Lunedì, 11 Dicembre 2017
Mercoledì 09 Aprile 2008 18:13

Come evangelizzare oggi – 2 - Il terreno dell’evangelizzazione

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Come evangelizzare oggi

Riflessioni di Enzo Bianchi

2 - Il terreno dell’evangelizzazione

Ai discepoli, testimoni della sua resurrezione, Gesù stesso, il Cristo risorto e vivente, ha comandato di evangelizzare tutte le genti (Mt e Le), ogni creatura (Mc). Tutti gli uomini quindi sono chiamati a ricevere dai discepoli del Signore l’evangelo della salvezza, perché questo evangelo è stato destinato loro. Infatti proprio nella loro evangelizzazione che porta la salvezza si compie il disegno unitario di Dio: benedire in Abramo e nella sua discendenza tutte le genti della terra (cf. Gen 12,3 e 22,18). L’evangelizzazione del mondo, delle genti, è dunque la «forma» per eccellenza attraverso cui la benedizione di Dio, la salvezza portata da Cristo, la «buona notizia» dell’evangelo può raggiungere tutti gli uomini della terra.

Tutti dunque possono essere evangelizzati e questo significa che anche nell’oggi della nostra situazione nessuno è escluso dall’evangelizzazione: né l’appartenenza religiosa, né la posizione atea o agnostica, né la condizione morale impediscono l’evento dell’evangelizzazione, cioè l’incontro tra ogni uomo e il Dio vivente. Sì, noi sappiamo che, al di là dei tempi, dei luoghi e delle culture, c’è una sostanziale identità dell’uomo con se stesso: tutti gli uomini, infatti, sono figli di Adamo ( cf. Gen 1); se non cogliessimo questa verità, spezzeremmo in modo irreparabile e con terribili conseguenze l’unità essenziale dell’umanità e dunque anche la condizione di fraternità di ogni uomo con l’altro uomo2.

Affermate queste due elementari ma importanti verità - la destinazione universale dell’evangelo e la sostanziale identità dell’uomo di tutti i tempi, di tutti i luoghi e di tutte le culture - restano tuttavia da delineare, per quanto è possibile, i tratti dell’uomo che vive qui, nella nostra società appartenente al «primo» mondo, in particolare nella nostra società italiana. Se l’identità essenziale dell’uomo resta inalterata, nondimeno nella nostra società definita post-moderna o addirittura post-cristiana si possono leggere caratteri temporali, modi di vivere e di sentire, certamente non generalizzabili ma sicuramente maggioritari, di cui deve tener conto l’evangelizzazione oggi.

La vita dell’uomo post-moderno sembra costretta all’interno di una società massificata, spersonalizzata, ma proprio per questo nasce, come reazione esacerbata, l’individualismo radicale oggi imperante, la diffidenza sistematica verso tutto ciò che può essere «comune», «collettivo». Pare dunque sempre più sviluppata la tendenza ad affermare il primato dell’individuo, del singolo sulla polis. In questa società non si afferma la propria appartenenza a una comune cittadinanza, né alcuna solidarietà di classe, perché gli interessi sono ormai molteplici e non più convergenti con forza in un progetto comune. L’interesse è catturato soprattutto dalla volontà di realizzare il progetto individuale, ed è il singolo che appare come la fonte primaria dei conflitti, i quali vanno quindi regolati attraverso «regole di gioco». Di conseguenza ciascuno vuole essere lui stesso creatore del senso della propria vita, mentre scarso è l’interesse per il senso del mondo e della storia. Le generazioni non si colgono più nella necessità del trasmettere e dell’ereditare: più nessuno si sente testatore e, di conseguenza, i giovani non percepiscono neppure che potrebbero essere eredi. Chi ha l’audacia di «custodire la memoria»? L’affermazione della pluralità, della diversità, della relatività e quindi della tolleranza rende ognuno creatore autonomo di fini e di mezzi, il cui unico limite è nel rispetto di regole necessarie a evitare la degenerazione dei conflitti di interesse. Ma questo, lo si voglia o no, non fa che innalzare un canto all’indifferenza.

La caduta e il fallimento delle grandi ideologie moderne e delle loro forme sociali e politiche totalitarie, la delusione crescente nei confronti delle chiese che continuano a mostrare elementi ideologici e strutturali totalizzanti e massimalisti portano sempre di più l’uomo post-moderno a un momento riflessivo e discorsivo che è stato definito «pensiero debole». Questo nutre una diffidenza verso ogni «pensiero forte» e vuole accettare il presente così com’è, giocandosi in esso tutta la propria singolarità in autonomia, in ricerca di senso, in tolleranza, in riconoscimento della diversità, financo in compassione umana. È così che l’orizzonte si fa politeista (Hilllman), neopagano (Natoli), post-cristiano (Vattimo) e necessita non solo di tolleranza, ma anche di indifferenza…

Non si combattono più le religioni, anzi la loro pluralità viene letta come possibilità di scelta per l’individuo, che può accedere ad esse come a una merce (si parla di «religions à la carte»!)3, prendendo ciò che vuole e addirittura risuscitando dei della Grecia o dell’antichità pagana... Convivono così politeismo, affermazione di poter vivere in un mondo sgombro dagli dei e appartenenza a chiese cristiane o a religioni diverse senza che questo generi conflittualità, almeno in Europa occidentale (il discorso è completamente diverso nell’ex-Jugoslavia o nei paesi islamici): regnano dunque tolleranza e indifferenza4.

Sì, a livello generale, maggioritario, possiamo dire che l’uomo cui si deve rivolgere oggi l’evangelizzazione è segnato soprattutto da comportamenti di indifferenza. L’emergenza della società pluralista e democratica, avendo permesso l’organizzazione di uno spazio pubblico di confronto, di discussione e di opposizione in cui il soggetto religioso ha potuto entrare nel dibattito, ha di fatto portato l’emergenza dell’indifferenza.

E se fino a dieci-vent’anni fa questo spazio pubblico del confronto era occupato dai militanti (atei e credenti, marxisti e antimarxisti, ecc.) che cercavano di far trionfare la propria idea criticando, negando, rifiutando l’altra posizione, oggi questo campo pubblico è poco vivace perché occupato da protagonisti indifferenti che non cercano di convincere l’altro, che non incontrano avversari, che si rifiutano di avere appartenenze totalitarie... Se c’è conflittualità, questa avviene quando gli interessi si scontrano, oppure quando compaiono protagonisti non segnati dall’indifferenza, come gli appartenenti a sette o a movimenti religiosi aggressivi o a porzioni fondamentaliste di chiese; dunque, quando compaiono i «settari».

Questa indifferenza emergente è chiamata dai sociologi «indifferenza di decomposizione» quando appartiene a ex-militanti delusi dalla caduta delle grandi ideologie, ma è presente anche l’indifferenza sostenuta dall’esperienza del dominio dell’uomo sulle cose (si pensi all’informatica!), ed è soprattutto questa che caratterizza l’attuale orizzonte: un’indifferenza lucida, cosciente, pienamente assunta.

Sono in prevalenza questi «indifferenti» i destinatari dell’evangelizzazione, ma accanto ad essi si deve tener conto di altre componenti che, seppur minoritarie, non per questo sono meno significative.

Accanto agli indifferenti, infatti, noi oggi vediamo una ripresa delle conversioni, cioè un aumento rilevante di adulti che entrano nel catecumenato e chiedono il battesimo: uomini e donne che, pur venendo da una tradizione cattolica, non hanno mai sperimentato un’appartenenza alla chiesa e ora per un evento della vita - un incontro con cristiani, sovente un approccio con comunità o movimenti - «si convertono» e attendono dunque un’evangelizzazione. Questo fenomeno è molto attestato in Francia (lo scorso anno ci sono stati seimila battesimi di adulti a Pasqua!) e nei paesi in cui la crisi cattolica risale alla prima metà di questo secolo, ma si farà presto sentire, e già ve ne sono i segni, anche in Italia, paese la cui crisi cattolica risale agli anni ‘65-’80.

Un’altra emergenza è quella dei «ricomincianti» o recommençants, cioè adulti già battezzati, quindi non catecumeni, che ritrovano il cammino di fede in occasione di un evento personale o familiare. Sovente sono ex-militanti politici che oggi ritornano alla fede o ricominciano una vita cristiana: questi necessitano di una nuova iniziazione cristiana e generalmente chiedono un’evangelizzazione esigente, di qualità, che diventi una vera e propria formazione: non sono disposti a vivere l’esperienza ecclesiale in modo depauperato o evanescente, ma desiderano una vera e propria gnosi cristiana5.

Ora, però, se è vero che l’evangelizzazione è rivolta a tutti, e nessuno può esserne escluso perché la missione della chiesa - per volontà stessa del Signore - è universale, è altrettanto vero che essa deve essere evangelizzazione continua della chiesa, intendendo quel genitivo anzitutto come genitivo oggettivo e solo in seconda istanza come genitivo soggettivo, cioè come evangelizzazione degli uomini ad opera della chiesa.

Io sono convinto, e lo vado ripetendo da un paio di decenni, che tra i destinatari dell’evangelizzazione occorre mettere – sicuramente oggi, ma forse sempre - i cristiani stessi: questi «battezzati che praticano alcuni segni cristiani», e che in Europa oscillano tra il 30 e il 40%, abbisognano essi stessi di evangelizzazione, perché spesso la loro conoscenza non è neppure a misura della loro pratica liturgica o della loro vita ecclesiale... Se e quando dei cristiani non sanno gioire dell’evangelo ricevuto, non crescono nella conoscenza di Cristo, non arrivano a desiderare che altri si rallegrino di essere cristiani, allora questi devono essere considerati come non sufficientemente evangelizzati e devono essere evangelizzati con urgenza. In questo senso devo ricordare il programma dell’evangelizzazione indicato dal cardinale Walter Kasper:

La nuova evangelizzazione è prima di tutto e soprattutto un impegno spirituale. È perciò fondamentale che noi stessi ci lasciamo interpellare in modo sempre nuovo dall’evangelo; che noi stessi viviamo più decisamente e con maggior gioia secondo lo spirito dell’evangelo. Se siamo sinceri, dobbiamo riconoscere che siamo noi stessi spesso di ostacolo all’evangelo e alla sua diffusione. Senza la nostra conversione personale, tutte le riforme, anche le più necessarie e benintenzionate, vanno a cadere e, senza il nostro rinnovamento personale, esse finiscono in un vuoto attivismo. Senza l’ascolto della Parola e della volontà di Dio, senza lo spirito di adorazione e senza la preghiera continua, non ci sarà rinnovamento della chiesa né nuova evangelizzazione dell’Europa 6

Per questo l’evangelizzazione dei cristiani stessi dovrebbe essere un andare oltre l’insegnamento iniziale su Cristo (cf. Eb 6,1-3) in modo da forgiare dei cristiani maturi, alla statura di Cristo (cf. Ef 4,13). Fede di conversione in vista del battesimo e fede di conoscenza in vista della maturità cristiana, della pienezza della vita cristiana, non vanno assolutamente contrapposte, ma affermate e colte come due momenti necessari dell’evangelizzazione.

Resta poi sempre il problema dell’evangelizzazione delle nuove generazioni o, meglio, della trasmissione della fede alle nuove generazioni appartenenti a famiglie che sono cristiane ma nelle quali c’è incapacità di trasmissione o una labilità tale nel rapporto con la comunità cristiana che viene impedito ogni «lascito» o eredità religiosa. E qui va detto che si registra «una rottura delle tradizioni» che ferisce la memoria collettiva della nostra società, con grande responsabilità del sistema educativo, familiare, scolastico e parrocchiale.

I giovani di oggi non professano un’incredulità intellettuale e neppure un’indifferenza giustificata: cercano proposte di senso, vogliono tentare un cammino che trovi senso con gli altri, non apprezzano gli «a priori» e le soluzioni prefabbricate. Certo, siamo convinti che non è riscaldando la liturgia con effetti musicali particolari e sensazionali, né creando ambienti di happening attraverso megaraduni che si risolverà il problema della trasmissione della fede. Su questo punto occorre che «i padri e le madri» si interroghino sulla possibilità di una cultura della presenza, sull’eloquenza della loro fede e della loro vita cristiana quotidiana. Il dialogo è possibile con i giovani: ma si ha la volontà di trasmettere loro un’eredità?

 

segue  "3 - Il contenuto dell’evangelizzazione" 

Ultima modifica Martedì 07 Dicembre 2010 15:07
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini