Sabato, 19 Agosto 2017
Mercoledì 02 Dicembre 2009 18:47

LA LECTIO DIVINA - B

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Mons. Mariano Magrassi,

arcivescovo emerito di Bari

La parola interpella me

Prendiamo prima il filone monastico.

Siamo in Egitto, il monachesimo, almeno come fenomeno sociale, ha ancora da nascere.

Un giovane sui 20 anni entra in una Chiesa, il diacono sta proclamando in Vangelo e legge queste parole: “Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che hai, dallo ai poveri, vieni e seguimi”.

Quel giovane è sconvolto esce dalla Chiesa che è un altro.

Vende tutto, dà il ricavato ai poveri e va a cercare Cristo nel deserto.

Si chiamava Antonio.

Antonio del deserto.

Chi racconta quest’episodio è uno dei più grandi Padri della Chiesa, S. Atanasio.

Sapete che la “Vita Antonii” di Sant’Atanasio si pone una domanda: Perché Antonio ha risposto così a quella parola di Dio mentre gli altri sono usciti di Chiesa continuando a fare quello che avevano fatto fino allora? E sostanzialmente dà questa risposta: perché ha capito che era Cristo che parlava.

Ha capito che parlava a lui e che voleva una risposta.

Non si può dire meglio di così.

Un altro episodio dell’agiografia: il famoso “Tolle et lege” delle Confessioni agostiniane.

Agostino sta sforzandosi da tempo di cambiare davvero vita, ma sapete quanto gli è costato, quanto tempo ci ha messo.

Un giorno sente un bambino che da una finestra canta: “Tolle et lege” e ispirato dal Signore lo prende come un invito di Dio ad aprire il Libro. 

Rientra in casa, apre il libro dell’Apostolo e legge.

E’ un invito pressante a non andar dietro alle concupiscenze del corpo.

E a un certo punto capisce che il Signore gli parla attraverso quel testo che segna il tracciato della sua vita e comincia una vita nuova.

Comincia una vera conversione.

Cosa può fare una parola ascoltata sul serio.

E’ lui che parla quando nella Chiesa si leggono le Scritture”, dice il Concilio.

Nel rito armeno la proclamazione del Vangelo è preceduta da questo dialogo tra il diacono e l’assemblea: “State attenti!” dice il diacono.

Se nell’assemblea si attuasse sempre questa attenzione piena di tensione spirituale, come sarebbe diversa la celebrazione!

C’è qui Dio, è lui che parla.

Non è un Dio che tace.

E qui mi viene in mente un’altra pagina di Agostino, il commento a quel versetto del salmo: “Ecce veniet Dominus et non silebit”.

Viene il Signore e non tace, e Agostino con il suo stile incalzante comincia: “Non tace perché il diacono è salito sull’ambone e ha letto, non tace perché io sono qui e con l’omelia vi sto parlando, non tace…”.

Dio non tace.

La sua parola è parola che oggi rivolgi a me.

Tutto cambia se siamo capaci di metterci in questo atteggiamento di fronte alla parola.

Ecco come qualcuno che ha studiato bene la lectio divina definisce questo atteggiamento: una lettura nella fede in spirito di preghiera credendo alla presenza attuale di Dio che mi parla, con la presenza di tutto me stesso, in spirito totale di abbandono.

Presenza attuale di Dio che mi parla.

Dice un medievale: ho appena voltato pagina ed ecco ho trovato colui che amo. Nella Scrittura si cerca Cristo e lo si trova, lo si scopre, parla a me, è qui con tutto il suo potenziale di salvezza. E io devo essere qui con tutto me stesso.

Un protestante Bengen, che ha recepito questa tradizione monastica, ha concentrato tutto in questa parola: Te totum applica ad textum, rem totam applica ad te.

E cioè applica tutto te stesso all’ascolto e poi applica tutta quella parola a te stesso, quindi metti in gioco tutte le tue facoltà, tutte, non solo l’intelligenza capace di capire i concetti, ma la fantasia, per esempio, per ricostruire e rendere vivace l’immagine: Io sono la vite, bisogna vederla questa vite.

Vedere una bella vite esposta al sole con i grappoli illuminati, lucenti, vederla, ricostruire l’immagine… La fantasia che entra in gioco e non solo la fantasia, è evidente; la capacità di decidere, la volontà, l’affettività, l’emotività, tutte le energie.

Per capire questa parola ci vuole tutto l’uomo.

L’ascolto è l’atto più impegnativo della nostra esperienza.

Non solo quando si ascolta Dio, ma anche quando si ascolta un uomo.

Guardare una cosa non impegna molto.

Io guardo fuori e vedo che là c’è una casa, questo non mi chiede niente.

Me se una dice: Io ti amo, non posso rimanere nella stessa indifferenza.

I casi sono due: o io volto le spalle nel rifiuto o accetto la proposta ed è estremamente compromettente.

L’ascolto è sempre compromettente.

Quindi esige che l’uomo sappia giocare tutto se stesso.

Rem totam applica ad te.

Quella parola è la risposta ai tuoi problemi.

Quando c’è buio intorno a me e sono alla ricerca della volontà di Dio, il metodo migliore che trovo io è aprire il lezionario quotidiano e cercare nelle letture del giorno la risposta che mi occorre.

La trovo sempre, senza forzare i testi.

Può sembrare strano questo, ma io credo che ci sia una speciale provvidenza nella Parola di Dio.

Quella parola è risposta ai miei problemi, io debbo applicarla a tutti i problemi della mia vita.

 

Non turisti ma abitanti

 

Perché accada questo bisogna che la lettura della Bibbia sia così costante da renderci familiare questo universo.

Purtroppo leggiamo troppo poco la parola di Dio.

Questo è il frutto di una situazione storica che ha varie ragioni: la reazione antiprotestantica ha finito per mettere un po’ la Bibbia in secondo piano, ma ricordiamo che al Concilio il Libro troneggiava e la Chiesa ormai vuole che la Parola di Dio sia al centro, al centro della vita di ciascuno, non solo al centro della vita della Chiesa.

Tutti i giorni bisogna mettersi in ascolto, perché altrimenti questo universo ci rimane estraneo.

Si può entrare nella Bibbia da turisti, cioè da gente che ha fretta di vedere molte cose, invece bisogna entrare nella Bibbia da abitanti, non da turisti e fermarsi a contemplare ogni angolo, con la necessaria calma contemplativa.

Gustare la Bibbia, rendersi familiare quel testo, allora ad un certo punto comincia a parlare.

Non è necessario leggere molto.

Basta talora un versetto per riempire tutta la giornata, e qualche volta più di una giornata.

Dice un Padre della Chiesa: Basta prendere un versetto di lì per avere un viatico per tutta la vita.

A Elisabetta della Trinità è bastato leggere quella frase del prologo alla lettera degli efesini (Ef 1/6 “In laudem gloriae”) per avere la chiave di tutta la sua vita.

Ma ci vuole familiarità con la Bibbia, ci vuole calma contemplativa.

Questa familiarità sarà più facile, se avremo la fame della parola.

Sentite cosa dice il profeta Amos (8,11): “Ecco, vengono giorni, oracolo del Signore, in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane né sete di acqua, ma fame e sete della parola di Jahvè”.

Ce l’abbiamo la fame della parola? Da dove nasce la fame della parola?

Non ho esitazione e rispondere: dall’amore.

Più una persona è amata e più è interessante quello che dice per me.

Più il mio rapporto con Cristo diventa bello profondo, esauriente e più l’ascoltarlo diventa per me una gioia, un bisogno.

Se posso dire con San Paolo: “Per me vivere sei Tu”, allora la lectio divina non mi abbandona più.

Allora si crea quella familiarità, quella sintonia con la parola che permette di capirla quasi d’istinto.


Lectio, meditatio, oratio

 

E adesso vorrei indicarvi, per andare un po’ più al concreto, i quattro momenti con cui Guigo il certosino ha cercato di concretizzare questo modo di pregare.

Badate bene che non è un metodo come quelli moderni di orazione, molto complicati, raziocinanti.

Qui tutto svolge nella spontaneità del dialogo.

E le costanti sono queste:

LECTIO

Lettura, ma lettura come l’ho spiegata prima: è Dio che parla.

Non è esatto dire “lettura”, è un mettersi in ascolto di qualcuno.

E qui non mi dilungo perché vi ho già insistito abbastanza.

MEDITATIO

Lo dico subito in latino perché se dico meditazione in italiano, pensiamo subito a quei tali metodi cui ho accennato, ma la cosa è diversa.

Cos’è la meditatio? Prendo un esempio dalla vita: se io ascolto una canzonetta mi basterà ascoltarla una volta e l’ho già capita abbastanza.

Ma se è una sinfonia di Bach o di Beethoven è un’altra cosa, soltanto un ripetuto ascolto mi permette di gustare quella musica classica.

La parola di Dio è ciò che di più profondo esiste.

E proprio perché ha una profondità abissale, perché nasce dagli abissi della vita di Dio, vuole un ascolto prolungato, vuole agio, spazio di silenzio.

La meditatio crea il campo acustico per la voce di Dio, ciò permette a quella parola di entrare profondamente nel cuore.

I medievali usavano un’immagine molto espressiva: la ruminazione.

Un giorno San Bernardo ha cominciato il suo discorso ai monaci con queste parole: Vos estote animalia munda et ruminantia.

Che bel complimento! Voi siete animali mondi e ruminanti.

Il ruminante ha una curiosa facoltà, quella di far ritornare il cibo in bocca per rimasticarlo un’altra volta.

Non è tanto di nostro gusto questa immagine, ma è molto espressiva.

Bisogno di masticare e rimasticare.

E’ quel “conferens in corde suo” che dice Luca a proposito della Madonna.

Conservabat omnia verba heac”.

Erano parole e fatti insieme, perché nella Bibbia, un termine unico indica ad un tempo una parola e un fatto.

Tutti quei fatti e quelle parole li conservava nel cuore.

Cosa sia il “cuore” l’ho detto prima.

È un lavoro paziente fatto in clima d’amore, di riconoscenza e di stupore.

Così la parola viene penetrata in profondità e assaporata.

Ad un certo momento la parola s’illumina e svela tutto il suo misterioso contenuto.

Soltanto chi ha provato può capire. Poi viene il terzo momento:

ORATIO

Gli rispondo.

Il Signore mi ha parlato e se è una norma di educazione ascoltare anzitutto l’interlocutore, è anche norma di educazione rispondere, e non rimanere nel mutismo.

E’ vero che certi silenzi contemplativi non sono mutismo.

Il silenzio ad esempio di quel vecchietto che il curato d’Ars vedeva passare le ore in Chiesa senza dir niente.

Gli chiede il curato: “Cosa fate buon uomo?”.

Lo guardo e Lui mi guarda” – Non era certamente mutismo.

Ci sono dei silenzi che sono una meravigliosa comunicazione.

Però normalmente c’è anche bisogno di parlare per comunicare. E allora io rispondo.

Ecco, la preghiera cristiana è essenzialmente una risposta.

Rispondo a lui che mi ha parlato.

Che cosa gli dico? Gli dirò quello che il cuore mi suggerisce, ma è una risposta che è in sintonia con quello che lui mi ha detto, se no non sarebbe risposta.

Qualche volta non sappiamo cosa dire nella preghiera.

Mi metto lì e non so cosa dire, e allora, è molto semplice.

Prendi la sua Parola, sarà bene che prendi quella che la Chiesa ti mette tra le mani in quel giorno nelle letture della Messa. Ascolta quello che il Signore ti dice.

Non sai fare altro? Fa così: ripetigli in forma vocativa quello che lui ti ha detto.

Se lui ti ha detto: io sono la verità, la via e la vita; tu gli dirai: Sì, è vero Signore, sei la mia strada, senza di te non posso arrivare al Padre, sei la verità che illumina i miei passi, sei la mia vita.

Senza di te mi sento morire.

Allora sì che la parola si rinnova, ci vogliono i santi per rinnovare la parola.

C’è voluto una Elisabetta della Trinità perché potessimo scoprire che quelle parole “Se qualcuno mi ama verremo a Lui…” ci fanno godere già il Paradiso in terra.

L’oratio non è dunque una nuda restituzione della Parola.

Tornando a Dio essa si trascina dietro qualcosa di mio che le è incorporato.

CONTEMPLATIO

In questo momento la lascerò da parte; cercate di arrivare alla oratio.

La contemplatio è un momento particolare, come dicono gli autori medievali, in cui l’anima al tocco della parola s’incendia, è strappata alle angustie carni e si perde in Dio.

Siamo nelle forme più alte della preghiera.

Sarà però già tanto se arriveremo alla realizzazione nel nostro dialogo di questi tre momenti: con lectio, ascolto-meditatio, faccio penetrare più profondamente questa parola nell’intimo del mio cuore, la gusto, la penetro, la incorporo al mio mondo interiore; con l’ oratio la restituisco nel dialogo.


Fare la parola

 

C’è un’ultima tappa da lumineggiare.

Quella che un prete scherzosamente chiamava la Praticatio.

Questa parola si deve compiere in me.

La risposta non è fatta solo di parole, deve essere fatta anche di atti.

E questa parola deve modellare la mia vita.

Per non stancare l’attenzione vi leggo ora dei testi della tradizione antica e recente.

Prendiamo due apoftegmi dei padri del deserto.

Sapete che è diventata di moda questa letteratura.

Un vecchio disse: i profeti hanno scritto i libri, poi vennero i nostri padri che li misero in un armadio.

Quelli che vennero dopo li impararono a memoria, poi venne la generazione presente che li scrisse e li collocò inutili sulle finestre”.

Un altro apoftegma di Iperrichios: “Un monaco di Sceti era copista, venne un fratello a supplicarlo che gli copiasse un libro.

Il vecchio che aveva lo spirito occupato nella contemplazione scrisse omettendo delle frasi e senza la punteggiatura (un copista distratto, perché contemplativo, beata distrazione!).

Il fratello si accorse che mancavano delle frasi e disse al vecchio: mancano delle frasi.

E quello: Va, pratica prima quello che è scritto e poi ti scrivo il resto”.

Ce ne ho qui uno un po’ più lungo spero che non vi annoi.

E’una scena ricostruita dal p. Ignesti col suo linguaggio fiorentino nel suo libro “I fiori del deserto”.

Gli ha dato un po’ di vivacità fiorentina, ma sostanzialmente si trova negli apoftegmi.

C’era un vecchio di nome Bessarione, povero in canna di sostanze terrene, ma ricchissimo di misericordia, il quale portava sempre, cinta con una fune ai fianchi, la medesima tonacuzza logora che non gli arrivava agli stinchi, e sulle spalle la medesima mantelletta sfilacciata e stinta.

Non aveva cappuccio né sandali, questi seminati a pezzi per le vie, l’altro donato a un garzoncello povero come lui, che aveva il nasino rosso e gli orecchi tutti mangiati dai geloni.

Egli però portava sempre con sé sotto il braccio un librettino sgualcito, tutto scritto di sua propria mano, che era il codice dei santi Vangeli: per esaminarsi ora per ora (diceva egli) se davvero ubbidisse al comandamento di Cristo; ma meglio si direbbe, per portare seco la parola di vita che giorno per giorno, ora per ora, eseguiva con l’opera.

Una volta, entrato di buon mattino in un borgo, ecco che inciampa nel cadavere di un accattone morto di fame e lasciato nudo in mezzo alla piazza.

Subito si leva la mantelletta e gliela getta sopra.

S’inoltra ancora un poco, e incontra un altro mendico egualmente nudo, ma vivo.

Si ferma e pensa: “Ecco io che ho rinunziato al mondo possiedo ancora una tonaca, e se questo mio fratello è nudo e intirizzisce dal freddo: Se io tiro di lungo lo lascio morire, io sarò l’uccisore del mio fratello.

Che farò dunque? Ecco, io dividerò in due questa tonaca e così faremo per ciascuno…Ma no, mezza tonaca non servirebbe né a me, né a lui.

E poi dare mezza tonaca?!....Ed allora da la sua al mendico gliela aggiusta, e lo manda per i fatti suoi, rimanendosi egli tutto nudo e tremante, rivolto verso il muro.

Non gli rimane altro che il librettino sotto l’ascella.

Passa per caso un vigile urbano: “Vedi là, dice questi al suo compagno, non ti sembra colui il vecchio abate Bessarione?”.

Lui senza dubbio, col suo librettino sotto l’ascella; nudo bruco! Or dove avrà messo la tonaca? Certamente i ladri l’hanno spogliato”.

Gli si avvicina: “Abate, che fai tu qui? Chi ti ha spogliato?”.

Questo!” dice egli sporgendo il suo librettino.

Il soldato del mondo si toglie il mantello e lo getta sulle nudità del soldato di Cristo; il quale subito si dilegua per non perdere nella vanagloria la vera gloria.

Di lì a pochi giorni venuto in un altro castello e visto un povero sfinito dal digiuno,corre alla piazza e vende anche il libricino, portando le poche monete al mendico.

Al ritorno il suo discepolo Dula gli dice: “Abate, e il tuo Vangelo dov’è? Che fine ha fatto il tuo inseparabile codice?”.

Non ti preoccupare,” risponde il vecchio; “ho venduto per ubbidienza colui che mi ripeteva continuamente: Vendi quello che hai e dallo ai poveri!”.

 

Quando vai a bere alla fonte non pretendere di asciugarla, non la puoi bere tutta.

E poi a supporre che lo potessi, un’altra volta che hai sete non potresti più bere.

Bevi quanto basta a saziare la tua sete, poi un’altra volta torni alla fonte e la trovi sempre abbondante.

Come “La fontana del villaggio” di cui parlava Papa Giovanni.

Così è la parola di Dio.

Sempre nuova, sempre fresca, è una continua scoperta, una continua novità.

Il Vangelo non è mai vecchio, è il nostro cuore che invecchia.

Se riusciremo a riscoprire il Vangelo con questa freschezza di cuore e di sguardo che aveva San Francesco per esempio, che si è impegnato a vivere il Vangelo “ad litteram, sine glossa, diligenter”, è chiaro che la Chiesa si rinnoverà.

La lectio divina praticata sul serio e con coerenza sono convinto che può rinnovare tutta la Chiesa.

Se potete, fate propaganda di questo modo di pregare e sarà una scintilla nuova che incendierà di amore tutta la Santa casa di Dio.

Ultima modifica Mercoledì 26 Febbraio 2014 15:35
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini