Martedì, 17 Ottobre 2017
Lunedì 31 Agosto 2015 14:29

Anno B - Mc 8, 34 – 9, 13

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La Messa occasione di ...

catechesi

La seconda parte del Vangelo di Marco si può dividere in tre sezioni, ognuna iniziata dall'annuncio della morte di Gesù, ripetuto da Lui tre volte con sempre più preci­sione. Il primo annuncio l'abbiamo visto in 8,31 , dove Gesù indica di quale Messia si tratta: figlio dell'uomo e servo sofferente. La croce è momento necessario, strada obbligata per la salvezza, ma è seguita dalla resurrezione.

Gesù presenta una condizione per seguirlo: "... si carichi la sua croce e mi segua": chiaro riferimento, non sempre compreso nella sua realtà, di cambio di mentalità.

La croce che indica Gesù non sono le sofferenze della vita che tutti abbiamo, volenti o no: non è necessario essere cristiano per averne. Quando un uomo doveva essere crocifisso, veniva caricato del braccio orizzontale della croce, e legato a questo legno doveva percorrere la via fino al luogo dell'esecuzione, in mezzo allo scherno di tutti.

Gesù vuole dire che seguirlo e mettere in pratica il suo messaggio comporta andare contro le logiche del "mondo", accettare consapevolmente di essere lo scherno di tutti: questa è la croce che ognuno deve "prendere" su di sé.

Poi Gesù parla di perdere la vita, di mettere in salvo la vita: perdere e mettere in salvo ci fa comprendere qualcosa che tutti possiamo toccare con mano. Salvezza significa di solito sicurezza fisica, realizzarsi come persona dal punto di vista del successo, del prestigio. Ma non è questo che permette all'uomo di guadagnare la vita: la salvezza che propone Gesù, che viene da questa capacità di "perdere" la propria vita a causa sua e del vangelo, significa raggiungere la propria pienezza e la pienezza altrui.

La si può già sperimentare in questa vita, mediante questa capacità di mettersi al servizio degli altri; si può essere una persona veramente libera, perché la morte di per sé non fa paura: non sarà altro che un passaggio verso una dimensione ancora più grande della pienezza già vissuta.

Così si capisce il versetto seguente "che vantaggio c'è ...": la logica del discepolo di Gesù non è quindi l'egoismo, ma la solidarietà e l'amore, che danno la vita vera. Da come si vive l'oggi dipende il nostro domani, quello vero e definitivo.

Ma quello che Gesù sta dicendo non viene accolto completamente dai discepoli. Gesù comprende la difficoltà dei discepoli ad accettare l'idea di un Messia che va a morire. E allora Gesù vuol far comprendere ai discepoli qual è l'effetto della morte, che non distrugge la persona, ma la potenzia se la vita è stata "spesa" bene.

"Sei giorni dopo": l'indicazione del numero è importante, anche se per noi può sem­brare indifferente. L'evangelista adopera il numero sei, il sesto giorno, perché ricorda la salita di Mosè sul monte Sinai, richiama la manifestazione di Dio sul Sinai. Si veda il libro dell'Esodo: "la gloria di Jahvè venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni". Il sesto giorno quindi ricorda la manifestazione della gloria di Dio, e, nel libro della Genesi, è anche il giorno della creazione dell'uomo.

L'evangelista allora vuole affermare che nella creazione dell'uomo si manifesta la gloria di Dio e Dio si manifesta in una vita che è capace di superare la morte.

"Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni", sono i tre discepoli ai quali Gesù ha messo il soprannome negativo: Simone chiamato "il testa dura Pietro"; Giacomo e Giovanni dal temperamento focoso, chiamati "i figli del tuono". Sono quelli più resi­stenti all'insegnamento di Gesù, ma sono anche i più influenti nel gruppo.

(Per inciso, leggendo con attenzione i Vangeli si può abbastanza facilmente osservare che gli evangelisti usano il nome "Pietro" quando l'apostolo è, o agisce, in disaccordo con Gesù, "Simone" quando è in accordo, "Simon Pietro" quando la sua azione è indifferente.)

"e li condusse su di un alto monte": è un'indicazione teologica. Il monte, nell'anti­chità, è considerato il luogo della manifestazione divina o della dimora divina. Qui, il monte è "alto", è una profonda manifestazione della divinità. E ritroviamo anche "in disparte", significa incomprensione, o qualcosa di negativo da parte dei discepoli.

E Gesù fu "trasformato" davanti ad essi, con una veste d'un candore non opera d'uomo ("lavandaio sulla terra"): opera divina di trasformazione dopo la morte.

I due personaggi che poi appaiono raffigurano la tradizione d'Israele: Mosè il grande legislatore, Elia il riformatore religioso. La presenza di Mosè e di Elia si deve anche al fatto che, secondo la tradizione, non erano morti ma era stati rapiti in cielo.

Inoltre Mosè ed Elia sono i due grandi personaggi dell'A.T., che hanno parlato con Dio sul monte Sinai. Marco ci dice quindi che tutti gli attributi di Dio vengono trasmessi a Gesù: Mosè ed Elia prima parlavano con Dio, adesso parlano con Gesù, nel quale si manifesta la pienezza di Dio.

Ed ecco: "e reagì, il Pietro" (Marco mette l'articolo per dire il testardo) "dicendo a Gesù: «Rabbi" : rabbì significa colui che si attiene alla tradizione degli antichi, e sono due le persone in Marco che chiamano Gesù "rabbi": i due traditori, Pietro e Giuda. Sono coloro che vogliono la tradizione e non accettano la novità di Gesù.

"facciamo tre capanne": nella tradizione ebraica il Messia deve venire durante la festa religiosa delle capanne, che ricorda la liberazione dall'Egitto. Pietro quindi vuol dire a Gesù di manifestarsi subito come il Messia, ed insiste "una per te, una per Mosè, una per Elia»". Quando ci sono tre personaggi, il più importante sta sempre al centro: quindi al centro, per Pietro, non c'è Gesù, ma c'è Mosè: il Messia che Pietro vuole è quello. Lo ha chiamato rabbi (tradizione) e vuole che si manifesti durante la festa delle capanne, come un Messia che segue la legge di Mosé.

"ed erano terrorizzati": quando vedono che in Gesù si manifesta la divinità, abituati alla mentalità dell'A.T. , cioè un Dio che punisce i traditori, si aspettano un castigo.

"Ci fu una nube": è sempre segno della presenza di Dio "che li avvolse e venne una voce dalla nube: «Questi è figlio mio" figlio significa colui che assomiglia al padre, quindi né Mosè né Elia "quello amato: ascoltate Lui!»". I tre discepoli volevano ascoltare Mosè ed Elia, ma colui che è da ascoltare è soltanto Gesù.

I discepoli comunque non hanno ancora capito, e gli chiedono sul ritorno di Elia (Malachia 3,22-23): infatti si pensava che prima del Messia sarebbe arrivato Elia che avrebbe fatto piazza pulita dei peccatori. I discepoli dicono "se tu già sei nello stato glorioso, che bisogno c'è di far venire prima Elia?". Ma Gesù ricorda che prima dello stato glorioso c'è la persecuzione, e ricorda anche che l'"Elia" che essi aspettavano era già venuto, ed era Giovanni Battista, che non si era presentato però minacciando castighi, ma predicando la conversione del cuore.

 

Filippo Giovanelli

Parrocchia di San Giacomo – Sala

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in "La Messa, occasione di ... catechesi della Parola"

 

 

 

 

 

 

Ultima modifica Lunedì 31 Agosto 2015 20:55
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini