Martedì, 22 Agosto 2017
Giovedì 12 Novembre 2015 16:17

Mc 15, 1 - 47

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La Messa occasione di

catechesi della Parola

 

In questa scheda affrontiamo i momenti della passione e morte di Gesù: non commenteremo tutti i versetti, per quanto importanti, ma sottolineeremo gli aspetti principali di quello che scrive Marco.

In particolare, troveremo la stretta connessione tra il racconto del battesimo di Gesù e la sua passione e morte. L'evangelista usa degli accorgimenti per farci capire che tutta la vita di Gesù, dal battesimo alla morte, è una via verso la croce; l'abbiamo già visto nei brani che annunciavano la sua morte, ora siamo all'epilogo della sua vita.

Tra Pilato e Gesù la vera persona libera è Gesù: Pilato ha paura dei Giudei, il gover­natore romano tiene troppo alla sua carriera per permettere che la verità abbia la meglio. Anche se Gesù si dichiara 're', questo non sarebbe stato certo un problema per lui, anche se non capisce ovviamente in che senso Gesù si dichiara re: stanno parlando di cose diverse, la regalità non è la stessa per Pilato e per Gesù.

Pilato cede alla folla ed ai suoi capi che la hanno aizzata, la sua timida difesa dura lo spazio di due frasi.

Dopo averlo flagellato, che era una pratica normale per coloro che stavano per essere crocefissi, lo insultano e si fanno beffe di lui prima di iniziare il percorso al luogo della crocifissione. I soldati lo conducono fuori, il luogo della pena è "fuori" da Gerusalemme, e questo 'fuori' ci ricorda la parabola dei vignaioli che "uccidono il figlio e lo gettano fuori della vigna". A Gesù viene offerto vino mescolato con mirra, una bevanda narcotizzante: ma il rifiuto di Gesù vuole esprimere la totale e cosciente adesione alla volontà del Padre. Poi lo crocifiggono, e Marco ricorda il salmo 22,19 : 'si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte'.

L'ora della morte indicata da Marco è le nove, mentre altri evangelisti indicano ore diverse: qui l'evangelista ha cadenzato la passione e morte sulle ore della preghiera liturgica: ora terza (le nove) la crocifissione, ora sesta (le dodici) scendono le tenebre, ora nona (le quindici) la morte di Gesù.

Tre volte troviamo derisioni e insulti: prima i passanti, poi i sommi sacerdoti e gli scribi, ed in ultimo i due briganti crocifissi con lui: è lo scherno, l'insulto totale a Gesù, ricordiamo ancora che il numero tre indica la totalità.

Vediamo ora cosa è la croce secondo Gesù.

L'infamante pena della crocifissione non era prevista dal diritto penale giudaico. Questo strumento di tortura fu considerato dai romani il mezzo più efficace per il mantenimento dell'ordine e della sicurezza, e adottato come deterrente per sottomet­tere gli schiavi ed ogni individuo pericoloso alla sicurezza del loro potere; non erra una pena prevista per un cittadino romano, solo per i popoli sottomessi.

Il condannato, dopo esser stato flagellato, veniva legato saldamente al legno orizzon­tale (in latino patibulum), e condotto verso il luogo dell'esecuzione, di solito posto fuori delle mura della città, portando appesa al collo una tavoletta con scritto la motivazione della sentenza che veniva poi fissata sul palo verticale.

Le sofferenze fisiche e morali dei crocifissi, destinati a morire dopo questa straziante tortura, sono inimmaginabili. All'epoca di Gesù questa morte veniva considerata dai giudei come la più ripugnante, una condanna che veniva inflitta esclusivamente ai rifiuti della società, ai "maledetti da Dio", come definisce il libro del Deuteronomio gli "appesi al legno" (Dt 21,22-23).

A questo Gesù si riferisce con il suo invito a "prendere su di sé la croce": l'invito a sottomettersi volontariamente al supplizio della "croce", del tutto assente nell'AT e nella letteratura ebraica, nel Nuovo Testamento, e in particolare nei vangeli, è strettamente legato alla sequela di Gesù, sempre proposto e mai imposto.

Nei brani dove Gesù invita a farsi carico della croce, gli evangelisti stanno molto attenti a non usare verbi come "portare", "accogliere", "accettare" la croce, termini che indicherebbero un atteggiamento passivo dell'uomo al quale non rimarrebbe che accettare quanto Dio ha stabilito.

Gli evangelisti usano i verbi "prendere" e "sollevare", sottolineando con questo il momento in cui il condannato afferra con le mani lo strumento della propria morte. La croce di cui parla Gesù non viene mai data da Dio, ma presa dall'uomo come conseguenza di una libera scelta fatta dall'individuo che, accolto Gesù ed il suo messaggio, ne accetta anche le estreme conseguenze di un marchio infamante.

"Se qualcuno...", "Se vuoi..." è la formula della proposta di Gesù che è sempre diretta ai suoi discepoli e alla loro libera volontà.

Prendere la croce quindi non è subire rassegnati quanto di brutto accade nella vita, ma accettare volontariamente e liberamente, come conseguenza della propria adesione a Gesù, la distruzione della propria reputazione, e di se stessi. L'infamia della croce è il prezzo da pagare per la creazione di una società alternativa chiamata Regno di Dio, i cui valori sono diametralmente opposti a quelli della società ingiusta:

- CONDIVISIONE invece di ACCUMULO,

- EGUAGLIANZA invece di PRESTIGIO,

- SERVIZIO invece di DOMINIO.

Esaminiamo adesso i punti di contatto (e quindi la relazione che c'è) tra il battesimo di Gesù (cap. 1, vedi scheda 1) e la sua crocifissione. Marco infatti mette in stretta relazione i due episodi, come era già stato annunciato nella prima scheda.

A Giacomo e Giovanni che volevano assicurarsi posti onorifici nel Regno, Gesù offre la croce come unico trono sul quale si è certi di essergli vicino e per farlo parla di "battesimo": "Potete... ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?... il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete..." (Mc 10,38-39).

Per mostrare la relazione Marco usa un artificio letterario che abbiamo già visto: usa alcune parole "chiave" nei due brani. Eccole:

squarciare / squarciò 1,10 15,38

spirito / emise lo spirito (spirò) 1,10 15,37

voce / grido 1,11 15,37

figlio mio / figlio di Dio 1,11 15,39

Nel testo greco originale si può vedere la presenza degli stessi verbi e vocaboli.

→ Il verbo squarciare usato nel racconto del battesimo (i cieli si squarciarono) viene usato qui (v.38) riferito al velo del tempio: "Il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso."

Nel Tempio di Gerusalemme, l'ingresso al Santo dei Santi, che era la parte più sacra e inviolabile del santuario dove si riteneva presente la Gloria di Dio, era protetto da un'enorme tenda che celava la Presenza di Dio. Al momento della morte di Gesù questo velo si squarcia: Dio non è più nascosto in un Tempio dietro un velo, ma è visibile nel crocifisso. Il vero santuario dove si manifesta la gloria di Dio non è più il Tempio, ma Gesù, e nella croce ha luogo la definitiva manifestazione di Dio nella quale il Padre si rivela agli uomini per sempre.

→ Al momento del Battesimo su Gesù scende lo Spirito (l'articolo determinativo indica la totalità). Troviamo lo stesso termine alla morte di Gesù: nessun evangelista scrive che Gesù morì sulla croce, ma tutti adoperano in maniera più o meno simile il verbo "spirare" da cui deriva la parola "spirito"; prima dei vangeli spirare non indicava mai la morte di una persona.

Spirare era soffiare. Certo, Gesù è morto sulla croce, ma gli evangelisti non ci trasmettono una cronaca, ma una teologia: quello Spirito che Dio aveva effuso ('soffiato') sul Figlio e che egli aveva preso, il Figlio lo comunica nel momento della croce su quanti lo vorranno accogliere.

Voce: e si udì una voce dal cielo: questa parola che al capitolo 1 è tradotta "voce", poi sulla croce è tradotta in maniera diversa. Gesù ormai agonizzante prima di morire "emise un alto grido" (Mc 15, 37): è lo stesso termine greco, voce e grido in greco è lo stesso. Ma come fa Gesù a gridare sulla croce, ormai agonizzante, quasi asfissiato a causa della posizione? E' il grido di vittoria di colui che ha vinto, è lui che concede il suo Spirito alle persone.

→ In ultimo, la voce dal cielo cioè Dio dice: questo è il Figlio mio.

L'evangelista al versetto 1,11 riassume tutta la speranza messianica dell'Antico Testa­mento fondendo tre importanti e conosciuti testi biblici :

- Salmo 2,7: "Tu sei mio figlio"

- Genesi 22,2: "il tuo unico figlio che ami"

- Isaia 42,1: "il mio eletto di cui mi compiaccio"

Dirigendo a Gesù questa frase nella quale vengono idealmente uniti i temi dell'intro­nizzazione del re d'Israele (Sal 2,7), del sacrificio di Isacco (Gen 22,2) e dell'elezione messianica (Is 42,1), l'evangelista mostra qual'è la risposta di Dio all'impegno, espresso da Gesù col battesimo, di essere disposto a dare la propria vita per portare a compimento la sua missione: Dio dichiara che Gesù, come suo figlio, ha natura divina, è il suo unico erede ed è il suo Unto, l'inviato per realizzare il Regno di Dio.

Vediamo che al momento della crocifissione quello che non hanno capito i famigliari, quello che non sono riusciti ancora a capire i discepoli, quello che è stato spiegato dall'autorità, per la prima volta nel vangelo viene riconosciuto da un pagano!

Scrive l'evangelista che il centurione, pur assuefatto ad esecuzioni in gran numero (dicono le cronache che a volte crocifiggevano 500 persone al giorno, quasi una catena di montaggio), vedendo quel tipo di morte dice: "Davvero quest'uomo era il figlio di Dio!". Con questa relazione tra i due episodi è allora chiaro che nel momento del battesimo in Gesù c'è già l'accettazione della sua morte. Ecco perché Gesù era andato a farsi battezzare: era l'accettazione della sua futura morte.

Al momento della morte si fa buio su tutta la terra: la presenza delle tenebre nell'ora più luminosa del giorno sembrerebbe sancire la vittoria definitiva delle forze del male, eppure nel grido di Gesù, che riprende il salmo 22, viene urlata la fiducia in Dio, e si manifesta il nuovo volto di Dio nel volto di Gesù, servo sofferente e riscattatore.

Raccomandiamo la lettura di questo salmo: leggendolo dall'inizio alla fine vediamo che il grido disperato man mano si trasforma, pur nelle sofferenze patite, nella voce della speranza e della fiducia in Dio.

Infine, la sepoltura.

Giuseppe d'Arimatea, membro del sinedrio e credente in attesa del Regno di Dio, grazie alla sua posizione ottiene da Pilato di poter effettuare la sepoltura.

Sappiamo che era la vigilia di Pasqua, e bisognava fare in fretta perché la sera si avvicinava e al calar del sole non sarebbe stato possibile fare nessun lavoro.

Avvolgono quindi Gesù in un sudario (lenzuolo sepolcrale), lo depongono nel sepolcro, e questo viene chiuso con una pesante pietra.

La questione riguardante il profeta di Nazareth sembra definitivamente risolta ....

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Ultima modifica Lunedì 07 Marzo 2016 09:37
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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