Venerdì, 06 Dicembre 2019
Aspetti Pastorali e Sociali
Aspetti Pastorali e Sociali

Aspetti Pastorali e Sociali (158)

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:28

Coppie omosessuali

Pubblicato da Maurizio Zago

 Coppie omosessuali

Nel tempo sono cambiati i modelli di analisi e i linguaggi, è mutato il modo in cui si guarda la famiglia strutturalmente diversa da quella nucleare. Sfidando ciò che per lungo tempo è stato dato per acquisito, attraverso lo studio delle relazioni e dei processi evolutivi della famiglia "normale", è stato possibile riconoscere la specificità che caratterizza i diversi modi attraverso cui le persone organizzano i propri rapporti. In particolar modo per le forme di famiglia con genitori divorziati, per quelle ricomposte e per le coppie omosessuali (che in alcuni contesti diventano vere e proprie famiglie per la presenza di figli) l'enfasi è stata posta esclusivamente sulle debolezze, sono state infatti considerate deficitarie se non devianti rispetto alla famiglia tradizionale. Oggi queste nuove forme di famiglia assumono un significato più articolato e complesso ed escono definitivamente dall'area del pregiudizio, dove per diverso tempo sono state collocate. In particolar modo è la coppia omosessuale a porsi attualmente come una sfida al tradizionale modo di concepire la relazione intima duale, le persone omosessuali costituiscono una categoria ampia e sfaccettata, l'esperienza umana in genere, e non solo quella di un gay è sempre caratterizzata da un'evoluzione particolare, unica, da percorsi di incontro e scontro con l'ambiente irripetibili. Oggi l'omosessualità non è più socialmente percepita solo come una pratica sessuale alternativa, bensì come una condizione esistenziale con contenuti di affettività, progettualità e di relazione.

Sul piano scientifico è stata posta fine alla criminalizzazione, colpevolizzazione e medicalizzazione di questo orientamento sessuale e ciò ha senz'altro favorito il cambiamento del clima culturale nei riguardi dell' omosessualità. Infatti, nel 1974 l'APA (American Psychological Association) ha cancellato dal DSM l'omosessualità egosintonica come patologia. Le forti pressioni sociali del passato e i radicati stereotipi sessuali hanno spesso costretto molti omosessuali a vivere nell'anonimato; queste dinamiche negative sono state predominanti nella maggior parte degli ambienti e più sfumate in alcuni ambiti come la moda o il cinema (Oliverio Ferraris, 1996). Superata la condanna all'invisibilità sociale, oggi gay e lesbiche si riuniscono in associazioni, tentano di sensibilizzare l'opinione pubblica, partecipano a trasmissioni televisive per creare informazione, "fare notizia" e non solo subirla, esercitano forti pressioni, a volte anche in modo trasgressivo, ad esempio sfilando e manifestando nelle grandi città..

Tuttavia permane da parte della maggioranza eterosessuale un atteggiamento discriminatorio, pregiudizievole e di rifiuto che a volte costringe la persona omosessuale a condurre la propria vita affettiva in contesti di marginalità sociale. Vale la pena ricordare le innumerevoli resistenze nei confronti dell'omosessualità innescatesi in seguito al devastante diffondersi del virus dell' AIDS, che inizialmente è stato considerato come una conseguenza del comportamento sessuale "deviante"; questo costituisce solo uno dei tanti esempi di rigidità del sistema sociale con cui l'omosessuale viene a confrontarsi, anche nella vita quotidiana, con le amicizie, con il contesto scolastico e di lavoro, e non in ultimo con la famiglia. Quest 'ultima è stata, infatti, resa vittima di discriminazioni, in parte derivanti da una lettura patologica dell' omosessualità: vi è stato un periodo di accuse per madri e padri, le prime viste come troppo simbiotiche, i secondi come troppo distanti. Relazioni familiari disfunzionali venivano indicate come cause della "malattia omosessuale" (La Sala, 1999).

Il rapporto tra la coppia eterosessuale e la famiglia di origine quale fonte di sostegno e di influenza e l'importanza dei legami intergenerazionali per una relazione priva di problemi, sono temi ampiamente trattati sia dai ricercatori che dagli psicologi della famiglia. Inadeguata e scarsa è invece la letteratura relativa a uomini e donne omosessuali e le relazioni di questi con le rispettive famiglie d'origine. Lo scarso riconoscimento e il pregiudizio sociale contribuiscono a consolidare in molti genitori convinzioni negative, a rinforzare visioni che vedono i propri figli "sbagliati", ragione per la quale maggiori approfondimenti e nuove ricerche sull' omosessualità porterebbero senz'altro ai genitori e ai figli omosessuali un cospicuo beneficio.

È considerato psicologicamente benefico per gli omosessuali rivelare il proprio orientamento sessuale e vivere alla luce del sole. I genitori, però, tendono a reagire con emozioni violente, delusione e vergogna quando vengono a sapere dell' omosessualità di un figlio o di una figlia. Questo "venir fuori", letteralmente definito "coming out", spesso provoca una dolorosa crisi familiare, che può portare all'allontanamento dei membri della famiglia (La Sala, 2001).

Alla pari di quanto può avvenire per le coppie interculturali e interrazziali, bersaglio anch'esse di ostilità da parte delle famiglie allargate, per la coppia omosessuale la "confessione" ai genitori è spesso l'esperienza più dura da affrontare; un figlio o una figlia che dichiarano la propria omosessualità scuotono violentemente il sistema familiare, sia a livello individuale che interpersonale. Madri e padri crescono i propri figli dando per scontata la loro eterosessualità, con un figlio omosessuale vedono sfumare i sogni e i progetti sul matrimonio dei figli e i progetti sulla continuità delle generazioni attraverso l'arrivo dei nipoti.

Nonostante la forte probabilità di disapprovazione, una percentuale altissima di gay e lesbiche decidono di dichiararsi ai genitori, in parte perché sperano di accrescere l'intimità e l'onestà del rapporto con essi e in parte perché il rivelarsi diviene un modo per dimostrare al proprio compagno/a l'impegno e la salvaguardia della loro unione. Nonostante le difficoltà per uscire allo scoperto, gli omosessuali scelgono la vita di coppia come modo per vivere a pieno la propria identità. Molte coppie hanno dato vita ad unioni stabili che durano per lunghi anni, sfatando il mito-stereotipo dell'omosessuale promiscuo, sempre in cerca di nuove avventure.

La Sala (2001) ha studiato l'influenza della disapprovazione intergenerazionale sul rapporto della coppia omosessuale, constatando come gli sforzi di rivelare la propria omosessualità sembrino essere correlati con il processo di differenziazione, di fondamentale importanza per stabilire rapporti differenziati ed emotivamente significativi. Così come avviene per le coppie eterosessuali, un allontanamento brusco di uno dei due partner dalla propria famiglia d'origine potrebbe avere ripercussioni negative sul rapporto di coppia, come il rimanere nell' ombra, il non rivelarsi, non permette di raggiungere una reale indipendenza. Anche la negazione della propria omosessualità può essere considerata espressione di uno stallo evolutivo nel processo di separazione-individuazione.

In realtà, attribuire esclusivamente alla società o ai genitori la responsabilità di una reazione negativa sarebbe un errore. I genitori debbono imparare a conoscere la vita omosessuale mentre nel contempo gli omosessuali hanno bisogno di accettazione e di conferme; diviene quindi essenziale che i membri della famiglia vengano aiutati a mantenere il reciproco legame per tutta la durata della crisi.

In ultima analisi, un tema recentissimo che non può essere trascurato è quello della paternità e della maternità della coppia omosessuale. Soltanto in America circa un terzo delle lesbiche sono madri, molti sono anche i gay che vivono con figli avuti da precedenti matrimoni. La paternità e la maternità sono dimensioni dell'identità che gli omosessuali sentono come importante e che chiedono di poter realizzare. Il dibattito sul tema è piuttosto acceso e le posizioni assunte finora sono diverse, resta comunque tanto ancora da scoprire e da dire su un fenomeno ancora in fase di emersione. Il poter scegliere il proprio compagno/a secondo un sentimento libero d'amore e lo sviluppo di un'identità di coppia caratterizzata da affettività, progettualità, aiuto e comprensione vicendevole sono ritenute oggi libertà fondamentali dell' individuo, la base per qualsiasi rapporto di coppia, andando oltre le scelte sessuali, la religione, il colore della pelle, l'origine etnica e nazionale.

Prof. Maurizio Andolfi

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:26

Famiglie immigrate

Pubblicato da Maurizio Zago

 Famiglie immigrate

 "La migrazione e' un rischio. È angosciante.

Tra uno sradicamento doloroso e un riancoraggio conflittuale

si adagia il tempo di una crisi.

Quella di una esperienza segnata dalla paura

di perdere definitivamente gli oggetti abbandonati

e di affrontare l'inquietante stranezza".

(A. Begag, A. Chaouire)

 Probabilmente la condizione degli immigrati si può riassumere con questa breve ma intensa descrizione, poiché accanto alle nuove possibilità che si schiudono di fronte al: trasferimento in un nuovo ambiente, vi è anche il rischio e la crisi che tale passaggio può determinare. Il fenomeno migratorio in atto in questi ultimi anni, rappresenta un evento societario in grado di incidere radicalmente sulla struttura culturale e sociale del mondo occidentale. Come ha scritto Thomas Sewell nel suo capolavoro "Migrations and cultures" (1996): "la storia dell' emigrazione, non è solo la storia delle persone che emigrano, ma è anche la storia dei territori in cui si recano e dell'impatto che hanno sui territori stessi.(...) Per capire l'impatto degli immigrati è innanzitutto necessario capire le culture che portano con sé dai propri paesi d'origine".

Ricerche ed analisi compiute negli ultimi anni, in effetti, si sono occupate di questo fenomeno, ma, in generale, hanno studiato gli immigrati come individui o come gruppi di individui trascurandone la dimensione familiare. Affrontare il tema dell' immigrazione dal punto di vista familiare è in un certo senso una sfida perché, come sottolinea Bènsalah (1993), "parlare della famiglia nello spazio-tempo della migrazione significa verbalizzare l'assenza, il mancamento, le trasgressioni alle norme su cui si basa. Quando parliamo di famiglia immigrata, definiamo dei campi spaziotemporali significativi: da un lato quello dell'immigrazione che è per definizione quello delle fratture e dell'allontanamento e, dall'altro, quello della famiglia, per definizione quello della continuità e dei legami".

La famiglia migrante occupa, in effetti, una posizione particolare: si situa tra la società di origine e la società di accoglienza. Ed è proprio a questo tra che bisogna porre attenzione poiché incide determinando dei cambiamenti sul normale susseguirsi delle fasi del ciclo di vita familiare.

Questa famiglia e gli individui che la compongono sono sottomessi alle esigenze della società di accoglienza e della società d'origine. Stanno tra le aspettative della società d'origine (la perpetuazione della cultura, della lingua, della religione, ecc.) e le aspettative della società d'accoglienza. Per raggiungere una buona integrazione, essa dovrà costruire una "unità combinatoria" facendo dei tentativi e tenendo conto delle due sociétà.

D'altronde, il presente vissuto da queste persone viene costantemente accompagnato dalle emozioni legate al passato, dal dubbio e dall'incertezza rispetto al futuro. La storia del tempo passato, vissuto altrove, con altre persone e in condizioni diverse condiziona il modo in cui i membri della famiglia migrante vivranno il presente e immagineranno l'avvenire (Ciola, 1997).

Bonvicini M.L. (1992) ha descritto sapientemente la cornice in cui si trova il migrante: "Nulla è uguale, diceva Fatima. Né i suoni, né i colori, né le voci, né gli odori, né le strade, né le case, né la cucina, né l'educazione... Come ritrovarcisi? Come ritrovare la vita spigliata che si aveva in Paese? Persino le settimane, le feste, i mesi sono diversi!". Il migrante, perciò, è sempre in viaggio, in un perpetuo andirivieni tra il quivi e l’altrove, il presente e il passato, i figli e i nonni. Sta da qualche parte fra le due fasi di una realtà che cerca di addomesticare. Egli ha naturalmente il diritto di star bene nella sua nuova situazione, ma ha il dovere di non dimenticare la famiglia e il paese d'origine. La sintesi creativa che la famiglia immigrata dovrà cercare di raggiungere risulta essere spesso una conquista dolorosa, fatta di ostacoli e di momenti critici.

Il confronto con i modelli familiari occidentali può portare gli immigrati a sottolineare con orgoglio la forte base etica e solidaristica che, di fatto, coinvolge non solo il nucleo familiare in senso stretto, ma anche la parentela allargata e, di frequente, i vicini di casa. Non di rado tale orgoglio porta all'idealizzazione dell'unità familiare, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli anziani e con la storia familiare che essi impersonificano, quasi a volere difensivamente rimarcare la propria superiorità culturale nei confronti dei paesi ospitanti. Un radicamento familiare così forte fa sì che il significato dell'emigrazione non sia mai vissuto esclusivamente a livello individuale, ma come una soluzione in grado di garantire, ad esempio, un vantaggio economico per la famiglia d'origine. In questa prospettiva, il soggetto che parte è depositario di un mandato familiare, quindi svolge un compito per l'intero nucleo (Scabini, Regalia, 1993).

Un secondo nodo cruciale è che l'esperienza familiare degli emigranti e la prassi solidaristica sperimentata all'interno della cultura d'origine sembra incidere in maniera determinante sulle modalità di relazionarsi con l'ambiente. In particolare si possono evidenziare diversi modelli adattivi che guidano lo stile di gestione delle relazioni con la cultura circostante: un primo modello, inclusivo, che si caratterizza per il tentativo di instaurare rapporti molto stretti e quasi esclusivi con altri immigrati del proprio paese d'origine, familiari e non, allo scopo di formare una rete relazionale con una forte funzione protettiva a livello individuale e sociale, che cerca di riprodurre l'ethos familiare vissuto nei paesi di provenienza e rimarca le diversità con la cultura del paese ospitante; all'opposto di questo modello vi è quello di tipo espansivo, nel quale la solidarietà inter-comunitaria non esclude ma anzi favorisce l'apertura nei confronti dell'ambiente circostante

In ogni modo, ciò che in realtà è in gioco nella regolazione delle distanze con l'ambiente, è il problema della rinegoziazione delle distanze familiari a livello intergenerazionale. Sono chiamate direttamente in causa, sebbene in tempi diversi, le diverse generazioni di immigrati. La prima generazione si trova impegnata a mediare sia l'impatto con l'esterno (l'ambiente sociale del nuovo paese), sia la gestione della relazione con i figli, socializzati ad una cultura diversa, sia la ridefinizione dei rapporti con la famiglia d'origine. Il problema dell'educazione dei figli può essere considerato l'aspetto cruciale che può favorire ed accelerare il processo di integrazione o, al contrario, rafforzare i movimenti di separazione sia nei confronti dell'ambiente sia all'interno della famiglia. L'entrare in contatto dei figli con la cultura ospitante può rappresentare agli occhi dei genitori il pericolo di una rottura nella trasmissione intergenerazionale e un venire meno dei significati più profondi che danno continuità alla cultura familiare. La chiusura nei confronti della cultura ospitante può così determinare una sfasatura, in alcuni casi anche drammatica, tra adattamento sociale e riequilibrio delle relazioni lungo l'asse intergenerazionale. È a questo livello che sembra essere a rischio la posizione dei figli della seconda generazione, che se, da un lato, riescono ad adattarsi meglio e più velocemente dal punto di vista sociale nella cultura ospitante rispetto alla prima generazione, dall'altro pagano in termini di estraneamento progressivo dalla famiglia e dai loro valori questo successo adattivo. In questi casi l'integrazione sociale può essere vista come un tradimento della lealtà dovuta alla famiglia e l'esito soggettivo è la difficoltà a riconoscersi pienamente appartenenti alla cultura d'origine o a quella ospitante (Scabini, Regalia, 1993).

Va dunque rimarcato che i tempi sociali e i tempi familiari di elaborazione degli eventi critici legati all' immigrazione procedono in maniera asincrona. Un conto è l'obiettivo di un adattamento sociale, che può anche essere raggiunto in breve tempo, altro è invece il difficile e lento processo di assimilazione ed elaborazione psichica, che deve riuscire a mettere insieme in una accettabile sintesi percorsi familiari e sociali così diversi. Come sottolinea McGoldrick (1993) sarà compito della terza generazione di immigrati quello di connettere passato e futuro, esigenze della cultura familiare di appartenenza ed esigenze del nuovo ambiente sociale. Tale generazione si sentirà più libera di reclamare aspetti della propria identità etnica che nelle generazioni precedenti erano stati sacrificati in vista della necessità di assimilazione alla cultura d'elezione. D'altronde, si può vivere e affrontare il presente solo nel momento in cui ci si sente garantiti nei valori familiari e culturali con cui si è cresciuti.

In teoria, la posizione tra dell' emigrato o di chi appartiene a una minoranza culturale, potrebbe essere considerata una risorsa in più, poiché in grado di offrire più di una scelta, favorire una maggiore mobilità tra due alternative, permettere di muoversi da uno spazio all'altro, da una lingua, quella di provenienza, ad una seconda, utile per la costruzione dei rapporti sociali nel nuovo mondo. In realtà, questa posizione di vantaggio esiste soltanto quando ci si possa facilmente "spostare da una sedia all'altra", senza avvertire il pericolo del non ritorno nella posizione originaria, quando, cioè, si prende il meglio delle due culture raggiungendo una buona integrazione.

Al contrario, difficoltà possono emergere, come abbiamo visto, quando l'immigrato assume un atteggiamento di "assimilazione" nei confronti della cultura della società di accoglienza, adeguandosi acriticamente ad essa e attuando un taglio con la propria cultura d'origine; oppure, ancora, quando assume un atteggiamento di "negazione" non affrontando la questione dello stare "tra", o di "esclusione", rimanendo ancorati fortemente alle proprie radici con un atteggiamento di rifiuto e di chiusura, quasi protettiva, nei confronti della nuova cultura. La paura di perdere le proprie radici, le lealtà invisibili che si annidano in ogni storia di sradicamento e di taglio emotivo, l'illusione di fermare il tempo, la diversità percepita come minaccia alla propria esistenza, la difesa, talora esasperata, delle proprie tradizioni, sono situazioni affettive che rendono lo stare tra due realtà culturali un malessere esistenziale tra i più gravi.

Invece, la possibilità e la capacità di legare gli aspetti della cultura di origine con quelli della nuova cultura, miscelandone e combinandone gli elementi, le caratteristiche, costituisce un'importante risorsa per un positivo processo di integrazione. Il migrante, come afferma Gola (1997), può star bene tra due culture, o per così dire "tra due sedie" e decidere in che momento ci si siede sull'una o sull'altra, e creare un modo originale di occuparle entrambe, facendo esperienze nello spazio tra di esse ed essere felice di non trovarsi condannato a star seduto in un modo solo, magari comodo, ma povero.

Prof. Maurizio Andolfi 

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:25

Matrimoni misti

Pubblicato da Maurizio Zago

 Matrimoni misti

I matrimoni misti (detti anche interculturali o interetnici) hanno visto aumentare vertiginosamente la loro frequenza nel corso degli ultimi anni, sia in Italia che nel mondo. Nello specifico in Italia, secondo i dati del Dossier Statistico 2001 forniti dalla Caritas, nel 1997 si è avuto un incremento del 39,9% rispetto all'anno precedente, arrivando a quota 13.184 casi. Apprendiamo, inoltre, che il fenomeno ha coinvolto principalmente il Nord del paese dove risiede, in termini assoluti, anche la maggior parte degli immigrati.

La sociologa Mara Tognetti Bordogna (1996), che al fenomeno ha rivolto un'attenzione specifica, definisce matrimonio misto: "quel legame che si crea fra un individuo autoctono e un individuo straniero, cioè l'incontro tra due culture, in un contesto di migrazione". L'autrice ritiene che i matrimoni misti siano particolarmente indicativi del "grado di morfogenesi che sta subendo l'istituzione famiglia", nonché, anche del grado di integrazione e "radicamento dello straniero nel nostro paese". Infatti, il matrimonio interculturale può contribuire a far diventare stabile e definitiva una migrazione inizialmente temporanea.

In tal senso possiamo definire tale nuova forma di famiglia diretta espressione dei cambiamenti sociali che hanno investito l'Italia negli ultimi anni, a conferma del diretto legame esistente tra forme assunte dalla famiglia e società. Se, quindi, gli altri paesi dell'Europa e gli Usa, da sempre patria della convivenza multietnica, hanno conosciuto il fenomeno già da molti anni, l'Italia, paese di recente immigrazione, lo ha fatto solo ultimamente. Ne deriva che anche gli studi condotti sull'argomento nel nostro paese sono recenti, a fronte di una letteratura più ampia nel resto del mondo. Il tema è indubbiamente molto esteso e vari autori hanno evidenziato l'impossibilità di trattare ogni implicazione ad esso connessa in un unico testo. E', tuttavia, possibile identificare alcune tematiche di rilievo, rispetto alle quali la coppia mista dovrà attuare un confronto costante, a differenza delle altre tipologie di coppie.

Innanzitutto bisogna considerare il quotidiano rapporto con la diversità. Numerosi autori riconoscono nella quotidiana accettazione della diversità uno dei punti di forza di tale unione: "le coppie miste vivono nella differenza e coltivano la differenza" (Tognetti, 1996). Una diversità linguistica, culturale, religiosa, fisica; un diverso modo di espressione delle emozioni, di comunicazione, verbale e non-verbale. Inizialmente proprio tali diversità, a volte amplificate dagli stereotipi culturali, possono contribuire a far nascere l'attrazione tra due persone. Soltanto più tardi la quotidianità e il progetto di una vita in comune porteranno a dover fare delle scelte. La scelta di un partner al di fuori del proprio gruppo di origine, è stata considerata, già da Durkeim e successivamente da altri, come rappresentativa di un rifiuto nei confronti dei valori e delle regole dello stesso. Indubbiamente, lo scegliere un partner al di fuori del proprio gruppo, può facilmente essere vissuto dalla famiglia di origine come una sorta di tradimento o rifiuto delle proprie radici. Qualche autore vi ha ravvisato una forma di "taglio emotivo" che porterebbe a fare una scelta osteggiata dai genitori, nel tentativo di emanciparsi da essi e rivendicare la propria capacità di attuare scelte autonome.

Spesso le coppie miste si trovano a dover affrontare l'opposizione della famiglia d'origine, opposizione che è particolarmente dura nel caso di gruppi culturali chiusi e profondamente gelosi delle loro tradizioni. Non dobbiamo dimenticare, ad esempio, l'esistenza dei "matrimoni combinati", che in molti paesi, ancora oggi, portano il genitore a scegliere il partner per il proprio figlio. In casi estremi il rifiuto delle famiglie ad un’unione mista può essere totale e comportare l'allontanamento e la perdita del legame tra le generazioni. La nascita di figli può essere occasione di ravvicinamento ai nonni ma può, al tempo stesso, essere causa di ulteriori tensioni, anche e soprattutto nella coppia genitoriale. Circa la loro educazione, infatti, i genitori sono chiamati a fare più scelte rispetto a quelli che condividono la medesima cultura. Spesso, anche se non sempre, ci sono disaccordi su come crescerli e diverse aspettative nei confronti del loro futuro (Hotvedt, 1997).

In genere i problemi principali in tal senso li crea la religione, soprattutto quella islamica, visto il crescente numero di unioni cosiddette islamocristiane. In molte culture, come nel caso di quella islamica, il figlio è sotto la completa autorità paterna e l'estromissione della madre, nel caso di un unione mista, può portare alla totale scomparsa di una delle due culture.

Uno dei problemi più grandi si ha quando il divorzio entra a far parte del ciclo vitale di queste famiglie, determinando situazioni di estrema conflittualità, portate recentemente in primo piano dalla cronaca. In caso di rottura, le differenze sembrerebbero amplificarsi, alimentando odi e lotte soprattutto per l'affidamento dei figli che, invece di trarre maggiori opportunità dal crescere in fra due culture, si ritrovano ad essere oggetti nelle mani di genitori pronti a "trasferirli" da una nazione all'altra.

Fortunatamente, non siamo sempre di fronte a situazioni così estreme. A volte con il confronto si raggiungono dei compromessi, che consentono alla coppia mista di avere delle risorse in più, piuttosto che degli handicap. Il figlio di genitori di culture diverse può imparare di più (ad esempio le lingue), ed avere una diversa sensibilità nei confronti della società sempre più multiculturale. Benché la coppia che decide di intraprendere questa "avventura" sia potenzialmente esposta a maggiori tensioni e questioni da affrontare, non è comunque vero che tale tipo di unione sia inesorabilmente destinato a naufragare.

Gli aspetti problematici non vanno esasperati oltre misura. È bene pensare che tutte le coppie debbono confrontarsi e fare delle scelte quando decidono di intraprendere una vita insieme. La Tognetti Bordogna (1996) ci ricorda che "gli accadimenti della coppia mista sono, in forma concentrata, esasperata, amplificata, gli accadimenti di tutte le coppie. Accadimenti che possono diventare punti di forza o di debolezza, se la coppia riconosce o non riconosce che ciò che è diverso sono i punti di vista".

Prof. Maurizio Andolfi

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:25

Famiglie Adottive

Pubblicato da Maurizio Zago

Famiglie Adottive

· "Lo desideriamo Piccolo, così possiamo godercelo fra le nostre braccia e poi, se piccolo, non ricorda il suo passato",

· "Ci ha deluso, non è riconoscente per quello che abbiamo fatto, non lo possiamo più tenere con noi, ci ha mandato in crisi",

· "Abbiamo pensato a lungo alla nostra richiesta di adottare un bambino; pensiamo di poter rendere un servizio; ci saranno delle difficoltà ma ci aiuteremo",

· "Da grande tornerò al mio paese e porterò tanti regali a tutti",

· "I miei genitori adottivi hanno dato qualcosa ad un signore, forse mi ha venduto",

· "Forse mia madre non è più a Santiago del Cile; i carabinieri l'avranno allontanata perché non potesse cercarmi più, Lei soffrirà di questo, La tengono lontana da me"

Le frasi riportate sono voci di bambini e testimonianze di coppie in attesa di giudizio di idoneità all'adozione o già con figli adottivi; queste parole suggeriscono e fanno comprendere come ogni esperienza adottiva è "quella esperienza adottiva" e la realtà profonda sia della coppia che del minore, di "quella coppia" e di "quel minore", rendono ogni singola storia sempre unica ed irripetibile.

Come sottolinea D'Andrea (2000) la famiglia adottiva presenta nelle diverse fasi critiche del suo ciclo vitale delle peculiarità che la contraddistinguono dalle altre famiglie. Ogni coppia, compresa quella adottiva, non è solo la somma di due individui, delle loro caratteristiche e delle relazioni fra di essi; è un microcosmo che deve affrontare un compito evolutivo per adattarsi al nuovo arrivato, raggiungendo un nuovo equilibrio al suo interno. L’adozione non riguarda quindi individui singoli e slegati fra loro ma un tutt'uno che si trasforma, il sistema famiglia che per effetto di un fatto nuovo si modifica e diviene qualcosa di diverso da quello che era prima. Il sistema comincia a trasformarsi già dal momento in cui la coppia/famiglia inizia anche solo a pensare ad una eventuale adozione, per poi andare avanti in questo lento processo durante tutto il lavoro di riflessione e ripensamento. Il viaggio adottivo non termina con 1'arrivo del bambino ma prosegue nella ricerca da parte di tutti i membri della famiglia di una dimensione nella quale viene salvaguardato il senso di appartenenza e allo stesso tempo difesa la garanzia di ogni singola identità. Dal momento in cui una coppia decide di adottare un bambino inizia a vivere la fase dell'attesa, un periodo ricco di speranze ed inquietudini sul quale, nella maggioranza dei casi, si riversano i vissuti connessi alla sterilità.

Chi sceglie di adottare un bambino spesso proviene da una difficoltà procreativa, dal confronto con la sterilità: ci si affida a pratiche mediche pur di superare il limite biologico, una strada inevitabilmente dolorosa accompagnata da profonda frustrazione che sfocia infine in un senso di deprivazione che chiede di essere colmato con un bambino.

La qualità della relazione nell'esperienza adottiva è profondamente legata ai vissuti con i quali si giunge ad essa; la coppia si trova di fronte a un bivio: negare, evitare il problema oppure accoglierlo ed elaborarlo; è in questa fase che la coppia e i suoi sistemi affettivi di appartenenza mettono le fondamenta per quella che sarà una relazione accogliente oppure una evitante (D'Andrea, 1999).

Per questo la filiazione adottiva non può essere confusa con quella naturale, ci sono condizioni di partenza, vissuti profondi, timori, aspettative e contenuti relazionali completamente diversi; basti pensare alle fantasie dei futuri genitori biologici riguardo l'aspetto fisico e caratteriale del figlio e a quelle della coppia adottiva" in attesa" , sicuramente meno rassicuranti e più confuse, su un figlio voluto ma generato da altri.

Per una scelta adottiva consapevole, nella fase di attesa oggi la coppia viene adeguatamente seguita e supportata per comprendere appieno il significato che tale decisione riveste e per superare i conflitti irrisolti. La coppia che adotta deve essere sufficientemente capace di accomodarsi alle nuove richieste e affrontare le delusioni inevitabili, l'attendibilità è tanto più probabile quanto sono maggiori le risorse a cui fa appello, affettive soprattutto, intellettuali, sociali, culturali (Barletta,1988). Un'esperienza adottiva riuscita è quella in cui un bambino è stato amato, accolto ed accettato senza perdere la sua soggettività ed il legame con l'esperienza passata, in cui non risulta vittima delle fantasie compensatorie dei suoi genitori adottivi, dei loro eventuali problemi e conflitti personali e/o di coppia.

Un bambino che viene adottato è un bambino che porta con sé un bagaglio, un'esperienza inevitabilmente traumatica, il ricordo di una famiglia che ha comunque avuto per un periodo più o meno lungo e quello di luoghi e situazioni in cui ha vissuto temporaneamente prima dell'adozione (con una famiglia affidataria e in case famiglia nelle migliori delle situazioni, ma c'è chi viene dalla strada, da istituti, da strutture ospedaliere); una storia che non può essere cancellata né negata. Il compito più impegnativo e al contempo affascinante per dei genitori adottivi è quello di gettare un ponte fra la storia precedente e l'esperienza adottiva, solo così il bambino sarà libero di esprimere se stesso, di sperimentare l'accoglienza e al contempo di elaborare i problemi, le fantasie e l'angoscia che deriva dall'abbandono.

L'arrivo di un bambino, generato o adottato che sia, è un evento che chiama in causa i membri della famiglia allargata, in primo piano i nonni (e non solo perché a livello legale il loro assenso per l'adozione è indispensabile!), gli zii, i cugini, i conoscenti e il vicinato, il che significa nascita di nuovi ruoli e di aspettative: ognuno attribuirà all'evento un diverso significato. Per vivere in uno spazio relazionale tranquillo e sereno è importante che la famiglia abbia coinvolto la rete parentale nella propria scelta, onde evitare che il bambino viva e cresca in un clima conflittuale. La nuova famiglia ha spesso altri protagonisti, ovvero altri bambini: i fratelli. Diverse ricerche mostrano come il rapporto fraterno sia un'utile risorsa che facilita l'acquisizione nel tempo di sicurezza e di stabilità.

Paradossalmente ci si accorge che dell'adozione si sa ben poco o quasi nulla, mentre la famiglia si allontana sempre più dal modello tradizionale ed aumentano forme familiari alternative, rimangono radicate vecchi pregiudizi alimentati in qualche modo dai mass media i quali tendono a presentare i fatti facendo leva sull'emotività, contribuendo così a creare e mantenere in vita idee preconcette e stereotipate (Bozzo, Zucchi, 1995).

Indipendentemente dal tipo di famiglia di cui si tratta, sia essa un matrimonio, un'unione di fatto, una famiglia ricostituita, quella caratterizzata. dall'esperienza adottiva o altre ancora, va colmato il vuoto conoscitivo rispetto alle relazioni e alle trasformazioni delle strutture familiari che caratterizza diversi ambiti della nostra società, da quello politico, giuridico, scolastico ecc.

Prof. Maurizio Andolfi 

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:23

Famiglie di fatto

Pubblicato da Maurizio Zago

 Famiglie di fatto

Merita attenzione anche lo sviluppo delle famiglie di fatto, o convivenza "more uxorio", che indica certamente una crisi del matrimonio ma non necessariamente una crisi della vita di coppia. Le difficoltà di trovare un lavoro da parte dei giovani, l'elevato costo degli affitti e l'aumento della scolarizzazione, possono essere evocate come cause e concause contingenti della crisi del matrimonio. Ma difficilmente esse, forniscono una spiegazione completa ed esauriente del fenomeno. Le ragioni che permettono di capirlo non si riducono, dunque, a questi, soli fattori; certamente li integrano e li comprendono, ma è in un'interpretazione di ordine più generale legata ai mutamenti dei sistemi e degli stili di vita, ai rapporti e ai significati che legano gli individui alle istituzioni, ai mutamenti profondi della struttura della personalità, che possiamo trovare una spiegazione (Sgritta, 1988).

Anzitutto la crisi della, nuzialità deve essere messa in relazione, sotto diversi punti di vista, con il diffondersi delle convivenze o unioni libere o famiglie di fatto. Il calo del numero dei matrimoni può, infatti, in parte essere"spiegato con la decisione di una quota crescente di coppie che scelgono di non istituzionalizzare la loro unione. Il venir meno di un precedente vincolo coniugale, poi, può portare i nuovi partner ad avviare una convivenza in attesa dello scioglimento del precedente vincolo, oppure può indurre uomini e donne a convivere piuttosto che a risposarsi nel timore di un nuovo fallimento" (Roussel, 1989).

La minore presenza di figli è un'altra caratteristica che contraddistingue le coppie non sposate da quelle coniugate. Questa minore propensione alla fecondità è in parte dovuta al fatto che, spesso, l'attesa di un figlio induce la coppia alle nozze e anche ad orientamenti di valore caratterizzati da una forte enfasi sulla vita di coppia e sull'autorealizzazione individuale anziché sulla procreazione (Zanatta, 1997).

Quando si considera l'Italia in confronto al resto d'Europa, balza subito all' occhio 1'immagine di un paese in cui tuttora prevale un modello di famiglia fondata sul matrimonio e in cui i figli sono quasi esclusivamente generati al suo interno. Nel nostro Paese, infatti, il numero delle famiglie di fatto è bassissimo e in crescita molto lenta: esse sono passate dell' 1,3% nel 1983 all' l,7% nel 1994, anche se c'è ragione di ritenere che il numero reale delle convivenze "more uxorio" sia superiore alle cifre ufficiali.

La scarsa diffusione della convivenza è dovuta probabilmente al fatto che da noi l'accettazione sociale nei confronti di questo tipo di vita di coppia, già avvenuta tra i giovani, è però ben lontana dall'essere completa: questo è in buona parte dovuto al peso ancora rilevante che la Chiesa cattolica esercita sulla cultura e sul costume del nostro Paese, soprattutto tra le generazioni più anziane. Pressioni sociali e familiari possono, perciò, scoraggiare molti giovani dall' affrontare una forma di vita a due non accettata dall' ambiente che li circonda.

Un altro fattore che influisce sulla scarsa diffusione della convivenza è la tendenza dei giovani, tipica del nostro Paese, a rimanere nella casa dei genitori fino al matrimonio per ragioni culturali ma anche di natura economica e pratica.

Complessivamente dal quadro delineato si può comunque rilevare la tendenza, nella realtà italiana, a non mettere su famiglia dopo un' esperienza andata male, ma piuttosto a realizzare un legame con un partner, senza che ciò si tramuti in convivenza stabile. Questo ha, in genere, delle conseguenze in relazione ai figli, che finiscono in tal modo con 1'avere una prevalenza di figure femminili al loro fianco. Si delinea così, una famiglia in cui 1'elemento fisso è la madre e 1'elemento mobile è la figura maschile (Scabini, 1995).

Prof. Maurizio Andolfi

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:23

Famiglie unipersonali

Pubblicato da Maurizio Zago

 Famiglie unipersonali

Ulteriore manifestazione del cambiamento delle forme di vita familiare è il grande e progressivo aumento delle famiglie unipersonali, ossia delle persone che vivono da sole. Vivere da soli in età diverse corrisponde a posizioni familiari differenti: i giovani sono soprattutto celibi o nubili, gli adulti separati o divorziati, gli anziani vedovi.

Per i primi si tratta di un ritardo dell' impegno nella vita adulta e nei legami familiari, per i secondi della difficoltà o della scarsa propensione a ricostruire. una vita di coppia nella mezza età; infine per gli ultimi, di differenti durate della vita tra donne e uomini (Zanatta, 1997).

Le persone che vivono da sole sono sopratutto anziane vedove anche se il numero di adulti e di giovani tende ad aumentare. Il ritardo dei giovani ad attuare il passaggio dall'adolescenza all'età adulta e a raggiungere una maggiore autonomia, si accompagna ad un prolungamento della loro permanenza nella famiglia d' origine per questo i giovani che vivono da soli nel "nostro Paese sono ancora pochi. Ciò non è dovuto tanto ad una mancanza di autonomia economica, quanto piuttosto ad un rinvio nell'assunzione di responsabilità adulte da parte dei giovani, legato in buona parte all'incertezza di modelli culturali e alla mancanza di un progetto di vita ben definito.

Per la maggior parte dei giovani e degli adulti, comunque, il vivere da soli non è una condizione definitiva, ma si presenta come un intermezzo tra altre esperienze di vita di coppia, con caratteri di intensa" instabilità e cambiamenti frequenti. Proprio per questo forte grado di instabilità, più che considerare il vivere da soli come un modello alternativo a quello di coppia, secondo Louis Roussel sembra più rispondente alla realtà vederlo come un modo provvisorio di realizzazione personale, una pausa di riappropriazione di sé prima o dopo o nell' intervallo tra un' esperienza di vita di coppia e l'altra. In effetti, vivere da soli non significa essere senza legami affettivi duraturi: dalle ricerche emerge che una quota minoritaria ma consistente di donne e di uomini soli hanno una relazione amorosa stabile.

Prof. Maurizio Andolfi 

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:21

Famiglie ricostituite

Pubblicato da Maurizio Zago

 Famiglie ricostituite

Separazione e divorzio, dunque, stanno alternando il quadro abbastanza statico delle forme familiari nel nostro Paese. Anche la famiglia ricostituita si presenta come esempio atipico del vivere insieme, in cui gli usuali modi di fare, intendere e costruire una famiglia vengono meno. Essa viene solitamente definita come costituita da due persone provenienti entrambe o una sola da un altro matrimonio che vivono insieme ai figli nati da questo precedente matrimonio e talvolta ai figli nati dal nuovo matrimonio; comunque alcuni studiosi hanno proposto di far rientrare tra queste famiglie anche le coppie non sposate che vivono con almeno un figlio di uno solo dei partner.

Incertezze nei confini, nei termini da utilizzare, nei ruoli assunti sono tre dei tratti caratteristici di questo tipo di famiglia. Per i figli un tempo le seconde nozze di un genitore significavano sostituire un nuovo genitore a quello scomparso; adesso la ricomposizione della famiglia vuol dire aggiungere ai genitori biologici, che rimangono, uno o due nuovi genitori "sociali" o "acquisiti", oltre ad eventuali "quasi fratelli" o "quasi sorelle" e a una nuova parentela. Le conseguenze di una situazione di questo tipo, si esplicano comunque su diversi soggetti: figli, adulti e parentela estesa e sono anche di diverso tipo, complessificando il versante relazionale - comportamentale ed anche economico, giuridico oltre che demografico.

A livello sociale, però, non vi è stato un riconoscimento della presenza di questa realtà familiare, rimasta a tutt'oggi ancora in ombra. Le famiglie ricostituite rilevate nel nostro Paese a metà degli anni '90, rappresentano i14,1 % delle coppie e risultano in leggero aumento rispetto alle stime precedenti. L'incidenza e la presenza di queste è abbastanza contenuta, poiché le persone che sciolgono un'unione in età giovanile e adulta, cioè in una fase della vita in cui è più probabile costituire una seconda unione, sono in numero abbastanza limitato. Inoltre, la ricostituzione di una coppia è molto più frequente per i separati e divorziati che non per i vedovi ed è soprattutto l'uomo a rifarsi una vita più che la donna.

Naturalmente, i gradi di complessità di queste famiglie possono essere maggiori o minori: le più semplici sono quelle in cui uno solo dei coniugi o dei partner ha un matrimonio o una convivenza alle spalle da cui non sono nati figli; le più complesse sono quelle in cui entrambi hanno avuto da una precedente unione dei figli che vivono attualmente con loro e a cui se ne aggiungono altri nati dalla seconda.

La famiglia ricostituita può essere vista come una risorsa affettiva e relazionale: quando ci sono figli del precedente matrimonio, la seconda unione di uno dei genitori può a11argare di molto la rete delle relazioni familiari intorno ad essi. Se i rapporti col genitore non convivente si sono allentati, il loro indebolimento può essere almeno in parte compensato da una nuova rete di parentela. E quando i figli mantengono i rapporti con il genitore non affidatario e la sua famiglia, il complesso delle relazioni familiari si allarga ancor di più creando una rete di solidarietà familiare molto densa ed estesa. Ma l'introduzione di queste nuove relazioni può causare anche non pochi problemi e rendere molto difficile la vita di genitori e figli. Innanzitutto la stessa definizione di famiglia e i suoi confini diventano molto più incerti e ambigui. Inoltre, la difficoltà a stabilire il ruolo di genitore acquisito è la manifestazione di relazioni spesso problematiche sotto il profilo psicologico e affettivo. I primi anni di vita di una famiglia ricostituita richiedono di solito molti sforzi da parte degli adulti per negoziare e creare un sistema equilibrato e coerente di molteplici relazioni all'interno e all'esterno del nucleo o dei nuclei coinvolti. Essi sono anche un difficile periodo di adattamento per i figli. La maggior parte di essi ha superato con successo ma faticosamente il trauma dell'uscita del padre dalla famiglia; l'arrivo del nuovo compagno della madre richiede un periodo più o meno lungo di ulteriore adattamento caratterizzato, a volte da sofferenza.

Sicuramente uno dei problemi maggiormente sentiti fra le famiglie ricostituite è quello della funzione educativa del genitore non biologico, il cui ruolo resta comunque flessibile e non sovrapponibile a quello del genitore naturale. Pur intervenendo diversi fattori (età dei bambini, eventuali fratelli acquisiti, assenza o presenza di contatti con l'altro papà...), le ricerche effettuate mostrano che aver inizialmente sviluppato una relazione amichevole con i figli del partner, lasciando la funzione educativa ai genitori biologici ed aver raggiunto un accordo con quest'ultimi su tale distinzioni di ruoli, porta all'instaurarsi di relazioni soddisfacenti tra le due parti (Mazzoni, 1995). Ancora più problematica della relazione col padre acquisito sembra essere quella con la madre acquisita, quando i figli sono affidati al padre (situazione abbastanza rara). In effetti, poiché di solito le madri non affidatarie sono molto più coinvolte nella vita dei loro figli di quanto lo siano i padri non affidatari, può svilupparsi tra le due "madri" una maggiore competizione.

Tra l'altro, alla mancanza di norme sociali cui fare riferimento per definire il ruolo del genitore acquisito corrisponde, in tutti i paesi occidentali, Italia compresa, una mancanza di norme giuridiche che ne stabiliscano diritti e doveri e, più in generale, che regolino in modo organico la vita di queste famiglie.

Quindi, sul piano giuridico la famiglia ricostituita è una sfida per il legislatore perché deve cercare di conciliare la genitorialità biologica e quella sociale, senza escludere alcuna delle due. Ma essa è soprattutto una sfida per gli individui coinvolti, perché i legami di genitorialità e di parentela sociale, a differenza di quelli biologici, esistono per volontà dei singoli e, di conseguenza, possono finire per mancanza di questa volontà; tali legami richiedono, infatti, una continua attenzione e una cura particolare per mantenersi (Zanatta, 1997).

Prof. Maurizio Andolfi 

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:20

Famiglie monogenitoriali

Pubblicato da Maurizio Zago

 Famiglie monogenitoriali

Tra le forme familiari delineate, particolare rilievo assumono per la loro consistenza numerica, le problematiche relazionali ad anche sociopolitiche che in molti casi vi sono connesse, le famiglie composte da un solo genitore e almeno un figlio, dette anche famiglie monoparentali o monogenitoriali.

In realtà le famiglie con un solo genitore non sono un fenomeno nuovo: essere erano diffuse nel passato, ma con caratteristiche e significati diversi rispetto ad oggi. Allora queste famiglie traevano origine per lo più dalla morte precoce di uno dei due coniugi, o dall’emigrazione degli uomini o delle donne nubili abbandonate dopo essere state rese madri (Barbagli, Saraceno, 1997). Nella realtà attuale, invece, le famiglie monogenitoriali derivano soprattutto da scelte volontarie degli individui e il loro aumento è riconducibile, spesso, alla fragilità che oggi sembra caratterizzare il legame coniugale, al diffondersi delle separazioni e dei divorzi e di stili alternativi di vita.

In Italia, in particolare, anche in questo caso coesistono elementi di tradizione e di modernità. In effetti, nel nostro Paese la quota di famiglie con un solo genitore è più bassa rispetto agli altri paesi, ma è anch’essa in crescita. Da noi i fenomeni che danno origine alle famiglie monogenitoriali, quali separazioni, divorzi, nascite volontarie fuori dal matrimonio, non raggiungono le dimensioni che hanno in altri paesi dell’Europa occidentale, per una serie di ragioni economiche, sociali e culturali che si possono riassumere sinteticamente nel ritardo del processo di modernizzazione del paese. Inoltre l’età dei genitori soli rimane più elevata in Italia rispetto agli altri Paesi, perché da noi la vedovanza ha ancora un peso relativamente maggiore e separazioni e divorzi avvengono abbastanza tardi. Tuttavia, si è registrato negli ultimi anni anche un rapido e considerevole ringiovanimento di madri e padri soli, perché calano i vedovi e le vedove, aumentano i genitori mai sposati, che sono di regola i più giovani e diminuisce l’età dei coniugi alla separazione e al divorzio (Zanatra, 1997).

Un altro elemento importante è la femminilizzazione che caratterizza questi nuclei familiari: in tutti i paesi, compresa l’Italia, nell’80% e più dei casi il genitore solo è la donna.

Si comprende allora il perché, secondo la maggioranza degli studiosi, queste famiglie corrono il grave rischio di trovarsi in condizioni economiche e sociali svantaggiate, proprio a causa della posizione sfavorevole delle donne nel mercato del lavoro e dell’assunzione esclusiva della responsabilità di cura verso i figli.

Le problematiche relative alle famiglie con un solo genitore che si sono formate a seguito di separazione e divorzio, meritano un’attenzione particolare, in quanto ovunque in aumento. In seguito alla rottura coniugale, di solito i figli restano con le madre non solo perché nelle separazioni giudiziali i giudici tendono a privilegiare fortemente l’affidamento materno, ma anche perché in tal senso si accorda la maggior parte degli ex coniugi quando ricorrono alla separazione consensuale. Si tratta, dunque, di un orientamento culturale generalizzato che delega alla sola madre i compiti di allevamento e cura dei figli determinando anche sensibili mutamenti sul normale svolgimento della vita familiare e del suo ciclo evolutivo.

Nonostante in questo ultimi tempi si parli molto del nuovo ruolo dei padri, essi sembrano essere i grandi assenti della scena. Il divorzio diventa così un evento critico non solo sul piano economico e sociale, ma anche e soprattutto su quello psicologico. In particolare, i figli attraversano un periodo iniziale di difficoltà da parecchi punti di vista (equilibrio psico-affettivo, adattamento sociale e scolastico) soprattutto qualora tra i genitori vi sia forte conflittualità.

La sostanziale prevalenza dei nuclei monogenitoriali materni, quando non accompagnata da un attivo interessamento del padre, incide in modo assai rilevante anche sulla qualità delle relazioni genitore-figlio. La non realizzata compresenza educativa di esperti fusionali e protettivi (materni) ed emancipati e di norma (paterni), produce spesso relazioni o di eccessiva dipendenza e fusionalità (soprattutto quando si tratta di bambini piccoli) o tropo disinvolta emancipazione ed autonomia, che li conduce addirittura ad assumere un ruolo "parentificato" accanto al genitore, soprattutto nel caso di figli adolescenti.

Altro elemento rilevante è legato al fatto che, in queste situazioni, è la famiglia d’origine che abitualmente offre l’aiuto maggiore sotto forma di sostegno economico e di servizi, quali il lavoro domestico, la cura dei bambini, ecc. E’ alla famiglia d’origine si rivolgono molte madri sole per essere aiutate a far fronte al duplice compito di procacciare le risorse materiali e prendersi cura dei figli. I effetti, i figli dei genitori soli convivono molto più frequentemente con i nonni di quanto facciano i figli delle coppie. Questo è in buona parte dovuto al fatto che spesso le donne, dopo la separazione o il divorzio, tornano temporaneamente o definitivamente a vivere con la famiglia d’origine, mentre le madri nubili spesso non se ne sono mai allontanate. Anche la convivenza con altri parenti è più frequente, così come l’affidamento abituale del bambino ad amici o vicini o il ricorso a personale pagato (Zanatra, 1997).

Il contributo della famiglia estesa è senza dubbio importante, tuttavia ciò che può comportare in termini di difficoltà e ritardo nei processi di emancipazione del nuovo nucleo, si converte in una maggior delega di quest’ultimo delle responsabilità verso i figli.

Prof. Maurizio Andolfi

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:19

Cambiamenti demografici e nuove forme di famiglia

Pubblicato da Maurizio Zago

 Cambiamenti demografici e nuove forme di famiglia

Dal punto di vista socio-demografico le indagini condotte hanno mostrato come, complessivamente, l’Italia rispetto a tutti i paesi occidentali sia quello con il più basso numero di figli per donna, ma in cui i giovani lasciano più tardi la famiglia d’origine, meno frequentemente convivono con una persona dell’altro sesso senza essere sposati e, dopo le nozze, più difficilmente divorziano (Barbagli, Saraceno, 1997).

In sostanza, le recenti trasformazioni della famiglia sono documentate da alcuni fenomeni demografici che si possono riassumere nel modo seguente: rinvio della nascita del primogenito, testimoniato dal continuo calo della fecondità nei primi anni del matrimonio; innalzamento dell’età media delle madri alla nascita del primogenito, soprattutto al Nord del Paese; diffusa caduta delle nascite di ordine superiore a due (Scabini, 1995).

Un altro fondamentale indicatore demografico su cui è necessario riflettere per comprendere la famiglia italiana nella realtà sociale contemporanea è la crisi della nuzialità. Come in altri paesi, anche in Italia si sono prodotti negli ultimi anni profondi cambiamenti nelle scelte degli individui che investono il ciclo di vita delle famiglie. Con ciò si fa riferimento, da un lato, a un calo, o, in anni recenti, a una relativa stabilizzazione del numero dei matrimoni, dall’altro a una sempre più evidente fragilità dell’unione coniugale. Questa grande trasformazione demografica e sociale ha così portato al passaggio da un unico modello di famiglia (la famiglia nucleare) a una pluralità di forme familiari.

L’indagine ISTAT Multiscopo del 1998, fornisce appunto una panoramica dei tipi di famiglia, confermando gli andamenti già rilevati dalle precedenti indagini e, in particolare, dal Censimento del 1991. E cioè: l’aumento delle famiglie unipersonali (tipo A), composte quasi esclusivamente da persone sole, o con altri membri non legati da vincoli di parentela, essa costituisce la forma familiare che ha avuto l’incremento maggiore; l’aumento delle coppie senza figli (tipo B); la diminuzione delle famiglie nucleari in senso proprio (coppie con figli e/o un solo genitore con figli: tipo C): questa che è la forma più diffusa di famiglia, ha avuto un decisivo decremento nel Censimento del 1991; la diminuzione considerevole delle famiglie estese e allargate (tipo D).

Il declino del matrimonio, il calo delle nascite e la diffusione di una molteplicità di tipi di famiglie sono, dunque, realtà concrete difficilmente contestabili, che in misura maggiore o minore riguardano tutti i paesi industrializzati compresa l’Italia. Accanto a questi cambiamenti ne vanno però registrati altri che hanno portato all’emergere di ulteriori forme familiari, di cui recentemente si è registrato un aumento: le famiglie immigrate e quelle miste. Presenteremo una breve rassegna delle nuove forme di famiglia nei paragrafi seguenti soffermandoci sugli effetti e sui mutamenti prodotti sul ciclo di vita familiare.

Prof. Maurizio Andolfi

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