Venerdì, 20 Ottobre 2017
Venerdì 27 Giugno 2008 23:53

La forma dell'evangelizzazione e Conclusioni

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Come evangelizzare oggi

Riflessioni di Enzo Bianchi

 

4. La forma dell’evangelizzazione

 

 

a) Evangelizzare come minoranza, ma nella compagnia degli uomini

Da tutte le parti si va dicendo che per evangelizzare oggi occorre la coscienza di essere da tempo usciti dal regime di cristianità e di essere ridotti a una minoranza; attenzione però a non accogliere senza discernimento le statistiche sociologiche: gli storici ci ricordano che c’è oggi un numero di cristiani pari se non addirittura maggiore rispetto a quello dei tempi della cristianità, se si intende con il termine «cristiani» coloro che hanno una fede personale fondata e motivata... In realtà è scomparso un tipo di cristiano ed è comparso o si è affermato un nuovo tipo, più maturo nella fede, capace di quell’esperienza cristiana un tempo riservata solo a chierici e religiosi: un cristiano che ha voluto una personalizzazione della fede fino ad essere un militante o, comunque, un convinto testimone dell’evangelo.

Certamente, chi si sente minoranza può provare sentimenti di irritazione, di paura, a causa della minore influenza che esercita nella società, e può quindi essere tentato di perseguire forme di presenza forte e aggressiva che sfociano in una cattiva comunicazione con gli uomini; di fatto molti soggetti evangelizzatori, muniti di zelo missionario, finiscono per annunciare l’agape di Dio, il «Deus caritas», contraddicendo la carità interumana, quasi che si possa annunciare l’evangelo solo condannando i tempi attuali e giudicando ogni tentativo di costruzione di un mondo più umano alla stregua di un muro cadente. L’evangelizzazione cristiana deve sempre farsi nella carità e attraverso la benevolenza verso tutti, la makrothymìa, la pazienza e la magnanimità verso gli uomini e le loro culture... Sì, noi possiamo ripetere con Paolo: «Guai a me se non evangelizzo» (1Cor 9,16), ma l’annuncio deve avvenire in una buona comunicazione (cf. la «bella condotta» di cui parla 1Pt 2,12), in una pratica cordiale del confronto e dell’alterità; non deve avvenire ad ogni costo, né attraverso l’arroganza dell’identità cattolica pura e dura, né con un ritorno alle certezze che mortificano o agli splendori abbaglianti della verità.

Paolo VI ha più volte chiesto alla chiesa, in vista dell’evangelizzazione, «di farsi dialogo-conversazione» (Ecclesiam suam), di evitare di diventare una setta, «di guardare con immensa simpatia al mondo perché, anche se il mondo si sentisse estraneo al cristianesimo, la chiesa non può sentirsi estranea al mondo, qualunque sia l’atteggiamento del mondo verso la chiesa» (6 gennaio 1964, Betlemme). Ecco perché è necessaria l’assunzione della categoria «compagnia degli uomini» per definire la condizione del cristiano nella storia. Si tratta di stare nella storia come i cristiani descritti nella lettera A Diogneto, con una bella condotta, una serena accettazione di essere cristiani tra non cristiani.

Nessuna visibilità della chiesa ad ogni costo, come molti oggi vorrebbero, nessuna tentazione di ricomposizione del mondo cattolico, come se nell’attuale società vi fossero soltanto forze anticristiane, nessun rifiuto della post-modernità gettando sugli uomini di oggi disprezzo e condanna, nessuna volontà di interventismo sulla società attraverso un magistero diretto o attraverso gruppi di pressione... Il Card. C. M. Martini, nel significativo discorso del 6 dicembre ‘95, per la festa di sant’Ambrogio, ha ricordato che i cristiani non devono «perseguire l’obiettivo della cristianizzazione della società con strumenti forti di potere, ma devono preservare con la massima cura, quasi con gelosia, le differenze e le peculiarità della Parola cristiana rispetto alle parole correnti»12.

Evangelizzazione è immettere lievito nella pasta, sale e condimento sul cibo, è immettere diastasi di senso, e questo nella consapevolezza che Cristo ha voluto la chiesa come pusillus grex, munita sì della potenza del Verbo, ma coerente con la debolezza storica della croce.

 

b) Testimonianza cellulare

 

Una ventina di anni fa si diceva, riguardo all’evangelizzazione, che era finita la forma della missione ed era iniziata una nuova forma, quella appunto della nuova evangelizzazione: oggi, però, anche questo termine sembra non bastare più... Io non amo molto, anzi diffido di queste formule sovente sloganistiche che segnano i programmi e i piani pastorali ecclesiastici, formule che sembrano chiare solo agli addetti ai lavori e che hanno la durata di una stagione. Preferisco pertanto restare al termine neotestamentario evangelizzazione, certo nella disponibilità a verificarne la forma ogni volta che il tempo e i luoghi lo richiedono.

In questo senso, molte forme di annuncio dell’evangelo sperimentate nel passato, anche recente, oggi non sono più efficaci, e, pur conservando verso di esse un giudizio positivo, ritengo inopportuno che vengano ripristinate: l’evangelizzazione ai non cristiani sotto forma di predicazione verbale diretta è oggi quasi impossibile, anche perché non ci sono luoghi di ascolto che non siano quelli ecclesiali, ma questi non sono frequentati dai non cristiani. Appare invece con evidenza che l’evangelizzazione oggi avviene sempre di più nella forma della testimonianza cellulare. Evangelizzazione è il render conto della speranza che è in noi a quelli che ce ne chiedono la ragione (cf. 1Pt 3,15) vivendo accanto a noi, vedendoci e ascoltandoci quotidianamente là dove viviamo, lavoriamo, ci riposiamo...

Sempre meno città posta sul monte (cf. Mt 5,14), ma sempre di più sale della terra (cf. Mt 5,13), i cristiani non verranno meno al mandato del Signore se renderanno ragione della loro fede innanzitutto attraverso il loro modo di vivere personale, familiare e sociale. La fede è questione di relazione, non lo si dimentichi!

Sarà una testimonianza quotidiana e permanente, a diffusione cellulare, quella che assicurerà l’evangelizzazione, e forse si mostrerà più efficace di un’evangelizzazione portata avanti dal corpo ecclesiastico sotto forma di annuncio verbale anche attraverso i mass media... Strumento per questa testimonianza a diffusione cellulare saranno soprattutto le famiglie e quindi le comunità e le associazioni che rappresentano oggi uno dei modi più eloquenti di vivere la chiesa.

 

c) Un cristianesimo fedele alla terra

 

Infine, io credo che per l’evangelizzazione occorra saper mostrare un cristianesimo integralmente umano, dunque fedele alla terra. E’ vero che ci sono state stagioni della storia ecclesiale segnate dalla fuga mundi, intesa non solo come fuga dalla mondanità ma come fuga dalla compagnia degli uomini, segnata dal disprezzo di questo mondo (contemptus mundi), legata a un’evasione dalla storia, tuttavia noi oggi sentiamo il bisogno di «guardare alle cose dell’alto» (cf. Col 3,1-2) restando fedeli alla terra, questa terra creata da Dio come cosa buona, questa terra benedetta, questa terra amata da Gesù come il luogo in cui si decide la nostra salvezza.

Siamo dunque alla ricerca di un cristianesimo che manifesti alcuni tratti diversi e nuovi rispetto al passato? Io credo di sì; ne sentono il bisogno i cristiani, ne provano nostalgia gli uomini. Infatti noi oggi comprendiamo il cristianesimo come ricerca di Dio attraverso lo spessore della storia e dell’esistenza umana, comprendiamo la via della santificazione come vita del corpo e dello spirito senza dualismi facili, non sappiamo più dire salvezza senza dire anche liberazione.

Per la testimonianza, oggi più che mai si tratta di imparare e di esercitare la grammatica umana elementare: l’essere uomo e donna, l’essere con l’altro, l’amare e l’essere amato... È in questo spazio umano, umanissimo, che occorre trasmettere la buona notizia come proposta di vita; è in questo vissuto umano che l’evangelo può essere visto e colto come «l’esistenza umana buona», nel senso migliore del termine, l’opera d’arte che esso può realizzare. Gli uomini di oggi, soprattutto i giovani, domandano «esperienze fondatrici», cioè esperienze che diano senso alla loro vita, e per questo vogliono testimoni, iniziatori, accompagnatori: ma tutto questo avviene attraverso incontri personali in cui la qualità umana dev’essere la prima concreta attestazione della qualità della fede cristiana. «Mostrami la tua umanità e io ti dirò chi è il tuo Dio», recitava già Teofilo di Antiochia.

Dio ama il nostro mondo: questa verità noi cristiani dovremmo non solo riconoscerla, ma anche cantarla. In questo mondo, infatti, Dio ci ha posti per cercare e amare Lui; è questo mondo che, trasfigurato alla venuta del Signore, costituirà la dimora del Dio in tutti che assume tutto in sé (cf. 1Cor 15,28).

Ma per questa evangelizzazione fedele alla terra occorre che i cristiani e le chiese siano umili! La chiesa viva anzitutto la compagnia dei poveri e dei peccatori, dimentichi se stessa, si liberi dalla tentazione di costruire se stessa e riconosca la propria intrinseca destinazione all’autentico servizio dell’umanità13.

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5- Conclusione

 

Al termine di questi pensieri sull’evangelizzazione occorre ricordare che, in ogni caso, al cristiano è chiesto non tanto di convertire, quanto di testimoniare nella carità la speranza che abita in lui grazie alla fede. Noi dobbiamo predisporre tutto perché avvenga l’evangelizzazione, dobbiamo essere strumenti di questo evento cristologico e pneumatico, non dobbiamo stancarci mai di pregare «perché la parola del Signore compia la sua corsa e sia glorificata» come presso di noi (2Ts 3,1), dobbiamo mostrare che vivere da cristiani è l’opera bella e umana, ma ricordando che «non di tutti è la fede» (2Ts 3,2).

La nostra missione consiste nel trasmettere il dono ricevuto senza mercificarlo, cioè senza misurarlo in base al successo che ottiene: l’evangelo non deve percorrere la traiettoria dei prodotti comprati e venduti, né essere pesato quantitativamente in base all’audience che riesce a suscitare uno stile di evangelizzazione dominato dalla logica dell’apparire, dell’efficacia, del consenso, o dalla volontà di creare condizioni in cui la chiesa conti e condizioni il cammino della società: ciò contraddice l’evangelo, si risolve nel rifiuto degli uomini e non può che accrescere l’afasia dei cristiani impegnati nella testimonianza.

In vasi d’argilla noi custodiamo gelosamente il prezioso dono dell’evangelo, ben sapendo che esso è per tutti gli uomini e che con tutti noi dobbiamo rallegrarci di esso: per questo ciò che a lungo è stato annunciato anzitutto con la parola e poi con segni, oggi deve essere prima testimoniato con la vita e poi comunicato con la parola. Ma questa è l’evangelizzazione di una chiesa capace di generare martiri: sì, questa è evangelizzazione di martiri!

 

di Enzo Bianchi

Monastero di Bose

 

 

 

 

Note:

(1) L. Legrand, Le Dien qui vient, Paris 1988, p. 110.

(2) Cf. U. Neri, Pensieri stilla «Nuova Evangelizzazione», Monteveglio 1995. È il saggio che abbiamo sentito più convergente con il nostro modo di leggere il programma della nuova evangelizzazione; cf. anche E. Bianchi, «Un contrasto di modelli» ed «Evangelizzazione come proposta spirituale», in AA.VV., Nuova evangelizzazione, Bologna 1991, pp. 29-34 e 53-69.

(3) Cf. J.-L. Schiegel, Religions à la carte, Paris 1995.

(4) Cf. J.-M. GIé, Quand l’incroyance et l’indifférence parlent à la foi, Paris 1994.

(5) Ct. Conférence des Évéques de France, Proposer la foi dans la société actuelle, Paris 1994.

6) La trasmissione della fede: questione vitale perla Chiesa nel nostro paese, Lettera pastorale del vescovo di Rottenburg-Stuttgart Dr. Walter Kasper alle comunità della diocesi, 28 agosto 1989.

(7) Cf. M. Martini, Ripartire da Dio, Milano 1995. Sull’evangelizzazione sono illuminanti le pp. 93-102.

(8) Cf. G. Ruggieri, «Senza lo scudo dell’unità politica. La chiesa italiana tra Vangelo e religione civile», in Il Mulino 5 (1996), pp. 278-288.

(9) T Anatrella, «Psychologie des religions de la mère», in Christus 154 (1992), p. 243

(10) Resistenza e resa, Cinisello Balsamo 1988, p. 451.

(11) Cf. Card. J. Ratzinger, La chiesa, Cinisello Balsamo 1991, pp. 105-109. Per l’autore il centro della riforma della chiesa è un rinnovato annuncio e una più profonda consapevolezza della remissione dei peccati.

(12) Cf. C. M. Martini, C’’è un tempo per tacere e un tempo per parlare, Milano 1995, p. 10.

(13) Ct. L Pareydt, La peur de la séduction, Paris 1993

Ultima modifica Martedì 07 Dicembre 2010 14:45
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini