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Giovedì 10 Dicembre 2020 16:57

GIUNIA (con Andronico) In evidenza

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da I. LA COLLABORAZIONE FEMMINILE

NELLA PRASSI APOSTOLICA DI PAOLO

prof. Dario Vota

 

2. DONNE NELLA LETTERA DI PAOLO AI ROMANI

GIUNIA (con Andronico)

7Salutate Andrònico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia: sono insigni tra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me. (Rm 16,7).

In questo versetto Paolo saluta Andronico e Giunia, due nomi che sembrano designare una coppia che potremmo assimilare a quella menzionata nel versetto 3, composta da Prisca e Aquila. Quattro informazioni dà Paolo su di loro:

1) sono "suoi parenti", cioè sono di origine giudaica;

2) sono stati suoi "compagni di prigionia", dunque hanno sofferto con lui;

3) sono "insigni tra gli apostoli", dunque sono considerati apostoli anch'essi;

4) sono stati "in Cristo già prima di me", cioè sono diventati seguaci di Cristo prima di Paolo.

Due problemi relativi soprattutto a Giunia sono stati particolarmente dibattuti nel corso del tempo e hanno attirato l'attenzione degli studiosi, particolarmente negli ultimi anni: la persona di Giunia e l'appellativo di "apostoli".

 

LA PERSONA DI GIUNIA

C'è stato un tempo un intenso dibattito sul genere del nome Giunia. Anche se le edizioni attuali del Nuovo Testamento nelle lingue parlate lo traducono – correttamente – al femminile, ci sono stati momenti (e alcuni non molto lontani nel tempo) in cui il nome greco che appare nei manoscritti era tradotto al maschile, come Giunio. Vediamo perché e su quale base.

Una premessa per entrare meglio nel problema.

Le traduzioni attuali del Nuovo Testamento dipendono dalle edizioni critiche del testo greco che rivedono e selezionano le "lezioni" dei manoscritti greci antichi di cui disponiamo. Ma i manoscritti greci del NT prima del VII secolo d.C. non riportano gli accenti sulle parole. I più antichi manoscritti completi del NT – Codex Vaticanus, Codex Sinaiticus e Codex Alexandrinus – risalgono al IV-V secolo (i primi due sono datati alla prima metà del IV secolo, il terzo alla prima metà del V secolo) e non riportano né accenti né segni di punteggiatura (né tantomeno la divisione in capitoli e versetti, introdotta rispettivamente nel XIII e XVI secolo). Su questi più antichi manoscritti del NT si intervenne a porre gli accenti a partire dal VII-VIII secolo.

Veniamo ora al problema. Il nome Giunia compare solo una volta in tutto il NT, qui in Rm 16,7, dove si presenta in greco come Iουνιαν (Iounian), al caso accusativo (perché è complemento oggetto della voce verbale "salutate"), e nei manoscritti più antichi non ha accento. Potrebbe essere accentato in due modi grammaticalmente corretti:

- Ἰουνίαν (Iounían) = accusativo del nome femminile Ἰουνία (Iounìa) = Giunia;

- Ἰουνιãν (Iouniàn) = accusativo del nome maschile Ἰουνιãς (Iouniàs) = Giunio.

Come si vede, l'attribuzione di un accento invece dell'altro cambia in questo caso il genere del nome. E poiché la critica testuale (cioè la disciplina che cerca di stabilire – con metodo scientifico e non in base a presupposti teologici – il testo originale) deve basarsi sulle testimonianze testuali, occorre vedere quali manoscritti antichi o autori cristiani antichi attestano un accento o l'altro.

- Quando i manoscritti greci più antichi del NT ricevettero gli accenti, il nome risultò femminile.

- Praticamente in tutti i manoscritti in minuscola (quelli dal IX secolo in poi, quando nella scrittura si cominciò a sostituire i caratteri maiuscoli con i minuscoli) il nome è al femminile.

- Nelle versioni antiche della Bibbia (la versione in copto, la versione siriaca, le più antiche versioni in latino, ecc.) il nome è al femminile.

- I Padri della Chiesa (cioè principali scrittori cristiani dei primi secoli, il cui insegnamento e le cui opere furono ritenuti fondamenti per la dottrina della Chiesa) considerano Giunia una donna. Testimonianza importante, se si considera l'atteggiamento generalmente negativo verso le donne da parte di quei Padri. Tra loro la testimonianza più interessante è quella di Giovanni Crisostomo, teologo bizantino e patriarca di Costantinopoli (+ 407), che nel suo commento alla Lettera ai Romani dice di questa persona: "Essere apostolo è una gran cosa. Essere 'insigne' tra gli apostoli: pensate quale meraviglioso elogio! Quale allora dovette essere la saggezza di questa donna per essere giudicata degna del titolo di apostolo!". Crisostomo allude a una qualità di Giunia, la saggezza, non menzionata in Rm 16,7; ma in ogni caso per lui Giunia è sicuramente una donna.

Dunque, per secoli è stata predominante la comprensione al femminile di questo nome.

Accanto alla testimonianza della tradizione testuale dei manoscritti del NT, anche l'onomastica parla a favore di un nome femminile. Giunia è un nome latino piuttosto diffuso: solo da Roma antica, tra iscrizioni e testi letterari, provengono più di 250 attestazioni di donne con questo nome, mentre Giunia come nome maschile non esiste, non è mai attestato; nessuna iscrizione latina o greca, nessun riferimento nella letteratura latina o greca possono appoggiare il genere maschile per il nome Giunia.

A fronte di questi dati, soprattutto del fatto che nessuno (nessuno!) dei manoscritti antichi del NT presenta un'accentazione che indichi il nome come maschile, l'affermazione che Giunia sarebbe un nome maschile si basa su un'idea che è apparsa solo verso il 1300.

Il teologo Egidio Romano (+ 1316) fu il primo a considerare Giunia un uomo, partendo non da un esame filologico e linguistico dei testi antichi ma dal principio secondo cui solo un uomo poteva essere definito 'apostolo'. Egidio fu influente consigliere del papa Bonifacio VIII e con lui sostenitore della teocrazia papale; la sua teoria su Giunia fu probabilmente collegata all'azione che Bonifacio VIII intraprese per limitare l'influenza delle donne nella Chiesa, azione esplicitata con la bolla Periculoso del 1298: essa ordinava che tutte le monache, di qualunque congregazione, dovevano da allora in poi chiudersi nei monasteri e non potevano più circolare nella società neppure per impegni legati alla loro attività religiosa; la motivazione ufficiale era garantire la sicurezza delle monache, ma in realtà Bonifacio VIII intendeva limitare l'influenza delle donne nella Chiesa. Non può essere considerato un caso il fatto che proprio in coincidenza con questo decreto papale i commentatori della Bibbia cominciarono a segnalare Giunia come maschio; probabilmente anche la maschilizzazione di Giunia da parte di Egidio rispondeva a questa volontà di emarginare le donne nella vita della Chiesa.

Questa tendenza si accentuò nel '500: sulla scia del commento alle lettere di Paolo dell'umanista francese Jacques Lefèvre d'Etaples, Martin Lutero nel suo commento a Rm (documento importantissimo perché è alla base del sistema teologico luterano) e poi nella sua traduzione della Bibbia in tedesco, pose Giunia al maschile. Questa scelta ebbe influenza nei secoli seguenti e l'ipotesi Iuniàs (maschile) guadagnò aderenti. Ma era una scelta non basata sullo studio dei manoscritti antichi ma influenzata da un pregiudizio: non riuscire a immaginare che una donna potesse essere stata un apostolo.

Per rendere più plausibile questa interpretazione – che, come si è visto, su base filologico-testuale non è sostenibile – qualche commentatore suggerì che Iunias era un'abbreviazione del nome latino Iunianus. L'ipotesi ebbe diffusione tra vari studiosi moderni, nonostante gli sforzi di alcuni: ad esempio, ai primi del '600 l'olandese Johannes van den Driesche (Johannes Drusius) cercò di ricordare ai suoi colleghi che Iunia era il corrispondente femminile di Iunius, come Prisca di Priscus o Iulia di Iulius; nel 1742 il teologo luterano tedesco Wilhel Christian Bose dimostrò che Iunias è la forma abbreviata di niente.

Infatti, anche se è vero che certi nomi greci potevano avere una forma abbreviata in –as (ad esempio, Artemas per Artemidoros: si tratta dei nomi "ipocoristici" = diminutivi e vezzeggiativi), gli ipocoristici latini erano invece ottenuti di solito allungando e non abbreviando il nome (ad esempio, Priscilla per Prisca). L'ipotesi Iunias presuppone che i nomi latini fossero abbreviati alla maniera di quelli greci, cosa che non avveniva. In ogni caso, non ci sono testimonianze antiche per Iunias come presunta abbreviazione di Junianus. Invece il femminile Iunia è comune sia nelle iscrizioni greche che in quelle latine. Insomma, tutti i dati filologici portano al femminile Iunia.

In ambito cattolico, sulla base dell'autorità dei Padri della Chiesa, gli esegeti furono restii ad accettare la tesi di Giunia uomo, e nelle edizioni critiche del NT come nei commenti Giunia rimase quasi sempre una donna. Poi, sulla scia di alcuni teologi inglesi, a partire da fine '800 e fino a circa il 1970 il nome Giunia fu indicato come maschile anche in prestigiose edizioni critiche del NT. Perché? Non sulla base del riferimento ai più antichi manoscritti del NT, ma sostanzialmente sulla base del vecchio ragionamento: una donna "non può" essere stata apostolo, quindi la persona che in Rm 16,7 è chiamata apostolo "non può" essere una donna.

Così, per gran parte del Novecento, nel caso di Iounian, le edizioni critiche hanno indicato la lettura maschile. Solo negli ultimi decenni le edizioni più utilizzate dagli esegeti, come la Nestle-Aland, hanno iniziato a scrivere il nome con l'accento acuto, propendendo così per una lettura al femminile.

 

COSA DICE PAOLO DI GIUNIA

Una volta stabilito che il nome Iounian si riferisce a una donna, probabilmente la moglie di Andronico, è importante considerare ciò che il testo dice di lei e del marito: "parenti" di Paolo, compagni di prigionia, apostoli insigni, in Cristo già prima di lui.

1) Parenti di Paolo. Il termine greco usato qui, συγγενεῖς (synghenèis), e che Paolo utilizza anche in altri punti della lettera (9,3), letteralmente significa "della stessa stirpe", "consanguineo", "parente"; qui sta a indicare che Giunia è una donna che appartiene alla stessa stirpe di Paolo, cioè al popolo giudeo, e quindi ha la stessa origine etnica di Paolo.

2) Compagni di prigionia. Anche Prisca e Aquila, che Paolo cita al v. 3, sembrano aver condiviso con Paolo un periodo della sua prigionia. Si può pertanto dire che Giunia ha subito la prigionia a causa del Vangelo. E stare in prigione a quei tempi era un'esperienza dura.

3) Apostoli insigni. Questo appellativo è l'altro punto che ha suscitato discussioni e problemi d'interpretazione.

La questione nasce dalla traduzione dell'espressione ἐπίσημοι ἐν τοῖς ἀποστόλοις (epìsemoi en tois apostòlois). La traduzione letterale è: "insigni negli (in mezzo agli) apostoli". Ma in che senso? Sono insigni tra gli apostoli perché sono anch'essi apostoli? Oppure sono considerati insigni nella cerchia degli apostoli (cioè godono di alta considerazione da parte degli apostoli) senza però essere apostoli?

Alcuni intendono l'espressione come escludente (Andronico e Giunia sarebbero cioè conosciuti e stimati tra gli apostoli ma non apostoli) o affermano che non si può essere sicuri su come intenderla. Ma la maggior parte degli interpreti e delle traduzioni ritiene che vada inteso come includente: Andronico e Giunia fanno parte del gruppo degli apostoli.

Infatti in greco la preposizione ἐν (en) è sempre usata per esprimere "in", "entro"; quindi non ci dovrebbero essere dubbi nell'intendere la frase in questione come inclusiva: Andronico e Giunia sono insigni tra gli apostoli in quanto apostoli anch'essi. E il già citato elogio di Giovanni Crisostomo attribuisce a Giunia il titolo di apostolo.

Al massimo il problema è stabilire cosa intendesse Paolo col termine "apostolo". A tale proposito va notato che il titolo di "apostolo" negli scritti del NT è usato in 4 modi:

a) in riferimento al gruppo del Dodici (così in Mt 10,2: "i nomi dei dodici apostoli sono ..."),

b) a indicare una persona che è stata mandata da Gesù risorto apparso ai discepoli (così in 1Cor 15,5-7: "... e apparve a Cefa e a quindi ai Dodici. In seguito a apparve a più di 500 fratelli ... Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli". Per Paolo, cioè, apostolo è colui che ha fatto l'esperienza del Risorto ed è stato inviato da lui; a suo parere, gli apostoli formano un gruppo diverso e più numeroso di quello dei Dodici ),

c) per indicare un messaggero o un inviato di una particolare chiesa (così in 1Cor 8,23: "Ho creduto necessario mandarvi Epafrodito, fratello mio, mio compagno di lavoro e di lotta e vostro apostolo per aiutarmi nelle mie necessità"),

d) in riferimento a dei missionari (così in At 14,14: "Gli apostoli Barnaba e Paolo").

Anche se non c'è pieno accordo tra i commentatori, i più propendono per i significati b) e d): Andronico e Giunia sono intesi quindi come apostoli sia nel senso di inviati da Gesù risorto che nel senso di missionari itineranti.

4) In Cristo già prima di me. Giunia era diventata credente e seguace di Gesù il Cristo prima di Paolo, il che vuol dire che era una seguace dei primi tempi. Potrebbe benissimo essere stata parte di quel gruppo di apostoli di cui parla 1Cor 15,7 (soprattutto visto che Paolo considera se stesso l'ultimo a cui era apparso Gesù risorto).

La precocità dell'adesione di Giunia alla fede in Gesù e il suo essere ebrea ha spinto alcuni studiosi a ipotizzare che Giunia sia la Giovanna discepola di Gesù citata in Lc 8,3 ("Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode") e Lc 24,10 (Giovanna è nominata insieme con Maria Maddalena e Maria madre di Giacomo come le prime donne che annunciano Gesù risorto): in tal caso Giunia avrebbe conosciuto personalmente Gesù, il marito potrebbe essere morto o aver divorziato da lei (in una cultura basata sull'onore, il marito di una donna che aveva usato dei suoi beni per sostenere un rabbi itinerante, che si era oltretutto espresso duramente verso Erode Antipa di cui Cuza era amministratore, quasi certamente sceglieva di divorziare), Giovanna avrebbe cambiato il suo nome aramaico in quello latino di Giunia, si sarebbe unita a un nuovo marito, divenendo poi missionaria della comunità cristiana di Roma. E' un'ipotesi affascinante, ma non sostenuta da prove sicure.

Una possibilità diversa è stata invece sostenuta da una studiosa che vede in Giunia una donna che era stata schiava come il marito Andronico: il nome di costui è un tipico nome maschile greco dato spesso a schiavi o liberti; Giunia è il nome di un'importante famiglia romana, la gens Iunia, nome che poteva essere esteso ai suoi schiavi e liberti.

Giunia, insomma, per il suo nome potrebbe essere stata una giudeo-ellenista residente a Gerusalemme, convertita alla fede in Gesù il Cristo e alla sua sequela, nei primi tempi dopo la sua scomparsa terrena, avendo fatto l'esperienza del Risorto. Gli ellenisti di Gerusalemme avevano lasciato la città a causa delle tensioni con le autorità religiose del Tempio, e con la loro partenza verso il nord e altri luoghi avevano portato il messaggio in Samaria, ad Antiochia, in Asia Minore. Come loro Giunia deve aver portato con sé il messaggio del Vangelo, diventando forse una delle prime missionarie di Roma, insieme al marito Andronico. Probabilmente il suo impegno missionario aveva comportato per lei un periodo di prigionia e proprio in prigione poté conoscere Paolo. Tutto ciò le aveva conferito un posto eminente tra gli apostoli dei primordi. Il suo essere donna non le impedì di essere apostolo, di diffondere il Vangelo e di subire il carcere a causa sua. E questo pensavano gli autori dei primi secoli.

 

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"DONNE IN PRIMA FILA NELLE PRIME COMUNITA' DI CRISTIANI"



Ultima modifica Giovedì 10 Dicembre 2020 18:01
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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