Lunedì, 11 Dicembre 2017
Martedì 09 Giugno 2015 17:25

Anno B: Mc 7, 24 – 8, 10

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Gesù aveva invitato i suoi discepoli a superare le prescrizioni religioso-alimentari

per le quali a un giudeo era proibito non solo sedere a mensa con un pagano, ma anche entrare nella sua casa: Gesù si reca a Tiro e a Sidone, regione pagana per eccellenza ed infrange ancora queste prescrizioni, entrando in una casa. Ed arriva una donna.

L'episodio non cessa di sconcertare chi si accosta al vangelo perché Gesù sembra di essere di una durezza tremenda, risponde in una maniera dura a questa donna, angosciata per la figlia, le dice: "non è bene dare il pane dei figli ai cagnolini..."

In realtà Gesù risponde secondo la mentalità della donna, pagana, per aiutarla a superare la sottomissione. Marco dice che la donna era greca, ed i greci in quella zona erano la classe al potere; però erano considerati inferiori dai giudei in quanto pagani. I cani (... cagnolini ...) erano i pagani secondo i giudei.

La risposta di Gesù vuol far comprendere alla donna l'ingiustizia di quanti ritengono di essere superiori agli altri. La natura di questo spirito impuro è la disuguaglianza.

La risposta di Gesù raggiunge l'effetto sperato. La donna denunciando l'ingiustizia nel rapporto giudei-pagani ("anche i cagnolini...") riconosce quella esistente all'interno della sua società, dove lei, greca, appartenente alla classe dominante gode di privilegi dai quali il popolo (figlia) viene escluso. Per questo il demonio non viene cacciato da Gesù, ma dalla donna greca stessa ("per questa tua parola...") una volta che la stessa riconosce l'ingiustizia esistente all'interno della società pagana.

Ricordiamo che i Vangeli sono teologia, non tanto storia o geografia: infatti nell'episodio del sordomuto le indicazioni geografiche (guardare la cartina) sono un po' strampalate. Ciò perché Marco vuole indicare la sua azione presso i pagani.

Gli portano uno, sordo e balbuziente: lo stesso termine usato nell'AT per indicare la liberazione da Babilonia (Is 36,6): una guarigione, liberazione, più dello spirito che fisica. Gesù lo prende in disparte (indica incomprensione dei discepoli), gli "stura le orecchie", e con la saliva tocca la lingua: la saliva era considerata alito condensato, immagine dello spirito. Guarda al cielo (comunione con Dio), ed emette un sospiro, per la resistenza che i discepoli gli oppongono. Si capisce che si rivolge ad essi, e non ai pagani, perché Marco usa la parola "effatà", aramaica, usata dai giudei .

Questo "apriti" non riguarda solo le orecchie, ma tutto l'individuo: gli apre infatti "l'udito", mentre prima aveva "sturato" le orecchie. Non era un problema fisico, ma di incomprensione (anche noi diciamo: non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire).

L'incapacità di capire il messaggio era perché non ascoltava, e rappresenta i discepoli che non ascoltano il messaggio di Gesù. "Ma Gesù comandò loro di non dirlo a nessuno". Gesù sa che il lavoro di liberazione dei discepoli ancora non è completo, ma sarà lungo e faticoso, e continuerà per tutto il Vangelo.

"pieni di stupore dicevano «Ha fatto bene ogni cosa...»". L'evangelista adopera gli stessi termini che nel Libro del Genesi indicano l'azione del Creatore: in Gesù si prolunga l'azione creatrice nel dare pienezza di vita agli uomini.

Gesù è ancora in terra pagana, molta folla lo segue. Si accorge che non hanno da mangiare, e convoca i discepoli. E' lui che si accorge dei bisogni della gente, non i discepoli: questi sono ancora lontani dall'idea di mettersi al servizio degli altri.

Nell'Esodo, vediamo che è il popolo che chiede "mandaci un pane", ma qui, con Gesù, cambia il rapporto tra l'uomo e Dio: ci pensa Lui prima che noi chiediamo.

Allora Gesù dice loro "ho compassione": abbiamo già visto che questo verbo nella Bibbia viene adoperato esclusivamente per Dio. E Gesù ha compassione per la folla pagana, che per gli ebrei è esclusa dall'amore di Dio.

"...che già da tre giorni": nei Vangeli vediamo dei particolari che a noi sembrano più o meno insignificanti, mentre in realtà sono sempre particolari teologici. L'evangelista cita il profeta Osea (6,2: "dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo giorno ci farà rialzare"), questa citazione ricorda il desiderio di Dio di comunicare vita.

Questo episodio è successivo alla prima condivisione dei pani e dei pesci in terra di Israele. I discepoli dovrebbero sapere la risposta: condividere quello che hanno con chi non ha, ma negano che l'esperienza avuta con Israele possa ripetersi con i pagani.

Gesù ripete l'insegnamento già dato, e domanda loro: "quanti pani avete?". Rispondono: "sette": il numero sette indica la totalità, il tutto. L'azione di Gesù è importante perché in questa condivisione dei pani l'evangelista anticipa il significato profondo dell'Eucaristia, dono totale agli altri.

E "ordinò alla folla di sdraiarsi sulla terra". Come nella distribuzione già vista (Mc 6,30), mangiare sdraiati è il segno della libertà e della dignità del signore.

"E, presi i sette pani, ringraziò, li spezzò, li diede ai suoi discepoli". Sono le stesse identiche parole che poi l'evangelista adopererà per l'ultima cena.

Nella prima condivisione dei pani, l'evangelista ha adoperato il verbo "benedire" perché nel mondo ebraico si ricorreva alla benedizione. Qui invece, in terra pagana, il verbo "benedire" non era compreso nel suo profondo significato, allora l'evangelista adopera il verbo "ringraziare", parola greca da cui deriva poi la parola Eucaristia, cioè il ringraziamento.

"perché li servissero" Il verbo "servire" viene riportato per ben tre volte: il numero tre significa quello che è completo, quello che è totale: servire totalmente.

L'evangelista aggiunge "avevano pochi pesciolini ... distribuite anche questi". I pesciolini sono nominati per sottolineare l'identità con la prima condivisione dei pani. Nella prima condivisione erano avanzate dodici "ceste", come il numero delle tribù d'Israele; qui avanzano sette "sporte", che è il termine usato in terra pagana. Il sette rimanda ai settanta popoli pagani conosciuti a quell'epoca.

E c'è ancora un numero: "Erano circa 4000 ". Il numero quattro da sempre, nella simbologia, indica i quattro punti cardinali che raffigurano l'universo, cioè l'umanità intera. Questo quattro, moltiplicato per mille, significa l'infinità. Cioè questa condivisione dei pani, il desiderio di comunicare vita da parte di Dio all'umanità, è esteso a tutto l'universo, concetto già richiamato anche dai settanta popoli pagani.

Dopo questo episodio, Gesù e i discepoli riprendono la barca e cercano di andare in terra di Israele.

Filippo Giovanelli
Parrocchia di San Giacomo – Sala

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"Il Vangelo di Marco: ANNO B"

in "La Messa, occasione di ... catechesi della Parola"

 

 

 

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini