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Mercoledì 19 Ottobre 2016 18:04

I Conflitti e il loro superamento - 1-2 Cor

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I Conflitti e il loro superamento  -   1-2 Cor

In momento storico nel quale gli attriti, gli egoismi, gli interessi economici sfociamo con particolare insidia e violenza vi proponiamo questo scritto riguardante una delle prime e più "vivaci" comunità cristiane che non furono certo immuni dai conflitti  interni ed esterni.

Esso è stato pubblicato in "Parole di Vita" da Lorenzo De Lorenzi


I conflitti sono una costante nella vita dell'apostolo Paolo. Al superamento delle lacerazioni, che si verificano all'interno delle comunità cristiane, egli deve ripetutamente dedicare le sue energie, come appare dalle lettere. Qui ci si limita a uno di casi più rappresentativi, le lettere ai Corinzi. Uno studio più ampio1 mostrerebbe come Paolo diagnostica il doloroso fenomeno delle divisioni e per quali vie egli si sforza di ristabilire l'unità delle Chiese e dell'unica Chiesa.

Per quanto possiamo credere alla « storia » degli Atti, specie nella seconda parte, la comunità di Corinto nasce già sotto il segno della divisione: prima in casa giudea, poi in casa d'un simpatizzante giudeo ma lui stesso ancora pagano, benché con l'invidiabile successo della conversione dello stesso capo della sinagoga Crispo e comunque con la costante contraddizione della tribolazione e persecuzione: vedi At 18,5b-17.

Le vicende della nata comunità non smentiranno gli inizi, semmai ne saranno un logico sviluppo, anche delle divisioni. Allo scadere del I sec., intorno al 96/97 e quindi a circa una quarantina d'anni dalle lettere paoline, Clemente romano scriveva loro sullo stesso argomento, non solo biasimando che vi fossero « tra voi contese, ire, dissensi, scismi e guerre », perché in tal modo « strappiamo e laceriamo le membra di Cristo e insorgiamo contro il nostro corpo giungendo a tanta pazzia da dimenticarci che siamo membra gli uni degli altri », ma biasimando che « il vostro dissidio è continuo » (1 Clem 46,5.7.9.). E dopo essersi richiamato alla « lettera del beato Paolo apostolo » che « all'inizio della sua evangelizzazione » li condannava per « avere voi allora formato dei partiti », continua in una pesante riprovazione poiché « è turpe, carissimi, assai turpe e indegno della vita in Cristo sentire che la chiesa di Corinto (...) per una o due persone si è ribellata ai presbiteri », sicché « per la vostra sconsideratezza si è portato biasimo al nome del Signore e si è costituito un pericolo per voi stessi » (ivi 47,1 s. 6s).

Spaccature e frizioni

In realtà, oltre all'evidenza delle quattro o cinque grosse questioni che emergono e fungono da polarizzatici (partiti, morale, matrimonio o no, cibi, eucaristia, liturgia...), si può dire che non vi sia brano, specialmente nella 1 Cor, che non si ponga da un punto di vista critico costruttivo verso quella comunità, risultando così una ricca testimonianza per il nostro soggetto. È una chiesa vivacissima, effervescente, insofferente di argini, in costanti tensioni e quindi in più o meno profonde divisioni. Discorso che si fa anche più complesso se, come appare assai probabile — per non dire certo — si accetta l'esistenza di almeno quattro lettere e la presenza di più documenti scritti (lettere o biglietti o rimanenze) in ciascuna delle due attuali (il che, però, è lungi dall'essere provato, specie per 1 Cor).

Per le divisioni, d'altra parte, non mancavano cause varie: popolazione cosmopolita, socialmente e culturalmente assai articolata e contrapposta, punto d'incontro e di convivenza (sovente di commistione e di scontro) dei culti più vari, gente normalmente ricca di fantasia e pretenziosa quanto a « sapienza », per sua stessa natura indipendente e, di conseguenza, con buona dose d'arroganza. Ce n'era più che a sufficienza per rappresentare il ruolo d'una comunità dalle più varie incrinature, frizioni, spaccature.

Qui non ne registriamo che alcune, le più rilevanti. Le diverse correnti o i vari partiti (di Paolo, di Apollo, di Cefa...), che minavano sin nella denominazione l'unità della chiesa fondata sul solo Cristo, grazie al solo battesimo nel suo solo nome.

Il differente comportamento morale, dal più scandaloso (/ Cor 5) a quello solamente licenzioso o non sufficientemente rispettoso della dignità del fratello che veniva chiamato in giudizio avanti ai pagani. E l'unità del « corpo » del Signore, che pure si articola per le sue varie membra, non viene forse gravemente compromessa anche dal disordine generale in cui si compie il servizio liturgico nelle assemblee? Tanto più che si verifica con una partecipazione affidata sì al carisma, ma senza alcuna distinzione e finalità di servizio, al contrario, dando spazio agli egoismi e personalismi, contro ogni tradizione e concordia, senza alcuna edificazione del Corpo unico del Signore, bensì con eventuale scandalo di infedeli che fossero presenti.

Ma anche il lungo cap. 15 sulla risurrezione di Cristo e dei cristiani sembra essere diretto precisamente verso una situazione di pericolosa spaccatura presente nella comunità di Corinto. Dipendessero queste, come d'altra parte le precedenti, da una specie di contrapposizione tra la predicazione orale di Paolo e una sua probabile « lettera precedente », alla quale i corinzi reagirono in maniera diversa e sovente esaltata, noncuranti delle conseguenze sul piano dogmatico e morale, certo è che il problema della risurrezione dei morti, con la conseguente prassi morale e credo teologico dovette essere assai vivace e diffuso, se Paolo vi indugia tanto e lo sviluppa sotto quei tanti e svariati profili.

Né possiamo tacere lo scottante problema di quei primi tempi di cristianesimo, problema che doveva essere sofferto un po' in tutte le cristianità, a giudicare dall'epistolario (lo conosce anche Romani, comunità non fondata da Paolo) e dalla relazione che Atti ci fanno circa il Concilio di Gerusalemme, il suo decreto e la conseguente diffusione dello stesso nelle comunità di « Siria e Cilicia » (At 15,23.41). Diciamo del problema circa il consumo delle carni offerte agli idoli: mangiarle o no, motivo di contaminazione o no, libertà totale in materia per i convertiti (specie dal paganesimo) o separazione dai pagani, contrasti con i con-vertiti dall'ebraismo, valore d'un decreto di anni passati e di comunità site in Palestina o comunque in Oriente... Una congerie di questioni che noi difficilmente immaginiamo e delle quali comunque non possiamo valutare la gravita in poco spazio.

Vorremmo aggiungere tutto il complesso dei problemi cui si accenna nella 2 Cor in rapporto specialmente agli « avversari »

di Paolo, ai cosiddetti « pseudoapostoli », ai « falsi fratelli », alle gravi difficoltà che contrastano il suo apostolato e che lo costringono a quella mirabile apologia lasciataci nei cc. 10-12 (« lettera dei 4 capitoli »? oppure « lettera delle lacrime »?).

L'intervento di Paolo

Di fronte a questo quadro d'una comunità profondamente divisa e solcata sin nel più intimo dalle spaccature più varie, la penna dell'apostolo non ha tentennamenti né ricorre a stratagemmi di sorta. Lungi da Paolo ogni linguaggio meno che chiaro. Come già Luca, in Atti, risolveva i timori di Paolo circa la permanenza a Corinto con le parole confortatrici dello stesso Signore per il suo apostolo assicurandogli il più ampio successo di predicazione (« Non temere, ma parla e non tacere, poiché io sono con te e nessuno potrà insidiarti per nuocerti... », At 18,9b-10), così Paolo in entrambe le lettere, ma specialmente nelle prime, indica in Gesù, nel Gesù Signore, l'unica via per superare ogni forma di contrasto, divisione, lacerazione. Il tema si direbbe monotono, tanto è ritornante. Le espressioni paoline, però, sono estremamente variate e colorite. La loro ricchezza e completezza è tale da rendere le due lettere, specie la prima, un vero capolavoro non solo di pastorale ma anche e soprattutto di cristologia.

Varrebbe ripercorrere tutta la 1 Cor sotto questo profilo: il dogma vi dilaga, in particolare la cristologia, entrambi fondanti l'esistenza cristiana e suoi costitutivi. È proprio questo il punto forza di tutte le argomentazioni paoline: il continuo richiamo a Cristo, alla sua presenza e alla sua azione; di volta in volta, ove più ove meno esplicitamente, ma costantemente. Cosi, per esempio, vediamo che fin dai primi 9 vv. di 1 Cor (esordio e ringraziamento) la menzione esplicita di Cristo ricorre ben 9 volte: in queste prime battute Paolo vuole sottolineare che il Cristo è l'intermediario d'ogni grazia divina (v. 4) e « in lui » i corinzi sono stati « arricchiti di ogni cosa, ogni parola e scienza » (v. 5), sicché avendo ricevuto il vangelo (« la testimonianza di Cristo ») « non necessitano di alcun altro dono » (v. 6s). In questo primo squillo, come d'intonazione, a tutta la lettera egli formula una delle definizioni più efficaci della natura stessa della vita cristiana: « chiamati alla comunione (gr. koinònìd) con il Figlio suo (cioè di Dio) Gesù Cristo Signore nostro » (v. 9). Il contesto che precede indica con chiarezza che qui il Cristo è considerato nello stesso tempo come il principio, il centro e il fine dell'esistenza cristiana, mentre costituisce il vincolo d'unione tra i cristiani e di essi con Dio. Quale migliore riassunto per demolire sin dall'inizio ogni asperità, colmare ogni fossato e annullare ogni lacerazione nella così divisa comunità di Corinto?

Non vorremmo tuttavia ripercorrere passo passo tutta la lunga 1 Cor più la 2 Cor sotto il profilo cristologico: 29 capitoli! D'altra parte la lunga esposizione di / Cor non troverà migliore epilogo e conclusione che richiamare all'amore fraterno, e questo formerà ancora l'ultimo appello e si motiverà con l'amore dell'apostolo e con quello del « Cristo Gesù », con « la grazia del Signore Gesù » e con la manifestazione concreta (anche liturgica) dell'amore verso « il Signore », del quale si attende e si invoca il ritorno con la nota invocazione aramaica maranathà (1 Cor 16,22s).

Ancora, non dovremo trascurare l'aspetto cristologico, che è poi quello dominante, del cap. 15. Tutto infatti vi è sotto la luce di Cristo, sia che si tratti del primo Adamo che dell'ultimo, dell'uomo carnale come dello spirituale; dalle vicende di Cristo e dalle apparizioni all'inizio del cap. 15, alla sua vittoria sulla morte, anche quella che riporteranno i cristiani, alla fine del capitolo. Parimenti ci sembra superfluo (benché non sarebbe del tutto ozioso) ribadire ancora una volta il rapporto essenziale che ha il culto, specie l'Eucaristia, sia con l'assemblea che celebra sia con il Cristo di cui si celebra il mistero, trasponendone le vicende (morte-risurrezione fino al ritorno) in un'anamnesi esistenziale che coinvolge tutti i partecipanti.

Il riferimento a Cristo

Ci si consenta, tuttavia di offrire un modesto saggio con alcune linee essenziali, per quanto riguarda i primi 8 capp. di 1 Cor, parte normalmente piuttosto trascurata sotto il profilo che ci interessa, superamento delle divisioni comunitarie di Corinto mediante riferimento al Cristo.

Infatti, subito dopo l'esordio e il ringraziamento di / Cor 1,1-9 (di cui s'è appena detto), Paolo non fa che appellarsi al Cristo per affrontare e risolvere la prima grossa questione della lettera, quella dei partiti: egli « esorta » o « scongiura » (gr. parakalò) « per il nome del Signore nostro Gesù Cristo » (v. 10). La presenza delle divisioni è sì un fatto, ma la loro condanna è scontata, poiché si fonda su un altro fatto, ben preciso e documentato: che il Cristo è uno (8,6) e quello dei Corinzi è un solo battesimo nel solo nome di Cristo (1,13); vale a dire la loro « comunione » vitale (gr. koinònìa, di cui in 1,9) è con l'unico Signore, come poi riesumerà e approfondirà con l'immagine del corpo umano (12,12s.27). La predicazione, la sapienza dell'annuncio cristiano è opposta alla « scienza » del mondo (1,20), di cui tanta prosopopea tra i Corinzi e causa di ulteriori divisioni (1,25-29; 4,6-10). La sapienza di Dio è invece incarnata in Gesù ed è legata alla « croce di Cristo » (1,17), formula la cui illustrazione abbraccia i seguenti vv. 18-25 del cap. 1 con la nota espressione culmine del brano e riassunto della sapienza di Dio e dell'annuncio evangelico paolino: « Noi annunciamo Cristo crocifisso (cf. 2,2: "ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso"), scandalo per i giudei, insipienza per i pagani, ma per coloro che sono i chiamati — sia giudei che greci — è il Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio » (v. 23s). E pochi vv. dopo, delineando sinteticamente che cosa sia il Cristo per il cristiano, che a sua volta « è in Cristo Gesù »: « egli è diventato per noi sapienza (di Dio o "sapienza divina": 2,7), giustizia, santificazione e redenzione» (1,30).

D'altra parte « non può esserci fondamento diverso » nell'edificio che è la comunità cristiana (« voi siete l'edificio di Dio »: 3,9) se non « quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo » (3,11) e che Paolo stesso ha posto (v. 10). Una koinònìa, dunque, che si sviluppa come un solo essere, una sola realtà. Di qui, ancora una volta, l'assurdità delle divisioni laceranti in seno alla comunità, l'assoluta stoltezza dei partiti, sempre a motivo del rapporto con Cristo: « Tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio » (3,22s).

Non meno evidente è il rapporto cristologico quando Paolo s'interessa direttamente delle condizioni morali della comunità, cioè dei loro abusi e ne indica la via d'uscita. Se giudica e condanna l'incestuoso lo fa « nel nome del Signore nostro Gesù (...), con il potere del Signore nostro Gesù » (5,4) e con lo scopo che « egli possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore » (5,5). Rapporto, dunque, al Cristo presente ora nell'apostolo e nel cristiano (« Cristo nostra pasqua »: v. 7); ma anche al Cristo futuro che tornerà nella parusia (« giorno del Signore », come in Tessalonicesi). Similmente ci si riferisce al Cristo (il riferimento è al battesimo e quindi alla nuova vita del cristiano: 6,11) per eliminare ciò che per il cristiano «è già una gran colpa », cioè « avere liti vicendevoli » (6,7). Il che si ripete quando si tratta di superare il problema circa l'adozione pratica di ciò che è lecito oppure di ciò che giova e pertanto circa l'uso e la portata morale della corporeità, sessualità compresa: « Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una meretrice? » (6,15); infatti « chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito » (v. 17) e, riferendosi ovviamente alla morte cruenta del Cristo, aggiunge: « Siete stati comprati a (caro) prezzo » (v. 20a).

Per le questioni circa il matrimonio contratto o da contrarre o il mantenimento del celibato/verginità, Paolo adotta ancora lo stesso riferimento: è in rapporto a Cristo (compreso il suo ritorno) che vengono desunte le misure e i motivi per sciogliere ogni questione e appianare ogni controversia. Omettendo ciò che si ridurrebbe a una ripetizione di quanto detto, faccio notare che qui si aggiunge una certa preoccupazione di richiamarsi ai « precetti » dati dal Signore: si vedano 7,10 « alle persone sposate » (mentre al v. 12 si ha la formula « agli altri dico io, non il Signore»); 7,25: «riguardo ai fidanzati non ho precetti del Signore, ma dò un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore » (6). E si noti anche come regime sociale diventi del tutto secondario, poiché libero o schiavo si è tutti « nel Signore », con speciale rapporto a lui come di « servi » (7,22), così come chi non è sposato e resta tale manifesta un rapporto del tutto peculiare con il Signore (vv. 32 e 34), intendendo « essere unito sacramentalmente al Signore senza distrazioni » (v. 35).

Evidenza ancora maggiore, se si può dire, è reperibile nel capitolo successivo, ove si affronta il problema delle carni immolate agli idoli (cap. 8). Lo si deduce sin dalle prime battute, con l'affermazione programmatica: « Per noi c'è un solo Dio, il Padre (...); e un solo Signore, Gesù Cristo » (8,6). La soluzione alla vivacissima questione d'allora è semplice: non si tratta che di porsi da un punto di vista cristologico. Quel fratello che ha « occasione di caduta » dall'uso che tu fai della tua libertà nel mangiare di fatto carni immolate agli idoli, è sì un « debole » (8,9s), ma è anche e soprattutto « un fratello per il quale Cristo è morto » (v. 11). Anch'egli, dunque, ha una precisa fisionomia e un preciso diritto, quello di rappresentarti il costo della vita del Signore. Di conseguenza, va trattato non appellandosi a quella « scienza » (gr. gnòsis) che « gonfia », bensì manifestando, proprio come fece il Cristo per tutti gli uomini, estremamente « deboli » (Rm 5,6), quella « carità » (gr. agape) che «costruisce» (8,1: è l'edificio, il tempio di Dio, abitazione di Dio nel cristiano).

E infatti: « Peccando così verso i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo» (8,11). L'equivalenza dunque è ben stabilita e esplicita: uomo debole equivale a Cristo; non l'uomo quindi si ha nel fratello, ma il Cristo, per quanto debole possa essere il mio fratello! Ogni metro umano viene sovvertito dal metro cristiano.

D'altra parte, tra non molte righe avrebbe scritto perentoriamente e sullo stesso argomento: « Che nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello dell'altro» (10,24) e «Non date motivo di scandalo né ai giudei, né ai pagani, né alla chiesa di Dio! così come anch'io mi sforzo di piacere a tutti, senza cercare il mio interesse personale, ma quello del più gran numero, affinché giungano a salvezza » (10,32s); e tale precetto di imitare lui stesso avrebbe avuto ogni valore e massimo peso poiché egli a sua volta imita il Cristo (11,1). Nell'esortazione che precede il famoso inno cristologico di Fil 2,6-11 si sarebbe ripetuto pressoché alla lettera: « Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri » (Fil 2,4).

Cristo è principio di unità e in rapporto a lui si debbono affrontare le divisioni che travagliano la sua Chiesa. Questa grande lezione ecumenica e pastorale dell'Apostolo non ha perso di attualità, anzi è quanto mai urgente in un'epoca nella quale la Chiesa italiana intraprende un cammino di riconciliazione, mentre tutte le Chiese cristiane continuano il loro sforzo di riavvicinamento in tensione verso la piena unità.

 

1 II presente contributo è parte di uno studio più esteso che l'A. pubblicherà prossimamente su « Benedictina » (NdR).

Estratto da: Parole di vita – tema La Pace

 

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Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini