Mercoledì, 23 Agosto 2017
Domenica 28 Marzo 2010 21:07

2a Sezione - Umiltà

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Abbassamento e grandezza

 

L’abbassamento è per il cristiano la via della grandezza perché è la via della fede che opera nella carità.

Abbiamo visto nella prima sezione alcuni dati biblici relativi all’umiltà, in questa seconda sezione cominceremo a vedere la stessa come virtù, seguendo alcune riflessioni di Paola Moschetti.

 

I° MOMENTO

 

La santità deve avere un fascino, se vogliamo che ad essa si orienti tutto il nostro essere. Così pure il cammino delle virtù le quali costituiscono, una ad una, le tessere di quel minuzioso e più o meno armonico mosaico che è l’esistenza di ogni singola persona. Se andiamo a guardarla in filigrana, la vita cristiana non è mai superficiale e tanto meno semplice. Ma, vista in una luce di fede, ha il dono di un’unità che ne tiene compaginato tutto il tessuto.

Le virtù cristiane sono come una catena di cui ogni anello è indispensabile per poter tenere agganciato quello successivo. Alcune sembrano rivestire la nostra umanità, altre spogliarla. Comunque lo sforzo sempre necessario per acquisire o perdere, lo si recupera nella facilità con cui, andando avanti, ci si sente portati oltre noi stessi.

Inoltre ci sono virtù che suscitano attrazione ed altre, invece, a cui dobbiamo assuefarci prima di accoglierle come valore. Solo nel viverle, sia le une che le altre sono pienezza di umanità. È impegnarsi in ogni singola virtù è entrare nello spessore della vita cristiana.

 

 

II° MOMENTO

 

UNA VIRTU’ CRISTIANA

 

In questo cammino informale nell’universo virtù si fa avanti l’umiltà, quasi come fondamento all’impegno di costruire qualcosa di grande nel nostro vivere. Eppure è un concetto che la grandezza del mondo classico, greco e latino, non ha conosciuto. Perciò con essa ci inoltriamo in una dimensione specifica del nostro essere cristiani.

L’umiltà comincia a configurarsi come valore positivo già nell’antica alleanza: è l’atteggiamento col quale il popolo, che si è allontanato, sente di poter riaccedere all’intesa con JHWH: “Potessimo essere accolti con lo spirito umiliato…” (Dn 3,39); è la condizione per trovare accoglienza presso Dio: “Un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi” (Sal 50,19). E l’umiliazione può diventare anche un mezzo per recuperarsi alla verità: “Prima di essere umiliato andavo errando. Bene per me se sono stato umiliato” (Sal 118, 67.71).

Con queste e simili espressioni tutto l’antico testamento ha tenuto in grande stima l’umiltà. Ma essa avrebbe trovato significato pieno solo nell’insegnamento e nell’esempio di Cristo.

Introducendoci nell’umiltà cristiana, vorrei subito rilevarne le dimensione mistica.Per questo, nel parlare, occorre un atteggiamento contemplativo, più che analitico. Contemplarla nel senso di stupircene e lasciarcene innamorare quando la vediamo espressa nella figura del Signore Gesù, dal quale la riceviamo come per partecipazione: “Rivestitevi di sentimenti di umiltà” (Col 3,12). Ed è come dire: “Rivestitevi del Signore Gesù Cristo” (Rm 13,14).

Tutto parte da lui “il padre, pure essendo di natura divina…spogliò se stesso…e apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce” (Fil 2,6-8).

In questa luce cominciamo a vedere che l’umiltà di Cristo viene da una ricchezza. Quindi è una virtù positiva. È amore che rende partecipi anche gli altri di quel che senza una spinta dell’amore non potrebbe essere comunicato. E la disposizione fondamentale che Gesù vuol farci attingere dalla sua persona è proprio l’umiltà: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). 

 

 

III° MOMENTO

 

Torniamo ora brevemente ad approfondire alcuni aspetti del Cristo umile.

 

IL FIGLIO DI DIO MODELLO DI UMILTA’

 

All’umiltà del Verbo umanato improntiamo il nostro giusto rapporto verso il Padre e verso i fratelli. La condizione creaturale dell’uomo nei confronti di Dio diventa, dopo Gesù, quella dei figli chiamati al grande disegno della salvezza col volersi totalmente di Dio, attraverso il servizio ai fratelli, nell’umile fedeltà alla Chiesa.

Gesù non è venuto da se stesso ma mandato dal Padre (Gv 8,42), col quale continua a vivere in relazione, da lui attingendo quel che dice e a lui riferendo quel che fa: “La parola che voi ascoltate non è mia…io faccio quel che il Padre mi ha comandato” (Gv 14,24.31). dove l’umiltà si fa tutt’uno con l’obbedienza.

C’è poi l’atteggiamento di Gesù nei confronti dei fratelli. Prima di tutto, incarnandosi, il Figlio di Dio si è confuso nella folla umana, senza alcuna distinzione. Uno tra i tanti: nato come noi, cresciuto come noi, sottoposto alla vita come noi.

Quando ha cominciato a manifestare, ha fatto subito intendere che il Figlio dell’uomo era venuto per servire (cf. Mt 20,28) fino a che, nel gesto finale del lavare i piedi ai discepoli, ci ha consegnato il modello delle nostre relazioni fraterne. Quello ne era l’esempio.

Intanto con la sua buona novella andava gettando insolite prospettive: “Chi si umilia sarà esaltato” (cf. Lc 18,9-14); e ancora: “Chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti” (Mc 10,44).

Tutto il vangelo può essere letto in chiave di umiltà, e di essa è modello Gesù o chi di lui si fa discepolo. Così Giovanni il Battista quando si esprime con quelle parole che sono tutto un programma di vita: “Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3,30).

Ma, dopo Gesù, è soprattutto nella figura di Maria che troviamo la vera espressione dell’umiltà cristiana. Per lei l’umiltà ha significato prender coscienza della sua condizione creaturale davanti a Dio e non tirarsi indietro di fronte al progetto divino che la coinvolgeva così personalmente nell’incarnazione del Verbo. Per quel “si” dato, lei doveva ormai confondersi con gli sviluppi che avrebbe preso la volontà di Dio. Non si apparteneva: era la serva, cioè in funzione di qualcosa non suo, ma di cui sarebbe stata strumento.

E poiché nell’umiltà che viene da Dio tutto diventa grande, lei è diventata la madre di tutti i figli di Dio, a cominciare da Figlio.

 

 

 

IV° MOMENTO

 

L’UMILTA’ NUTRE LA CARITA’

 

Ma come si entra nel fondo dell’umanità? Il pensiero cristiano, in ogni epoca, ha dato un rilievo centrale all’umiltà sia nel definirla che nel proporne la pratica. I Padri ne hanno colto subito lo specifico cristiano, l’hanno vista pienamente incarnata in Cristo e l’hanno presentata come una virtù che racchiude potenzialmente in sé tutte le altre. È un atteggiamento generale della persona di fronte a se stessa, agli altri e a Dio; una luce interiore per cui la creatura vive di una vita nuova, tutta piena di una grandezza divina – la grandezza vera che si riceve da Dio, non quella illusoria dell’orgoglio. Per questo da una certa magnanimità,propria di chi ha saputo aprirsi al di più che viene dalla grazia.

Sull’umiltà si sono espressi tutti i grandi uomini di spirito, a cominciare dai maestri della vita monastica. San Benedetto, al capitolo 7° della Regola, scrive che se vogliamo raggiungere la più alta umiltà dobbiamo innalzare una scala ideale verso il cielo: con l’esaltarsi si scende mentre con l’umiliarsi si sale. Descrive, quindi, 12 gradi di umiltà che a partire dal timor di Dio, attraverso la rinuncia eroica al proprio io e il totale affidamento alla volontà divina, conduce a quella carità che fa compiere ogni cosa solo per amore di Cristo. A questo punto ogni timore è superato.

L’umiltà che, in Cristo, abbiamo visto identificarsi con l’obbedienza, qui si identifica con la caritàed è sorgente di tutte le altre virtù. Viene spontaneo il riferimento alla teologia mistica di sante come Caterina da Siena e M. Maddalena de’ Pazzi, le quali ritornano sempre sull’immagine dell’umiltà come nutrice della carità.

 

 

V° MOMENTO

 

UN’ UMILTA’ CHE VIENE DALL’AMORE

 

L’umiltà è la virtù attraverso la quale conosciamo noi stessi e conosciamo la verità. Ma, col suo pensiero amante e cuore pesante, san Bernardo delinea due specie di umiltà: una viene dalla conoscenza della verità, l’altra dall’esperienza dell’amore. L’umiltà generata dalla verità è senza calore perché ha sede nell’intelligenza; quella suscitata dalla carità invece è ardente perché ha sede nel cuore e conduce spontaneamente a seguire l’esempio di Cristo.

C’è quindi un’umiltà che viene come dono. Dopo che le “notti” e le prove della vita hanno trasformato la nostra psicologia adeguandola alla grazia, risorse prima sconosciute ci fanno percepire di poter tutto in colui che ci dà forza (cf. Fil 4,13). Allora – dice san Francesco di Sales – l’umiltà non consiste soltanto nel diffidare di noi ma soprattutto nel confidare con Dio. E da questo nasce la generosità di spirito.

In tempi a noi vicini il pensiero cristiano si è trovato a dover riscattare la virtù dell’umiltà dalla umiliazione in cui l’avevano posta le ideologie del superuomo. Oggi apprezzarla è andare contro corrente. Che senso ha nella nostra culturali famoso “ama nesciri et pro nihilo reputari” dell’Imitazione di Cristo (1,2)? Eppure l’umiltà rimane la virtù cristiana per eccellenza, quella da cui bisogna ripartire per restaurare un ordine e raggiungere una crescita umana.

Proprio perché ti pone nella verità, l’umiltà svela all’uomo la sua grandezza e lo rende cosciente della sua comunione con Dio e con tutte le cose. Di conseguenza, rende la persona umana più recettiva e nello stesso tempo più generosa, a “imitazione spirituale di quel grande ed unico movimento del Dio cristiano che rinuncia liberamente alla sua grandezza per venire tra gli uomini e farsi il servitore libero e felice di ogni uomo e di ogni creatura” (Max Scheler).

 

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00