Domenica, 22 Ottobre 2017
Venerdì 20 Agosto 2004 09:32

I due cardini dell’Ufficio: lodi e vespri

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Le lodi si collocano al mattino.

Il mattino è il momento in cui la luce torna a splendere, la natura si ridesta, si rimette in moto.

 

    Forse noi abbiamo perduto un po’ l’incanto del mattino, perché le nostre notti con tutti i loro neon hanno cessato di essere vere notti e mi dicono che bisogna andare in Africa per capire ancora quanto è bello il sorgere del mattino. Io ho sempre pensato infatti che mille neon , tutti i neon del mondo messi insieme non valgono un raggio di sole. Bisogna che ritroviamo la poesia esaltante della luce che ritorna a splendere e rimette in moto la vita umana. Ma per il credente il sole che torna a splendere evoca irresistibilmente la risurrezione, il “Sole di giustizia che illumina ogni uomo”.

 

    Sono termini biblici. Sapete che è un fondamento storico questo connessione, perché Cristo non è risorto di sera, è risorto di mattina. Allora le lodi che consacrano il mattino, oltre ad avere quella tonalità di poesia che è legata al rinascere del giorno sono un’anamnesi, un ricordo della risurrezione del Signore, e un canto gioioso alla gloria del Risorto. È già Clemente romano nel I° secolo che parla di queste cose. La sera è anzitutto il morire del giorno: le tenebre spengono la luce e l’attività umana si placa nel riposo notturno. È inevitabile che questo evochi il tramonto della nostra vita, un senso quindi di nostalgia quasi mesta, ma questo è soltanto a livello psicologico. A livello di fede, il morire della luce ci richiama alla morte di Cristo.

 

    I sacrifici del vespro è l’innalzarsi delle nostre mani, dice il salmo 141. Come non pensare a Cristo che ha steso le mani sopra la croce offrendosi al Padre per la salvezza del mondo? La Liturgia di Ippolito, sostanzialmente data a noi adesso nella preghiera eucaristica II, ci presenta appunto questa immagine di Cristo che stende le braccia sulla croce. E le nostre mani innalzate sono sacrificio vespertino. Ogni volta che celebriamo i vespri, noi siamo accanto alla croce del Signore, accanto al suo sacrificio che come avvenimento storico appartiene al passato, ma come contenuto salvifico è sempre presente. E siccome il giorno muore soltanto per rinascere e recare nuove luce, è naturale che il vespro preluda al ritorno di Cristo, al suo avvento glorioso, che ci sarà alla fine dei tempi, quando verrà per introdurci nel regno. E allora, come dice San Cipriano, nel vespro chiediamo che ritorni sopra di noi la luce di Dio, invochiamo l’avvento di Cristo, che ci recherà la grazia della luce eterna.

 

    Il vespro diventa una veglia in attesa della risurrezione.

 

    Così si ha nei vespri il ricordo di tutto il mistero pasquale nelle sue varie fasi.

 

    Vi rendete conto allora da quello che vi ho detto quanto sia importante l’orarietà dell’Ufficio.

    È Liturgia delle Ore, proprio perché è chiamata a consacrare un determinato momento della giornata che ha un significato particolare e in rapporto al mistero della salvezza. Delle altre Ore io non parlo perché altrimenti il discorso si farebbe troppo lungo.

 

Annotazioni pastorali

 

    Lasciando adesso un tantino da parte la teologia, o meglio, calando la teologia nella prassi andiamo a qualche problema concreto.

 

    Cos’è capitato nella storia? È capitato questo. Che questa preghiera che di natura è comunitaria ha finito per diventare prevalentemente preghiera individuale fatta in qualche modo. E questo modo sciatto di esecuzione ha poi influenzato la stessa recita corale. Certi uffici di canonici non erano certo un esemplare di celebrazione. Adesso la cose stanno cambiando un tantino, ma non sempre. Una vera celebrazione implica un clima festoso impregnato di gioia e una profonda comunione tra i partecipanti. E anche se sono solo devo sentirmi in comunione con tutta la Chiesa. Quello che dice Pier Damiani, nel suo bell’opuscolo Dominus vobicus, ai suoi eremiti: Voi celebrate la Messa da soli e dite l’ufficio da soli, ma ricordatevi che ai piedi del vostro altare solitario c’è tutta la Chiesa anche se non visibilmente rappresentata.

 

    Anche quando voi dite l’ufficio da soli, sia una vera celebrazione, in un clima di festa e di comunione con tutta la Chiesa, con un ritmo veramente contemplativo in cui la parola si alterna al silenzio. Quello spazio prefisso in cui interiorizziamo ciò che la nostre labbra hanno detto o cantato.

 

Liturgia e contemplazione

    Un’altra indicazione molto importante: cercate di eliminare la dicotomia che qualche volta esiste tra la preghiera personale, quella in cui il dialogo si snoda liberamente, e la preghiera liturgica.

 

    Purtroppo la storia ha creato un fosso tra queste due forme di preghiera. Fino a trent’anni fa, parlare dei rapporti tra preghiera personale e preghiera liturgica faceva scintille. Sembrava che quella liturgica si riducesse alla sua veste esteriore di celebrazione quasi formale, e che invece la vera contemplazione si fosse rifugiata tutta nella preghiera personale sganciata dalla liturgia.

 

    Qualcuno di voi ricorderà l’opuscolo dei due coniugi Maritain Liturgie et contemplation, che è stato un grido di allarme contro il movimento liturgico da parte di un autentico contemplativo qual era Maritain. Egli però vedendo avanzare il movimento liturgico temeva il panliturgismo e temeva che la liturgia concepita come formalismo rituale spegnesse la contemplazione. Ma invece la liturgia vera è il rituale privilegiato della contemplazione. P. Vagaggini è intervenuto attraverso vari scritti per dimostrarlo con documenti della storia, soprattutto attraverso Santa Gertrude.

    Quando si è capito che la liturgia è essenzialmente una preghiera contemplativa, allora si crea spontaneamente l’unità tra le varie forme di preghiera. Allora all’interno della liturgia io contemplo, mi incontro con Cristo, lo scopro presente, dialogo con lui. Le formule e i gesti nascono veramente dal mio cuore , poi il grido del mio cuore diventa capace di unirsi al grido di tutti gli altri e diventa grido comune, ma sgorga dal mio cuore.

    Anzitutto dunque la liturgia è piena di contemplazione, poi la mia preghiera personale lungo la giornata non è sganciata da quello che ho detto nella liturgia. Allora capita quello che avviane spontaneamente quando una cosa è piaciuta. Quando un giovane sente una bella canzone e gli è piaciuto il motivo, mentre poi va al lavoro il motivo spontaneamente riemerge. Dal cuore sale dalle labbra.

 

    Ora chi prega nella liturgia conosce un fenomeno analogo.

    Nella celebrazione una formula all’improvviso si illumina, colpisce la mente e il cuore. Ritorna costantemente e quando mi metto a dialogare con il Signore a tu per tu, quell’espressione di un’orazione, di un salmo, di una lettura biblica, mi ritorna alla mente e nutre e intesse il mio dialogo con Dio. E allora si crea una osmosi tra preghiera personale e preghiera liturgica. L’esempio forse più fascinoso al riguardo è dato proprio da Santa Gertrude. Le elevazioni mistiche di Santa Gertrude sono tutte intessute di versetti ascoltati nell’ufficio. Ed è chiaro, che se è così, mentre diceva i versetti dell’ufficio contemplava.

 

    La preghiera è un grande mistero profondamente unificato. Il momento liturgico è il momento culminante, è un momento più ecclesiale, più comunitario, ma deve essere pieno di contemplazione e la mia contemplazione deve essere piena di liturgia.

 

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Ultima modifica Lunedì 16 Aprile 2012 21:55