Mercoledì, 22 Novembre 2017
Lunedì 09 Ottobre 2017 10:06

Ezechiele

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di Padre Franco Gioannetti

Ezechiele (il suo nome significa "Dio fortifichi'), figlio di Buzi, apparteneva ad una famiglia sacerdotale, in servizio al tempio di Gerusalemme. Il suo avvenire sacerdotale sfumò bruscamente nel 597, dopo l'assedio di Gerusalmme, quando era ancora in giovane età. Egli venne infatti a trovarsi nel numero dei giudei che Nabucodonosor deporto in Babilonia assieme al re di Giuda Ioiachin, e parti per l'esilio, postandosi dietro soltanto il suo fagotto di esiliato(I2,3-4). Travolto dagli avvenimenti che si abbatterono sulla sua patria, Ezechiele dovette provare sulla sua pelle le sofferenze del suo popolo. Il gruppo di giudei deportati con lui fu insediato a Tel-Abib, una collina di rovine abbandonate lungo il torrente Kebar, non lontano dalla città di Nippur.

Fu certo un'esperienza molto dura per il giovane sacerdote, che si sentì, come gli altri esiliati, scacciato lontano dal Signore, costretto a vivere in terra pagana e perciò impura (II,I5). I deportati (20,32) esclamano sfiduciati:"Diverremo come i pagani, venereremo il legno e la pietra".

In tutti era profonda la nostalgia di Gerusalemme, ma viva la speranza del ritorno. Nell'estate del 593 a.C. (I,I) la vita di Ezechiele subì una svolta decisiva con la visione grandiosa che ebbe in riva al torrente Kebar. Gli apparve in tutto il suo splendore la gloria del Signore, che lo chiamò con l'appellativo "figlio del1'uomo". Ezechiele è ridotto alla dimensione di semplice mortale, prostrato a terra davanti al Dio che si rivela. Ma il Signore lo chiamò al suo servizio e gli affidò il ministero di profeta; non mancò di ammonirlo ad essergli fedele e gli fece ingoiare un rotolo scritto, pieno di lamenti, gemiti e guai. Ezechiele rimase sopraffatto dall'esperienza avuta e passò una settimana senza poter parlare, ma non dovette sfuggirgli il significato profondo e consolatorio di quell'avvenimento: era il segno che Dio non aveva abbandonato i deportati, ma restava presente in mezzo al suo popolo anche lontano dalla terra di Palestina e ormai privato di quel rapporto speciale con Dio, costituito dal culto del tempio. In obbedienza alla missione ricevuta da Dio, e memore che il rotolo ingoiato (simbolo dell'assimilazione della parola di Dio) gli era divenuto dolce al palato, Ezechiele iniziò la sua nuova attività di profeta.

I compagni di esilio divennero i destinatari del suo annuncio; anche gli anziani ricorrevano a Lui per interpellarlo ((,1;2 0,1-3; 33, 30-33).

Parlava a nome di Dio non certo al vento del deserto, ma a uomini concreti, con i quali aveva condiviso sofferenze e speranze, e gli toccava deludere le loro attese. La speranza degli esuli di tornare in patria era soltanto un'illusione. L'idolatria, la trasgressione della legge, l'ingiustizia sociale e la politica sbagliata dei capi, tesi alla ricerca di alleanze per ottenere l'indipendenza di Gerusalemme da Babilonia, porteranno alla totale rovina di Giuda e della sua capitale: ecco quello che il Signore ordina al profeta di annunciare! In una grandiosa visione (8-II) fu mostrata ad Ezechiele, idolatria che dilagava a Gerusalemme; il profeta ,vide poi la gloria del Signore abbandonare il tempio e la città e udì l'ordine di Dio che, dopo aver messo da parte il resto degli abitanti rimasti fedeli, decretava l'incendio della città. Il castigo era ormai irrevocabile; Dio, nella sua punizione, non si fermava nemmeno davanti al tempio e non teneva conto del grido di intercessione del profeta: "Signore, vuoi sterminare tutto il resto di Israele?". (9,8) L'unica via di scampo era la conversione.

Ed Ezechiele insistette per sette anni nelle sue minacce e nel suo invito a convertirsi. Ribatté alle obiezioni degli esuli, che rifiutavano di credergli e preferivano farsi cullare nelle loro speranze dai falsi profeti. Questa prima fase del ministero di Ezechiele raggiunse il suo culmine all'epoca dell'assedio di Gerusalemme. Il 5 gennaio 587 (24,I-2) Dio rivelò al profeta:

'Oggi stesso ha inizio l'assedio!". Poco tempo prima della conclusione dell'assedio, durato un anno e mezzo, morì improvvisamente la moglie di Ezechiele, ma Dio proibì al profeta di compiere i riti del lutto. Il significato simbolico di tale omissione riguardava gli esuli: "Ezechiele è per voi il segno" diceva l'oracolo divino. Ezechiele doveva prefigurare, con la sua vedovanza la condizione degli esuli dopo la caduta di Gerusalemme. Dopo la predicazione degli esuli vita stessa di Ezechiele diventava veicolo del messaggio divino.

A Ezechiele toccò annunciare al popolo che era finito il tempo della misericordia e che il Signore non perdonava più. Ma la distruzione enunciata non era certo fine a se stessa. Si trattava di una riduzione della storia della salvezza al punto zero e Ezechiele doveva togliere al popolo ogni falsa sicurezza, ma la volontà ultima di Dio era di salvare il popolo. Della loro storia, illuminata dalla parola profetica, gli Israeliti dovevano imparare che Dio è il Signore. Anche in quel triste periodo Ezechiele conservò sempre la speranza nel futuro del popolo. Lo preparava quindi a superare la prova dell'esilio, che significava la perdita della terra, del tempio, il crollo delle istituzioni regale e sacerdotale, morte e distruzione. Era una prova dolorosa, predisposta dal Signore nella sua sovrana volontà per purificare Israele. Ezechiele potè continuare la sua missione in mezzo agli esuli anche dopo la caduta di Gerusalemme e contribuì alla ricostruzione della comunità esilica, facendola portatrice di una fede che sopravviverà al crollo dello stesso impero babilonese. Egli continuò a difendere l'operato del Signore (33,17 -20); ammonì quelli che confidavano nella propria giustizia

(33,12 - I6 e I8,2O - 24); corresse le opinioni disperate e fatalistiche degli israeliti, che ostacolavano la ripresa religiosa.

Ma il suo compito fu sopratutto quello di rianimare la gente scoraggiata del suo popolo e di mobilitare tutto il loro potenziale di speranza nell'avvenire che Dio stava preparando per Israele.

Il popolo correva un grosso pericolo di perdere la propria identità e perciò di scomparire come popolo di Dio (20,22). Ezechiele incontrava tanta gente sfiduciata e coglieva nei loro discorsi tutta la disperazione che li aveva invasi. "I nostri peccati pesano su di noi; a causa di essi periamo" (33,I0).

'Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti!" (37,11). Ezechiele reagì con vigore al fatalismo di coloro che, alla vista della distruzione di Gerusalemme, pensavano fosse loro imputata la colpa dei loro padri, e affermò con chiarezza cristallina il principio della responsabilità personale (33,10-20).

Un giorno ti Signore lo portò in visione in una pianura piena di ossa aride e lo interrogò: "Potranno rivivere questo ossa?". A dispetto della apparente assurdità, il Signore gli ordinò di profetare e gli promise di far ,entrare in esse lo Spirito (l'alito vitale - la ruåh). Il profeta ubbidi all'0rdine del Signore e quelle ossa tornarono in vita, formando uno stuolo grandissimo.

E' quello che si realizzò nell'Israele dell'esilio per mezzo del ministero profetico di Ezechiele: si compì per il popolo il prodigio di un nuovo inizio: opera del Signore.

Ezechiele quindi faticò e credette nella speranza e contro ogni speranza; per lui l'ideale di un popolo rinnovato può davvero diventare realtà, tantochè egli prospettò una nuova alleanza, in cui Dio cambia il cuore dell'uomo, toglie il cuore di pietra e mette al posto un cuore di carne; dà all'uomo il suo Spirito, creando in lui la condizione base per la fedeltà al Signore (36,26 -38; 37,1-14). Ezechiele profetò per l'avvenire del suo popolo un nuovo esodo: gli esuli ritorneranno in patria e il Signore tornerà sul monte Sion in un nuovo tempio ormai al sicuro da ogni profanazione (40-48).

Dio, abitando in mezzo al suo popolo, sarà fonte di benedizione e di vita.

 

 

CONCLUSIONE

Ezechiele è una personalità molto complessa: visse il travaglio della sua epoca (la fine dello sstato d'Israele e la deportazione) e dovette fare da cerniere tra il crollo del passato e l'avvenire d'Israele che uscirà dal crogiuolo del1'esi1io. La sua vita è completamente segnata dalla realtà di profeta del Signore. Ezechiele fu chiamato della gloria di Dio a preparare il popolo alla prova dell'esi1io e contribuì fargliela superare facendolo camminare, nella speranza, verso un avvenire luminoso.

Impegnò tutte le sue forze per far cogliere ai suoi contemporanei, negli avvenimenti della loro storia, l'intervento del Signore. Una conclusione caratteristica dei suoi oracoli era appunto: "Riconosceranno che io sono il Signore"

E almeno i suoi discepoli dovettero riconoscere che c'era stato in mezzo a loro un profeta (33,33).

 

DOMANDE

I) Ezechiele, privato del tempio, luogo della "Santo Presenza ha continuato a sperare contro ogni speranza; tu quando ti trovi in periodi di difficoltà, passato il primo momento buio; riesci a continuare a sperare?

2) Leggendo 34,1-31 di Ezechiele, guardando il mondo di oggi che ha similitudini con il tempo di Ezechiele, con uno sguardo di fede come ti sembra che il Signore sia il Pastore del suo popolo? E rileggendo 36,26-38 e 37,1-14 quale esperienza hai fatto o stai facendo della forza dello Spirito di Dio in te e nei popoli?

 

 

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Ultima modifica Lunedì 09 Ottobre 2017 10:28
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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