Martedì, 19 Ottobre 2021
Sabato 26 Dicembre 2020 10:04

Uomo e donna nella preghiera e nella profezia In evidenza

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 da "II° -  Il pensiero di Paolo sulle donne"

prof. Dario Vota

[Come avvio all'analisi del brano, si propone la traduzione dal testo CEI 2008, che è quella ufficiale dell'uso liturgico in Italia; ma si deve tener conto che questa traduzione non aiuta a capire bene alcuni passi di difficile comprensione]

2Vi lodo perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse. 3Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l'uomo, e capo di Cristo è Dio.

4Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. 5Ma ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto, manca di riguardo al proprio capo, perché è come se fosse rasata. 6Se dunque una donna non vuole coprirsi, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra.

7L'uomo non deve coprirsi il capo, perché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell'uomo. 8E infatti non è l'uomo che deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; 9né l'uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo. 10Per questo la donna deve avere sul capo un segno di autorità a motivo degli angeli. 11Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l'uomo, né l'uomo è senza la donna. 12Come infatti la donna deriva dall'uomo, così l'uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio.

13Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna preghi Dio col capo scoperto? 14Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l'uomo lasciarsi crescere i capelli, 15mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La lunga capigliatura le è stata data a modo di velo.

16Se poi qualcuno ha il gusto della contestazione, noi non abbiamo questa consuetudine e neanche le Chiese di Dio.

Certamente il testo non è di facile comprensione, sia perché il significato di alcune frasi è difficile da cogliere sia perché il modo di procedere di Paolo qui sembra mosso più da un incalzare emotivo che da un ragionamento pacato e ordinato. Ma il senso si comprende se si colgono i punti base del discorso e se si traducono correttamente alcune espressioni apparentemente poco chiare o un tempo male interpretate.

Occorre naturalmente tener conto che dietro tutto il discorso di Paolo agisce – e lo limita ai nostri occhi attuali – il condizionamento della cultura del suo tempo e della visione antropologica di allora, come mostra già la frase del v. 3 che fa un po' da premessa al discorso: l'esistenza di un ordine gerarchico nel rapporto tra Dio e l'uomo e tra l'uomo e la donna.

Ma se si guarda a come Paolo tratta la questione essenziale del brano (l'atteggiamento degli uomini e delle donne negli incontri di preghiera della comunità cristiana), si possono cogliere degli spunti molto interessanti e tutt'altro che anti-femminili.

- Anzitutto è evidente dai vv. 4-5 che si parla di uomini e donne che pregano e prendono la parola in un'assemblea di credenti. Ogni uomo che prega o profetizza ... ogni donna che prega o profetizza: uomo e donna – qui non c'è spazio per equivoci – sono messi nello stesso e identico ruolo di guide della preghiera comunitaria e di "profeti" (cioè di persone che, sentendosi ispirate dallo Spirito, prendono la parola in assemblea per istruire o esortare, comunque aiutare spiritualmente). Entrambi possono "pregare" e "profetizzare".

- La differenza sta nel modo esteriore con cui si presentano in assemblea, in particolare come è acconciata la testa dell'uno e dell'altra: l'uomo non si comporta bene ("manca di riguardo") se è "a capo coperto", la donna altrettanto se è "a capo scoperto".

Tradizionalmente queste formule sono state interpretate come se parlassero di un copricapo proibito agli uomini (per questo in chiesa si imponeva agli uomini di togliere il cappello) e di un velo richiesto alle donne (per questo, fino a pochi decenni fa, in chiesa le donne dovevano mettersi un velo o un fazzoletto). In realtà non è questo che vuol dire Paolo.

Dobbiamo esaminare bene le parole che usa: riguardo alla donna l'espressione "a capo scoperto" traduce letteralmente il testo greco, ma l'espressione "a capo coperto" riferita all'uomo non rende affatto l'idea di Paolo. Il testo greco dice: κατὰ κεφαλῆς ἔχων (katà kefalès èchon) = letteralmente "giù dal capo avente": Paolo cioè si riferisce non a un copricapo ma a qualcosa che scende "giù dalla testa" dell'uomo.

- Per capire cosa intende dire Paolo, bisogna andare ai vv. 14-15, nei quali ritornano i due temi dei vv. 4-5: quello della testa coperta e quello del decoro. Qui la parola chiave, che torna tre volte, è κόμη (kòme) = "chioma", cioè i capelli. E il passo che è tradotto "è indecoroso per l'uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere", nell'originale suona molto più secco: "se l'uomo (è) con la chioma, è disonore per lui; se la donna (è) con la chioma, è gloria per lei". Insomma: non è onorevole per un uomo avere la "chioma", cioè tenere i capelli troppo lunghi, per la donna invece i capelli lunghi sono motivo di onore.

Vedremo poi a quale consuetudine si riferisce qui Paolo. Ciò che qui importa è che questi vv. 14-15, con il discorso sui capelli lunghi, aiutano a spiegare l'astrusa espressione del v. 4 ("giù dal capo avente"), che non può essere tradotta con "avendo il capo coperto" nel senso di avere un copricapo sulla testa, ma va tradotta con "avendo giù dalla testa [una chioma]", cioè "un uomo che ha i capelli lunghi come una donna". Il che va d'accordo con il v. 5, dove "a capo scoperto" indica una donna con i capelli tagliati corti; ci aiuta a capire questo il v. 15, dove si dice che alla donna "la lunga capigliatura è stata data a modo di copricapo" (e non "di velo", come erroneamente tradotto anche nel testo CEI): è la chioma che le fa da copricapo, se ha i capelli corti è come avesse il capo scoperto.

Dunque, per Paolo ciò che non deve scendere dalla testa dell'uomo e ciò che deve coprire la testa della donna sono i loro capelli: è evidente che il copricapo maschile e il velo femminile non c'entrano, sono stati chiamati in causa senza motivo (anche perché, oltretutto, nel testo greco mai ricorre la parola "velo").

- Dovrebbe essere chiaro che Paolo sta deplorando i capelli maschili troppo lunghi e quelli femminili troppo corti, che sono secondo lui motivo di disonore e vergogna. Perché?

Paolo, da buon ebreo, porta con sé la tipica mentalità ebrea: gli antichi ebrei non portavano i capelli lunghi se non in segno di lutto e di dolore (tra l'altro ciò può far riflettere su tanti dipinti cristiani che raffigurano Gesù con i capelli lunghi), mentre le donne portavano i capelli lunghi che erano espressione di bellezza femminile e di dignità (i rabbini ritenevano che una donna che si tagliasse corti i capelli disonorasse Dio).

- Paolo cerca degli argomenti per sostenere la sua indicazione. Se dapprima (vv. 4-6) sembra affrontare il discorso in modo istintivo (col ricorso al tema del disonore o con gli imperativi di indignazione del v. 6: "si tagli anche i capelli! ... si copra!"), poi prova a razionalizzare.

- Provando a costruire un ragionamento, ai vv. 7-10 Paolo dice che l'uomo non ha bisogno di coprirsi il capo perché "è immagine e gloria di Dio, la donna invece è gloria dell'uomo"; e questo perché "non è l'uomo che deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo".

Paolo, come tutti in passato, considerava il racconto della creazione dell'uomo e della donna di Gn 2 come un dato storico indubitabile, e quindi lo prende come motivo per dire che nelle riunioni di preghiera l'uomo e la donna devono manifestare nella loro testa (che prima di ogni altra parte del corpo deve esprimere l'identità della persona) la loro origine rispettivamente da Dio e dalla costola dell'uomo. E per questo, aggiunge Paolo, la donna "deve avere sul capo un segno di autorità a motivo degli angeli".

- Per capire questa frase, non certo di immediata comprensione, occorre anzitutto fare attenzione alla parola ἐξουσία (exusìa) del v. 10, che in greco significa "autorità" e con questo significato compare più volte nel NT (es. in Mt 7,29: "Gesù insegnava loro come uno che ha autorità"; in Mt 9,6: "il Figlio dell'uomo ha l'autorità di perdonare i peccati"; in Mt 21,23: "i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo gli dissero: Con quale autorità fai queste cose?"; ecc.). Era perciò sbagliata un vecchia traduzione (anche nel testo ufficiale CEI del 1971) che lo rendeva come "segno di dipendenza" o di "sottomissione" (retaggio della vecchia idea secondo cui nelle celebrazioni religiose la donna doveva essere velata per riconoscere la sua sottomissione all'autorità maschile).

E qual è questo segno di autorità che la donna deve avere sul capo? Non certo un velo o altro copricapo, come si è visto, ma i suoi capelli lunghi (la chioma è gloria per lei: v. 15; "la lunga capigliatura è stata data a modo di copricapo"), che sono per lei segno di dignità. Una dignità da dimostrare a maggior ragione quando una prendeva la parola nelle riunioni di preghiera (l'ambito di questo brano di 1Cor 11).

E perché "a motivo degli angeli"? Non certo per quella strampalata spiegazione di alcuni antichi Padri della Chiesa secondo cui, in base a certi testi apocrifi, le donne dovevano velarsi per non risvegliare le brame sessuali degli angeli decaduti; ma più probabilmente per rispetto a un ordine naturale di cui si credeva che gli angeli fossero posti a custodia. Insomma, la donna doveva mostrare anche esteriormente la sua dignità/autorità nell'ordine naturale delle cose.

- Ma Paolo, cercando un riferimento biblico (in questo caso a Gen 2) per appoggiare il suo ragionamento, si accorge dell'inadeguatezza di questo riferimento come prova. Infatti propone subito un contro-argomento (non a caso introdotto da un "tuttavia"): nel Signore, né la donna è senza l'uomo, né l'uomo è senza la donna. Come infatti la donna deriva dall'uomo, così l'uomo ha vita dalla donna (vv. 11-12). Cioè: se l'uomo è in vantaggio sulla donna per quello che è detto in Gn 2 (la donna tratta dall'uomo nella creazione), la donna è in vantaggio nella procreazione (per legge universale della natura tutti sono partoriti da una donna, anche i maschi). Dunque, la Scrittura che parla a favore del maschio è equilibrata dalla natura che è a favore della donna. Come dire: in qualcosa l'uomo è superiore alla donna, in qualcos'altro la donna è superiore all'uomo.

- Paolo poi porta altri argomenti (vv. 13-15): si appella al buon senso dei suoi lettori ("Giudicate voi stessi...", "è conveniente che...") e a ciò che può essere considerato naturale ("Non è forse la natura stessa a insegnarci che..."), dando per scontato che sia condivisibile anche dai suoi lettori di Corinto ciò che lo è per lui.

- Infine (v. 16) cerca un consenso anche al di fuori di Corinto, richiamandosi alla consuetudine delle "chiese di Dio", cioè delle altre comunità cristiane, probabilmente a cominciare da quelle iniziali della Palestina.

- In sostanza, Paolo – certo, servendosi di argomentazioni che a noi oggi possono apparire strane e ben poco convincenti – intende dire che uomo e donna hanno dignità uguale, però sono fisiologicamente e psicologicamente diversi; e, nel concreto del problema affrontato dal testo di 1Cor 11, che devono mostrare la loro differenziazione creaturale-sessuale nella capigliatura, cioè in ciò che per prima cosa si vede di una persona.

Probabilmente il problema nasceva dal trovarsi di fronte le abitudini dei greci, con gli uomini portati a tenere i capelli lunghi, e forse dal fatto che alcune donne corinzie – magari a partire dalle parole di Paolo sull'uguaglianza ("... in Cristo non c'è più uomo o donna", Gal 3,28) – cercavano di emanciparsi dall'inferiorità in cui vivevano e si davano un aspetto mascolino, a cominciare dall'acconciatura. Forse Paolo intervenne anche temendo che la mascolinizzazione dell'acconciatura femminile e la femminilizzazione dell'acconciatura maschile facessero sorgere sospetti di omosessualità.

In ogni caso, la discussione di Paolo circa la lunghezza delle due rispettive capigliature non riguardava i centimetri, ma la distinguibilità dei capelli maschili da quelli femminili: anche dove i maschi portano capelli lunghi, i loro capelli devono restare comunque rivelatori del sesso dell'uno e dell'altra.

E' evidente che Paolo intende ribadire il significato profondo della diversità dei sessi. Non solo non ci devono essere confusioni (ecco perché chiede alla donna l'ἐξουσία, l'"autorità" sulla testa, espressione della sua dignità femminile che non deve mascolinizzarsi), ma la sessualità deve essere consapevolezza che uomo e donna dipendono l'uno dall'altra (v. 11: "né la donna è senza l'uomo, né l'uomo è senza la donna").

Se quella qui proposta è l'interpretazione corretta di 1Cor 11, 2-16, è evidente che si tratta di un testo tutt'altro che antifemminista. Ed è di attualità in un tempo in cui sulla differenziazione sessuale si vanno affermando teorie (v. l'ideologia "gender") che la negano come dato naturale e tendono ad indebolire l'identità sessuale (e l'identità tout court) delle persone.

 

da "II° -  Il pensiero di Paolo sulle donne"

 

 

 

 

 

 

 

Ultima modifica Sabato 26 Dicembre 2020 11:11
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini