Vangelo: Lc 17,11-19

    11Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. 12Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza 13e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». 14Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 15Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, 16e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 17Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? 18Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». 19E gli disse: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!».

    OMELIA

     

    «Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea» (v. 11).

    Perché l’amore potesse dirsi compiuto (Gerusalemme), Gesù dovette passare dentro-attraversare la Samaria e la Galilea, simboli da sempre di lontananza, ‘non popolo’, di inimicizia, di infedeltà.

    Stando al Vangelo di Giovanni (cap. 4), sarà proprio in Samaria a risiedere la sposa infedele che muore di sete, di una sete esistenziale che né l’acqua del pozzo (il possesso delle cose), né la passione grande dell’amore (i sei uomini che l’hanno posseduta), e tanto meno l’adorazione del suo Dio sul monte Garizim (la religione), hanno potuto estinguere. Gesù dovrà proprio passare da lì per unire a sé la propria amata (l’umanità malata d’amore) e mostrarsi finalmente come il ‘settimo’ uomo (numero della pienezza) ossia il compimento del cuore.

    Proviamo a tradurre tutto questo in parole semplici: per incontrare il nostro Dio e farne esperienza, l’unico luogo che dobbiamo frequentare, l’unico pellegrinaggio che dobbiamo compiere è risiedere ‘malati d’amore’ là dove siamo in questo momento: il nostro peccato, il nostro limite, la nostra debolezza, la nostra fragilità è il posto che lui sceglie di attraversare, perché possa avere senso il suo ‘andare a Gerusalemme’, ossia il vivere l’Amore. È la nostra lontananza da lui, il luogo dove lui può starci vicino. Sono le nostre zone perdute, i luoghi dove Dio può farci visita.

    Gesù, entra in un villaggio – la parte più indecente di me – e «gli vennero incontro dieci lebbrosi» (v. 12), dieci ‘morti viventi’, secondo la religiosità del tempo, le mie zone d’ombra.

    Gesù entra e il ‘male’ gli si fa incontro! La misericordia è calamita che attira a sé la miseria!

    A questo punto succede un fatto strano: Gesù non li guarisce! Dice loro semplicemente: «Andate a presentarvi ai sacerdoti» (v. 14).

    Si tenga presente che secondo l’Antico Testamento, i lebbrosi non possono recarsi dai sacerdoti perché questi risiedono nella città santa, Gerusalemme, la città di Dio.  E nella città santa – al Tempio – non possono accedere gli impuri.

    Il significato è splendido. Gesù mi dice: non temere, non credere più che non puoi avvicinarti a Dio come sei. Vai, cammina, credici! E vedrai cosa succederà mentre camminerai con la tua verità esistenziale verso la Verità. Abbi fede che così come sei, con la tua storia, con la tua fragilità, con le zone di ombra che ti porti dentro, con le tue continue cadute e con tutti i tuoi sbagli Dio ti sta già attraversando, è già in cerca di te.

    «Mentre essi andavano furono purificati» (V. 14b). La guarigione, la nostra ‘ricreazione’ avviene in itinere, durante il lento procedere della nostra storia personale. L’importante è camminare, procedere, non lasciarsi bloccare da inutili e sterili sensi di colpa.  “La meta è la via” ricorda la tradizione taoista. Infatti la lebbra di questi dieci malati, scompare proprio durante il loro lento cammino.

    Non ci è più chiesto di guarire per poterci avvicinare a Dio, ma siamo guariti perché Dio è già in noi. Perché in ultima analisi la nostra lebbra, il peccato che ci condanna a rimanere fuori dalla vera vita, è la mancanza di fiducia verso Dio immaginato come padre-padrone, giudice e castigatore, verso gli altri considerati nemici, e verso noi stessi considerati sbagliati.

    Tutti e dieci son stati purificati, ma uno solo torna indietro a ringraziare (v. 15).

    Il contesto in cui inserire questo brano è evidentemente quello eucaristico, di ringraziamento. Gesù domanda: «e gli altri nove dove sono?». Attenzione, questa domanda non è tanto un rimprovero per i nove assenti che non son tornati indietro a ringraziare (Dio non rimprovera nessuno e non vuole sudditi che ringrazino il Dio-sovrano piegandosi  per la grazia ricevuta), bensì un  richiamo proprio per questo che è tornato a fare eucaristia da solo. Qui risuonano come un’eco le parole che Dio rivolse a Caino in Genesi: «dov’è tuo fratello?». L’unione con Dio, il frequentarlo – anche a livello sacramentale – non può mai esaurirsi in un fatto personale e intimistico. O riconosciamo Dio come Padre perché fratelli, o per noi rimarrà sempre e solo un idolo. Ogni eucaristia celebrata si realizza nella missione vissuta. Ogni eucaristia diventa di per se stessa un mandato ad amare i fratelli, infatti la si definisce anche Messa, da ‘missio’, missione. Se non si parte in missione a recuperare i fratelli nell’amore dopo aver partecipato alla Messa, si perde anche ciò che si è celebrato in Chiesa.

     

    CAMMINO DELLA SETTIMANA

    Durante la messa della Domenica ciascuno memorizzi alcuni passi, personalmente coinvolgenti, e li mediti durante tutta la settimana.

    Ad esempio:

    • 18Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». 19E gli disse: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!».

    • 2 Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
      agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.

      Buon cammino!!

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      Anno C –

      Omelia di Don Paolo Scquizzato,

      Prima lettura: Ab 1,2-3; 2,2-4


      2Fino a quando, Signore, implorerò aiuto
      e non ascolti,
      a te alzerò il grido: «Violenza!»
      e non salvi?
      3Perché mi fai vedere l'iniquità
      e resti spettatore dell'oppressione?
      Ho davanti a me rapina e violenza
      e ci sono liti e si muovono contese.
      2Il Signore rispose e mi disse:
      «Scrivi la visione
      e incidila bene sulle tavolette,
      perché la si legga speditamente.
      3È una visione che attesta un termine,
      parla di una scadenza e non mentisce;
      se indugia, attendila,
      perché certo verrà e non tarderà.
      4Ecco, soccombe colui che non ha l'animo retto,
      mentre il giusto vivrà per la sua fede».

      Salmo: 94

      Rit.: Ascolta oggi la voce del Signore, anima mia.

      Alleluia, Alleluia, Alleluia.

      1 Venite, cantiamo al Signore,
      acclamiamo la roccia della nostra salvezza.

      2 Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
      a lui acclamiamo con canti di gioia. Rit.

      6 Entrate: prostrati, adoriamo,
      in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.

      7 È lui il nostro Dio
      e noi il popolo del suo pascolo,
      il gregge che egli conduce. Rit.

      Se ascoltaste oggi la sua voce!
      8 »Non indurite il cuore come a Merìba,
      come nel giorno di Massa nel deserto,

      9 dove mi tentarono i vostri padri:
      mi misero alla prova
      pur avendo visto le mie opere. Rit.

      Seconda lettura: 2Tm 1,6-8.13-14


      6Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l'imposizione delle mie mani. 7Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. 8Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.
      13Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l'amore, che sono in Cristo Gesù. 14Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.

      Canto del Vangelo: 1Pt 1,25

      Alleluia, alleluia!

      La parola del Signore rimane in eterno.
      E questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato.

      Alleluia!

      Vangelo: Lc 17,5-10

      5Gli apostoli dissero al Signore: 6«Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: «Sradicati e vai a piantarti nel mare», ed esso vi obbedirebbe.
      7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola»? 8Non gli dirà piuttosto: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu»? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

      OMELIA

       

      Credo che una grande colpa di un certo cristianesimo – di sempre – sia stato quello di tradire la terra in nome del cielo. Pensare che tutto si risolva in un indefinito ‘aldilà’, mentre qui, in questa ‘valle di lacrime’ siamo solo di passaggio, e che per quanto ora possiamo soffrire, ciò che ci sarà riservato in paradiso ci farà dimenticare tutto il male subìto.

      Ebbene, no. Questo non è cristianesimo, questo non è vangelo ma soprattutto non è essere uomini e donne di fede. Gesù non ha mai identificato la fede col quieto vivere, non ha mai invitato a tradire la terra in nome del cielo, non ha mai parlato di aldilà come dimora di anime pie, o di premi di consolazione celesti per religiosi frustrati.

      Dovremmo inserire nei nostri catechismi una virtù in più, ovvero la ‘fede nell’umanità’. Forse, prima di credere in Dio, sarebbe necessario cominciare a credere nell’uomo: «la fede nella possibilità che l’uomo ha di liberarsi del suo male è una qualità straordinaria. La fede nell’uomo è la fede nell’impossibile, è la fede, per esempio per chi lotta perché il mondo sia fatto da uomini eguali fra loro e senza violenza» (Balducci).

      Ci portiamo dentro l’idea che l’uomo – per la sua innata debolezza – da solo non ce la può fare, che ci voglia comunque un dio che lo sollevi, che gli dia una mano, che lo aiuti con la sua santa ‘grazia’. Ma il Vangelo di oggi è chiarissimo: ‘solo dopo che hai fatto tutto ciò che dovevi fare, solo dopo aver vissuto da uomo, fino all’estremo, sino alla morte, solo dopo potrai dire “sono un servo inutile”’. Ma non prima. Non ti è dato disertare la storia, sino a quando non sarai venuto alla luce della tua squisita umanità, fino a quando non diventerai finalmente vivo. Anche perché ‘alla fine’ a risorgere saranno solo i vivi, non i morti.

      L’uomo religioso invece ha l’insana abitudine di dire già in corso d’opera: ‘sono inutile’, e ‘ho bisogno di un dio come stampella delle mie insufficienze, tappabuchi della mia inconsistenza’.

      La fede nell’umano occorrerebbe mettere in campo nel nostro vivere quotidiano. Fede come fiducia nella capacità di bene insita in noi stessi, nella nostra retta coscienza, nella nostra profondissima capacità di amare. Si sposterebbero così montagne di odio e di violenza, d’intolleranza e d’ignoranza.

      Oggi, ancora qualcuno crede in Dio, ma chi crede ancora nella bontà dell’uomo?

      «Abbiamo avuto uomini che hanno saputo morire per il futuro dell’umanità, hanno dato voce alla specie umana e sono morti per questo. Che importa se dicevano che in cielo non c’è nessuno? In cielo ci sono tanti idoli. Ce li abbiamo messi noi. Forse è una via necessaria anche quella di spopolarlo, visto che molta sostanza di umanità è stata proiettata e come alienata nel cielo delle immaginazioni. Quel che conta è la fede nel futuro dell’umanità. Dobbiamo essere intransigenti contro i rassegnati. I veri nemici del futuro non sono i cattivi, i terroristi, ma i rassegnati.

      C’è una serenità illegittima, come quella di certe comunità di fede che si riuniscono e poi si nutrono di Alleluia in un mondo pieno di armi. La fede seria è quella che ci mette di fronte all’Epulone e al Lazzaro e ci chiede di pronunciarci» (Balducci).

      CAMMINO DELLA SETTIMANA

      Durante la messa della Domenica ciascuno memorizzi alcuni passi, personalmente coinvolgenti, e li mediti durante tutta la settimana.

      A livello di esempio ne alleghiamo 2, qui di seguito, ma i più importanti sono quelli che durante la Messa hanno colpito il vostro cuore:

      • «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

      • Oggi, ancora qualcuno crede in Dio, ma chi crede ancora nella bontà dell’uomo?

      Buon cammino!!

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      di Don Paolo Scquizzato,

      Prima lettura: Sir 3,19-21.30-31

      17Figlio, compi le tue opere con mitezza,
      e sarai amato più di un uomo generoso.
      18Quanto più sei grande, tanto più fatti umile,
      e troverai grazia davanti al Signore.

      19Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi,
      ma ai miti Dio rivela i suoi segreti.
      20Perché grande è la potenza del Signore,
      e dagli umili egli è glorificato.

      28Per la misera condizione del superbo non c'è rimedio,
      perché in lui è radicata la pianta del male.
      29Il cuore sapiente medita le parabole,
      un orecchio attento è quanto desidera il saggio.

      Salmo: 67

      Rit.: Hai preparato, ho Dio, una casa per il povero

      Alleluia, Alleluia, Alleluia.

      4 I giusti invece si rallegrano,
      esultano davanti a Dio
      e cantano di gioia.

      5 Cantate a Dio, inneggiate al suo nome, Rit.

      6 Padre degli orfani e difensore delle vedove
      è Dio nella sua santa dimora.

      7 A chi è solo, Dio fa abitare una casa,
      fa uscire con gioia i prigionieri. Rit.

      10 Pioggia abbondante hai riversato, o Dio,
      la tua esausta eredità tu hai consolidato

      11 e in essa ha abitato il tuo popolo,
      in quella che, nella tua bontà,
      hai reso sicura per il povero, o Dio. Rit.

      Seconda lettura: Eb 12,18-19.22-24a

      18Voi infatti non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, 19né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola. 22Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all'adunanza festosa 23e all'assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, 24a Gesù, mediatore dell'alleanza nuova,

      Canto del Vangelo: Mt 11,29ab

      Alleluia, alleluia!

      28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.

      29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore,

      Alleluia!

      Vangelo: Lc 14,7-14

      «Un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. 7Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: 8«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, 9e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: «Cedigli il posto!». Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. 10Invece, quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: «Amico, vieni più avanti!». Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. 11Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato»12Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio. 13Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

      OMELIA

       

      La Lettera agli Ebrei afferma con forza che per entrare in contatto con Dio e quindi con la Vita stessa, non solo non è necessaria più alcuna mediazione gerarchica e plenipotenziaria,  ma che la via da seguire non è più quella che punta dritta verso il cielo, bensì quella che passa per l’uomo. Insomma, siamo al consueto e folle paradosso evangelico: «Dio si incontra incontrando l’uomo e non incontrando Dio».

      Gesù è venuto a liberare le coscienze in forza della consapevolezza che Dio suo Padre, non si trova sulla vetta della montagna, ma nell’incontro con l’uomo: “Nell’assemblea festosa” dei figli che si riconoscono tra loro fratelli (v. 22).

      Si ‘conosce’ Dio ‘conoscendo’ l’uomo. E qui conoscenza ha tutta la portata evangelica che sappiamo, ossia di esperienza, passione e compassione.

      È interessante notare come questa idea fondamentale nel Vangelo, tradita pressoché immediatamente dalla Chiesa nella storia, sia stata ripresa dal Concilio Vaticano II, ma purtroppo più come idea teorica che come opportunità di vera conversione:

      «Il popolo di Dio è un popolo ‘regale’, non ha cioè né capi né re su di sé. È il popolo stesso re di sé stesso.

      È un popolo sacerdotale, per cui non ci sono i preti fra lui e Dio perché lui stesso – il popolo – ha il sacerdozio. Siamo tutti sacerdoti in virtù del battesimo.

      È un popolo profetico capace cioè di conoscere il futuro del regno di Dio, il futuro dell’uomo e non ha esperti che lo possa ammaestrare».

      Dunque la Parola di questa domenica è tutta volta a rispondere alla domanda fondamentale: dove poter incontrare il nostro Dio?

      Non in cielo, e non attraverso alcuna mediazione con i detentori del ‘potere celeste’ che a certe condizioni (morale, cultuale, rituale …) si arrogano il diritto di aprire o sbarrare le sue porte (cfr. Mt 23, 13), ma nell’uomo assetato e affamato. Il Vangelo di oggi è inequivocabile a questo riguardo.

      La società che viene qui auspicata, quella conforme al sogno di Dio, non è quella formata da un gruppo religioso – nella fattispecie quello cristiano – che grida “Viva Dio”, o “io sto con Dio”, ma quella dove a tutti è dato sedersi alla medesima mensa per poter fare festa, senza distinzione tra ricchi e poveri condividendo in maniera equa i frutti della terra che è madre e perciò di tutti. «Questo è l’esser cristiani. Il nome di Dio viene dopo. È meglio che non si pronunci, per ora, perché ci imbroglia, e perché reintroduce un’idea creata dalla classe del potere. Solo se io amo il povero posso pensare a Dio senza sbagliare. Se non penso all’uomo, penso a Dio sbagliando. Questa è la verità che viene dal Vangelo» (Ernesto Balducci).

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