Mercoledì, 22 Gennaio 2020
Aspetti Pastorali e Sociali
Aspetti Pastorali e Sociali

Aspetti Pastorali e Sociali (158)

Sabato 30 Aprile 2005 20:41

Famiglia, modello di Chiesa

Pubblicato da Maurizio Zago

Famiglia, modello di Chiesa

 

· Il rapporto tra l’uomo e la donna uniti in matrimonio è immagine del rapporto che unisce Cristo con la sua Chiesa · Si tratta di un rapporto d’amore in cui la Chiesa, sposa di Cristo, ne diventa il «corpo» · Grazie allo Spirito di Cristo, operante nel sacramento del matrimonio, la famiglia è immagine della Chiesa · Incarnata nel quotidiano, nella realtà, proprie della vita familiare.

 

Il matrimonio cristiano, come Sacramento, nato dal Mistero della Redenzione, e rinato nell'amore sponsale di Cristo con la Chiesa, è una delle espressioni più significative della potenza salvifica di Dio.

Il rapporto tra l'uomo e la donna uniti nel matrimonio costituisce, quindi, immagine modellata del rapporto tra Cristo e la sua Chiesa nell'efficace analogia di San Paolo nella Lettera agli Efesini in cui Gesù è il capo di un Corpo mistico rappresentato dalla Chiesa che vive in Lui: «…Tutto, infatti, ha sottomesso ai Suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa la quale è il Suo corpo, la pienezza di colui che si realizza in tutte le cose…» (Ef 1,22-23).

La Chiesa, come tale, nella sua essenza è formata da Cristo in unione con i Suoi come il corpo è unito al capo, in analogia diretta con l'unione corporea dell'organismo umano.

 

Un amore che santifica

L'amore di Cristo nei confronti della propria Chiesa, nell'ambito dell'anzidetta analogia paolina del capo con il corpo, ha come obiettivo fondamentale la santificazione della Chiesa stessa.

Alla base ditale santificazione si trova il battesimo: primo ed essenziale frutto della donazione di sé che Gesù ha raccolto per la propria Chiesa e che realizza la purificazione fondamentale attraverso la quale l'Amore di Gesù stesso verso la Chiesa medesima assume, a tutti gli effetti, carattere propriamente sponsale.

Pertanto, chi riceve il battesimo in virtù dell'Amore, diviene, al tempo stesso, sposo della Chiesa. L'amore naturale di Gesù nei confronti della propria Chiesa, quale di Lui corpo, costituisce immagine, quindi modello plasmato, appunto dell'amore che gli sposi si donano e si rivolgono reciprocamente nel nome di Cristo a propria volta «sposo» della Chiesa: «...E voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per Lei, per renderla santa...» (Ef 5,25-26).

In questa dimensione la Chiesa acquista il ruolo di «grande Sacramento» e diventa, quindi, il nuovo simbolo dell'Alleanza e della Grazia che viene a posarsi sul rapporto coniugale, santificandolo.

Il sacramento del matrimonio, con il quale i coniugi cristiani significano e partecipano al mistero di unità e di amore fecondo che intercorre tra Cristo e la Chiesa, diventa quindi vera presenza sacramentale del mistero Cristo-Chiesa nella famiglia cristiana.

In tal senso, come scrivono i vescovi italiani in «Comunione e comunità nella chiesa domestica (n. 5)», la famiglia cristiana si pone nell'ambito della società e della storia come un segno efficace della Chiesa e quindi come una «rivelazione» che la manifesta e la annuncia diventandone vera e propria «attualizzazione» che ne rappresenta e ne incarna, a suo modo, il mistero di salvezza.

 

Una dinamica di comunione

Questa specifica missione della famiglia, che diventa di fatto la vera realizzazione del proprio naturale ruolo, risulta possibile nel momento in cui tra Chiesa e famiglia, riesce a crearsi quella relazione vicendevole intercorrente tra il «modellante» ed il «modellato» che divengono l'uno riflesso dell'altro e viceversa.

Come e dove può la famiglia cristiana essere segno nella storia quotidiana degli uomini?

Nella risposta a questo interrogativo sta la chiave per l'individuazione delle responsabilità della coppia e della famiglia cristiana, appunto, in un mondo come quello odierno caratterizzato da un emergere sfrenato delle soggettività tale da rendere spesso incomunicabili ed incompatibili tra loro le esperienze ed i linguaggi.

Di fatto, essere segno per la coppia e per la famiglia cristiana non implica, soprattutto, un «fare» ma un «essere».

Il primo e fondamentale compito della coppia e della famiglia cristiana è, pertanto, secondo una nota espressione di Giovanni Paolo II, di «diventare ciò che ei si è» e di proporsi per questa via come «il luogo primario della umanizzazione della società» (Christi Fideles Laici, n. 40; ma cf anche Familiaris Consortio, nn. 42ss).

Solo nell’insistenza in questa irrinunciabile priorità la famiglia cristiana è in grado di vivere come modello e riflesso della Chiesa divenendo, in questo modo, la testimonianza più bella e più vera della Chiesa stessa.

Scoprire giorno per giorno la propria nativa vocazione ad «essere per gli altri» significa per la famiglia cristiana articolare la propria esistenza nei due fondamentali momenti in cui si realizza tale imperativo, imparare quotidianamente a diventare sempre più compiutamente se stessi anche come coppia e imparare a giocare con la propria esistenza personale e coniugale per gli altri.

La strada da percorrere è, quindi, quella del costruirsi come segno mediante un rapporto di coppia da sviluppare in tutte le sue modalità espressive, in tutta la sua ricchezza, in tutte le sua potenzialità.

È questo un impegno al quale le coppie e le famiglie cristiane possono compiutamente adempiere con l'ausilio attento, disponibile ed instancabile di quella stessa Chiesa di cui esse sono immagine per vocazione originale.

Trattasi di un impegno che può esprimersi secondo varie direzioni e, comunque, vari livelli.

Il compito in un certo senso tradizionale della famiglia consiste, per la famiglia stessa, nell'essere «comunità di vita e di amore» (G.S. n. 48).

Fare della famiglia una comunità è diventato sempre più difficile in una società che ha spazzato via ogni antico vincolo comunitario assumendo l’individuo come proprio unico punto di riferimento.

 

La famiglia riproduce e riflette la struttura della Chiesa, e viceversa…

In questo percorso la Chiesa può e deve inserirsi facendo in modo che le coppie e le famiglie cristiane non perdano mai di vista il primo e fondamentale segno della propria esistenza in Cristo; l'amore.

Amarsi, continuare puramente e semplicemente ad amarsi, nella buona e nella cattiva sorte, quando si è realizzati e quando ci si sente irrealizzati: è questo il primo segno di testimonianza della coppia e della famiglia cristiana.

Ad un siffatto amore è connaturata l'esperienza forte della fedeltà da intendersi non semplicemente come rifiuto dell'adulterio o di quant'altro ad esso simile, ma anche e soprattutto come incontro vitale con il Dio fedele della Bibbia. Qui la fedeltà dell'uomo diventa paradigma esemplare della fedeltà di Dio.

In un mondo in cui la fedeltà in genere e la stessa fedeltà coniugale sembrano essere travolte dalla teorizzazione della mutevolezza strutturale dei sentimenti e dei radicamenti, l'attitudine tipica della coppia cristiana a vivere nella fedeltà immette nella storia una chiara e ferma testimonianza della presenza di Dio.

Di fronte a migliaia di famiglie che si frantumano alla luce dell'odierno individualismo ed egoismo e, molto spesso, a causa dell'incapacità ad amarsi, che poi diventa il motivo di fondo di quasi tutti i fallimenti matrimoniali, moda della società di oggi, la Chiesa non può permettersi di demordere rispetto all'infondere alle coppie ed alle famiglie cristiane in modo incessante, ma sereno al tempo stesso, il senso profondo dell'Amore, come un continuo rinnovarsi del Sacramento.

Non ci sono missioni, funzioni, celebrazioni, assemblee, associazioni, volontariati che tengano rispetto a tale compito della Chiesa che è il più naturale, il più antico e quello che le è veramente proprio: educare all'Amore.

Nella società del consumismo nulla è più inutile dell'amore: esso non trova posto nella bilancia commerciale e non produce reddito.

Testimoniare questa apparente inutilità, mostrarne e rivelarne tutta la fecondità, tutta la forza, tutta la capacità critica, è il servizio eminente che può rendere al proprio tempo quel segreto microcosmo che è la coppia cristiana e con essa la Chiesa di cui la stessa è parte imprescindibile.

Maria Paola e Marco Iurilli

Genova

Da “Famiglia domani” 1/2001

 

Sabato 30 Aprile 2005 20:34

L’ACCOGLIENZA NELLA CARITÀ

Pubblicato da Maurizio Zago

PRIMA PARTE

APRIRSI ALL’ACCOGLIENZA

- 3 -

Imparare le parole dell’accoglienza

L’ACCOGLIENZA NELLA CARITÀ

La parabola del buon samaritano

Ascoltando la parabola del buon samaritano (Luca 10,25-37) ho chiesto a Gesù: “Fa che ti ascolti bene, che colga bene quello che mi vuoi dire”.

Cercherò quindi di estrarre dal testo una serie di parole che mi hanno toccato, hanno suscitato in me una riflessione e che v’invito a trattenere nel cuore anche quando quest’incontro sarà finito.

GESÙ RISPOSE: "UN UOMO...”

L’uomo vittima dei briganti è descritto da Luca con questa semplice parola: “un uomo”, di lui non sappiamo nulla, e ancora meno sanno di lui coloro che gli passano accanto, i briganti 1’hanno spogliato e percosso e non è più possibile capire se si tratta di un uomo ricco o povero, sano o malato. Gesù ci chiede di interessarci all’altro così com’è, senza pretendere di conoscere la sua storia.

Dio, nel racconto di Genesi, quando crea l’uomo dice che ciò che ha creato è “cosa molto buona”. Nonostante il peccato l’uomo resta buono, qualunque cosa abbia fatto, tocca a noi tirare fuori da quest’uomo quello che c’è di buono; su questo punto, sia come società sia come cristiani, siamo molto deboli.

"NE EBBE COMPASSIONE"

Il samaritano ha compassione di quell’uomo e per aiutarlo si ferma, scende dalla sua cavalcatura, rinuncia alle sue sicurezze anche se corre a sua volta il pericolo di essere assalito dai briganti. Egli è riuscito a vedere in quell’uomo quello che gli altri passanti non sono riusciti o non hanno voluto vedere.

Noi confondiamo sovente compassione con emozione, ci sono molti fatti che i mass media ci propongono che suscitano in noi emozione. Ma se il nostro cuore è chiuso alla compassione continueremo a guardare l’altro con occhi di uomo e non con gli occhi di Dio, vedremo nell’uomo a terra solo le ferite, le vesti lacere, il pericolo e non “l’altro”.

“GLI SI ACCOSTÒ”

Proviamoci a mettere nei panni del samaritano: ne ha del coraggio! Quante volte noi abbiamo paura ad avvicinarci all’altro; provate a girare nella zona di Porta Palazzo1 e poi ditemi se non avete paura! Ci vuole tanta preghiera per superare la paura di avvicinare “l’uomo” perché il Signore ci chiede, come al dottore della legge, “Va e anche tu fa lo stesso”.

"VERSÒ OLIO”

Non solo il samaritano si avvicina ma lo tocca, lo cura, non ha paura di sporcarsi le mani, di rimboccarsi le maniche. L’accoglienza è partire dalle necessità e dalle esigenze della persona e non dare o fare solo quello che ci fa comodo, quando ci fa comodo.

“LO CARICÒ SULL’ASINO”

Non basta essere compassionevoli, ci è chiesto anche di condividere quello che abbiamo con l’altro; per il samaritano si tratta dell’asino, per noi si tratta di condividere il tempo, la salute, le ricchezze materiali e spirituali, ecc.

“FECE TUTTO IL POSSIBILE PER AIUTARLO”

Quando quello che facciamo non basta, allora siamo invitati a rivolgerci a coloro che lo possono meglio aiutare: nella parabola ciò è indicato dalla locanda e dall’albergatore, nel nostro caso dal parroco, dall’ospedale, dai centri di accoglienza, ecc. Ma non è ancora finito: “ciò che spenderai di più lo pagherò al mio ritorno”; non possiamo limitarci a scaricare ad altri le situazioni difficili, ci è chiesto di continuare ad amare, a pensare, ad interessarsi all’altro anche quando lo abbiamo affidato a mani più esperte delle nostre.

“AL MIO RITORNO”

Luca non ci dice cosa avverrà in questa circostanza, non ci dice se il samaritano sarà ringraziato da quell’uomo oppure no; questo è l’insegnamento di Gesù: non aspettiamoci nessun grazie per il bene che facciamo perché sappiamo che lo facciamo per Lui!

Guido Morganti, SERMIG

Domande per la Revisione di Vita

·        Cosa mi frena nel donarmi? Cosa ho paura di perdere?

  • Ho bisogno della gratitudine altrui per essere soddisfatto del mio operare? Quando e perché?

Brani per la Lectio Divina

·        Matteo 25, 31-46 (Il giudizio finale).

1 Quartiere di Torino con una forte presenza di immigrati extra comunitari

Mercoledì 30 Marzo 2005 20:26

L’ACCOGLIENZA NELLA COMUNITA’

Pubblicato da Maurizio Zago

PRIMA PARTE

APRIRSI ALL’ACCOGLIENZA

 

- 2 -

Accogliersi per saper accogliere

L’ACCOGLIENZA NELLA COMUNITA’

Farsi prossimo a coloro che ci vivono accanto

 

Quando sono arrivato qualcuno mi ha accolto con un sorriso dandomi un foglio, un altro si è fatto avanti accogliendomi in nome del parroco: posso quindi affermare che stasera sono stato accolto tra voi, non mi sono sentito uno di passaggio.

La riflessione di stasera si svilupperà in cinque punti intorno ad una considerazione di base: “Una comunità cresce se cresce l’accoglienza”. Gesù, nostro maestro, nel Vangelo ci ha dato tanti esempi di accoglienza: “Venite a me, voi che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro”,…impariamo da Lui!

 

CONOSCENZA TRA PARROCCHIANI

Il primo passo da compiere per diventare una comunità accogliente è quello di conoscerci tra noi. Stasera, per esempio, ci conosciamo tutti? Se ci guardiamo intorno, vediamo solo volti noti o anche persone con cui non abbiamo mai scambiato neanche un saluto?

In una grande parrocchia è difficile conoscersi tutti  ma , almeno tra noi che frequentiamo la chiesa, sarebbe importante crescere nell’accoglienza. Le occasioni non ci mancano: trasformare il segno di pace con il vicino di banco in un’occasione d’incontro, non temere di parlare sottovoce, prima dell’inizio della funzione, con chi ci sta accanto, non scappare di corsa alla fine della Messa ma attardarsi a salutare chi già conosciamo e anche chi non conosciamo. Perché i Movimenti hanno così successo? Per tanti motivi ma anche perché chi vi partecipa si sente accolto, è riconosciuto con il proprio nome. Impariamo da loro!

 

I GRUPPI COME COMUNITA’…

Nella parrocchia

 

 

...APERTE A TUTTI...

Ma non basta. La comunità cresce se chi fa parte di un gruppo riesce ad essere accogliente verso chi non ne fa parte, non vede un nuovo arrivato come un intruso ma come un fratello; se, chi vi partecipa per la prima volta, non si sente accolto non torna più. Se un gruppo non si apre, è destinato a morire perché il suo obiettivo deve essere quello di diventare una piccola comunità aperta agli altri.

 

...E PARTE VIVA DELLA PARROCCHIA

Una parrocchia: tanti gruppi che funzionano, ogni gruppo partecipa quasi al completo alle attività o agli impegni che lo riguardano, ma quando il parroco propone un’iniziativa aperta a tutti, che coinvolge l’intera comunità, i gruppi si squagliano, partecipa solo una piccola minoranza. Quante volte ho vissuto questa esperienza come parroco! I gruppi devono sentirsi parte della comuni-tà, non isola felice e appartata, e il momento comunitario per eccellenza è l’Eucarestia domenicale. La parrocchia deve essere sentita e vissuta come co-munità di tante piccole comunità!

 

PARROCCHIA CHE SI FA PROSSIMO

Questa comunità, che è la parrocchia, cresce se è attenta non solo ai suoi, a coloro che partecipano, ma se sa farsi prossimo a tutti coloro che abitano nel suo territorio. Occorre che i cristiani sappiano vedere e farsi carico delle situa-zioni di disagio delle persone che abitano vicino a loro e si facciano portavoce in parrocchia di chi soffre, di chi è ammalato o sta morendo, di chi è solo. La parrocchia deve diventare punto di convergenza delle esigenze del territorio. Guardiamo a Gesù che, nel suo agire, è attento alle persone, ai discepoli, alla gente tutta e chiediamogli l’aiuto per far diventare questa parrocchia una vera comunità d’accoglienza!

don Guido Fiandino della diocesi di Torino

 

 

Domande per la Revisione di Vita

· Come sono stato accolto nel gruppo cui faccio parte? Ne sono stato soddi-sfatto, o si sarebbe potuto fare meglio?

·    Nel gruppo c’è la stessa attenzione verso tutti i componenti? Se qualcuno è messo in disparte come possiamo fare per accoglierlo meglio?

·   

Brani per la Lectio Divina

· 1 Corinzi 12, 4-27 (diversità e unità dei carismi);

·         Giacomo 2,1-13 (accoglienza alle agapi).

 

Sabato 19 Marzo 2005 14:37

LA FAMIGLIA LUOGO DI ACCOGLIENZA

Pubblicato da Maurizio Zago

PRIMA PARTE:

APRIRSI ALL’ACCOGLIENZA

 

- 1 -

 

Accoglienza: dialogo tra diversità

LA FAMIGLIA LUOGO DI ACCOGLIENZA

Aprirsi agli altri e allo Spirito

 

In questo periodo grava sulla famiglia qualcosa di paragonabile ad una cappa di piombo. Dopo i fatti di Novi Ligure e altri analoghi non stupisce trovare genitori che si interroghino sulla loro capacità di educare i propri figli.

Tralasciando l’emotività che questo tipo di avvenimenti inevitabilmente provoca, chiediamoci che cosa dovrebbe significare l’accoglienza in famiglia e, per aiutarci, vi propongo tre spunti di riflessione.

 

AFFETTO SENZA DIALOGO

Che tipo di comunicazione c’è nelle nostre famiglie? Dobbiamo ammetterlo: la comunicazione non è il nostro forte, c’è molto affetto ma c’è poco dialogo, in famiglia c’è silenzio su molti argomenti che non si affrontano perché ciò vorrebbe dire discutere, litigare, quindi si preferisce tacere.

Dovremmo invece superare l’affetto, anche se è un elemento indispensabile per la vita familiare, per arrivare al confronto, anche se ciò porta inevitabilmente a scoprire la diversità delle opinioni e dei punti di vista.

Ma la diversità, che sovente ci spaventa, è invece un valore positivo, non possiamo pensare che i nostri figli condividano sempre le nostre idee, i nostri valori; sono di un’altra generazione, hanno modelli diversi dai nostri. Anche come coppia dobbiamo saper apprezzare il valore della diversità, come lo scoprire che non siamo più gli stessi di quando ci siamo sposati ma siamo cresciuti, maturati, cambiati.

 

FAMIGLIA APERTA…

La prima apertura della famiglia è quella verso la vita nascente e la vita verso il suo termine. Purtroppo la nostra società ci spinge a non fare più figli: li fa sentire come un onere, come un limite alla libertà e trascura volutamente tutti gli aspetti positivi della paternità e della maternità. Anche sul fronte degli anziani il discorso è analogo.

Ci sono anche altri modi per aprirsi come famiglia: il volontariato, l’affido, ecc…, tutti validi ma senza dubbio impegnativi. Ma ce ne sono anche tanti altri molto più semplici e a portata di mano: sono quelli che investono la sfera del quotidiano e coinvolgono le persone che ci sono vicino, nella casa dove abitiamo, a scuola, in ufficio.

Siamo chiamati ad un’accoglienza ordinaria ma continua verso coloro con cui condividiamo il nostro tempo, non basta un “buon giorno, buona sera” per diventare prossimo agli altri.

 

…AI RICHIAMI DELLO SPIRITO

Come cristiani poi siamo chiamati ad aprirci allo Spirito, a non essere sordi ai suoi richiami.

Come per l’esperienza di coppia, dove il matrimonio non è che il punto di partenza di un cammino da fare insieme, così nell’esperienza religiosa non c’è mai un punto di arrivo.

La fede non è acquisita una volta per sempre ma è un cammino che si snoda nel tempo e nella vita e che può portarci a mete impensate, se ci lasciamo guidare dallo Spirito.

Come cogliere la sua voce nel rumore del quotidiano? E’ molto più facile quando stacchiamo la spina regalandoci una settimana di ritiro ma, come laici, il nostro posto è nel mondo ed è proprio in mezzo al suo fragore che siamo chiamati, ogni giorno, a scoprire cosa vuole da noi il Signore.

 

prof. Franco Garelli, sociologo

 

Domande per la Revisione di Vita

·        Sappiamo conversare con l’altro, ascoltando e accogliendo il suo punto di vista, senza voler imporre il nostro? Oppure, attraverso le parole e l’atteggiamento, combattiamo un duello? In quali casi il suo punto di vista diverso ci è stato di aiuto?

·        Riusciamo a vedere Cristo nel fratello che incontriamo? Quali incontri, quali presenze, ci disturbano maggiormente? Perché?

Brani per la Lectio Divina

·        1 Samuele 24,1-22 (Davide risparmia Saul);

·        Efesini 5,21-6,4 (morale domestica).

 

Sabato 19 Marzo 2005 14:32

APPENDICE: I METODI DI LAVORO

Pubblicato da Maurizio Zago

APPENDICE

I METODI DI LAVORO

 

L'ANNUNCIO

 

L’Annuncio è lo strumento che permette al Gruppo Famiglia di impostare il suo programma di formazione e consiste nel confrontarsi su un argomento di comune interesse. L’Annuncio può essere fatto da una persona esterna al gruppo, invitata a questo scopo, oppure può essere fatto dal gruppo stesso. In questo caso come si fa?

Si tratta di trovare un argomento di comune interesse, tratto da un libro o da una rivista, e confrontarsi su di esso.

È necessario leggere in precedenza l’argomento (personalmente e in coppia) e porsi, per ogni punto trattato, alcune domande:

·        Condividiamo quanto é scritto? Se non lo condividiamo, perché?

·        Se lo condividiamo, quali ostacoli ci impediscono di realizzarlo?

·        Da che parte incominciamo per superare questi ostacoli?

·        Quali conferme abbiamo trovato?

Durante l’incontro, dopo aver letto l’Annuncio e aver sostato un momento in silenzio, tutte queste riflessioni sono messe in comune perché “chi ha, dà...”. Si ascolta l’esperienza dell’altro come dono dello Spirito per fare chiarezza, discernimento, dentro di noi.

Ognuno, per essere più preciso nel comunicare la propria esperienza é bene metta per iscritto quel che ha pensato, meditato, sentito ... anche per essere più semplice e conciso quando presenta (verbalizza) il proprio contributo.

 

LA LECTIO DIVINA

 

La Lectio Divina è una preghiera biblica che. partendo dalla lettura del testo

sacro, giunge alla contemplazione dell’amore di Dio e spinge all’azione. all’ impegno, alla testimonianza.

Lo schema della Lectio Divina si articola in cinque punti:

·        Lettura: dopo aver letto il testo scelto uno dei presenti ne spiega la collocazione nel testo sacro e chiarisce parole e passi che possono suscitare dubbi.

·        Che cosa dice il testo in sé: si rilegge il testo una frase per volta, cercando di cogliere il significato delle singole parole, soffermandosi sui verbi, sugli aggettivi, per comprendere insieme che cosa l’autore sacro intendeva dire.

·        Che cosa dice il testo a me: ora che abbiamo capito meglio il testo chiediamoci: che cosa il Signore ci vuole dire in questo preciso momento della nostra vita, attraverso questo brano? Condividiamo la nostra risposta con i fratelli.

·        Preghiera: trasformiamo la nostra riflessione in preghiera nelle forme che lo Spirito vorrà suggerirci: dialogo, adorazione, lode, ringraziamento, intercessione.

·        Leggere “con la penna in mano”: scegliamo una frase del testo biblico letto e pregato, scriviamola per ricordarla meglio, sforziamoci di ‘ruminarla” nei giorni a venire e di viverla, prendendo un piccolo ma concreto impegno di conversione.

La vita quotidiana è trasformata dalla forza della Parola!

È opportuno incominciare sempre la Lectio Divina, sia personale sia di gruppo, con un’invocazione allo Spirito Santo affinché Lui, che ha ispirato le Scritture, guidi noi alla loro corretta ed efficace comprensione.

 

LA REVISIONE DI VITA

 

La Revisione di Vita è un metodo per fare cerniera tra vita quotidiana e fede, condividendo con gli altri il cammino. Viene proposta, prima di ogni incontro, una domanda dalla quale partire per:

·        Vedere: dopo un invocazione allo Spirito Santo la coppia che conduce l’incontro ripropone la domanda scelta per la RdV e ciascuno dà la sua risposta, attingendo alla propria esperienza personale e di coppia, senza esprimere giudizi. Questo momento di ascolto reciproco e di comprensione profonda dell’esperienza altrui favorisce la formazione della “presa in carico” reciproca.

·        Giudicare: a questo punto il gruppo si prende un momento di silenzio per ripensare a ciò che si è sentito e per interpretarlo alla luce del Vangelo. Ciascuno si raccoglierà in se stesso e farà memoria di quegli episodi e frasi del Vangelo, o più in generale della Bibbia, che rimandano a quanto udito e vissuto fino a quel momento e li condividerà con gli altri. Non sempre la nostra conoscenza del Vangelo è così approfondita da riproporre la citazione esatta, quello che conta è dire con parole nostre ciò che ci ricordiamo perché è comunque quello che ci è rimasto impresso nel cuore.

·        Agire: è il momento dell’appello alla conversione, è ora di prendere impegni precisi. Domandiamoci: che cosa mi chiede Gesù, ora e qui, per la mia conversione? Ciascuno, dopo un attimo di riflessione, esprime a voce alta il proprio pensiero sentendo che tutti gli altri partecipano sostenendolo con la preghiera. L’impegno preso non deve essere troppo difficile, altrimenti si rischia di non metterlo in pratica, deve essere alla portata anche di un bambino in modo da non poter avere scuse in caso di inadempienza.

Si conclude l’incontro con una preghiera di ringraziamento o di lode.

 

IL PARTAGE

 

Come la famiglia, anche il Gruppo Famiglia pratica la condivisione (Partage) come stile di vita.

La Lectio Divina. la Revisione di Vita sono già momenti di forte condivisione ma è bene dedicare ogni tanto un incontro al Partage, avendo cura di predefinire il tema, per fare davvero condivisione ed evitare di cadere nello spontaneismo.

Alcuni temi od occasioni di Partage possono essere: la nascita di un figlio, la morte di un familiare, scelte di vita. sofferenze. esperienze di servizio, ecc...

L’incontro di Partage può essere inserito in calendario già ad inizio anno oppure venire fissato in funzione dei bisogni e delle esigenze che nascono nelle coppie del gruppo.

Si inizia l’incontro con un brano della Parola pertinente al tema del Partage in modo da esserne illuminati e non correre il rischio di piangersi addosso.

L’incontro prosegue in modo spontaneo condividendo con i nostri fratelli nella fede le nostre esperienze; si presti attenzione a non assumere atteggiamenti sentimentali. o di pessimismo o di esaltazione.

Si termina con una preghiera che esprima l’assunzione reciproca delle gioie e delle pene.

Comunque, ogni incontro, formale od occasionale. tra le coppie del gruppo può avere momenti di Partage: aprirsi agli altri, confidando le nostre gioie, le nostre pene, le nostre attese può essere di aiuto e consolazione, soprattutto se sappiamo che quanto detto non sarà oggetto di chiacchiere o di pettegolezzi.

 

Sabato 19 Marzo 2005 14:24

Diversità e accoglienza - Introduzione

Pubblicato da Administrator

Alcune proposte di riflessione

Ogni giorno nel nostro fare ci confrontiamo e, a volte ci scontriamo con gli altri: un vicino che ci spintona sul tram o un automobilista che ci taglia la strada, un marocchino che vuole a tutti i costi lavarci il vetro, per non parlare dei colleghi di lavoro, il più delle volte indisponenti, arrivisti, supponenti e raramente amici o perlomeno compagni sulla stessa barca. E quando torniamo a casa eccoci alle prese con i problemi, le fisime, l’insistenza o l’indifferenza del coniuge, dei figli, dei genitori anziani.

E’ urgente imparare a gestire questi confronti, a non viverli solo come un peso ma anche come un’opportunità: opportunità che nasce dalla nostra capacità di accogliere le differenze di cui gli altri sono portatori.

E’ dalla differenza che nasce tutto quanto ci circonda: i nostri figli non sono uguali a noi e noi non siamo uguali ai nostri genitori; nostra moglie, nostro marito sono nati o hanno origini in altre regioni d’Italia, diverse dal luogo dove abitiamo; noi stessi, per motivi di lavoro, ci siamo trasferiti lontano dai luoghi della nostra infanzia.

Il cambiamento e la diversità, anche se sovente indesiderati, fanno da sfondo alla nostra vita: accoglierli diventa una necessità vitale.

Questo piccolo sussidio vuole fornire piste, tracce a tutti coloro che vogliono aprirsi all’accoglienza e fare tesoro della diversità.

In appendice sono suggeriti alcuni metodi di lavoro per riprendere a livello di gruppo, ma anche di singolo o di coppia, i temi affrontati nelle diverse riflessioni.

 

Torino, ottobre 2002

Noris Bottin, presidente associazione Formazione e Famiglia

 

Sabato 19 Marzo 2005 11:27

I segni dei tempi nella Chiesa

Pubblicato da Maurizio Zago

I segni dei tempi nella Chiesa

· «Segni dei tempi» sono quelli che indicano una liberazione in atto nella storia · Gesù di Nazareth, il Liberatore, è il «segno dei tempi» · Ed è Lui, l’annunciatore, che le Chiese devono annunciare · A tutti, e in ogni tempo.

La sera voi dite:

«Il cielo è rosso, farà bel tempo».

E la mattina dite: «Il cielo è rosso cupo, oggi è burrasca».

Sapete dunque distinguere l’aspetto del cielo

E non vi riesce

Capire i segni del tempo? (Mt 16, 2-3)

L'espressione «segni dei tempi» - come tutte quelle che in un certo periodo della storia hanno rappresentato per una generazione un punto di riferimento inserito in un orizzonte di senso - rischia col tempo di perdere il suo significato originario e di essere utilizzata dalla generazione successiva in modo disattento e banalizzato. Così, oggi tutto tende ad essere considerato «segno dei tempi»: dalle varie e ricorrenti «tangentopoli», all'uso urtante del cellulare; dalle tragedie giovanili del «sabato notte», alla «navigazione» ossessiva ed alienante su Internet, dalla ricerca generalizzata di facili guadagni in Borsa e alle lotterie, ai «giochi» erotici in diretta TV o alla passione sempre più diffusa per il gossip (il pettegolezzo). Se è vero - come affermava uno scrittore - che i paradossi di ieri sono i pregiudizi di domani, ciò è in parte dovuto non solo ai cambiamenti culturali ma anche al progressivo diluirsi e deteriorarsi dei valori forti, ivi compresi quelli nascosti dietro una parola od un’espressione.

Per Gesù, invece, nel brano citato di Matteo, «segni dei tempi» sono segni connotati di valori forti, positivamente collegati con il Regno di Dio che egli inaugura, segni dunque - o meglio «eventi» - di liberazione, cioè di salvezza, nella storia, dalla quale traspare l'opposizione dialettica tra il peccato, visibile e documentabile in un quotidiano la cui lettura non è mai facile né immediata, e la grazia che misteriosamente anticipa la redenzione definitiva. L’invito di Gesù è quindi rivolto non solo ai suoi contemporanei, ma agli esseri umani di tutte le generazioni. Ed in particolare a noi, che di fronte alle immani sfide etiche che il nostro tempo comporta ci ostiniamo a cedere alla tentazione pessimistica («...si andava meglio prima!»), o a quella edonista o individualista («...l'importante è che stia bene io, qui e ora!»), o ancora a quella ideologica, integrista e giustizialista («...per salvare il nostro tempo bisognerebbe fare piazza pulita di...»).

Queste tentazioni attraversano tutte le dimensioni della nostra esistenza, di quella familiare e sociale a quella professionale e non dobbiamo quindi stupirci se interessano - e non solo tangenzialmente - anche quella ecclesiale. Le Chiese non vivono sotto una campana di vetro, isolate e sterilizzate dal mondo: e le varie «visioni del mondo», i modelli etici che di volta in volta definiscono scelte, giudizi, decisioni, comportamenti, non possono non avere un'influenza diretta su di esse. Per porre correttamente, per quanto schematicamente, la questione dei segni dei tempi a livello ecclesiale, occorre allora situare la Chiesa nel concreto cammino storico che sia compiendo.

Una breve ricognizione

Diciamo subito che ci sembra quanto meno azzardato parlare - come capita talvolta d'udire - di «apocalittica ecclesiale». Vogliamo subito esprimere il nostro atto di fede nella forza sempre rinnovatrice dello Spirito che, in un tempo caratterizzato da «non frequenti visioni» (cf 1 Sam 3, 1s), suscita inaspettatamente nuove e giovani comunità capaci di mostrare al mondo la forza dell'amore. E certo, però, che la Chiesa si colloca oggi su un crinale «apocalittico» della storia. È una storia che «geme per i dolori del parto» e attende una liberazione. Si è soliti affermare che il rapporto chiesa-mondo si sviluppa in un contesto di secolarizzazione intesa come processo (positivo) di progressivo affrancamento della società dai sistemi religiosi e sacrali, ma anche come disaffezione e allontanamento dei singoli dalle chiese, dai loro riti e dalle loro istanze morali. È, quest'ultima, una situazione che preoccupa molto le gerarchie ecclesiastiche che non esitano a ricorrere a progetti talora molto ambiziosi per il recupero di una visibilità che rischia di appannarsi. Ma per la Chiesa, come vedremo, più che la mancata visibilità il rischio vero sembra oggi l'insignificanza.

E tuttavia dobbiamo essere attenti. La lettura fatta con i nostri modelli occidentali della nostra realtà ecclesiale, all'interno cioè di un mondo ricca e secolarizzato, rischia di essere inguaribilmente etnocentrica se cediamo alla tentazione di assolutizzarla e di universalizzarla: essa riguarda infatti non più di un quarto dell'umanità, l'Occidente evoluto appunto, mentre i restanti tre quarti vivono in una condizione di sub-umanità, di povertà estrema, di oppressione, di guerra, di carestia, di fame, di distruzione di intere etnie: situazioni per le quali non si intravede, almeno nel breve periodo, una ragionevole via d'uscita. Per queste persone, la Chiesa istituzionale che cosa rappresenta? Una presenza? Una speranza? Un punto di riferimento? Oppure una realtà ingombrante, un'alleata degli oppressori? O, più semplicemente, nulla? 

La vita media di un occidentale è - grosso modo - di 75 anni; quella di un abitante del cosiddetto «terzo mondo» non arriva a 50. Quest'ultima media risalta abbassata fondamentalmente a causa di almeno quattro fattori: la mortalità infantile elevata dovuta alla mancanza di un sistema sanitario adeguato, la malnutrizione e la sottonutrizione endemica, l'inquinamento ambientale, l'insicurezza e lo sfruttamento sul lavoro soprattutto dei minori. Tecnicamente, superare questo divario non sarebbe impossibile: 1o è invece da un punto di vista politico. Se - per non fare che un esempio - gli Stati Uniti hanno già deciso oggi la quantità di aerei da combattimento da immettere sul mercato nel 2012, cioè fra una dozzina di anni, tanti quanti ne occorrono per la progettazione e la costruzione di queste macchine da distrazione, è evidente la necessità di creare fin d'ora situazioni di guerra, con la tragica catena dì tragedie che comporta, per smaltire le scorte di questi prodotti.

No, la povertà e la guerra non sono un tragico destino: non è questo il modello al quale Dio ha destinato la creazione. Sono i rapporti tra gli uomini, le leggi economiche considerate rigide ed immutabili, e supreme, le scelte politiche fondate sull'egoismo dei pochi, l'incapacità di rinunciare al diritto senza contropartita che hanno determinato e determinano tali situazioni. D'altronde, già alla Conferenza di San Paolo del Brasile i teologi del Terzo Mondo avevano denunciato questo scandalo: «il popolo credente, ma sfruttato del Terzo Mondo si contrappone all'Occidente secolarizzato e sfruttatore». Lo scandalo dello sfruttamento e della divisione è destinato a mettere in crisi qualsiasi fede in Dio, o la fede in un qualsiasi Dio. Come è possibile pensare ad un Dio in presenza di miliardi di persone che soffrono, di bambini che muoiono inesorabilmente, solo circondati dal dolore impotente degli adulti? E rischia anche di rendere superflue le Chiese, con il loro apparato burocratico, le loro condanne e i loro steccati, i loro modelli di relazione mutuati dalle società secolari. Istituzioni a fianco di altre istituzioni. Capaci, sì, di parlarsi e anche di intrattenere un rapporto dialettico: ma i poveri del mondo, il restante tre quarti dell’umanità, capiscono questo linguaggio?

Questo non significa che, in Occidente come nel Terzo Mondo, sia in crisi il sentimento religioso. C'è, anzi, un bisogno reale di religiosità che sale dal profondo di ogni essere, una ispirazione tanto più profonda quanto più sorge da quell'angoscia esistenziale, da quella pesantezza e da quell'ombra che appartengono alla condizione umana. Questo processo è comune a tutte le classi di età, ma è evidente soprattutto nel mondo giovanile. Si nota nei giovani un grande interesse per la figura di Gesù, una forte esigenza di spiritualità, e contemporaneamente un progressivo abbandono delle comunità ecclesiali, degli oratori, della frequenza religiosa. Né basta, a colmare questa frattura - Cristo sì, Chiesa no - che preti e suore si mettano a danzare, a mimare il linguaggio dei teen-agers, o a frequentare discoteche: sarebbe come se un industriale in vena di originalità si presentasse al lavoro con la tuta da operaio. Si tradirebbe in pochi minuti. Per «recuperare» il mondo di chi «non crede», e di chi crede ma non «frequenta», non basta un cambiamento di stile, occorre un cambiamento di cultura. Soprattutto occorre abbandonare le false preoccupazioni moralistiche. Come affermi il teologo Paul M. Zulehner, perché la Chiesa venga amata dagli uomini e dalle donne del nostro tempo essa deve farsi amare, deve essere «amabile». Deve essere una «dimora». Come una famiglia.

Una Chiesa «segno dei tempi»...

 Se «segni dei tempi» sono quelli che indicano una liberazione in atto, non ci sembra che alcuni modelli di Chiesa possano essere considerati «segno dei tempi». A titolo di esempio ne indichiamo tre.

· Una Chiesa «clericale»: una Chiesa, cioè, impostata come una piramide, in cui al vertice sta la gerarchia (papa, vescovi, preti) con una funzione direttiva, e alla base i «fedeli», il popolo, con la grazia dell'esecuzione. Va detto che, da un punto di vista teologico, questa concezione di Chiesa non ha più diritto di cittadinanza, dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II. Non ci pare solo simbolico il fatto che nella «Lumen Gentium», la Costituzione Conciliare sulla Chiesa, il capitolo sul «popolo di Dio» (II) preceda quella sulla gerarchia (III). Non è sempre così nella realtà.

· Una Chiesa che sente come compito prioritario quello di essere impositiva, di avere una comunicazione unidirezionale, di emettere «leggi», prescrizioni e divieti senza ascoltare la «base», senza l'umiltà di leggere a fondo le situazioni concrete, senza l'intelligenza della storia e la puntualità nel cogliere i mutamenti sociali alloro manifestarsi.

· Una Chiesa «alienata», vale a dire in perenne contemplazione di se stessa, dei suoi riti, delle sue liturgie, preoccupata di mostrarsi al mondo più che di immergersi in esso; una Chiesa che intrattiene relazioni privilegiate con i potenti, che antepone le relazioni diplomatiche a quelle umane, ed in cui il modello di vita dei pastori e dei nunzi apostolici è più simile a quello dei ricchi e dei privilegiati della storia che non a quello di una dignitosa povertà.

All'opposto, ci sembra possano essere considerati un «segno dei tempi» liberante altri modelli ecclesiali. Ne elenchiamo quattro, sempre a titolo di esempio.

· Una Chiesa veramente ed autenticamente «popolo di Dio». Questa affermazione che, passata la ventata conciliare, risulta un po' abbandonata nel linguaggio ecclesiale, possiede invece alcune implicazioni teologiche fondamentali. Tutti siamo popolo di Dio. Non è teologicamente corretto affermare che la Chiesa si compone dei vescovi, dei presbiteri, dei religiosi e del «popolo». Tutti siamo «popolo di Dio» perché tutti partecipiamo del Cristo e siamo chiamati alla santità. Nella concezione conciliare della Chiesa, cioè, la comunità, il «popolo» e, ancor prima il singolo, vengono intesi come il «luogo» in cui si manifesta l'ispirazione, in cui dunque lo Spirito parla e concede il «dono delle lingue», la capacità di esprimere opinioni, in definitiva un «luogo» in cui tutti sono uguali anche se non tutti fanno le stesse cose. E tuttavia sarebbe opportuno che il tema dell'uguaglianza non soltanto all'interno della Chiesa ma all'interno di tutta la comunità umana venisse ulteriormente approfondito: deve ancora entrare nella coscienza collettiva.

· Una Chiesa impostata secondo un corretto modello di famiglia: in cui cioè si viva non solo nominalmente ma effettivamente la fraternità, il dialogo, un servizio reciproco non forzato, ma spontaneo ed in cui, come in una famiglia, si viva una comune responsabilità. Una Chiesa, infine, con relazioni non di tipo verticale, ma orizzontale, quindi una Chiesa-comunione, segno dell'amore di Cristo per tutta l'umanità.

· Una Chiesa pienamente incarnata (liberando la parola dall'abuso indebito che spesso se ne fa); che annunci l'annunciatore della liberazione, il Cristo, l’anima della Chiesa; che rinunci quindi ad annunciare se stessa, i suoi dogmi, quella certa morale che spesso arranca nella sfida con la storia; capace di ritradurre, nel tempo storico, il messaggio di Gesù di Nazareth, a tutti i livelli dell’esistenza umana, da quello personale a quello di coppia, di famiglia, di società; che non abbia paura di annunciare il Cristo crocifisso, individuando i luoghi - fisici ed antropologici - concreti in cui si invera oggi la via della Croce. Questi luoghi, nel nostro contesto occidentale, sono spesso quelli in cui la comunità cristiana vive con maggior difficoltà la fatica di un'integrazione, di una presenza autentica e non soltanto formale: le coppie rese di fatto «irregolari» da quelle condizioni sociali che occorrerebbe avere la pazienza di cogliere, di approfondire e di affrontare con il cuore sgombro da preconcetti: la condizione drammatica di molti giovani, di anziani, di preti e di suore incapaci di convivere con la propria solitudine e, non raramente, di stabilire un rapporto accettabile con la propria disperazione; tutte le persone che vivono le «stigma» della diversità, come «luogo» spesso definitivo di discriminazione, di rifiuto e anche di sfruttamento; una Chiesa «tenera», della tenerezza di Gesù e del Vangelo, che sappia operare una distinzione, dal punto di vista etico tra «immoralità» ed «incapacità»; una Chiesa dei poveri e non per i poveri: in cui poveri, cioè, siano visti non in una prospettiva assistenzialistica, ma come soggetti storici di un cambiamento che rischia invece di avvenire proprio a scapito e contro loro; poveri, allora, da «coscientizzare» (parola nata in Brasile, significativamente uno dei luoghi in cui più si manifesta la drammaticità delle differenze, ma in cui più si apre la speranza di un riscatto).

· Una Chiesa, in definitiva, con l'unica preoccupazione dell'amore. Come ci ha dimostrato Gesù, non si dà incarnazione senza amore. Uno dei «peccati» più gravi della comunità cristiana è quello della separatezza. La tentazione dell’«angelismo». La fede in Dio e in Gesù Cristo non rende i cristiani né più umani né meno umani degli altri uomini. Insieme con gli «altri» uomini e le «altre» donne occorre lavorare per una continua salvezza (liberazione) della storia. La liberazione non è mai conclusa. Sulla capacità di «portare avanti» questo processo di liberazione saremo (anzi, siamo) giudicati. Infatti «saremo giudicati sull'amore». Non il buon senso, la finezza politica, la condizione psicologica in cui viviamo, tanto meno l'ideologia, sono il criterio ermeneutico del giudizio, ma l'amore. Prima c'è l'amore, poi il giudizio. Ce lo ha insegnato Gesù stesso nell'incontro con il giovane ricco. Prima «lo amò», poi gli chiese di seguirlo. E non un amore di sentimento, ma un amore fatto di azione e che oseremmo definire «violento» (nel senso opposto di tiepido e timido), capace cioè di stravolgere i criteri e i ritmi direttivi della storia. Ma da soli non ce la facciamo. Per questo ci vuole una comunità che sia segno di liberazione.

Una conclusione provvisoria, per continuare a cercare. Insieme

A questo punto provvisoriamente conclusivo della nostra riflessione, è bene inserire ancore Gesù di Nazareth. Forse anche noi, come i suoi anonimi interlocutori in Mt 16, non lo abbiamo riconosciuto. Noi, che ci affanniamo a cercare altrove i «segni dei tempi», che scrutiamo il cielo per ricavarne segnali e presagi, non abbiamo capito che è Lui il «segno dei tempi». L’evento. Il segno di una liberazione in atto. «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo...?» (At, 1-11). Gesù è il «luogo» in cui Dio ha rivelato se stesso come salvezza definitiva di tutti gli esseri umani, nessuno escluso. Solo una storia di liberazione, come quella in cui Gesù si è incarnato e che ci ha rivelato, può essere sperimentata come storia di salvezza. Non una incarnazione virtuale, una mezza incarnazione. No, Gesù si è incarnato davvero in «questa» storia, in «questo» tempo, un tempo ed una storia che dobbiamo imparare a leggere con «simpatia», perché «luogo» in cui Dio non ha esitato a «mandare» suo figlio, senza esimerlo da un'esperienza dolente di creaturalità, di amore e di dolore, di sofferenza e di morte, come noi quotidianamente sperimentiamo. È Lui, il Gesù storico, lo «specifico» cristiano. L’humanum diventa così il criterio base per leggere l'esperienza cristiana, ed anche l'esperienza delle Chiese. Nonostante tutte le contraddizioni che in esse si manifestano, noi crediamo che Dio sia presente in queste esperienze, e che la storia - sacra e profana ad un tempo, ormai «salvata» e redenta - non possa più essere sbrigativamente liquidata come destinata al cestino dei rifiuti.

Se ha un senso questo nostro atto di fede, che forse da alcuni potrà essere considerato «troppo» umano, o troppo «laico», ce n'è quanto basta per continuare a voler bene alla Chiesa, e a sperare che essa sia capace di dare una risposta alle domande vere che uomini e donne veri continuano a rivolgerle, perché stanno loro a cuore, e non a quelle che, invece, questi stessi uomini e donne non pongono perché estranee all'esperienza storica attuale. In un mondo disincantato e deluso, facile preda delle illusioni mediatiche, si può continuare a narrare le molte storie - inedite e nascoste - di una grande passione.

Dice Ariel Dorfman, scrittore cileno autore tra l'altro di La morte e la fanciulla, ed. Garzanti, in un'intervista a La Stampa (5/8/2000): «Qualche volta bisogna avere il coraggio di immaginare un futuro diverso, sognare l'impossibile. Può sempre succedere che la Storia sia lì ad ascoltarci. Che ci risponda».

Luigi Ghia

Asti

Da “Famiglia domani” 1/2001

IL PIANO PASTORALE PER LA FAMIGLIA
DIOCESI DI FERMO

Negli ultimi anni la Diocesi di Fermo ha posto al centro della riflessione pasto­rale la famiglia.
Tale riflessione è stata sostenuta dalla convinzione che la famiglia, oltre ad es­sere oggetto di cure della comunità, è sog­getto di pastorale in quanto agente di evangelizzazione, formazione e servizio, al suo interno, nella comunità cristiana e nella società civile.
Lo stimolo è pervenuto non solo dalla forte istanza di evangelizzazione che il pa­pa sollecitava per il nuovo millennio, ma anche dall'invito del Sinodo Diocesano a riscoprire la dimensione teologica del ma­trimonio, a privilegiare l'aspetto formativo dei coniugi e degli animatori della pastora­le familiare e a considerare la parrocchia, per la sua caratteristica territoriale ed il suo coordinamento con l'ufficio di pastorale fa­miliare, il luogo privilegiato della crescita spirituale, morale e sociale delle famiglie.
In questo contesto di profonda rifles­sione si colloca il cammino che ha con­dotto la Diocesi alla realizzazione del Piano Pastorale per la famiglia. La Com­missione che ha accompagnato questo percorso era composta da due sacerdoti e da coniugi impegnati ecclesialmente e con differenti competenze nel versante culturale, sociale e pastorale. Il metodo di lavoro adottato ha cercato di coinvolgere tutta la comunità ecclesiale, nelle sue con­crete espressioni: diocesi, vicarie, parroc­chie.

In ascolto della Chiesa locale: indagine ed obiettivi

Il primo passo, dunque, è stato quello di mettersi in ascolto della Chiesa locale, organizzando incontri con i delegati di Vi­caria per la pastorale familiare e con la Consulta delle aggregazioni laicali, per una prima verifica della situazione delle famiglie nel nostro territorio e per indivi­duare eventuali piste da proporre.L'invio delle schede di verifica dell'e­sistente e di proposta ha contraddistinto il secondo momento. Esse hanno investito il problema a tutto campo a cominciare dall'educazione di adolescenti e giovani all'amore fino alla missione educati va della famiglia, alla sua testimonianza e al suo impegno nella Chiesa e nel mondo (la via dell' annuncio, la via della carità, la via della missione).
Gli obiettivi erano dichiarati nella se­conda parte di ogni scheda: anzitutto aiu­tare la parrocchia a valutare il proprio im­pegno nei vari settori della pastorale fa­miliare, per individuare carenze e realtà positive; in secondo luogo, si voleva dare alla parrocchia la possibilità di formulare richieste concrete alla Vicaria e alla Dio­cesi, per essere sostenuta ed aiutata nella sua missione nei confronti delle famiglie.

L'analisi delle risposte e la formulazione del Piano

Le osservazioni pervenute sono dive­nute oggetto di riflessione sia per la Com­missione che per il Consiglio Pastorale Diocesano. Quest'ultimo dopo un'attenta lettura ha riconsegnato il lavoro alla Com­missione che ha cercato di riunire in un unico documento i contributi, ristrutturan­doli, dove necessario, secondo lo schema: «Soggetti», «Contenuti» e «Metodo».
L'obiettivo del Piano Pastorale è sta­to quello di tracciare alcune linee-guida che, pur rispettando i diversi cammini e contesti, possano aiutare a sentirsi parte di una Diocesi.
Il Piano pastorale sulla famiglia, dun­que, non si è posto come un'iniziativa da aggiungere ad altre iniziative e neanche come una proposta confezionata e pronta all'uso, ma come obiettivo per aiutare la Diocesi ad attuare una conversione pasto­rale: dalla famiglia oggetto alla famiglia come soggetto, dalla parrocchia come in­sieme di persone alla parrocchia come fa­miglia di famiglie, dalla famiglia come settore alla famiglia che taglia trasversal­mente tutto l'impegno pastorale e dall'at­tenzione alle famiglie praticanti al coin­volgimento di quest'ultime nella missio­ne. Non vedere solo la famiglia come problema ma come risorsa e far di essa il centro unificatore della pastorale parroc­chiale.
Anche l'organizzazione metodologica delle stesse schede è coerente con tale im­postazione.

La prima via è quella dell'evange­lizzazione in cui la famiglia è oggetto di attenzione: educazione all'amore, incon­tri per fidanzati, incontri per genitori e fa­miglie e i gruppi famiglia.

La seconda via è quella della carità in cui la famiglia contemporaneamente è oggetto e soggetto di carità: servizi e so=­stegni alle famiglie e nuove forme di con­divisione.

La terza via è quella della missione in cui la famiglia diviene soggetto di pa­storale: l'educazione alla fede, la parteci­pazione alla vita della Chiesa, la parteci­pazione alla vita della società.

In questo contesto il Piano pastorale per la famiglia ha cercato di fare proposte nei vari ambiti.

Il primo dato emergente è che accanto alla preparazione immediata al matrimo­nio è necessario avviare una preparazio­ne remota che aiuti i giovani a riscoprire i valori insiti nella corporeità, sessualità e affettività. Questo tipo di preparazione deve essere trasversale ad ogni cammino formativo e deve ispirare ogni tentativo di primo annuncio della Chiesa. In questo cammino si ritiene necessaria la presenza di adulti e di giovani coppie e non solo di giovani come educatori.

Per quanto riguarda la preparazione immediata al matrimonio si auspica la presenza di coppie di sposi che insieme al parroco si assumano l'impegno di ac­compagnare i fidanzati nella scoperta del «Sacramento del matrimonio». A livello metodologico, si ritiene opportuno dare unitarietà ai contenuti, partendo dalla di­mensione antropologica per arrivare a quella di fede e passare da uno stile catte­dratico ad un confronto di coppia e nel gruppo. Si indica, infine, un minimo di dodici incontri indispensabili per un cammino serio d'iniziazione al matrimo­nio.

La promozione dei gruppi famiglia è motivata dall' importanza della famiglia sia come oggetto che soggetto primario della pastorale. Date le diverse metodolo­gie a cui i gruppi esistenti fanno riferi­mento, si ritiene necessario un vaglio cri­tico per indicare, nella legittimità delle di­verse impostazioni, alcuni punti fermi. È necessario, inoltre, far comprendere che i gruppi-famiglia sono un momento di apertura alla vita parrocchiale e comuni­taria, uno stimolo al servizio pastorale della Chiesa e all'impegno nella società civile, evitando in questo modo il perico­lo che essi rimangano un fattore isolato di un piccolo gruppo di coppie diventate amiche.

Circa il metodo diventa prioritario non perdere mai di vista che si tratta di un gruppo famiglie, non di semplici adulti, con l'eventuale presenza di figli. Secondo requisito per una metodologia adeguata è che ci sia spazio, in ogni incontro, oltre alla presentazione di una tematica illumi­nata dalla parola di Dio, per il lavoro di coppia.

Per quanto riguarda gli incontri per genitori i destinatari sono entrambi i ge­nitori. Essi divengono i primi e principali educatori dei figli nella fede, compito che scaturisce dal Sacramento del matrimo­nio e diviene vero e proprio ministero, un servizio educativo per aiutare i figli nella loro crescita umana e cristiana. A partire dai sacramenti dell'iniziazione cristiana dei figli (Battesimo, Eucaristia, Confer­mazione) si è ritenuto opportuno traccia­re un itinerario che si proponga tre obiet­tivi: partire dalla realtà che vive il matri­monio e la famiglia; annunciare l'amore di Dio che, attraverso la luce e la sapien­za del Vangelo, illumina e sostiene la realtà del matrimonio e della famiglia af­finché possa meglio realizzare la propria vocazione di comunità di grazia, amore e servizio alla vita; suggerire modi concre­ti di testimonianza cristiana che tengano presenti i risvolti etici personali e comu­nitari della fede e la missione educati va dei genitori cristiani.

L'indicazione di linee guida per servi­zi e sostegni alle famiglie e alle nuove forme di condivisione familiare ha vo­luto perseguire tre obiettivi: coinvolgi­mento delle singole famiglie per creare un rapporto di reciprocità; corresponsabilità nelle Comunità Parrocchiali; collabora­zione tra parrocchie vicine. In questa pro­spettiva la famiglia non è solo oggetto di intervento ma anche protagonista possi­bile del superamento del disagio che vive e delle difficoltà in cui si trovano le fami­glie in crisi: separati, divorziati, divorzia­ti risposati, famiglie extracomunitarie, fa­miglie con disabili gravi, ecc. Data l'im­portanza e la serietà dei problemi da af­frontare si invita la parrocchia ad educare adeguatamente i collaboratori pastorali per conoscere più in profondità ogni pro­blematica, in tutti i suoi risvolti: ecclesia­li, sociali, psicologici, umani, relaziona­li. I collaboratori, pur chiamati ad affer­mare con chiarezza e coraggio i principi della fede nella fedeltà della dottrina e della tradizione della Chiesa, debbono mettere in atto nuove forme di accoglien­za, ascolto, dialogo e apostolato.

Le linee-guida per l'educazione alla fede nella famiglia partono da due fatto­ri concomitanti: il compito di trasmissio­ne del Vangelo e di educazione alla fede nei confronti delle nuove generazioni che è prevalentemente affidato ai catechisti e al sacerdote (atteggiamento di delega); le forme abituali di trasmissione che sono improntate per lo più sul colloquio occa­sionale e sulla testimonianza personale (i momenti espliciti di formazione sono po­co ricercati, la preghiera in famiglia è molto rara).

Di conseguenza la comunità parroc­chiale dovrebbe svolgere una sensibiliz­zazione maggiore nei confronti dei geni­tori proponendo itinerari che aiutino que­st'ultimi a vivere il Vangelo in maniera li­bera e matura, a favorire un incontro per­sonale con Gesù Cristo, a stimolare la preghiera e la partecipazione alla vita del­la Chiesa, ad approfondire l'annuncio del­la Rivelazione, ecc.

A tal proposito diviene indispensabile che si formi in ogni parrocchia un' équipe familiare, composta da coppie disponibi­li e competenti, che abbia come compito quello di sensibilizzare le altre famiglie, di promuovere e coordinare iniziative for­mative specifiche.

Per quanto riguarda la famiglia sog­getto missionario nella Chiesa attual­mente il servizio svolto, sembra essere prevalentemente di tipo operativo, cate­chetico, liturgico o caritativo. È necessa­rio, quindi, recuperare la ministerialità della famiglia formando una équipe di fa­miglie animatrici che dovrebbero caratte­rizzarsi oltre che per i contenuti, soprat­tutto per il metodo di lavoro. La parroc­chia dovrebbe diventare il luogo in cui si creano occasioni d'incontro e dialogo ve­ro. I movimenti, le associazioni, i cammi­ni di fede possono essere una risorsa edu­cativa per le famiglie. C'è bisogno di una maggiore collaborazione tra famiglie, sfruttando momenti importanti come: centri di ascolto, iniziative periodiche di incontro e preghiera, mese di maggio, ecc...

Infine, perché questo impegno missio­nario sia assunto in modo sempre più au­tentico e proficuo, si avverte la necessità di promuovere iniziative specifiche per coppie, prestando particolare attenzione ai temi della vocazione e spiritualità co­niugale.

Le linee guida per la famiglia missio­naria nel mondo, partono dall'urgenza di un coinvolgimento maggiore della fami­glia nell'impegno sociale e politico. Trop­po spesso si hanno individui singoli che agiscono a livello personale.      

È importante che la pastorale della famiglia in ambito socio-economico-po­litico sia inserita nel contesto più genera­le della pastorale sociale e collegata con le attività della Caritas parrocchiale e dio­cesana e di associazioni e movimenti che hanno particolari attenzioni alle dinami­che sociali. Il criterio orientativo è quello di fare le cose insieme.

Luca e PatriziaTosoni

 

Venerdì 28 Gennaio 2005 21:24

UNO STILE DI SERVIZIO (seconda parte)

Pubblicato da Maurizio Zago

Uno stile di servizio

In cammino verso il prossimo…

All'inizio del nostro «Quaderno di strada» c'è una frase che sottolinea l'impegno preso nella comunità scout, è una frase che possedeva e possiede il carattere di una Promessa: «Con l'aiuto di Dio prometto sul mio onore di servire Dio, la Chiesa e i fratelli».

Un impegno, in età giovanile, è entusiasmante e coinvolgente come ogni proposito: ma, come tutti i buoni propositi, soprattutto se giovanili, è inevitabilmente velleitario, non è una realtà, ma il progetto di una realtà, non è un «essere», ma, al più, un «voler essere».

D' altra parte nell'avventura educativa scout questo limite si trasforma in una grande potenzialità, anzi nella potenzialità per eccellenza. La vita all'aria aperta, ricca di avventure, di incontri e di scoperte singolari a contatto con la natura, la strada faticosa lungo la quale inerpicarsi per raggiungere vette di incontrastato splendore, i canti gioiosi intorno al fuoco assumono il senso di una ricerca e di un tirocinio: una vita vera, dotata di senso, perché inserita in un itinerario conosciuto e scelto; una vita ricca di gioia, perché «garantita» e sorretta dalla forza rassicurante di una comunità.

 

Uno stile di vita

Un impegno, per diventare realtà, deve trasformarsi in forza operante, in «spirito», deve diventare «stile di via». La quotidianità della nostra famiglia possiede lo stile dei servizio? Il nostro vivere mostra questo sigillo?

Non lo sappiamo, e forse non possiamo e non dobbiamo saperlo. Uno stile, se è vero, diventa «naturale», non ha bisogno di conferme né esteriori né interiori, perché ciò che è naturale, di solito, sfugge a chi lo possiede. Certo lo stile va coltivato, perché, come ogni cosa umana, appassisce e muore; ma la lezione scout ci ha fatto capire che il servizio si alimenta di cose abbastanza «strane»: la gioia della natura severa e vissuta con essenzialità, l'allegria della comunità, la preghiera, la solitudine, il silenzio, lo studio, il confronto serio e sincero.

 

L'Impegno educativo

Poi sono nati i figli e con loro l'esigenza di una intenzionalità educante. Una responsabilità nuova e molto più complessa ci investe.

Ricordiamo il tempo della nostra gioventù, quando non eravamo mai così spigliati e brillanti come nei momenti in cui mancava la persona che ci interessava veramente. Se avevamo preparato a fondo un esame, diventavamo ben più nervosi di quando il lavoro non era stato fatto con particolare impegno.

Così oggi sappiamo che quando una cosa ci sta particolarmente a cuore siamo più impacciati, maldestri e controproducenti di quando l'interesse è modesto; forse perché, in fondo, le cose cui teniamo veramente sono più complesse delle altre.

Crediamo nel servizio, nella sua capacità di essere segno di redenzione. Ci sembra una solida verità: non ne abbiamo moltissime, a ben guardare, ma questa è una di quelle, perciò vorremmo trasmetterla, e in particolare ai nostri figli, ma ne siamo preoccupati e non poco.

È vero che nel cuore abbiamo una certezza: la grazia è sempre nelle mani di Dio, ma tale certezza non attenua il peso della responsabilità. Anche l'assoluto abbandono è una scelta, e deve nascere dalla convinzione che questo è l'invito di Dio, che tale specifica vocazione è la nostra. A noi non è sembrato.

Per questo abbiamo cercato di pensare un itinerario verso il servizio, scomponendone la strada e cercando di valorizzare quello che effettivamente possiamo fare, per camminare con i nostri figli.

 

La prima tappa verso il servizio: le «buone maniere»

L'attenzione più naturale, più quotidiana e più semplice, per iniziare con bambini molto piccoli il cammino verso il servizio, ci è sembrata quella rivolta alle «buone maniere», o alla «buona educazione». Sappiamo che è un processo secondario, assai poco eroico e certamente, come tutte le cose umane, ambivalente e deteriorabile, ma nel complesso ci è sembrato carico di potenzialità significative.

I nonni dicevano: «Educati si nasce, non si diventa».

Era falso, ma non completamente. La parte di verità di quel discorso stava nel fatto che un atteggiamento può essere frutto di una recita, di una posa, e quindi essere sostanzialmente incerto, artificiale e in definitiva falso; oppure, come ben sa ogni vero scout, essere uno «stile» di vita, cioè qualcosa che è diventato, e quindi è, naturale.

Cosa significa essere gentili? Perché dire «Buona sera», «Ciao», «Per favore», «Grazie»...? Per rispetto: e Kant diceva che merita rispetto solo ciò che per noi ha «dignità», cioè solo ciò che per noi ha un valore in sé, un valore non trasformabile in prezzo.

Essere gentili significa quindi cominciare a rispettare gli altri.

Essere veramente gentili, significa rispettare veramente gli altri.

Quando si rispettano veramente gli altri? Il primo passo è quello di accorgerci che esistono prestando attenzione. Le buone maniere sono fatte di attenzioni, ma per avere attenzione occorre prestare ascolto. Chi sa «a memoria» gli altri, chi non ha bisogno di ascoltarli, non è mai veramente gentile, finge di esserlo. Ma per ascoltare gli altri bisogna creare le condizioni perché possano esprimersi, bisogna essere accoglienti, cioè gentili.

Per molti versi le buone maniere sotto state uno strumento di classe. Nate con nobili e utili finalità, frutto del processo di civilizzazione dell'uomo, sono poi diventate strumento di discriminazione, un facile modo per bollare i parvenus, per escludere chi non era dello stesso ambiente. Esito paradossale, diametralmente opposto alle origini. Le buone maniere, nate per favorire la convivenza, sono diventate un mezzo per impedirla. Così accade quasi sempre, quando l'uomo pretende di essere misura di se stesso; ma noi vorremmo che per i nostri figli dire «Ciao» o «Scusa» fosse il primo passo per considerare veramente il prossimo: la prima tappa per poterlo più credibilmente servire.

Gian Maria e Federica Zanoni — Brescia

                                                Da “Famiglia domani” 4/2000

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